I blog di Alessioempoli

Data 19 febbraio 2016

SESSUALITA’ – 3°

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                         SESSUALITA’  ( 3°)

 

 

ARGOMENTI TRATTATI

 

Masturbazione e religioni

Escissione del clitoride

Infibulazione

Circoncisione

Brit milà

Circoncisione rituale

Circoncisione nell’islam

Fimosi

Khitan

Moolaadè

Noutu

Patrick Carnes

Pedofilia

Parafilia

Pederastia

Pederastia albanese

Pederastia greca

Pederastia tebana

Pedofilia e Chiesa cattolica nella storia

Il Vaticano e i crimini sessuali

Amore greco

Amore platonico

Casi di pedofilia nella Chiesa cattolica

Catamite

Eros greco antico

Età del consenso

Età del consenso in Asia

Omosessualità nell’antica Grecia

Omosessualità nell’antica Roma

Omosessualità nel Medioevo

 

 

MASTURBAZIONE E RELIGIONI

 

 

Le dottrine delle principali religioni rispetto alla masturbazione sono le seguenti:

 

Nella Bibbia

 

Nessun riferimento esplicito alla masturbazione è presente nella Bibbia. Ciò si spiega comunemente con il fatto che il matrimonio si realizzava molto presto, e di conseguenza le energie della sessualità erano in genere incanalate in forma naturale nella modalità eterosessuale. L’unico riferimento è scritto in Galati 5, dove si parla in modo generico di impurità. Infatti, dal verso 19 al 21, dice Paolo: Ora le opere della carne sono manifeste e sono: adulterio, fornicazione, impurità, magia, inimicizie, contese, gelosie, ire, risse, divisioni, sette, invidie, omicidi, ubriachezze, ghiottonerie e cose simili a queste, circa le quali vi prevengo, come vi ho già detto prima, che coloro che fanno tali cose non erediteranno il regno di Dio.

 

 

Ebraismo

 

La visione ebraica è, come per tanti aspetti, oggetto di continua discussione perché, se da una parte si configura tramite questa azione una trasgressione al precetto negativo non mandare il tuo sperma al vento, di contro alcune correnti più progressiste ritengono la masturbazione, non solo del bambino, una scoperta naturale: dapprima non molto importante perché i genitali non danno un piacere così forte quanto la bocca o anche l’epidermide, ed in seguito legata alla scoperta della propria sessualità ed alla consapevolezza del proprio corpo. Entrambe le posizioni si basano sul racconto del Pentateuco il cui protagonista, Onan, praticava il coito interrotto ed è stato fatto morire da Dio. Ma più correttamente si può dire che fu fatto morire da Dio perché, così facendo, impediva al fratello morto di avere una sua discendenza.

 

Islam

 

L’idea di sessualità dell’Islam è tendenzialmente – ma non esclusivamente – riproduttiva. È infatti visto con favore anche il matrimonio che non possa produrre prole, a meno che una delle due parti contraenti taccia all’altra la sua impotentia coeundi o generandi, ed è pratica perfettamente legittima come limitazione delle nascite.

Il matrimonio è infatti considerato uno dei più solidi cardini del corretto vivere sociale ed è fondamentale per scansare la tentazione del piacere sessuale extramatrimoniale, considerato sregolato e smodato, ma è convincimento dei dottori della legge che, all’interno del rapporto di coppia eterosessuale, il piacere sia legittimamente perseguibile anche quando fine a sé stesso.

La masturbazione (istimnā’), la pederastia, l’omosessualità e la zooerastia sono invece severamente condannate come pratiche innaturali.

La tendenza giurisprudenziale è quella di condannare il ricorso alla masturbazione come una forma di “lussuria” (zinā’), ancora più grave della sodomia e delle pratiche sessuali con animali e l’esortazione maggiormente diffusa resta pertanto quella della continenza, qualora non si ricorra agli istituti raccomandati del matrimonio o del concubinaggio, quando si sia preda di indomabili pulsioni sessuali.

Una tradizione giuridica (hadīth) riportata dal pio Sa’īd ibn al-Jubayr – autore del Bihār al-anwār (“I mari delle luci”), vissuto al tempo della repressione in Iraq del governatore omayyade al-Hajjāj b. Yūsuf e morto nel 713-4 d. C./95 dell’egira, – afferma che il profeta Maometto avrebbe detto: «Allah Altissimo infliggerà una punizione a un gruppo di persone perché costoro hanno manipolato le loro parti intime».

Il noto teologo e mistico al-Ghazālī (m. 1111 d. C.), nella sua opera al-Qawl fī shawkat al-farj (Esposizione sul desiderio dell’atto sessuale), affermava che i «fini per cui al desiderio dell’atto sessuale è stata data signoria sull’uomo» sarebbero: «1) perché se ne percepisca il godimento e quindi per suo mezzo si misurino i godimenti dell’Aldilà; 2) perché si conservi la razza umana e permanga l’esistenza».

Dunque il godimento in quanto tale potrebbe essere cosa lecita perché prefigurativa delle future più intense gioie paradisiache riservate ai beati e perché esso sovraintende alla capacità generativa del genere umano e al suo obbligo di assolvimento.

«La lussuria – proseguiva al-Ghazālī – può esser causa di rovina per la religione e i beni temporali, se non la si controlla e non la si riconduce nei limiti della moderazione».

Una spiegazione sommaria potrebbe essere quella che – al pari dell’Ebraismo – le società islamiche antiche ricorrevano precocemente al matrimonio non appena i due contraenti fossero giunti alla pubertà e che era perfettamente legittimo l’istituto del concubinaggio. Tutto ciò, a detta di certi studiosi, avrebbe ristretto fortemente la portata del fenomeno.

 

Cristianesimo

 

Nell’ambito cattolico, la masturbazione è considerata peccato grave, in quanto contraria direttamente al sesto comandamento (Non commettere atti impuri). Tuttavia, varie cause possono mitigare la colpevolezza morale, tra cui l’immaturità del soggetto e particolari pressioni o condizioni psichiche.

Inoltre, essa è riconosciuta come atto che impoverisce l’individuo nelle sue stesse risorse fisiche e sociali, che dovrebbero invece essere donate agli altri. Un errato riferimento biblico alla masturbazione è il peccato di Onan, da cui è stato derivato il termine “onanismo”. Secondo il racconto, Onan praticava invece il coitus interruptus.

Continuare la masturbazione anche dopo aver iniziato un rapporto affettivo con un’altra persona (vedi il matrimonio), toglierebbe a quella persona e alla coppia molti momenti di intimità e di gioia che invece andrebbero così perduti inutilmente per egoismo.

Uno sfogo involontario e inconsapevole del fisico, equivalente alla masturbazione, il quale può avvenire durante il sonno, viene definito polluzione. La polluzione in quanto atto involontario, secondo la dottrina cattolica non è considerato peccato.

 

Cenni storici

 

Nel Cristianesimo, la problematica sulla masturbazione nasce esplicitamente in occidente solo a partire dal VI secolo ad opera dei centri monastici anglosassoni e celtici[senza fonte]; Tra l’VIII e il X secolo il problema coinvolge anche le chiese orientali ponendosi come problema comune a tutte le chiese cristiane. Tuttavia il problema è ancora visto fondamentalmente come minore rispetto ad altri “peccati” di natura sessuale.

A partire dal medioevo, invece, comincia a svilupparsi nei confronti della masturbazione un atteggiamento rigido e severo; Tommaso d’Aquino lo annovera al secondo posto per gravità dopo l’omicidio come “atto che impedisce la generazione della vita”.

In periodo rinascimentale fino a tutto il XIX secolo l’atteggiamento comune al cristianesimo, forte anche delle teorie scientifiche del tempo[senza fonte], consisteva nel considerare sempre la masturbazione come un atto grave. In questo secolo negli Stati Uniti era addirittura di uso la pratica della clitoridectomia a volte con il “tentativo” di curare la masturbazione femminile.

Nel XX secolo, tuttavia, la questione si è posta in termini più aperti e problematici; il fenomeno fondamentalmente non viene più giudicato aprioristicamente, ma inquadrato nell’esperienza personale, individuale ed intersoggettiva, diversificandone la gravità e la responsabilità a seconda che esso venga valutato come sintomo di una crescita in atto (evolutivo), come comportamento abitudinario e radicato (“condizionato”) oppure come un atteggiamento mentale “profondamente negativo”. In quest’ultimo caso esso, in quanto ritenuto segno esplicito di una chiusura egoistica, assume la connotazione di peccato grave.

Questa problematica è ben sintetizzata dal pensiero del teologo moderno Bernard Häring: A me sembra che la morale dovrebbe concentrare l’attenzione su quel tipo di autostimolazione che manifesta o è accompagnata da un egocentrismo che si esprime non solamente nel campo sessuale ma in tutta la vita, e che deve essere superato con la crescita morale e psicologica.

 

Riflessione antropologica

 

Secondo l’antropologia cristiana l’uomo sarebbe creato “a immagine e somiglianza” di Dio , di un Dio visto come “amore”, “dono di sé” ed “impegno per l’altro”, così come si sarebbe manifestato in Gesù. Di conseguenza, ciascuna persona sarebbe stata creata per amare e dare amore, a Dio ed agli altri. A livello della sessualità ciò si verifica in forma “santa” nell’ambito del matrimonio: lì l’atto sessuale esprimerebbe la profondità dell’amore di Cristo per la Chiesa.

 

In questa visione la masturbazione risulta essere un’espressione della sessualità nella quale manca l’elemento relazionale, e segna quindi un orientamento opposto a quello che Dio avrebbe posto nell’essere umano. Per queste ragioni la tradizione della Chiesa cattolica e molte altre Chiese cristiane, in particolare i movimenti pentecostali, considerano la masturbazione peccato grave.

Nella dottrina di San Tommaso d’Aquino la masturbazione è considerata un vitium contra naturam, al pari dell’omosessualità e della contraccezione nei rapporti sessuali pre e post-matrimoniali. Questa categoria grave di peccati è definita dal fatto che qualsiasi emissione di liquido seminale deve essere seguita dalla procreazione: al tempo di Tommaso non era noto il concetto di embrione come prima cellula e forma di vita umana tramite il pari contributo di uomo e donna alla formazione del DNA del nascituro, al contrario si riteneva che il seme maschile fosse il principio attiva della vita umana, che la donna si limitava ad accogliere passivamente in grembo.

Il secondo motivo della gravità dei peccati contro natura  è ricondotto al fatto che questi seguono al più grave peccato di idolatria, come manifestazione “automatica” nel corpo (senza una azione punitiva diretta da parte di Dio) del peccato di idolatria compiuto dall’anima: l’idolatria sovverte l’ordine divino dell’anima (per cui Dio è al primo posto) e porta anche il corpo a sovvertire il proprio ordine naturale, essendo corpo e anima legati e inseparabili. La gravità deriva dall’oggetto del peccato contro natura, che è complemento dell’idolatria, peccato dei più gravi perché contro Dio.

I peccati contro natura sono intesi contro l’intera natura del creato, l’ordine datogli da Dio, e sono distinti nei testi dai vitia contra bonum hominis e dai vitia contra natura hominis (limitati alla natura dell’uomo e non dell’intero creato).

 

Valutazione morale moderna della Chiesa cattolica

 

Il Catechismo della Chiesa cattolica sintetizza la dottrina cattolica al n. 2352, distinguendo tra valutazione oggettiva (negativa) ed elementi soggettivi (variabili) della masturbazione.

Riguardo all’aspetto oggettivo afferma:

Per masturbazione si deve intendere l’eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. «Sia il Magistero della Chiesa – nella linea di una tradizione costante – sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato». «Qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzialmente la sua finalità» (Congregazione per la dottrina della fede, Dichiarazione Persona humana, 9: AAS 68 (1976) 86). Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della «relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana».

Da notare, quindi, che la masturbazione costituisce un grave disordine morale anche qualora fosse praticata nell’ambito del matrimonio, in quanto ne svilirebbe le finalità procreative.

 

L’aspetto soggettivo è presentato descrivendo una serie di possibili attenuanti a favore del singolo individuo:

 

Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale.

Molti moralisti cattolici, come Bernard Haring, tendono a sdrammatizzare il fenomeno masturbatorio se compiuto in età adolescenziale e se non si trasforma in un vizio che conduca la persona ad una chiusura egocentrica.

 

Chiese luterane

 

Le chiese luterane appoggiano apertamente la masturbazione come espressione positiva della sessualità.

 

 

ESCISSIONE DEL CLITORIDE

 

L’escissione della clitoride rientra nelle mutilazioni degli organi genitali femminili e consiste nell’ablazione (asportazione) della clitoride (clitoridectomia), praticata per le motivazioni più svariate (vedi sotto). Gli organi amputati non possono venire ricostruiti o comunque non in modo tale da restituire la sensibilità erogena.

Si stima che ogni anno nel mondo tre milioni di bambine vengano sottoposte a escissione o infibulazione. Le mutilazioni genitali femminili sono maggiormente diffuse in alcune aree dell’Africa e parzialmente diffuse nel Sud-Est asiatico e nel Medio Oriente.

 

Effetti e rischi della mutilazione

 

Riduzione del piacere nei rapporti sessuali (con tutti i conseguenti effetti psicologici).

Formazione di un neuroma in corrispondenza del nervo dorsale della clitoride, che rende insopportabile anche la minima stimolazione tattile.

L’operazione viene eseguita spesso da chirurghi improvvisati, in condizioni di scarsa igiene e con strumenti inadeguati, con rischi seri di emorragie, infezioni e altro ancora (talvolta anche con esito fatale).

 

Questi effetti sono ancora più gravi in caso di infibulazione, nel qual caso se ne aggiungono altri ancora.

 

 

Diffusione

 

Nel Passato

 

L’escissione nell’antichità

 

La pratica della mutilazione dei genitali femminili è antichissima ed è difficile stabilirne l’origine. Era presente in molte antiche civiltà, probabilmente già durante l’antico Egitto: alcuni rilievi delle tombe della VI dinastia (2340 a.C. circa) sembrano testimoniare l’uso della circoncisione femminile, inoltre alcuni archeologi affermano che si può trovar traccia di clitoridectomia in certe mummie ben conservate. Erodoto (V secolo a.C.) cita i Fenici, gli Hittiti, gli Etiopi e gli Egiziani come popoli in cui si praticava l’escissione. Anche i Romani e i Greci la praticavano allo scopo di ridurre il desiderio sessuale femminile. Paolo di Egina (VII secolo d.C.) sosteneva che se non venivano rimosse, le clitoridi delle bambine sarebbero cresciute come peni e quindi usate per rapporti lesbici: poiché questo veniva considerato scandaloso, le clitoridi andavano tagliate in tempo (fra alcune tribù africane questa credenza è ancora molto diffusa).

 

Fino all’Ottocento in occidente

 

Anche se attualmente è una pratica abbandonata (alcune fonti affermano che negli USA c’è stato qualche raro caso anche recentemente), l’asportazione della clitoride era praticata in Europa e negli Stati Uniti nel 1800, tramite l’asportazione chirurgica o cauterizzazione della clitoride, per “curare” il cosiddetto clitorismo (masturbazione femminile), la ninfomania e il lesbismo (qualcuno era arrivato a considerare perfino l’orgasmo femminile come una malattia). La maggior parte dei medici britannici abbandonò questa pratica nel 1867, quando vennero giudicate infondate le motivazioni, ma negli USA continuò e vi si aggiunse perfino ovariectomia (ablazione delle ovaie).

 

Persistenza odierna

 

L’escissione in Africa

 

In Africa, le pratiche dell’escissione della clitoride e dell’infibulazione sono antecedenti alla diffusione dell’islam e sono praticate ancora oggi. L’escissione della clitoride è presente in Kenya, Burkina Faso, Uganda, Ghana, Mali, Gibuti, Etiopia, Somalia ed Egitto sono i paesi dove la mutilazione genitale femminile è una pratica comune, cui la maggioranza delle bambine viene sottoposta prima di essere iscritte a scuola e, comunque, ben prima di raggiungere lo sviluppo sessuale. Secondo uno studio del 2005, in Egitto il 96% delle donne ha subito mutilazioni sessuali.

 

Secondo i praticanti, la ragazza che subisce l’escissione della clitoride resterà pura per la notte di nozze e il marito non l’abbandonerà per la vergogna.

 

Le organizzazioni non governative che operano in questi paesi lottano contro tale pratica. Qualche risultato positivo è stato raggiunto. Nel 2003 si è tenuta al Cairo la prima conferenza internazionale sul tema. Con la “Dichiarazione del Cairo”, i partecipanti hanno chiesto ufficialmente ai parlamenti nazionali di redigere norme legislative per sradicare tale pratica. Successivamente il Kenya ha bandito le mutilazioni genitali femminili. Nel 2008 altri due Paesi africani hanno condannato escissione e infibulazione:

 

il Parlamento egiziano ha approvato una legge – che rientra in una normativa sull’infanzia – che considera l’escissione un reato, punibile penalmente (ma il provvedimento precisa che l’escissione può essere praticata in caso di «necessità medica», aprendo così la via a interpretazioni che rischiano di ridurne la portata);

il Parlamento dell’Uganda ha messo a punto un disegno di legge contro le mutilazioni sessuali, che dovrebbe terminare il proprio iter nel marzo 2009.

 

Escissione e Islam

 

Nel 1994 il Mufti egiziano Sheikh Jad Al-Hâqq ‘Ali Jad Al-Hâqq promulgò una fatwa che affermava: “La circoncisione è obbligatoria per uomini e donne. Se gli abitanti di un qualsiasi villaggio decidessero di abbandonarla, il [suo] imam dovrà opporsi come se non ascoltassero più l’invocazione alla preghiera.(errore di traduzione?)

 

Nel 1949, 1951 e 1981 anche l’Università Al-Azhar del Cairo ha emesso e reiterato fatwa favorevoli all’escissione.

 

Nel marzo 2005 Ahmed Talib, Presidente della facoltà di Sharia sempre all’Università Al-Azhar, ha però affermato: “Tutte le forme di circoncisione e mutilazione femminili sono reato e non hanno niente a che vedere con l’Islam. Sia che essa preveda la rimozione della pelle o il taglio della carne degli organi genitali femminili […] non è un obbligo nell’Islam.

 

Controversie ed opposizioni alla pratica

 

In Italia una campagna per la cessazione delle mutilazioni genitali femminili è stata lanciata negli anni novanta dalla leader radicale Emma Bonino, che, a fianco dell’organizzazione Non C’è Pace Senza Giustizia, ha organizzato eventi, iniziative e conferenze sull’argomento con politici europei e africani.

 

Nel 2010 è stata rilanciata da Emma Bonino, Radicali Italiani e Non c’è pace senza giustizia, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili. In tutto il mondo, grazie alla loro iniziativa, sono state raccolte firme per un appello di messa al bando di questa pratica da presentare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

 

INFIBULAZIONE

 

L’infibulazione (dal latino fibula, spilla) è una mutilazione genitale femminile. Consiste nell’asportazione della clitoride (escissione della clitoride), delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.

Ha origine esclusivamente culturale, e oggi è adottata e praticata in molte società dell’Africa, della penisola araba e del sud-est asiatico.

 

Infibulazione e cultura

 

Le origini delle mutilazioni femminili sono legate a tradizioni dell’antico Egitto (da qui il nome di “infibulazione faraonica” che le viene dato in Lingua araba (الختان الفرعوني, al-khitān al-firaʿūnī). Si calcola che in Egitto, nonostante la pratica sia vietata, ancora oggi tra l’85% e il 95% delle donne abbia subito l’infibulazione. La Somalia, dove la pratica è diffusa al 98%, è stata definita dall’antropologo de Villeneuve le pays des femmes cousues, il paese delle donne cucite.

L’infibulazione e l’escissione della clitoride non sono menzionate dal Corano: non è dunque richiesta dall’Islam alcuna forma di manipolazione dei genitali (tra cui l’infibulazione) che rechi danno fisico alla donna. Secondo diversi studiosi non è neppure considerato accettabile nell’Islam che sia limitato il piacere sessuale della donna. L’Islam ortodosso accetta la pratica meno invasiva della sola circoncisione della clitoride seguendo l’unica presunta prescrizione lasciata da Maometto e riportata nel libro degli Hadit.

Di qui il fatto che la giurisprudenza coranica ammette, fra le cause di divorzio, difetti fisici della sposa, come ad esempio una circoncisione mal riuscita.

Al contrario, il cosiddetto “padre” del Kenya moderno, Jomo Kenyatta, difese l’infibulazione come una pratica culturale importante.

Sebbene non sia in nessuna sua parte richiesta dal Corano, l’infibulazione è però una pratica che si può riscontrare in alcuni paesi, in tutto o in parte islamici (essenzialmente la parte meridionale dell’Egitto, Sudan, Somalia, Eritrea, Senegal, Guinea), dove viene consigliata come sistema ritenuto utile a mantenere intatta l’illibatezza della donna. In Nigeria l’infibulazione è stata ufficialmente vietata nel giugno 2015.

In Somalia, una donna non infibulata viene considerata impura; pertanto, non riesce a trovare marito e rischia l’allontanamento dalla società.

La scrittrice Ayaan Hirsi Ali, somala naturalizzata olandese, è una delle principali attiviste contro le mutilazioni femminili, nonché testimone di come questa pratica sia tipica della società somala: ella stessa fu infibulata all’età di cinque anni, assieme alla sorella di quattro.

Nel Cristianesimo, le mutilazioni, anche quelle autoinflitte, sono considerate un peccato contro la santità del corpo e sono quindi proibite. Ma – come per l’Islam – essendo l’infibulazione legata a culture antropologiche tribali precedenti la cristianizzazione, tale pratica si è conservata, soprattutto tra i copti (ortodossi e cattolici) del Corno d’Africa, in Eritrea e in Etiopia (qui ad eccezione della provincia nord-occidentale del Gojjam, dove tali pratiche non sono diffuse). In Niger, il 55% delle donne e delle ragazze cristiane è infibulata, a confronto del 2% delle musulmane.

 

Effetti dell’infibulazione

 

I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Le puerpere, le vedove e le donne divorziate sono sottoposte a reinfibulazione con lo scopo di ripristinare la situazione prematrimoniale di purezza. I rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. L’asportazione totale o parziale degli organi genitali femminili esterni è praticata con lo scopo di impedire alla donna di conoscere l’orgasmo derivante dalla stimolazione del clitoride, riservandolo al solo atto sessuale.

Ulteriori danni si hanno al momento del parto: il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatriziale e reso poco elastico a causa delle mutilazioni; in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Nei paesi in cui è praticata l’infibulazione, inoltre, è frequente la rottura dell’utero durante il parto, con conseguente morte della madre e del bambino.

 

 Tutela della donna dalle mutilazioni genitali

 

Italia

 

Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7, il Parlamento italiano ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Al codice penale è aggiunto l’articolo 583-bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre all’infibulazione, anche la clitoridectomia, l’escissione della clitoride o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.

Allo stesso modo, chi, in assenza di esigenze terapeutiche, al fine di menomare le funzioni sessuali, provoca lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle indicate al primo comma, da cui derivi una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre a sette anni.

Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. In tal caso, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia.

L’articolo 583-ter precisa inoltre che l’esercente la professione sanitaria resosi colpevole del fatto sottostà altresì alla pena accessoria dell’interdizione dall’esercizio della professione da tre a dieci anni, con comunicazione della sentenza di condanna all’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri.

Liliana Ocmin, Vicepresidente del comitato per le Pari Opportunità, ha affermato: «In Italia sono circa 40.000 le donne che hanno subito l’infibulazione». Secondo uno studio di Aldo Morrone e di Alessandra Sannella, in Italia le donne infibulate sarebbero invece circa 30-35 000 (ovvero il dato più alto presente in Europa) e ci sarebbero ogni anno circa 2.000 o 3.000 bambine immigrate a rischio. Tali infibulazioni verrebbero per lo più fatte a pagamento (senza anestesia) presso medici o anziani appartenenti alla propria comunità.

 

Regno Unito

 

In Gran Bretagna tale pratica è illegale dal 1985, tuttavia secondo alcune stime il Paese deterrebbe il primato europeo per numero di mutilazioni, a causa della forte presenza di donne di origine egiziana e sub-sahariana.

 

Eritrea

 

In Eritrea, la pratica dell’infibulazione è reato dal 31 marzo 2007 e per i trasgressori sono previste multe e carcerazione a seconda della gravità del reato. Unione delle Donne Eritree stima che il 90% delle donne sia stato soggetto a infibulazione e che nel continente africano almeno tre milioni di bambine subiscano la pratica ogni anno.

 

Burkina Faso

 

L’escissione e l’infibulazione sono vietate nel Burkina Faso, messe al bando dal 1985 grazie a un provvedimento legislativo promosso da Thomas Sankara, all’epoca presidente del paese.

 

Campagne politiche

 

Una campagna per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili è stata lanciata negli anni novanta dalla leader politica Emma Bonino, che, a fianco dell’organizzazione Non C’è Pace Senza Giustizia (NPWJ), ha organizzato eventi, iniziative, conferenza e meeting su questo argomento con politici europei e africani.

Proprio per questo motivo, nel dicembre 2008, Non C’è Pace Senza Giustizia ha organizzato al Cairo (Egitto) una conferenza internazionale per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili, alla quale ha partecipato un centinaio di donne e uomini politici africani ed europei.

Nel 2010 è stata rilanciata da Emma Bonino, Radicali Italiani e Non c’è pace senza giustizia, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili. In tutto il mondo, grazie alla loro iniziativa, sono state raccolte firme per un appello di messa al bando di questa pratica da presentare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il 20 dicembre 2012 l’assemblea generale dell’Onu ha adottato la risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili, depositata dal gruppo dei Paesi africani e in seguito sponsorizzata dai due terzi degli stati membri delle Nazioni Unite.

 

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3-50 K

 

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CIRCONCISIONE

 

La circoncisione maschile (dal latino circumcidere, che significa “tagliare intorno”) consiste nella rimozione chirurgica (escissione) del prepuzio dal pene umano. In una procedura tipica, il prepuzio viene aperto e poi, dopo l’ispezione, separato dal glande; quindi, lo strumento per la circoncisione, se utilizzato, viene posizionato, e in seguito il prepuzio viene rimosso, concludendo con una sutura mucosocutanea. Una anestesia topica o locale iniettata può essere utilizzata per alleviare il dolore e lo stress fisiologico. Per gli adulti, l’anestesia generale può essere un’opzione e la procedura viene spesso eseguita senza strumentario specializzato. La procedura è più spesso eseguita per motivi religiosi o preferenze personali, ma può essere indicata anche per scopi terapeutici e di profilassi. È infatti considerata una opzione per il trattamento della fimosi patologica, della balanopostite refrattaria e per le infezioni croniche delle vie urinarie. È invece controindicata nei casi in cui siano presenti anomalie della struttura genitale o cattive condizioni generali di salute.

Le posizioni espresse dalle principali organizzazioni mediche di tutto il mondo sono variegate: in alcuni casi si ritiene che la circoncisione neonatale comporti un modesto beneficio per la salute, comunque superiore ai lievi rischi legati all’intervento; in altri casi, all’opposto, la si ritiene priva di alcun beneficio e anzi significativamente rischiosa per chi vi si sottopone. Nessuna grande organizzazione medica consiglia la circoncisione universale per tutti i maschi neonati, fatta eccezione per le raccomandazioni promosse dall’Organizzazione mondiale della sanità per alcune zone dell’Africa; tuttavia, nemmeno la sconsigliano fortemente. Questioni etiche e giuridiche in materia di consenso informato e di autonomia decisionale sono state sollevate a proposito della circoncisione neonatale non terapeutica.

Circa un terzo dei maschi di tutto il mondo è circonciso. La procedura è diffusa nel mondo musulmano e in Israele (dove è quasi universale), negli Stati Uniti, in parte del Sud-Est asiatico e in Africa. È, invece, relativamente rara in Europa, in America Latina, in alcune zone del Sud Africa e in gran parte dell’Asia.L’origine storica della circoncisione non è nota con certezza e la più antica testimonianza documentale proviene dall’Egitto. La pratica fa parte della legge ebraica ed è una prassi consolidata per l’Islam, per la Chiesa copta e per la Chiesa ortodossa etiope.

 

Indicazioni e controindicazioni

 

Routinaria o elettiva

 

Spesso la circoncisione neonatale viene praticata per ragioni non mediche, come ad esempio per convinzioni religiose o per preferenze personali, talvolta influenzate da norme sociali. Con l’esclusione di particolari zone dell’Africa ad alta prevalenza di HIV/AIDS, le principali organizzazioni mediche mondiali ritengono assai modesti i benefici prodotti da tale pratica sulla salute dell’individuo. Nessun organismo medico raccomanda pertanto la circoncisione neonatale non terapeutica, ma nessuna ne sostiene il divieto. La Royal Dutch Medical Association, che probabilmente esprime la più forte opposizione alla circoncisione neonatale di routine, punta soprattutto l’attenzione circa la possibilità che i genitori, nel sentito desiderio di circoncidere il proprio figlio, ricorrano a praticanti scarsamente addestrati invece che a medici professionisti. Per evitare questo, le organizzazioni scientifiche consigliano pertanto ai medici di assecondare i desideri dei genitori.

A causa dell’epidemia di HIV/AIDS, l’Africa subsahariana può essere considerata come un caso speciale. La constatazione che la circoncisione possa ridurre significativamente la trasmissione femmina-maschio dell’HIV ha spinto le istituzioni mediche a promuovere tale pratica come metodo aggiuntivo per il controllo della diffusione del virus HIV. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l’UNAIDS (2007) consigliano la circoncisione come parte di un programma globale per la prevenzione della trasmissione dell’HIV in aree con alti tassi endemici.

 

Indicazioni mediche

 

La circoncisione può avere un’indicazione clinica nei casi di bambini affetti da fimosi patologica e nei maschi suscettibili di balanopostite cronica e infezioni ricorrenti del tratto urinario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia la circoncisione, come misura preventiva, per gli uomini sessualmente attivi appartenenti ai gruppi con alto rischio di contrarre l’HIV.

 

Controindicazioni

 

La circoncisione è controindicata nei bambini che presentano alcune anomalie della struttura degli organi genitali, come ad esempio l’apertura uretrale fuori luogo (nota come ipospadia ed epispadia), la curvatura della testa del pene (incordamento) o genitali ambigui, poiché il prepuzio può essere necessario per effettuare un intervento di chirurgia ricostruttiva. La circoncisione è controindicata anche nei neonati prematuri e in coloro che non sono clinicamente stabili e in condizioni generali di buona salute. Se un individuo, bambino o adulto, è noto per avere o ha una storia familiare di gravi disturbi della coagulazione del sangue (come l’emofilia), si raccomanda che il sangue sia esaminato per i fattori della coagulazione prima di procedere all’intervento di circoncisione.

 

Tecnica

 

Il prepuzio si estende dalla base del glande fino a coprirlo interamente quando il pene è flaccido. Alcune teorie sulla finalità del prepuzio propongono che possa servire per proteggere il pene durante lo sviluppo del feto, per mantenere una certa umidità nel glande o per migliorare il piacere sessuale. Il prepuzio può anche essere un percorso di infezione per alcune malattie. La circoncisione rimuove il prepuzio dal suo attaccamento alla base del glande.

 

La rimozione del prepuzio

 

Nella circoncisione infantile, alcuni strumenti come la clamp Gomco (o Yellen), il dispositivo Plastibell e la clamp Mogen sono comunemente utilizzati negli Stati Uniti e in molti altri paesi. Questi interventi seguono la stessa procedura di base. In primo luogo, viene stimata la quantità di prepuzio da rimuovere. L’operatore, quindi, lo apre tramite l’orifizio prepuziale. Successivamente viene inserito il dispositivo di circoncisione (ciò, a volte, richiede una fenditura dorsale), che rimane in sede fino a quando il flusso di sangue si è fermato. Infine, il prepuzio viene amputato. Per gli adulti, la circoncisione viene spesso eseguita senza pinze e con dispositivi alternativi non chirurgici, come il dispositivo ad anello elastico radiale a compressione controllata.

 

Gestione del dolore

 

La procedura di circoncisione provoca dolore e per i neonati questo dolore può interferire con l’interazione madre-bambino o causare altri cambiamenti comportamentali.[20] Per questa ragione il ricorso all’analgesia è raccomandato. Il dolore che incorre in una procedura ordinaria può essere gestito grazie a metodi farmacologici e no. I metodi farmacologici, come le iniezioni localizzate o le creme analgesiche, sono ritenuti sicuri ed efficaci. Il blocco nervoso e il blocco del nervo dorsale del pene sono i metodi più efficaci nel ridurre il dolore, anche paragonati all’anestesia locale mediante lidocaina-prilocaina (EMLA). Quest’ultima si è dimostrata più efficace di un placebo. Si è notato che le creme possano causare irritazione alla pelle dei neonati con un basso peso; pertanto, per questo gruppo di neonati, ci si orienta verso le tecniche di blocco nervoso del pene.

Per i neonati, i metodi non farmacologici, come l’uso di una sedia comoda imbottita e il ciuccio al saccarosio, sono più efficaci nel ridurre il dolore rispetto a un placebo, ma l’American Academy of Pediatrics (AAP) afferma che tali metodi siano insufficienti da soli e dovrebbero essere utilizzati come integrazione di tecniche più efficaci. Una procedura rapida riduce la durata del dolore; si è dimostrato che l’uso della clamp Mogen permetta di portare a termine la procedura in un tempo inferiore e quindi diminuire lo stress indotto dal dolore. I dati disponibili non indicano che sia necessaria una gestione del dolore post-procedurale. Per gli adulti, l’anestesia generale è un’opzione e la procedura richiede un periodo di astinenza da 4 a 6 settimane dalla masturbazione o da un rapporto per consentire alla ferita di guarire.

 

Effetti

 

Malattie sessualmente trasmissibili

 

Virus dell’immunodeficienza umana

 

Vi è una forte evidenza che la circoncisione riduca la probabilità di infezione da HIV negli uomini eterosessuali in popolazioni ad alto rischio. Studi su popolazioni maschili eterosessuali dell’Africa sub-sahariana mostrano una diminuzione di tale rischio tra il 38% e il 66% in un arco di tempo di due anni. Tuttavia, che questa pratica possa essere di beneficio anche nei paesi sviluppati non è, al 2015, ancora ben chiaro.

Vi sono delle spiegazioni plausibili, basate sulla biologia umana, del perché la circoncisione possa ridurre la probabilità di contagio da femmina a maschio dell’HIV. Gli strati superficiali della cute del pene contengono cellule di Langerhans, che vengono attaccate dal virus HIV; rimuovendo il prepuzio si riduce il numero di tali cellule. Quando un pene non circonciso è eretto durante un rapporto sessuale, possono verificarsi piccoli strappi della superficie interna del prepuzio ed entrare quindi in contatto con le pareti vaginali, fornendo così un percorso di trasmissione. Quando un pene non circonciso è flaccido, la tasca tra l’interno del prepuzio e la testa del pene fornisce un ambiente favorevole alla sopravvivenza dei patogeni; la circoncisione elimina questa tasca. Alcune prove sperimentali sono state fornite a sostegno di tali teorie.

L’OMS e il Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV (UNAIDS) affermano che la circoncisione maschile sia un intervento efficace per la prevenzione dell’HIV, ma deve essere effettuata da medici professionisti ben addestrati e in condizioni di consenso informato. L’OMS ha giudicato la circoncisione come un intervento di sanità pubblica conveniente nel rapporto costo/effetti per la prevenzione della diffusione del virus HIV in Africa, anche se non necessariamente più conveniente rispetto all’uso del preservativo. I Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie hanno stimato che la circoncisione neonatale sia valutabile positivamente nel rapporto costo/effetti per prevenire l’HIV negli Stati Uniti. La raccomandazione congiunta OMS/UNAIDS rileva, inoltre, che la circoncisione fornisce una protezione solo parziale dall’HIV e non dovrebbe comunque sostituire i metodi conosciuti di prevenzione.

I dati disponibili non indicano che la circoncisione possa fornire una protezione dall’HIV per le donne eterosessuali. Mancano, inoltre, dati relativi all’effetto che la circoncisione può avere sulla probabilità di contagio negli uomini che praticano sesso anale con partner femminili. Rimangono indeterminati anche gli eventuali benefici della circoncisione per gli uomini che hanno rapporti omosessuali.

 

Papillomavirus umano

 

Il Papillomavirus umano (HPV) è la malattia sessuale più comunemente trasmessa. Essa colpisce sia uomini sia donne. Mentre la maggior parte delle infezioni risultano asintomatiche e vengono eliminate dal sistema immunitario, alcuni tipi di verruche genitali, se non trattate, possono favorire alcuni tipi di tumori, come le neoplasie della cervice uterina e il tumore del pene. Le verruche genitali e il tumore dell’utero sono i due problemi più comuni derivanti dall’infezione da HPV.

La circoncisione è associata a una ridotta prevalenza dei tumori associati a infezione da HPV, il che significa che un uomo circonciso selezionato casualmente ha meno probabilità di essere trovato sofferente di tumori correlabili all’HPV rispetto a un uomo non circonciso. Anche la probabilità di incorrere in infezioni multiple viene ridotta. Non vi è, tuttavia, una forte evidenza che indichi la riduzione del tasso di nuove infezioni da HPV, ma la circoncisione è correlata all’aumento della clearance del virus dal corpo. Ciò può spiegare il motivo di una così ridotta prevalenza dei tumori correlati all’HPV negli uomini circoncisi.

Anche se le verruche genitali sono causate dall’HPV, non esiste una relazione statisticamente significativa tra esse e la circoncisione.

 

Altre infezioni

 

I vari studi effettuati per valutare l’effetto della circoncisione sull’incidenza di altre infezioni sessualmente trasmissibili sono giunti a conclusioni contrastanti. A 2006 una meta analisi ha trovato che per gli uomini circoncisi vi è una minore incidenza della sifilide, dell’ulcera molle e, probabilmente, dell’herpes genitale. Al 2010, una revisione dei dati di studi clinici ha scoperto che la circoncisione aveva ridotto l’incidenza di infezioni da HSV-2 (virus dell’herpes simplex, di tipo 2) del 28%. I ricercatori hanno trovato risultati diversi circa la protezione contro la trichomonas vaginalis e la chlamydia trachomatis e nessuna evidenza di protezione contro la gonorrea e la sifilide. Tra gli uomini aventi rapporti omosessuali, gli studi hanno riportato scarsi risultati a favore di una certa protezione contro infezioni sessualmente trasmissibili diverse dall’HIV, con la possibile eccezione della sifilide.

 

Fimosi, balanite e balanopostite

 

La fimosi è l’incapacità di ritrarre il prepuzio sul glande. Alla nascita, il prepuzio non può essere ritirato a causa della presenza di aderenze tra esso e il glande, condizione considerata normale (fimosi fisiologica). Nel corso del tempo, il prepuzio si separa naturalmente dal glande e la maggior parte dei ragazzi sono in grado di ritrarlo fin dai quattro anni. Se l’incapacità di farlo diventa problematica (fimosi patologica), che è comunemente causata dalla balanite xerotica obliterante (BXO), la circoncisione è l’opzione di trattamento preferibile. La procedura può anche essere usata come profilassi per prevenire lo sviluppo di fimosi.

L’infiammazione del glande e del prepuzio si chiama balanopostite. Se colpisce solo il glande è chiamata balanite. La maggior parte dei casi si verifica nei maschi non circoncisi, interessando tra il 4% e l’11% di questa popolazione. Lo spazio caldo e umido sotto il prepuzio è ritenuto un ambiente che facilita la crescita dei patogeni, soprattutto quando l’igiene è scarsa. Lieviti, in particolare la candida albicans, sono la causa più comune di infezioni al pene e sono difficilmente riscontrabili nei maschi circoncisi. Entrambe le condizioni vengono solitamente trattate con antibiotici topici (crema di metronidazolo) e antimicotici (crema di clotrimazolo). La circoncisione è una opzione di trattamento per la balanoposthitis refrattaria o ricorrente, ma negli ultimi anni la disponibilità di farmaci efficaci ha reso meno necessario il ricorso a tale pratica.

 

Infezioni delle vie urinarie

 

L’infezione delle vie urinarie è una patologia infettiva che colpisce parti del sistema urinario come l’uretra, la vescica e i reni. Vi è il rischio dell’1% di infezioni del tratto urinario nei bambini sotto i due anni di età e la maggior parte dei casi si verificano nel primo anno di vita. Vi sono buone, ma non certe, evidenze che la circoncisione possa ridurre l’incidenza di tali infezioni nei ragazzi sotto i due anni di età e si stima che tale riduzione possa essere quantificabile in un fattore di 3-10 volte minore.Tuttavia la prevenzione dell’infezione delle vie urinarie non giustifica l’uso di routine della procedura. Vi è una probabilità maggiore che la circoncisione possa dare beneficio ai ragazzi che hanno un alto rischio di contrarre infezioni del tratto urinario a causa di difetti anatomici e può essere consigliata nel caso di infezioni ricorrenti.

Vi è una spiegazione biologica plausibile per questa riduzione del rischio. L’orifizio attraverso il quale l’urina passa sulla punta del pene (meato urinario) ospita batteri che causano malattie più frequentemente nei maschi non circoncisi che in quelli circoncisi, soprattutto sotto i sei mesi di età. Poiché questi batteri rappresentano un fattore di rischio per tali infezioni, la circoncisione può ridurlo grazie a una diminuzione della popolazione batterica.

 

Rapporti sessuali

 

Sono stati compiuti diversi studi sulle possibili implicazioni fisiche della circoncisione sulla qualità dei rapporti sessuali di coloro che si sono sottoposti alla procedura, ma non vi sono chiari risultati. La mancanza di risultati definitivi è in parte da imputare alla difficoltà nell’eseguire gli studi su vasti campioni di popolazione, e ciò sia per la mancanza di indicatori fiosologici, sia per la soggettività delle risposte, spesso viziate da scrupoli religiosi e culturali. Tuttavia una review e meta-analisi effettuata nel 2013 non ha evidenziato particolari differenze riguardo al desiderio sessuale, alla dispareunia, all’eiaculazione precoce, al tempo di latenza eiaculatoria intravaginale, all’anorgasmia e alla disfunzione erettile, tra i maschi circoncisi e non circoncisi. Anche uno studio istologico compiuto sui tessuti del pene di maschi circoncisi e no, e in particolare sui corpuscoli di Meissner, non ha trovato alcun tipo di evidenza che possa suggerire una differente percezione degli stimoli sensoriali.

 

Tumori

 

La circoncisione avrebbe un effetto protettivo contro il rischio di tumore del pene, mentre, per le partner sessuali, contro il rischio di carcinoma del collo dell’utero. Il tumore del pene, tuttavia, ha una incidenza nei paesi sviluppati di un solo caso ogni 100.000, con tassi più elevati nell’Africa sub-sahariana (per esempio, 1,6 in Zimbabwe, 2,7 in Uganda e 3,2 in Swaziland, sempre per 100.000 persone). La circoncisione infantile sarebbe correlata a una riduzione di rischio, in particolare del carcinoma invasivo a cellule squamose.Non vi è una correlazione tra la circoncisione in età adulta e il rischio di incorrere in cancro invasivo del pene. Si ritiene che ciò dipenda dal fatto che la circoncisione sia stata fatta come trattamento del tumore del pene o di una condizione precorritrice piuttosto che come una conseguenza della stessa circoncisione.

Importanti fattori di rischio per il cancro del pene includono la presenza di fimosi e l’infezione da virus del papilloma umano, entrambi i quali appaiono meno frequentemente in seguito alla circoncisione. Infatti la probabilità di sviluppare questa neoplasia appare uguale tra i circoncisi e i non circoncisi che non hanno mai avuto fimosi. La circoncisione è anche associata a una prevalenza ridotta di tipi cancerogeni da HPV negli uomini e a un ridotto rischio di cancro cervicale (che è causato da un tipo di HPV) nelle partner femminili. Poiché il tumore del pene è raro e la procedura di circoncisione non è immune da rischi, tale pratica non viene ritenuta valida, in molti stati occidentali, come una misura profilattica di prevenzione.

 

Effetti avversi

 

La circoncisione neonatale è generalmente un intervento sicuro, se eseguito da un professionista con esperienza e in condizioni asettiche. Le complicanze acute più comuni sono il sanguinamento, l’infezione e la rimozione in eccesso o in difetto del prepuzio.Queste complicazioni si verificano in meno dell’1% delle procedure e costituiscono la stragrande maggioranza di tutte le complicanze acute legate alla circoncisione che si possono registrare negli Stati Uniti. Complicanze minori sono riportate nel 3% delle procedure. Un tasso di complicanze specifico è difficile da determinare a causa della scarsità di dati e dell’incoerenza nella loro classificazione. Le complicanze sono maggiori quando la procedura viene eseguita da un operatore inesperto, in condizioni non sterili o quando il bambino è in età avanzata.

Complicanze acute significative accadono raramente, e si verificano, negli Stati Uniti, in circa 1 procedura neonatale su 500. Complicanze molto gravi sono abbastanza rare e sono spesso riportate in letteratura come casi individuali. La mortalità è stimata in 1 caso ogni 500.000 procedure neonatali condotte negli Stati Uniti.

La circoncisione non sembra poter diminuire la sensibilità del pene, danneggiare la funzione sessuale o ridurre la soddisfazione sessuale.Tuttavia, nel 2010, la Royal Dutch Medical Association afferma che “complicanze nel campo della sessualità” sono state segnalate. La procedura può inoltre comportare rischi per quanto concerne la risposta al dolore per i neonati, l’angoscia da castrazione per i ragazzi nella fase fallica e una insoddisfazione per il risultato. Per evitare danni psicologici si ritiene prudente evitare la pratica dopo il primo anno di vita e fino all’adolescenza, soprattutto se è già avvenuta in qualche forma la scoperta della masturbazione, anche nel caso in cui quest’ultima potrebbe essere la causa di alcune piccole irritazioni.

 

Prevalenza

 

La circoncisione è una delle procedure chirurgiche più eseguite al mondo. Circa un terzo dei maschi di tutto il mondo sono circoncisi, più spesso per motivi diversi dall’indicazione medica. È più comunemente praticata tra l’infanzia e i primi venti anni. L’OMS ha stimato nel 2007 che 664.500 mila maschi dai 15 anni sono circoncisi (30% della prevalenza globale), quasi il 70% dei quali era musulmano. La circoncisione è più diffusa nel mondo musulmano, in Israele, nella Corea del Sud, e in alcune parti del Sud-est asiatico e in Africa. È relativamente rara in Europa, in America Latina, in parte dell’Africa del Sud, nell’Oceania e in gran parte dell’Asia. La prevalenza è quasi universale in Medio Oriente e nell’Asia centrale. La circoncisione per motivi non religiosi in Asia, al di fuori della Repubblica di Corea e nelle Filippine, è rara, mentre la prevalenza è generalmente bassa (meno di 20%) in Europa. La prevalenza di maschi circoncisi a Taiwan è del 9% e in Australia del 58,7%, mentre negli Stati Uniti e in Canada è stimata rispettivamente al 75% e al 30%; in Africa si assiste a una variazione da meno del 20%, in alcuni paesi meridionali, alla quasi totalità della popolazione maschile nel Nord e nell’Ovest del continente.

I tassi di circoncisione neonatale di routine nel corso del tempo hanno variato in modo significativo in base al paese. Negli Stati Uniti, le indagini di dimissione ospedaliera stimano valori vicini al 48,3% intorno al 1990, 61% nel 2000, e intorno al 56,6% nel 2008. Queste stime sono inferiori ai tassi reali, in quanto non contano le circoncisioni non ospedaliere o le procedure eseguite per necessità mediche. Il Canada ha visto un lento declino a partire dai primi anni settanta, forse per via delle dichiarazioni della AAP e della Canadian Pediatric Society emesse nel 1970, che spiegavano che la procedura non era clinicamente indicata. In Australia il tasso è diminuito tra gli anni settanta e gli anni ottanta, ma è in lento aumento a partire dal 2004. Nel Regno Unito, la prevalenza è di circa il 25% nel 1940, ma è diminuita drasticamente dopo che il National Health Service (NHS) non ha più coperto le spese dell’intervento. La prevalenza in Corea del Sud è aumentata notevolmente nella seconda metà del XX secolo, passando da valori vicino allo zero, registrati attorno al 1950, a circa il 60% nel 2000, con le crescite più significativi degli ultimi due decenni di quel periodo di tempo. Questo è probabilmente dovuto all’influenza degli Stati Uniti, che hanno istituito una fiduciaria per il Paese dopo la seconda guerra mondiale.

Le istituzioni mediche possono influenzare il tasso di circoncisione neonatale in un paese, decidendo se i costi della procedura siano a carico dei genitori o devono essere coperti da assicurazione o per mezzo di un sistema sanitario nazionale. Politiche che mettono i costi a carico dei genitori portano a minori tassi di circoncisione neonatale. Il calo dei tassi nel Regno Unito è un esempio. Un altro è relativo agli Stati Uniti, dove si possono comparare i tassi dei diversi stati in cui i costi sono coperti dal programma Medicaid rispetto a quelli dove sono a carico dei privati. Modifiche ai vari indirizzi sono guidate dai risultati delle ricerche, dalla politica, dalla demografia e dalla cultura della comunità.

 

Storia

 

La circoncisione è la più antica procedura chirurgica programmata del mondo. Lo storico anatomista e iperdiffusionista Grafton Elliot Smith ha suggerito che sia praticata da oltre 15.000 anni. Non vi è un chiaro consenso su come si sia diffusa in tutto il mondo. Una teoria ritiene che tale pratica sia stata iniziata in una zona geografica ben precisa per poi essere stata esportata altrove, altre invece sostengono che diversi gruppi culturali abbiano cominciato autonomamente. Nell’opera History of Circumcision del 1891, il medico Peter Charles Remondino suggerì che fosse cominciata come pratica per evirare, in maniera meno grave, un nemico catturato: la penectomia o la castrazione avrebbe probabilmente avuto un esito fatale, mentre una qualche forma di circoncisione lo avrebbe definitivamente segnato come sconfitto, lasciandolo però vivo per essere utilizzato come schiavo.

La storia delle migrazioni e l’evoluzione della pratica della circoncisione hanno seguito principalmente le culture dei popoli in due regioni distinte. Nelle terre a sud e a est del Mediterraneo, cominciando con il Sudan e con l’Etiopia, la procedura è stata praticata dagli antichi Egizi e dai semiti e poi, in seguito, dagli ebrei e dai musulmani; questi ultimi l’hanno esportata fino a coinvolgere i bantu.

In Oceania, la circoncisione viene praticata dagli aborigeni australiani e dai polinesiani. Vi sono prove che sia stata praticata dai nativi americani, ma solo pochi dettagli in proposito sono disponibili.

 

Medio Oriente, Africa ed Europa

 

Gli studi suggeriscono che la circoncisione fosse praticata nella penisola araba fin dal IV millennio a.C., quando i Sumeri e i Semiti si spostarono nella zona dell’odierno Iraq. La prima testimonianza storica della circoncisione proviene dall’Egitto: si tratta di una immagine scolpita nella tomba di Ankh-Mahor a Saqqara e risalente a circa il 2400-2300 a.C., che ritrae tale pratica eseguita su un adulto. La circoncisione era praticata dagli Egizi probabilmente per ragioni igieniche, ma era anche in parte legata alla loro ossessione per la purezza e veniva associata con lo sviluppo spirituale e intellettuale. Il significato ultimo della circoncisione tra gli Egizi resta oscuro, ma sembra che potesse essere considerata una pratica di grande prestigio e importanza o un rito di passaggio all’età adulta. Veniva pertanto eseguita durante una cerimonia pubblica, in cui veniva sottolineata la continuità delle generazioni e l’elemento della fertilità. Potrebbe essere stato un segno di distinzione dell’élite: il Libro dei Morti egizio descrive come il dio del sole, Ra, abbia circonciso sé stesso.

 

La circoncisione trova un posto di rilievo anche nella Bibbia ebraica. La narrazione della Genesi, capitolo 17, descrive la circoncisione di Abramo, dei suoi familiari e degli schiavi, facendo di lui il primo individuo conosciuto a essersi sottoposto alla procedura. Nello stesso capitolo, ai discendenti di Abramo viene comandato di circoncidere i loro figli l’ottavo giorno di vita. Molte generazioni più tardi, Mosè fu cresciuto nell’élite egizia, quindi la circoncisione era senza dubbio a lui familiare. Per gli ebrei del tempo, la circoncisione non era tanto un atto spirituale, ma un segno fisico della loro alleanza (berith) con Yahweh e un prerequisito per l’adempimento del comandamento di produrre prole. Oltre che promuovere la circoncisione come mandato religioso, gli studiosi suggeriscono che i patriarchi ebrei la raccomandassero anche per facilitare l’igiene del pene nei climi caldi e sabbiosi, come un rito di passaggio all’età adulta o come una forma di sacrificio di sangue.

Alessandro Magno conquistò il Medio Oriente nel IV secolo a.C., portando con sé anche i valori e la cultura greca. I Greci aborrivano la pratica della circoncisione, rendendo difficile la vita per gli ebrei circoncisi che vivevano con loro. Antioco Epifane mise fuorilegge la circoncisione, così come fece l’imperatore romano Adriano, contribuendo a provocare la rivolta di Bar Kokhba. Durante questo periodo della storia, la circoncisione ebraica si limitava alla sola rimozione di una parte del prepuzio e alcuni ebrei ellenizzati tentavano di nascondere la circoncisione allungando le parti esistenti dei loro prepuzi. Ciò fu considerato dai capi ebrei un problema serio e durante il II secolo d.C. cominciarono a cambiare i requisiti della circoncisione ebraica: venne richiesta la completa rimozione del prepuzio e sottolineata la visione ebraica della circoncisione come destinata a essere non solo l’adempimento di un comandamento biblico ma anche un segno essenziale e permanente dell’appartenenza a un popolo.

Il Vangelo secondo Luca fa un breve cenno della circoncisione di Gesù, ma tuttavia tale pratica non fa parte degli insegnamenti ricevuti da lui. Nelle sue lettere, l’apostolo Paolo parla della circoncisione come di un concetto spirituale, sostenendo che la procedura fisica non fosse più necessaria sia per i giudei sia per i gentili convertiti al cristianesimo sulla base di quanto era stato deciso dal Concilio di Gerusalemme. Anche se non è menzionata nel Corano (scritto all’inizio del VI secolo d.C.), la circoncisione è considerata essenziale per l’Islam ed è quasi universalmente eseguita tra i musulmani.

Si ritiene che la pratica della circoncisione sia stata introdotta nelle tribù di lingua bantu dell’Africa da parte sia degli ebrei (dopo una delle loro numerose espulsioni dai paesi europei), sia dai Mori musulmani in fuga dopo la Reconquista spagnola del 1492. Le tribù bantu, nel XVI secolo, promuovevano ciò che è descritto nella legge ebraica, compresa la circoncisione, e alcuni elementi delle restrizioni dietetiche ebraiche.

 

Aborigeni

 

Rispetto ai dettagli storici riguardanti la circoncisione in Medio Oriente, vi sono poche notizie verificabili circa tale pratica presso gli aborigeni australiani e i polinesiani. Ciò che è noto proviene da storie tramandate oralmente e dai racconti di missionari e esploratori. Per queste popolazioni, la circoncisione, è cominciata come un sacrificio di sangue e una prova di coraggio, per poi diventare un rito di iniziazione e di attestazione di virilità nei secoli più recenti. La rimozione del prepuzio veniva eseguito tramite conchiglie, e si pensa che l’emorragia venisse fermata tramite fumo di eucalipto.

Alcune popolazioni americane sono note per praticare la circoncisione. Cristoforo Colombo trovò tale pratica tra i nativi americani. Essa veniva praticata anche dagli Incas, dagli Aztechi e dai Maya. Probabilmente tale pratica ebbe inizio presso le tribù del Sud America come un sacrificio di sangue o di mutilazione rituale allo scopo di provare il coraggio e la resistenza, e in seguito il suo utilizzo si è evoluto come rito di iniziazione.

 

Tempi moderni

 

La circoncisione è stato ritenuta solamente una procedura medica comune fino a tempi dell’epoca tardo vittoriana. Nel 1870, l’influente chirurgo ortopedico Lewis Albert Sayre, uno dei fondatori della American Medical Association, cominciò a praticarla come presunta cura in diversi casi di ragazzi che presentavano paralisi o significative difficoltà motorie. Egli riteneva che la circoncisione potesse migliorare tali problemi, in base alla teoria della “nevrosi riflessa” della malattia, con la consapevolezza che un prepuzio stretto avrebbe infiammato i nervi e causato quindi problemi sistemici. Durante gli stessi anni, la pratica della circoncisione è stata considerata anche per fini igienici: il prepuzio era ritenuto colpevole di ospitare le infezioni che causano smegma (una miscela di cellule della pelle lubrificanti). Sayre pubblicò studi sul tema e promosse fortemente tali teorie durante numerose conferenze. I medici dell’epoca, sulla base dei lavori di Sayre, pensarono che tale pratica potesse prevenire o curare una vasta gamma di problemi, tra cui la masturbazione (ritenuta in tale epoca un grave problema in sé o comunque una reazione al fastidio indotto da piccole infezioni), la sifilide, l’epilessia, l’ernia, il mal di testa, il piede torto, l’alcolismo e la gotta. Entro la fine del secolo, sia in America sia in Gran Bretagna, la circoncisione infantile era quasi universalmente raccomandata.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna creò un sistema sanitario nazionale e così dovette assicurare che ogni procedura medica coperta da tale servizio fosse valida ed efficace. In un articolo del 1949 di Douglas Gairdner, Il destino del prepuzio, si sosteneva in modo convincente che i dati disponibili in quel momento mostravano che i rischi della procedura fossero superiori ai benefici noti. La circoncisione non fu quindi coperta dal sistema sanitario nazionale e i numeri di coloro che la praticavano scesero sia in Gran Bretagna sia nel resto d’Europa. Nel 1970, le associazioni mediche nazionali australiane e canadesi emisero raccomandazioni contro la circoncisione infantile di routine. Negli Stati Uniti, l’American Academy of Pediatrics ha, nel corso dei decenni, rilasciato una serie di dichiarazioni in materia di circoncisione, a volte positive e a volte negative.

Una correlazione tra circoncisione e riduzioni dei tassi di contrazione del virus HIV nei rapporti eterosessuali è stata suggerita nel 1986. L’evidenza sperimentale era necessaria per stabilire una relazione causale, quindi tre studi randomizzati controllati sono stati commissionati per ridurre l’effetto di eventuali fattori confondenti. Tali studi hanno avuto luogo in Sud Africa, Kenya e Uganda. Tutti e tre gli studi sono stati fermati in anticipo dalle rispettive commissioni di controllo per motivi etici, poiché gli uomini appartenenti al gruppo circonciso aveva un tasso più basso di contrazione dell’HIV rispetto al gruppo di controllo. In seguito, l’Organizzazione mondiale della sanità ha promosso la circoncisione per le popolazioni ad alto rischio, come parte di un programma globale per ridurre la diffusione del virus HIV[16], anche se alcuni hanno contestato la validità di tali decisioni. Il sito web Male Circumcision Clearinghouse fu formato da OMS, UNAIDS, FHI e AVAC per fornire indicazioni basate su prove attuali, informazioni e risorse che sostengono la circoncisione come una delle procedure da eseguire per la prevenzione dell’HIV.

 

Società e cultura

 

Cultura e religioni

 

In alcune culture, i maschi devono essere circoncisi poco dopo la nascita o durante l’infanzia o intorno alla pubertà, come parte di un rito di passaggio. La circoncisione è comunemente praticata nelle fedi ebraica e islamica.

 

Ebraismo

 

La circoncisione (in lingua yiddish bris) è molto importante per l’ebraismo, con oltre il 90% dei fedeli che hanno eseguito la procedura per obbligo religioso. I fondamenti per la sua osservanza si trovano nella Torah della Bibbia ebraica, nel libro della Genesi (capitolo 17), in cui si menziona un patto tra Abramo e i suoi discendenti circa la circoncisione. La legge ebraica richiede che la circoncisione lasci il glande nudo quando il pene è flaccido ed è parte del rituale brit milà, che stabilisce che deve essere eseguita, solitamente dopo una serata di studio, da un circoncisore specialista (il mohel) l’ottavo giorno della vita di un neonato (con alcune eccezioni nel caso di cattive condizioni di salute). Durante la cerimonia viene annunciato il nome del bambino.

I convertiti al giudaismo devono essere circoncisi, mentre coloro che sono già circoncisi subiscono un rituale di circoncisione simbolica. Sebbene non sia richiesta dal giudaismo perché uno possa essere considerato ebreo, i fedeli ritengono che possono esserci gravi conseguenze spirituali negative se viene trascurato questo precetto. Con la procedura si rappresenta simbolicamente l’assunzione da parte dell’uomo della responsabilità di perfezionare l’opera del creatore, la natura stessa; a testimoniate sulla fedeltà al patto viene chiamato il profeta Elia, couli che secondo la Bibbia annuncerà la nascita del Messia, il quale è rappresentato da una sedia vuota portata nella stanza per l’occasione.

 

Islam

 

Nonostante tra i musulmani vi sia un dibattito aperto sulla questione se la circoncisione (chiamata khitan) sia o meno un obbligo religioso, essa è praticata quasi universalmente dai maschi musulmani. L’Islam basa la pratica della circoncisione sul capitolo diciassettesimo della Genesi, lo stesso capitolo biblico a cui fanno riferimento gli ebrei. La pratica non è tuttavia menzionata nel Corano, ma i credenti ritengono che sia una tradizione consolidata da parte dell’Islam e praticata dallo stesso profeta Maometto (successore di Abramo) e quindi la sua pratica è considerata una sunnah (tradizione del profeta). Per i musulmani, la circoncisione è una questione di pulizia, purificazione e controllo di sé (nafs). Non vi è accordo tra le molte comunità islamiche circa l’età in cui la circoncisione debba essere eseguita. Essa può essere effettuata da subito dopo la nascita a fino a circa quindici anni, ma l’età più frequente è tra i sei e i sette anni. La tempistica corrisponde con il completamento da parte del ragazzo della recitazione di tutto il Corano, e con l’arrivo dell’età in cui si assume la responsabilità della preghiera quotidiana o di fidanzamento. La circoncisione può essere celebrata all’interno della famiglia o come evento comunitario. La circoncisione è raccomandata, ma non obbligatoria, in caso di conversione all’Islam.

 

Cristianesimo

 

Nel Nuovo Testamento (Atti degli apostoli, 15), si afferma che il cristianesimo non richiede la circoncisione, tuttavia nemmeno la vieta. Nel 1442, i vertici della Chiesa Cattolica hanno dichiarato che tale pratica non è necessaria. I cristiani Copti praticano la circoncisione come un rito di passaggio. La Chiesa ortodossa etiope la richiede e vi è una prevalenza quasi universale tra gli uomini ortodossi in Etiopia. In Sud Africa, qualche confessione cristiana disapprova tale pratica mentre altre la richiedono ai propri fedeli.

 

Culture africane

 

Alcuni gruppi culturali africani, come gli yoruba e gli igbo della Nigeria, abitualmente circoncidono i loro figli neonati. La procedura è praticata anche da parte di alcuni gruppi culturali o da singole famiglie del Sudan, dello Zaire, dell’Uganda e del Sud Africa. Per alcuni di questi gruppi, la circoncisione sembra essere puramente culturale, senza che vi sia alcun particolare significato religioso o l’intenzione di distinguere gli appartenenti a un gruppo. Per altri, tuttavia, la circoncisione può essere fatta come segno di depurazione o può essere interpretato come un simbolo di sottomissione.

 

Culture australiane

 

Alcuni aborigeni australiani ricorrono alla circoncisione come una prova di coraggio e di autocontrollo, come parte di un rito di passaggio all’età adulta, che si traduce nella piena adesione sociale e cerimoniale. Essa può essere accompagnata dalla pratica della scarificazione del corpo, dalla estrazione dentaria e dalla subincisione del pene. La circoncisione è una delle tante prove cerimoniali richieste a un giovane prima che si possa considerare abbastanza esperto per mantenere e tramandare le tradizioni culturali. Fortemente associata con la famiglia di un uomo, essa è parte del processo necessario per preparare un ragazzo a prendere moglie e formare la propria famiglia.

 

Controversie

 

L’utilità della circoncisione, quando non è finalizzata a risolvere problemi funzionali, è oggetto di controversia. Sebbene alcune correnti nella medicina moderna sostengano questa pratica, la questione resta dibattuta e manca di analisi effettuate su un numero adeguato di soggetti e indipendentemente dalla cultura di provenienza.

Il dibattito include questioni etiche, come la liceità di circoncidere i neonati, che da adulti si trovano un corpo modificato senza volerlo. Si segnala che un tribunale finlandese ha dichiarato illegale la circoncisione infantile se non a fini terapeutici; un’analoga sentenza è stata emessa nel 2012 in Germania.

La diffusione di questa pratica negli Stati Uniti, anche quando non è indispensabile, è legata probabilmente ad alcune circostanze culturali che hanno contribuito ad accrescerne il favore tra medici e genitori. Per esempio, alcune ricerche risalenti al 1890 ritenevano d’aver dimostrato effetti benefici nella rimozione del prepuzio, pensando che la sua presenza fosse legata a casi di asma, epilessia, disfunzioni erettili, insonnia.

Guadagnarono credibilità anche alcune ricerche che mostravano una minore incidenza di cancro al pene e alla prostata nei circoncisi. Questo ha diffuso la pratica nei Paesi dell’America Centrale. È stato poi dimostrato che una buona igiene del glande (per rimuovere lo smegma) nei maschi non circoncisi basta per renderli equivalenti ai circoncisi per quanto concerne i rischi del cancro.

Esistono varie tecniche per ripristinare il prepuzio, con stiramento della pelle (“restoring”), che si allunga fino a eguagliare un pene non circonciso, e chirurgiche. Il completamento del “restoring” può richiedere anche cinque anni.

 

Le considerazioni economiche

 

Il rapporto costo-efficacia della circoncisione è stato studiato al fine di determinare se la politica di circoncidere tutti i neonati o fornire la prestazione a prezzi agevolati, possa comportare una riduzione nella spesa sanitaria pubblica. Essendo l’AIDS una malattia inguaribile e di costosa gestione, si ritiene utile studiare la possibilità che la circoncisione possa ridurre la sua diffusione in alcune parti dell’Africa con tassi endemici di HIV e bassa prevalenza di circoncisi. Diverse analisi hanno concluso che i programmi che sostengono la circoncisione per gli uomini adulti in Africa sono convenienti e in alcuni casi comportano un risparmio. Per il Ruanda, è stato dimostrato che la circoncisione ha un buon rapporto costo-efficacia per un vasto gruppo di persone di età differente, dai neonati agli adulti, con i maggiori risparmi ottenuti se la procedura viene eseguita nel periodo neonatale, per via del minor costo della procedura e per il maggior lasso di tempo in cui il rischio di infezione da HIV è inferiore. Tale pratica, utilizzata al fine di ridurre la diffusione del virus HIV, è stata trovata utile in Sud Africa, Kenya, Uganda, con un risparmio stimato sui costi di miliardi di dollari in 20 anni. Hankins et al. (2011) stima che un investimento di 1,5 miliardi di dollari nella circoncisione per adulti in 13 paesi africani ad alta priorità, produrrebbe un risparmio di 16,5 miliardi dollari.

Il rapporto costo-efficacia complessivo della circoncisione neonatale è stato studiato anche negli Stati Uniti, un contesto molto diverso rispetto all’Africa, sia per qualità e quantità delle infrastrutture di sanità pubblica, sia per disponibilità di farmaci e di tecnologia medica, oltre alla disponibilità a fare uso di tale tecnologia. Uno studio del CDC suggerisce che la circoncisione neonatale avrebbe una rilevanza economica positiva sulla società, considerando esclusivamente la sua efficacia nel diminuire il rischio di trasmissione dell’HIV nei rapporti eterosessuali. L’American Academy of Pediatrics, nel 2012, raccomandava che le spese per la circoncisione neonatale negli Stati Uniti non fossero a carico degli interessati ma fossero coperte da terzi, come il programma federale Medicaid o assicurazioni. Uno studio della Università Johns Hopkins del 2012, che ha considerato i benefici attribuiti alla circoncisione nella riduzione dei rischi da HIV, HPV, HSV-2 e IVU, ha calcolato che se il tasso di circoncisione negli Stati Uniti fosse sceso dal 55% al 10% (il tasso europeo), sarebbero aumentate le spese sanitarie di 407 dollari a maschio e di 43 dollari a femmina. Il costo della procedura è più elevato per un maschio adulto che per un neonato.

 

5-378 K

 

6-83 K

 

7-292 K

 

8-245 K

 

9-353 K

 

10-323 K

 

11-312 K

 

12-428 K

 

13-265 K

 

 

BRIT MILA’

 

Il Berit Milah o Brit Milah (ebraico ברית מילה, lett. Patto del taglio), conosciuto in lingua yiddish come Bris (dall’ebraico berit, “patto”), è una cerimonia della religione ebraica con cui si dà il benvenuto ai neonati maschi nella comunità. Si tratta di una circoncisione rituale, effettuata da un mohel o da un medico con facoltà ed istruzioni precipue riconosciuto secondo le regole Halakhiche, alla presenza di familiari ed amici, al termine della quale si offre di solito un rinfresco. Il rituale di benvenuto per le bambine, che avviene con l’imposizione del nome, è invece chiamato Zeved habat.

 

Origine di tradizione ebraica e diffusione

 

Alcuni dei motivi della non contaminazione con gente di altre etnie del popolo ebraico, anche se nel Paese dei lavoratori d’Egitto, furono appunto il Brit Milah, il mantenimento dei nomi ebraici ed il non aver avuto matrimoni con individui “stranieri”.

Prima grazie ad Avraham, poi grazie a Yosef e Mosheh, il Brit Milah, o circoncisione maschile, iniziava a diffondersi in tutto il Mondo.

 

Significati del Brit Milah

 

Sebbene la Mitzvah del Brit milah faccia parte dei Chuqqim, gli statuti della Torah come altri tra cui il divieto di indossare vestiario intessuto con lana e lino assieme, detto Shaatnez, o quello della Casherut di cibarsi o usufruire di cibi in cui siano mischiati latte e carne, e quindi non possa essere compreso in modo completo, vi sono spiegazioni rabbiniche esaurienti: i Chukkim sono infatti statuti rivelati sul monte Sinai a Mosè da eseguire in quanto ordini divini al popolo d’Israele per cui esso ne accetta incondizionatamente la verità ed eternità senza che vi sia l’obbligo o la necessità di comprenderne il significato.

Nell’ebraismo la formalizzazione del patto tra Dio e l’ebreo viene individuata nella cerimonia della circoncisione. Ne viene anche affermata la necessità religiosa in quanto prescritta nella Torah. Nella Torah la circoncisione viene usata come sigillo dell’accordo solenne concluso tra Dio ed il patriarca Avraham per le generazioni a venire. La pena per la non osservanza del precetto è il “Karet”, “l’espulsione” dal popolo ebraico (Gen17,10-14, Gen21,4). Nel periodo del Tempio di Gerusalemme il proselita doveva essere circonciso per poter mangiare il sacrificio della festa di Pesach (Es12,48), anche oggi per formare una famiglia ebraica (Gen34,14-16).

Agli inizi della storia ebraica ci si aspettava che i padri circoncidessero i propri figli. Successivamente la circoncisione iniziò a venir eseguita da una persona specificamente addestrata ad effettuare tale procedura, il mohel. Escludendo impedimenti effettivi a causa dei quali il Brit milah verrebbe rimandato, esso viene effettuato l’ottavo giorno dalla nascita: i commenti dell’esegesi ebraica affermano che il numero 8 richiama un ambito totalmente spirituale diversamente dal 7, come lo Shabbat, legato sì alla spiritualità ma essa stessa nel legame con la “material-ità”.

Secondo una spiegazione rabbinica la Milah è un perfezionamento che consiste nel superare il piano naturale ed essere così inclusi in quello spirituale e santo: questa interpretazione afferma infatti che in questo caso Dio ha creato la Natura imperfetta e con ciò la si riporta alla perfezione. Adamo, Set, Noè, Giacobbe, Giuseppe e Mosè nacquero circoncisi. Dopo il peccato originale ad Adamo capitò che la membrana del prepuzio ricoprisse la sua parte.

Di Avraham viene insegnato che, poiché non era ancora avvenuto il dono della Torah, egli compieva le Mitzvot senza però un legame diretto tra Mondo Superiore e Mondo Inferiore: è detto infatti che, precedentemente all’evento terribile del monte Sinai, avvenivano azioni influenti o strette al Mondo Superiore ma non nel legame indissolubile e diretto con quello Inferiore come dopo invece avviene; con il Brit Milah Avraham poté però compiere una Mitzvah che manifestava il legame dei due Mondi nel giogo del Regno celeste essendo così collegato alla lettera ebraica Yod, י; dopo questo lo Zohar aggiunge che in quel momento la Grazia venne concessa e si unì alla rettitudine e nella Misericordia divina per il popolo d’Israele, così è sempre.

 

Quando Giuseppe divenne vice-re d’Egitto consigliò al faraone che ordinasse il Brit Milah nel suo regno e così fu.

Ad ogni modo, durante l’Esodo i bambini nati durante la fuga non vennero circoncisi. Come raccontato tutti i fuggitivi dall’Egitto erano circoncisi ma i nati durante la fuga vennero poi minacciati con la morte da nemici del popolo ebraico.

Giosuè venne circonciso a Ghilgal prima della celebrazione di Pesach.

 

Sposo e sposa

 

Nel XII secolo Mosè Maimonide arguì che uno degli scopi riguardo al piacere sessuale fosse quello di renderne differente la percezione dell’intensità presso il suo punto; ciò non ne diminuisce la natura. In considerazione del confine tra uomini e donne, conclusioni come quelle maimonidee, che sottolineano come la Milah permetta di non cedere alla materialità, favorendo così la prospettiva spirituale e la santità (cfr Qedushah), sono rintracciabili in scritti più moderni che ricordano come la circoncisione santifichi il corpo umano unitamente alla battaglia contro l’indulgenza verso ogni eccedenza in proposito.

 

Quando il Brit milah non viene fatto

 

Secondo la Bibbia, non essere circoncisi è “vergognoso” per un israelita: in questo caso non si viene considerati nel popolo ebraico. Il termine arelim (non circonciso) è un termine che denota i Filistei e gli altri popoli non circoncisi.

 

Fonti del Tanakh

 

Fineas compì il Brit Milah per molti israeliti e, anche secondo il testo “Tomer Devorah” di Moses Cordovero, ciò fu un’opera di Benevolenza persino verso il Suo Creatore.

 

Controversie

 

Così fondamentale è stata la circoncisione per l’identità ebraica che il filosofo del XVII secolo Baruch Spinoza, “scomunicato” in Olanda (è infatti proibito lo studio/lettura dei suoi scritti), asserì che, fintantoché gli ebrei avessero praticato la circoncisione, sarebbero rimasti un popolo separato. Alcuni primi leader radicali dell’Ebraismo riformato tedesco del XIX secolo cercarono di eliminare il rituale, considerandolo un “rito barbaro”, ma la maggioranza degli ebrei riformati preferirono mantenere la tradizione. In verità, una tradizione che risale ad Abramo e che è l’unico rituale specifico (a parte i sacrifici animali) narrato dalla Bibbia che il primo Patriarca eseguiva, non è facile da abbandonare.

 

Cristianesimo o cattolicesimo

 

Agli inizi dell’era volgare una scismatica disputa sulla circoncisione, che la Legge ebraica richiede venga anche effettuata a tutti i convertiti maschi, fu una questione decisiva che portò alla separazione definitiva tra ebraismo e cristianesimo. Come ebreo, Gesù fu circonciso nell’ottavo giorno (Luca 2:21; i primi seguaci credettero che tutti i suoi aderenti dovessero portare il segno dell’Alleanza. Tuttavia, l’apostolo e missionario Paolo di Tarso dichiarò che la circoncisione non era più obbligatoria, il che rese maggiormente facile e certamente meno doloroso diventare cristiani piuttosto che ebrei (Romani 2:26-29. Dopo questa decisione paolina, il cristianesimo cessò di essere una setta dell’ebraismo e divenne una religione separata.

 

 

CIRCONCISIONE RITUALE

 

La circoncisione rituale è un rituale di passaggio consistente nella circoncisione del prepuzio maschile, praticata fin dall’antichità, dapprima solo in alcune tribù nord africane e successivamente ed odiernamente presso le popolazioni di religione ebraica ed islamica nonché in alcune zone dell’Oceania.

Nell’immaginario collettivo europeo è di frequente ricollegata alla cultura ebraica e Gesù stesso, secondo quanto riportato dall’evangelista Luca, venne circonciso ritualmente. In alcune religioni è prevista dal codice di comportamento: forse nell’antichità le infezioni all’apparato urinario erano frequenti (e forse endemiche in alcune particolari popolazioni) e, per prevenirle, si arrivò a incorporare questa tecnica nelle norme religiose.

Tra i significati più diffusi si annoverano:

 

sacrificio religioso o segno di appartenenza ad un gruppo religioso: in questo senso è in uso presso le comunità ebraica

intervento di ispirazione culturale sul piacere sessuale (per sopprimerlo)

scoraggiamento della masturbazione nei periodi storici e nelle culture in cui questa era particolarmente proibita

dimostrazione della capacità di resistere al dolore

ausilio igienico laddove una detersione del glande non fosse possibile regolarmente.

 

La circoncisione presso gli Egizi

 

Gli antichi egizi praticavano la circoncisione rituale come segno di affiliazione a Ra, il dio del Sole, che aveva circonciso sé stesso.

 

La circoncisione presso gli Ebrei

 

Il Brit milà, “patto della circoncisione”, fu comandato da Dio ad Abramo, il Padre del popolo ebraico, come segno del legame eterno fra il Santo Benedetto e la Casa d’Israele (Genesi 17,7). Si tratta di una mitzvah unica nel suo genere, in quanto essa è impressa nella carne di ogni Ebreo: il Talmùd racconta del Re Davìd, che si dispiaceva, osservandosi nel bagno senza abiti, di non poter eseguire in quel momento alcun precetto, quando gli sovvenne della milà, e allora si rincuorò. Ciò insegna che anche chi non possiede nulla, neppure abiti da indossare, ha comunque l’opportunità di acquisire il merito della circoncisione.

La milà deve essere compiuta all’ottavo giorno dalla nascita durante le ore diurne: se per errore la circoncisione è stata effettuata prima dell’ottavo giorno o durante la notte, non è valida e si deve procedere a stillare una goccia di sangue a guarigione avvenuta (hatafàt dam brit). Sul piano del conteggio si considera il giorno della nascita già come primo giorno, sì che di fatto la milà avviene lo stesso giorno settimanale della nascita nella settimana successiva.

La milà consiste nel compimento di tre atti, normalmente distinti:

 

milà propriamente detta, che consiste nella recisione del prepuzio, cioè della pelle che ricopre la sua punta;

peri’à, rivoltamento della mucosa sottostante;

metzitzà, succhiamento del sangue della ferita.

La tradizione spiega la scelta dell’organo genitale come sede della circoncisione con il fatto che, in concomitanza con il precetto della milà, Dio aveva comandato ad Abramo di essere integro (Genesi 17,1) e il prepuzio è l’unica parte del corpo che può essere rimossa senza procurare mutilazione.

 

L’obbligo della circoncisione incombe sul padre. Se questi non è in grado di effettuarla in persona, può incaricare un esperto perché la esegua in sua vece: il mohel, che agisce come shalìach (delegato) del padre.

 

La circoncisione è richiamata in diversi passi del Tanakh:

 

Genesi, 17,11-14: Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi. […]Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del membro, sia eliminato dal suo popolo; ha violato la mia alleanza.

Libro di Ester, 4,17: Signore,… sai che io odio la gloria degli empi e detesto il letto dei non circoncisi e di qualunque straniero.

Libro di Geremia, 9,24: Ecco, giorni verranno – oracolo del Signore – nei quali punirò tutti i circoncisi che rimangono non circoncisi.

 

Cristianesimo

 

Tommaso Didimo (Parabole di Gesù, vangelo apocrifo): I discepoli gli dissero: “È utile o no la circoncisione?” Lui rispose: “Se fosse utile, il loro padre genererebbe figli già circoncisi dalla loro madre. Invece, la vera circoncisione nello spirito è diventata vantaggiosa da ogni punto di vista.”

 

La circoncisione nel mondo islamico

 

Nel mondo islamico la circoncisione non è solo un rito, né soltanto una semplice tradizione: è un aspetto essenziale della fede, perché consigliata dallo stesso Maometto nella Sunna, i detti del Profeta che spiegano il Corano. L’origine si fa, anche in questo caso, risalire ad Abramo, che ad 80 anni si autocirconcise ed estese questo gesto alla sua famiglia. Il Corano, nella Sura delle Api, al versetto 123 dice: “Ti riveliamo di seguire con sincerità la religione di Abramo: egli non era affatto un associatore (cioè un pagano non appartenente ad una religione monoteista)”.

Altre motivazioni sono nel concetto che un buon musulmano, quando si pone in atteggiamento di preghiera, deve essere puro: è per questo che si fanno le abluzioni, ma nel prepuzio maschile possono facilmente rimanere delle tracce di sporcizia, quindi questa, nella tradizione musulmana, è considerata un’ottima ragione per eliminarlo chirurgicamente.[senza fonte] Il periodo consigliato per eseguire l’intervento va dai 7 giorni di vita a prima della pubertà.

 

 

CIRCONCISIONE NELL’ISLAM

 

La pratica della circoncisione (khitan) ha una origine remota. Se ne trovano tracce nella Bibbia (Genesi, XVII,23-27) laddove si racconta che Abramo circoncise Ismaele, all’età di tredici anni, e tutti i maschi della sua casa. Anche Abramo, che aveva novantanove anni, si fece circoncidere nello stesso giorno. Anche nell’antico Egitto la pratica esisteva; si ha poi testimonianza della sua diffusione tra le popolazioni semitiche della Palestina. Anche gli arabi preislamici praticavano la circoncisione.

 

Quanto al valore sociale della pratica, l’origine più remota sembra identificarla con il rito di passaggio dalla impubertà alla pubertà, più precisamente come rito che dà la piena virilità, come segno della piena maturità fisica, e il pieno diritto di appartenenza al gruppo dei maschi adulti; il minore diventa così maggiorenne, acquisendo la piena capacità di agire; egli viene pertanto introdotto legittimamente nella condizione matrimoniale (in tal senso l’ablazione del prepuzio costituisce una rimozione della femminilità residua nell’adolescente e l’acquisizione della maschilità completa). La stessa circoncisione di Ismaele quando aveva tredici anni (Genesi 17,25) sembra attestare questa dottrina.

 

Ma presso gli ebrei la circoncisione assunse un valore più propriamente religioso, come “segno dell’alleanza”, che introduce il maschio nel popolo eletto:

 

« Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra voi ogni maschio. Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi (Genesi, 17,10-11). »

 

Per questo motivo, il rito viene anticipato all’ottavo giorno dalla nascita (Genesi, 17,12). Presso gli ebrei, questa pratica sembra, tuttavia, essere divenuta norma obbligatoria e generale soltanto nel periodo dell’esilio.

 

 

Circoncisione maschile nell’Islam

 

Nell’islam manca il concetto di “patto” o “alleanza”. Prevale, dunque, ma non è esclusivo, il senso più antico della circoncisione. Questa oscillazione dottrinale si riflette sulla fissazione dell’età in cui essa viene effettuata, che varia a seconda delle fonti. Se si prende come punto di riferimento la pratica di Abramo, egli circoncise Isacco a sette giorni e Ismaele a tredici anni. Se, invece, si prende come base giuridica una sunna profetica, Muhammad circoncise i due nipoti, Hasan e Husayn, all’età di sette anni. Ma ci sono anche dottrine in base alle quali la circoncisione può essere effettuata dopo quaranta giorni dalla nascita o all’età di dieci anni.

 

Il neonato musulmano maschio, nato vivo e vitale, deve essere circonciso. La pratica della circoncisione (khitan), consistente nella escissione del prepuzio, sembra apparentemente confliggere con un altro principio islamico, vale a dire il principio della sacralità del corpo umano. Infatti, qualsiasi danno fisico, che va dal caso estremo dell’omicidio fino alle ferite anche lievi, arrecato ad una persona, è sanzionato dalla legge penale. Solo i necessari interventi medici sul corpo umano sono considerati leciti. Tuttavia, la circoncisione non viene considerata una menomazione fisica, ed è pertanto lecita.

 

Obbligatorietà della circoncisione

 

L’obbligatorietà della circoncisione non ha base coranica, ma è giustificata dalla sunna profetica. Questa pratica è generalmente ritenuta “obbligatoria”, mentre alcuni giuristi la ritengono “altamente meritoria”. Il dovere di circoncidere i maschi viene meno quando un bambino nasce già circonciso, oppure è troppo debole, o ancora quando un uomo anziano si converte all’islam e lo impedisca la sua cagionevole salute.

 

 

Circoncisione femminile nell’Islam

 

La “circoncisione femminile” (khafd o khitan al-untha) può essere effettuata in modo più o meno invasivo. In contesto occidentale, invece di “circoncisione femminile”, si preferisce parlare di “mutilazioni genitali femminili” (MGF), distinte dall’Organizzazione mondiale della sanità in quattro tipi: – clitoridectomia: circoncisione resezione del prepuzio clitorideo con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride; – escissione del clitoride: resezione del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra; – infibulazione o circoncisione faraonica: escissione parziale o totale dei genitali esterni. I due lati della vulva vengono poi cuciti con una sutura o con spine, riducendo in tal modo la dimensione dell’orifizio della vulva e lasciando solo un piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso mestruale e dell’urina; – varie pratiche di manipolazione degli organi genitali femminili: piercing, pricking, incisione della clitoride e/o delle labbra; allungamento della clitoride e/o delle labbra; cauterizzazione per ustione della clitoride e dei tessuti circostanti; raschiatura dell’orifizio vaginale (angurya cuts) o taglio della vagina (gishiri cuts); introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare sanguinamento, oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere la vagina.

 

Origine della pratica

 

Le pratiche della escissione e della infibulazione sono comuni a molte culture del passato, eccezion fatta per quella cristiana che vieta la mutilazione del corpo in qualsiasi forma.La maggior parte delle culture che pratica questo tipo di mutilazione contro le donne, manca di giustificazioni religiose per tradizione orale o scritta e si rifà in genere a usanze tribali ancestrali in cui la posizione della donna è la stessa di una fattrice: procreare senza mai provare piacere. Queste pratiche sono oggi condannate e combattute dalla maggior parte di organizzazioni sanitarie mondiali, pur con numerose difficoltà dovute allo scontro con preconcetti tribali e società pseudoprimitive chiuse.

 

Fonti Islamiche

 

Nelle fonti islamiche si trova un generico riferimento alla clitoridectomia (khafd). Una tradizione profetica (hadith), infatti, riporta che Muhammad, vedendo un giorno una donna specializzata nelle escissioni operare una bambina, le avrebbe detto: “La circoncisione è sunna per gli uomini e solo makruma per le donne. Quando incidi, non esagerare nel tagliare, così facendo il suo viso sarà più splendente e il marito sarà estasiato”. Mentre sunna indica una prescrizione normativa, makruma si riferisce, invece, ad un’“azione nobile”.(Facoltativa).

 

Qualificazione giuridica della circoncisione femminile

 

Circa l’obbligatorietà della circoncisione femminile, non c’è un riferimento preciso nella letteratura tradizionistica. A loro volta, le scuole giuridiche divergono sulla qualificazione di questa pratica. Solo gli shafi‘iti la considerano “obbligatoria” sia per i maschi sia per le femmine. I malikiti la ritengono makruma li’l-nisa’ (azione raccomandata, nobile, per la donna, ma non è peccato se si omette), mentre i hanbaliti la qualificano sunna (tradizione profetica, azione da imitare, molto fortemente incoraggiata).

 

In epoca recente, la circoncisione femminile è stata definita come “azione indifferente” dal punto di vista giuridico (Muhammad ‘Ali ‘Abd al-Rahim), mentre lo shaykh Shaltut ha sostenuto che non esiste alcuna giustificazione giuridica per praticare la circoncisione femminile, in quanto manca per questa pratica una qualsiasi base nelle fonti, e non vi sono nemmeno giustificazioni mediche o etiche.

 

Età della circoncisione femminile

 

Circa l’età in cui praticare la circoncisione, non esiste una regola precisa. Secondo una dottrina, essa va effettuata tra i sette e i nove anni. Secondo un’altra dottrina, la decisione spetta al tutore della ragazza, sulla base delle condizioni psicofisiche della ragazza stessa.

 

Politiche contrarie alla “circoncisione femminile”

 

La pratica della “circoncisione femminile”, o delle “mutilazioni genitali femminili” (a seconda del punto di vista), è stata fortemente contrastata sia in Italia sia a livello internazionale, per es., nella Conferenza internazionale dell’Onu sulle donne a Copenaghen (1980); con la creazione del “Comitato interafricano sulle pratiche tradizionali che pregiudicano la salute delle donne e dei bambini” (1984); nella Conferenza di Nairobi (Kenya, 1985) ed in quella di Pechino (1995).

 

In vari Paesi africani sono state intraprese varie iniziative, sia legislative che sociali, per sradicare questa pratica, ma essa viene tollerata e resta ancora largamente diffusa.

 

 

FIMOSI

 

La fimosi è un diffuso restringimento dell’orifizio prepuziale, più precisamente una condizione medica per la quale il prepuzio di un uomo non riesce a scoprire autonomamente il glande.

 

Classificazione

 

La fimosi può essere congenita o acquisita:

 

è congenita quando fin dalla nascita e nei primi anni di vita si manifesta un restringimento prepuziale. L’operazione è consigliabile solo se la fimosi è serrata; se non serrata si può elasticizzare di più il prepuzio con ripetuti esercizi e creme steroidee;

è acquisita se si manifesta in età adulta a causa di infiammazioni fungine o batteriche del glande o del prepuzio, oppure in seguito ad un lichen sclero-atrofico. In questi casi è solitamente necessaria l’operazione.

 

La fimosi, sia congenita sia acquisita, può essere serrata o non serrata:

 

è serrata quando il restringimento è tale da impedire lo scoprimento del glande anche a pene flaccido e in casi limite può anche portare difficoltà nell’urinare. In questi casi è la circoncisione il rimedio più utilizzato.

è non serrata quando non si riesce a scoprire il glande a pene eretto. Non dà particolari problemi, si raccomanda solo di usare il profilattico durante la penetrazione perché forzare lo scoprimento del glande può comunque provocare la parafimosi, che è un grave effetto in cui non si riesce più a ricoprire il glande comportando uno strangolamento dello stesso ed è necessario un intervento d’urgenza per risolverlo.

 

Trattamenti alternativi

 

Un approccio non chirurgico per la cura della fimosi senza circoncisione è la dilatazione progressiva dell’anello fimotico grazie a dispositivi medici, chiamati “tuboidi”, cui consegue la formazione di nuove cellule elastiche che stabilizzano il risultato.

 

14-358 K

 

15-282 K

 

16-283 K

 

 

KHITAN

 

Khitan è un termine arabo che indica la circoncisione praticata secondo un rito islamico. È anche legato al termine tahara, che significa ‘purità rituale’. La circoncisione rituale non è una pratica richiesta dal Corano ma è “consigliata” (sunna) come una tappa con cui si introducono gli uomini al credo islamico e un segno di appartenenza alla vasta comunità islamica. La circoncisione islamica è assai simile a quella ebraica, nonostante ci siano alcuni punti che le differenziano. Attualmente i musulmani sono la più grande comunità religiosa a praticare la circoncisione.

 

Fonti religiose

 

Il Corano non parla di circoncisione. Al tempo di Maometto la circoncisione era praticata da diverse tribù arabe, come pure dagli ebrei, per motivi religiosi. Lo stesso Maometto era circonciso (la tradizione vuole che nascesse già circonciso). Molti dei suoi primi discepoli erano circoncisi come segno di appartenenza alla nascente comunità islamica. Questi fatti sono citati diverse volte nei hadith. È considerata una pratica religiosa dalle origini dell’Islam.

 

L’Imam Abu Hanifa, fondatore della scuola di giurisprudenza islamica, che da lui fu conosciuta come “hanafita”, e l’Imām Malik sostengono che la circoncisione è una sunna muʿakkada, non obbligatoria quindi ma fortemente consigliata. Alcuni discepoli, fra cui l’Imām Shāfiʿī e Ahmad ibn Hanbal la considerano vincolante per tutti i musulmani.

 

MOOLAADE’

 

Moolaadé è un film del 2004 scritto e diretto dal regista senegalese Ousmane Sembène, coprodotto da diverse nazioni francofone: Burkina Faso, Camerun, Francia, Marocco, Tunisia e Senegal.

 

Presentato al 57º Festival di Cannes, ha vinto il premio come miglior film della sezione Un Certain Regard.

 

Nel film si affronta, denunciandolo, il tema dell’escissione del clitoride (una particolare forma di infibulazione o mutilazione degli organi genitali femminili), una pratica ancora comune in numerosi paesi africani, soprattutto dell’area sub-sahariana.

 

 

NOUTU

 

Il noutu è un rito di circoncisione praticato in Africa equatoriale che coinvolge i figli dei Medje Mangbetu, gruppo di sedentari, e quelli dei pigmei Asoa, i cosiddetti “selvaggi” della foresta.

 

Questa pratica d’iniziazione viene effettuata per sancire un’alleanza tra i due gruppi, il primo di coltivatori e l’altro di cacciatori-raccoglitori (quest’ultimo denominato “società acquisitiva”). Proprio grazie a quest’alleanza entrambi i gruppi coinvolti nel Noutu potranno attingere l’uno dalle risorse dell’altro. I due piccoli coinvolti nel rito di circoncisione diverranno infatti amekenge, fratelli di sangue, e, dopo aver decretato la “fratellanza”, dovranno condividere e spartire le risorse a loro disposizione per il resto della loro vita.

 

Può essere definita un’alleanza economica, poiché il padre Mangbetu farà circoncidere suo figlio scegliendo con molta cura la famiglia del figlio Asoa col quale far circoncidere il proprio (tenderà a selezionare una famiglia Asoa che dispone di risorse diverse dalle proprie). Sarà sempre un Mangbetu a scegliere il figlio Asoa e non viceversa, poiché vi è un rapporto di subalternità e di dipendenza nei confronti dei Mangbetu, coi quali converrà instaurare i rapporti di scambio per le risorse di cui dispongono.

 

 

PATRICK  CARNES

 

« in our definition of sexual addiction, the relationship is with sex, and not people »

(Patrick Carnes)

 

Patrick Carnes (Stati Uniti, …) è un medico, psicologo e sessuologo statunitense, si occupa di dipendenze sessuali.

 

Attività medica

 

Ha conseguito nel 1980 il dottorato di ricerca presso l’università del Minnesota. È stato direttore del servizio per i disordini sessuali all’ospedale “The Meadows” a Wickenburg (Arizona).

 

Ha fondato nel 1987 la “Society for the Advancement of Sexual Health”, che si occupa di ricerca sessuologica e dipendenza sessuale .

 

È membro del “National Council of Sexual Addiction/Compulsivity” e della “American Academy of Health Care Providers in the Addictive Disorders” e ha partecipato all’istituzione del “Certified Sex Addiction Therapist Program” (certificazione dei terapeuti delle dipendenze sessuali).

 

Dirige il “Gentle Path Program” presso la clinica “Pine Grove Behavioral Center” di Hattiesburg (Mississippi).

 

Teorie sulle dipendenze sessuali

 

Secondo Patrick Carnes il ciclo della dipendenza sessuale inizia con i “core beliefs”, credenze, spesso inconsce, della persona affetta da sesso-dipendenza:

 

– “Io sono principalmente una persona cattiva e immeritevole”.

– “Nessuno mi amerebbe per quello che sono”.

– “I miei bisogni non saranno mai soddisfatti se devo dipendere dagli altri”.

– “Il Sesso è il mio bisogno più importante”.

 

Queste convinzioni porterebbero il dipendente a percepire la sessualità come un lenitivo, che rende l’isolamento sopportabile: “Se non hai fiducia nelle persone, una cosa certa riguardo al sesso (come per alcool, cibo, gioco d’azzardo e rischio) è che fa sempre ciò che promette, all’inizio.”

 

Nel suo lavoro presso l’ospedale “The Meadows” di Wickenburg (Arizona) ha sviluppato una tecnica terapeutica basata su uno studio sul campo del recupero di 1.000 dipendenti sessuali dal 1996 al 2004. Successivamente ha riassunto la sua tecnica terapeutica nel suo saggio Don’t Call It Love.

 

 

PEDOFILIA

 

La parola pedofilia, termine derivante dal tema greco παις, παιδός (bambino) e φιλία (amicizia, affetto), indica la passione erotica nei confronti di bambini e neonati. Per individui adolescenti si parla invece di pederastia.

 

Significato

 

In ambito psichiatrico la pedofilia è catalogata nel gruppo delle parafilie, ovvero tra i disturbi del desiderio sessuale, e consiste nella preferenza erotica da parte di un soggetto giunto alla maturità genitale per soggetti che invece non lo sono ancora, cioè in età pre-puberale. Il limite di riferimento di età varia da persona a persona (poiché ogni individuo raggiunge la maturità sessuale in tempi diversi), ma oscilla generalmente tra gli 11 e 13 anni.

Nell’accezione comune, al di fuori dall’ambito psichiatrico, talvolta il termine pedofilia si discosta dal significato letterale e viene utilizzato per indicare quegli individui che commettono violenza attraverso la sessualità su di un bambino, o che commettono reati legati alla pedopornografia. Questo uso del termine è inesatto e può generare confusione. La psichiatria e la criminologia distinguono i pedofili dai child molester (molestatori o persone che abusano di bambini); le due categorie non sono sempre coincidenti. La pedofilia è una preferenza sessuale dell’individuo o un disturbo psichico. La pedofilia definisce l’orientamento della libido del soggetto, non un comportamento oggettivo. Vi sono soggetti pedofili che non attuano condotte illecite, come si hanno casi di abusi su bambini compiuti da individui non affetti da pedofilia.

 

Analisi del fenomeno

 

Reati di pedofilia si sono verificati in tutti i luoghi dove sono presenti bambini: famiglie (nel qual caso potrebbe trattarsi di incesto), centri religiosi (seminari, oratori), scuole d’infanzia, associazioni giovanili (negli Stati Uniti d’America i boy-scout). Data l’estrema ampiezza di tipologie di reati, che talvolta non richiedono nemmeno il contatto fisico col bambino (es. esibizionismo, riproduzione di materiale pedopornografico, ecc.), la diffusione dei reati di pedofilia è considerata elevatissima. «Il 10-30% circa dei bambini subisce molestie sessuali entro i 18 anni. L’attrazione del pedofilo può essere rivolta sia verso i bambini sia verso le bambine, ma sembra che queste ultime siano le vittime più frequenti (88%).»

 

Nel maggio 2007 tutti i media hanno parlato ripetutamente di notizie su reati svolti da membri del clero, sulla base del fatto che oltre 4000 sacerdoti sono stati accusati di abuso di minori negli USA e in Canada. Si tratta però del numero totale delle accuse raccolte in un arco di 50 anni e comprende non solo i casi di pedofilia in senso stretto, ma anche i rapporti con adolescenti minori di anni 18. Sino a oggi le condanne per pedofilia hanno riguardato 40 casi su 4000. Nel giugno 2009 il cardinale Cláudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero ha dichiarato al settimanale cattolico spagnolo Vida Nueva che «i casi di pedofilia a volte non arrivano nemmeno al 4% dei sacerdoti». Questa dichiarazione rettifica una precedente intervista dello stesso cardinale Hummes del 5 gennaio 2008 all’Osservatore Romano, in cui dichiarava che tra i sacerdoti «neppure l’1% ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale».

 

Nel settembre del 2009 l’arcivescovo Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, in una dichiarazione emessa in una riunione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, in relazione ai crimini sessuali sui minori, ha dichiarato che «nel clero cattolico solo tra l’1,5% e il 5% dei religiosi ha commesso atti di questo tipo».

 

La cifra del 4% è stata contestata anche dallo studioso Massimo Introvigne, sulla base di uno studio indipendente (il John Jay Report) condotto dal John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, che non è un’università cattolica ed è unanimemente riconosciuta come la più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia.

 

Nel 2009 è uscito in libro Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella chiesa cattolica[9] che riporta cifre aggiornate sulla pedofilia nella Chiesa statunitense. Tra il 1950 e il 2004 si sono registrati undicimila casi documentati di abusi sessuali su minori i cui autori sono preti (vedi John Jay Report). Mediamente i preti diocesani implicati negli abusi sono il 4,3 per cento. Alcuni anni hanno prodotto percentuali molto alte di preti pedofili. Nel 1963, 1966, 1970 e nel 1974 si è arrivati all’otto per cento di predatori diocesani, fino al nove per cento del 1975.

 

Nel libro si fanno anche delle estrapolazioni su quelli che possono essere i limiti del fenomeno pedofilia (abusi su minori) nella Chiesa e si stima che i casi sono stimabili in quaranta-sessantamila che farebbero salire il tasso dei preti abusanti a percentuali altissime.

 

Prevalenza eterossesuale dei pedofili

 

Uno dei più vasti studi condotti al mondo sul fenomeno pedofilia, è durato per otto anni e su un campione di 16 000 adulti, di età compresa fra i 16 e 95 anni, che divisi in tre gruppi uguali, con più di 5.000 individui: controllo, pedofili che negano, pedofili che ammettono di aver molestato almeno un bambino ( lo sutdio non è peer-reviewed, e la relativa documentazione non è consultabile nel diffuso database PubMed) Secondo i dati dello studio, i pedofili tenderebbero a modificare le loro attività sociali e lavorative scegliendo stili di vita e mestieri a contatto con i minori, in special modo occupando posizioni che permettano di ottenere agevolmente la fiducia dei bambini e genitori. In particolare un pedofilo adatta la propria professione alle proprie esigenze sessuali.

 

(EN)

« Molesters often become youth ministers, day-care workers, Boy Scout leaders, teachers, Big Brothers and pediatricians, He [a pedophile] is often an active Christian who is involved in his church. »

 

(IT)

« I molestatori spesso diventano leader di gruppi giovanili, infermieri, capi scout, insegnanti, “Fratelli maggiori” e pediatri. [Un pedofilo] è spesso un fervente cristiano con ruoli all’interno della sua chiesa. »

 

Nello studio si afferma che:

 

(EN)

« While it is a commonly held belief that men who prefer men as adult sex partners molest boys and men who prefer women as adult sex partners molest girls, our study result suggests something different. […] The majority of men who molest boys (70 percent) are predominantly heterosexual. »

 

(IT)

« Benché sia una credenza comune che gli uomini che preferiscono uomini come partner sessuali adulti molestino ragazzi e gli uomini che preferiscono donne come partner sessuali adulti molestino ragazze, il risultato del nostro studio evidenzia qualcosa di diverso. […] La maggioranza degli uomini che molestano i ragazzi (70 percento) ha prevalenza eterosessuale. »

 

Secondo due studi pubblicati sull’American Journal of Psychology e il Journal of Psychiatric Practice, i bambini sviluppano problemi psicologici maggiori quando gli abusi vengono compiuti da figure genitoriali (amici di famiglia, preti o altre figure religiose, allenatori) o quando vengono condotti con l’uso di violenza e/o con contatti genitali.

 

 

In Italia

 

Secondo i dati raccolti da Telefono Azzurro e pubblicati nel Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, quasi il 60% degli abusi su minori avviene in famiglia. Nel panorama internazionale emerge che in Francia e in Inghilterra i minorenni vittime di abuso sessuale sono molto più numerosi, ma ciò che preoccupa in Italia è il “sommerso”: è probabile, infatti, che alcune situazioni di abuso non arrivino alla denuncia. Per il CENSIS, le cui cifre si basano sui dati ministeriali, elaborati dal prof. Mastronardi circa lo 0,07% dei casi di pedofilia in Italia riguarda il clero; questa è infatti la percentuale di sacerdoti italiani condannati per pedofilia in 50 anni, mentre nella società civile esistono invece 21 000 casi di pedofilia ogni anno (1 ogni 400 minori)

 

Per quanto riguarda i crimini più efferati, uno studio del Centro Aurora di Bologna (Centro Nazionale per i bambini scomparsi e sessualmente abusati) ha evidenziato che in Italia dal 2004 al 2007 sono scomparsi 3.399 minori, non ritrovati nel periodo considerato.

 

 

Pedofilia on-line

 

Sono state individuate alcune caratteristiche proprie dei pedofili online, che sembrano, almeno in parte, differenziarli rispetto agli altri pedofili:

 

sesso maschile, razza bianca, appartenenti a differenti background socio-economici;

età compresa tra i 18 e i 25 anni (quindi più giovani dei pedofili “tradizionali”);

generalmente non hanno commesso precedenti crimini sessuali.

 

Coloro che compiono tentativi di adescamento online:

 

tendono ad evitare relazioni dirette, spendono la maggioranza del loro tempo in chat alla ricerca

 

di contatti sociali/sessuali finalizzati ad una immediata gratificazione sessuale;

 

sono più empatici e in grado di entrare emotivamente in sintonia con la vittima;

sono compulsivamente impegnati in attività sessuali.

 

Recenti ricerche hanno contribuito a definire due profili distinti: coloro che si limitano alla detenzione e allo scambio di materiale pedopornografico e coloro che, oltre a detenere questo materiale, cercano di coinvolgere bambini e adolescenti direttamente in atti sessuali.

All’interno di questo secondo profilo, è stata individuata, nello specifico, la presenza di due sottogruppi:

 

fantasy-driven: motivati a coinvolgere adolescenti in sesso virtuale senza richiesta di un incontro diretto;

contact-driven: motivati ad intraprendere relazioni sessuali con adolescenti al di fuori della rete.

 

Secondo uno studio dell’Università di Lancashire (2003)[22], sono ipotizzabili cinque fasi dell’adescamento online:

 

Formazione dell’amicizia (Friendship forming stage);

Formazione del rapporto di fiducia (Relationship forming stage):

Valutazione del rischio (Risk assessment stage) di essere scoperto;

Fase della relazione esclusiva (Exclusivity stage);

Fase sessuale vera e propria (Sexual stage):

 

Aspetti medici

 

La diagnosi in psichiatria

 

L’attrazione sessuale – in qualche misura – verso i bambini non è sufficiente per la diagnosi di pedofilia. La psichiatria (secondo il criterio DSM IV-TR) definisce pedofili solo quelle persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Oltre alla differenza di età pedofilo-minore, perdurare dell’eccitazione sessuale intensa, occorre il requisito che tale sintomo non sia accettato a livello cosciente in maniera “sintonica”, ma causi un disagio/dolore personale, e in ambito sociale, famigliare o lavorativo reso manifesto con altri sintomi psicotici-nevrotici distinti dalla suddetta eccitazione.

 

Occorre inoltre che il sintomo persista in modo continuativo per almeno 6 mesi: per sintomo si intende una intensa eccitazione sessuale manifestata da fantasie, impulsi sessuali, uso estensivo di materiale pedopornografico (condivisi o meno col minore, mediante collegamento Internet “a distanza”, oppure fisicamente presenti nello stesso luogo), e/o altri comportamenti ricorrenti (anche con coazione a ripetere).

 

Per poter parlare di malattia psichiatrica, le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti (che sono il sintomo) devono causare al pedofilo, durante e dopo la eventuale relazione sessuale con il minore, disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento (condizione B).

 

Non si considera pedofilia il caso in cui la differenza di età tra gli individui sia minore di circa 7 anni. Non sono da considerare pedofili i soggetti attratti principalmente da persone in fasce di età pari o superiori ai 12 anni circa, purché abbiano già raggiunto lo sviluppo puberale: l’attrazione per gli adolescenti è definita con i termini poco usati efebofilia e ninfofilia o «sindrome di Lolita».

 

Il criterio psichiatrico DSM prevede diverse specificazioni, la pedofilia può essere: di Tipo Esclusivo (attratto solo da bambini/e) oppure di Tipo Non Esclusivo (persona attratta anche da persone adulte); di Tipo Differenziato (attrazione solo per uno dei due sessi) oppure di Tipo Indifferenziato. L’attrazione per bambini maschi risulta mediamente più resistente fra i child molester: il tasso di recidiva dei soggetti attratti da bambini è circa doppio di quelli attratti da bambine. Tali aspetti sono anche meglio dettagliati nell’ambito della psicopatologia sessuale dei Sexual Offender, vale a dire di quella categoria di persone che a motivo della loro compulsività sessuale rientrano nelle casistiche giudiziarie e attuano comportamenti che vengono riconosciuti come penalmente rilevanti[senza fonte]. Il Tipo Indifferenziato inoltre sembra essere mediamente più grave del Tipo Differenziato. Vi è inoltre una forma di pedofilia limitata all’incesto (interesse rivolto solo a figli/e o a fratelli/sorelle).

 

D’altra parte, il criterio categoriale del DSM non considera l’aspetto dimensionale del disturbo: vale a dire che nell’ambito della stessa diagnosi esistono svariate manifestazioni di gravità della stessa che solamente un accurato esame della psicopatologia sessuale è in grado di definire con precisione.

 

Per una diagnosi di disordine psichiatrico, non è necessario chiaramente attendere che l’eccitazione si sia concretizzata nell’atto sessuale con un minore.

Dal punto di vista penalistico, il fatto che la rara ed eventuale presenza di una malattia psichiatrica possa temporaneamente ridurre la capacità di intendere e di volere del reo, in particolare la capacità di inibire la pulsione sessuale verso il minore, non esclude la responsabilità derivante dalla condotta omissiva e negligente per non avere intrapreso per tempo i trattamenti psichiatrici e farmacologici preventivi verso un tipo di disturbo, che, in letteratura e nella sua stessa definizione clinica nel DSM, è preceduto da un crescendo di sintomi eccitatori e di disagio personale che, per intensità e durata nel tempo, è impossibile non siano avvertiti dal soggetto.

 

Aspetti anatomici e funzionali del cervello

 

I progressi delle tecniche diagnostiche disponibili per la ricerca neuroscientifica hanno permesso di individuare alcune alterazioni strutturali e/o funzionali che si riscontrerebbero nel cervello di soggetti pedofili, con conseguenti effetti sull’orientamento e sul comportamento sessuale di queste persone:

 

diminuzione del volume di materia grigia nei circuiti frontostriatali, che si manifesta con un’incapacità di inibire comportamenti ripetitivi;

riduzione della materia grigia nell’amigdala e nell’ipotalamo, regioni cerebrali critiche per lo sviluppo sessuale;

disinibizione sessuale a seguito di un deficit del lobo frontale o ipersessualità a seguito di deficit sottocorticali;

nel corso di stimolazione visiva con immagini di bambini nudi, aumento della risposta cerebrale in aree note per essere generalmente coinvolte nell’elaborazione di stimoli sessuali (in particolare, insula e giro cingolato). La risposta cerebrale dei pedofili davanti ai bambini nudi, è simile a quella degli adulti davanti a immagini di adulti nudi;

viceversa, nel corso di stimolazione visiva con immagini di adulti nudi, una ridotta attivazione in zone del cervello che di solito si attivano in soggetti non pedofili, dato che rifletterebbe a livello cerebrale la mancanza di interesse sessuale verso gli adulti.

 

La numerosità dei campioni presi in considerazione non consente ancora (2015) di prevedere quanto queste alterazioni anatomiche e funzionali del cervello siano diffuse nella popolazione di pedofili per mettere a punto una diagnosi e cura preventiva, prima che si manifestino sintomi di eccitazione sessuale o atti di violenza nei confronti dei minori. La popolazione carceraria di pedofili è il campione più esteso a disposizione per un’indagine di questo tipo.

 

La presenza di alterazioni anatomiche e funzionali del cervello pone un potenziale problema sul piano penale, per la ridotta capacità di intendere e di volere (e inibire una pulsione sessuale), così come della responsabilità penalmente perseguibile di atti (consumo di alcune sostanze psicoattive che generano la perdita permanente di volume della massa grigia nel cervello, e quindi alle capacità di eccitazione e autocontrollo sessuale), ovvero omissioni (il rifiuto di sottoporsi a diagnosi e trattamenti psichiatrici e farmacologici non obbligatori e coattivi per legge), scelte che hanno poi un successivo effetto secondario sulla condotta del pedofilo, effetto noto e non trascurabile.

 

Dette alterazioni interessano aree del cervello che nel corso della vita dell’uomo comune possono subire modifiche anatomiche e funzionali. Sono quindi attribuibili in minima parte a fattori innati ed ereditari, e maggiormente a fattori ambientali, fra i quali in primo luogo una condotta libera e consapevole, che come altri atti finalizzati e ripetuti nel tempo, diviene poi naturalizzata e parte integrante del carattere dell’individuo.

 

Eventuale terapia o trattamento

 

Il programma terapico si pone queste mete:

 

il decremento dell’impulso sessuale rivolto al bambino mediante l’eliminazione di rinforzi positivi (la “cessazione di stimoli rinforzanti” del condizionamento operante) e tramite il controllo del turgore del pene;

il decremento del coinvolgimento emozionale nei confronti del bambino;

il miglioramento dei rapporti interpersonali con altri adulti;

il decremento dell’ipersessualità.

 

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è utile per interrompere i comportamenti parafilici appresi. Validi risultati si ottengono anche con la terapia di gruppo. Analogo alla castrazione chimica è il ricorso agli agonisti-GnRH (la Flutamide, il Casodex, la Nilutamide). Qualora il disturbo sia contraddistinto da un’ipersessualità, si ricorre a un trattamento psicofarmacologico usando il ciproterone acetato (CPA) e il medrossiprogesterone acetato (MPA), con durata superiore anche ai quattro anni. Se la pedofilia è associata ad altri disturbi psichiatrici, si può intervenire con antidepressivi e antipsicotici, la .

 

Analizzando la letteratura scientifica sul tema, emerge che i trattamenti farmacologici e medici sono una frazione di quelli disponibli, e che quelli principalmente utilizzati sul panorama internazionale per gli autori di reati sessuali sono:

 

castrazione chirurgica (attualmente in uso in Europa solo in Germania e in Repubblica Ceca; è una pratica irreversibile, recentemente criticata nel 2006 dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa)

castrazione chimica (o terapia anti-androgena, utilizzata in USA, Canada ed Europa, ma non in Italia; è il trattamento maggiormente utilizzato).

approccio farmacologico combinato con terapia psicoanalitica di tipo cognitivo-comportamentale (poco utilizzata e non espressamente prevista negli ordinamenti penali): per prevenire la reiterazione di reati sessuali contro i minori da parte di soggetti che già li hanno commessi, piuttosto che per modificare l’interesse sessuale deviato di queste persone verso i bambini e quindi prevenire l’attuazione di reati.

 

I risultati ottenuti relativamente all’efficacia di questi trattamenti, tuttavia, sono al momento discordanti tra loro.

 

A questo proposito, in Europa e negli USA gli esempi sono diversi: in Germania, il “Progetto Dunkelfeld” si serve di campagne mediatiche per pubblicizzare servizi di cura per persone che si auto-definiscono pedofili ma sentono di avere bisogno di aiuto. Nel Regno Unito, NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children) ha predisposto un servizio telefonico che gli abusanti possono chiamare nel momento in cui temono di poter commettere nuovamente un reato sessuale verso un bambino, per avere consigli o assistenza immediata. Il servizio provvede ad informare immediatamente la polizia e i servizi sociali della chiamata in modo da garantire protezione al bambino prima che sia coinvolto. In Danimarca(brydcirklen.dk), è stato messo a punto un sito web rivolto ad adulti che riconoscono di avere un interesse sessuale verso i bambini descrivendone i differenti comportamenti e invitandoli a cercare aiuto psicologico, chiamando una linea telefonica dedicata, prima che commettano abusi.

Anche negli USA, l’organizzazione B4UACT24 (Before You Act) promuove servizi di aiuto e assistenza per soggetti (adulti e adolescenti) che riconoscono di essere sessualmente attratti da bambini.

 

La castrazione chimica è un trattamento farmacologico da ripetere a vita, perché la situazione si ripristina non appena il trattamento viene sospeso, anche dopo anni di trattamento. Il trattamento sanitario può essere condizionato alla sospensione della pena detentiva, ma chiaramente non può essere reso obbligatorio quando il reo ha estinto la pena e viene rimesso in libertà.

 

Aspetti legali

 

La materia non è regolata da direttive o regolamenti a livello europeo, restando il diritto penale competenza esclusiva degli Stati membri. Le linee guida sono indicate dalla Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, firmata a Lanzarote il 25 ottobre 2007, non vincolante e recepita in Italia nel 2006.

 

Con dichiarazione stampa del 28 marzo 2014, la CEI ha ribadito che sussiste un obbligo morale di cooperare con le autorità, ma dal punto di vista del diritto canonico nessun obbligo di denuncia alle autorità civili e penali dei casi di pedofilia, perché non nell’ordinamento italiano l’obbligo è in capo ai soli pubblici ufficiali e non al cittadino comune e i membri delle gerarchie ecclesiastiche non rivestono la qualifica di pubblici ufficiali: l’obbligo di denuncia non vige né in capo agli autori del reato (cui non può essere imposto di autorità), né da parte di terzi che venissero a conoscenza dei fatti (confessori, membri del tribunale canonico, vescovi della diocesi in cui si è verificato il fatto, o in cui il sacerdote compie il suo ministero). Resta agli ordinamenti penali dei singoli Stati la facoltà di imporre l’obbligo di denuncia per specifici reati, come quelli sessuali, estendendo l’obbligo a tutti i cittadini, compresi i sacerdoti delle diverse confessioni religiose.

 

Il diritto canonico in sè non prevede nessuna forma di cooperazione particolare fra le autorità religiose, a partire dall’obbligo di segnalazioneo denuncia, e quelle civili o penali dello Stato in cui avvengono i reati a sfondo sessuale.

 

La cittadinanza vaticana, riservata a specifici casi selezionati, non prevede l’istituto dell’estradizione. Nell’ordinamento italiano è punito con il carcere il compimento di atti sessuali su persone che non hanno compiuto i 14 anni di età.

Prima della riforma del 2006, si considerava penalmente rilevante il compimento di atti sessuali con persone fino a 14 anni di età, mentre dai 14 ai 18 non era reato in sé, ed esisteva l’aggravante per stupro su minore se si dimostrava la presenza di costrizione.

 

L’attendibilità delle testimonianze infantili

 

In Italia è stato messo a punto un protocollo realizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra avvocati, magistrati, psicologi, psichiatri, criminologi e medici legali dopo il convegno “Abuso sessuale sui minori e processo penale”, tenutosi a Noto il 9 giugno 1996. Questo documento chiamato appunto Carta di Noto, aggiornato il 7 luglio 2002, prescrive la prassi da seguire nel ricevere la testimonianza del bambino o della bambina. La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che le direttive contenute nella “Carta di Noto” rappresentano delle mere indicazioni metodologiche non tassative, con la conseguenza che l’eventuale inosservanza di dette prescrizioni non comporta la nullità dell’esame.

 

Le fantasie infantili secondo Freud

 

Molti accusati di pedofilia sono stati assolti nonostante testimonianze oculari (il ricordo vivo e particolareggiato dei minorenni coinvolti), rivelatesi poi non attendibili e in contrasto con i riscontri probatori.

 

In psicologia, è noto che una persona può avere un ricordo molto vivo e dettagliato di eventi, che sinceramente crede che siano accaduti, ma che non si sono mai verificati in realtà. Perciò, anche se la testimonianza proviene da un bambino, che non può avere interesse a testimoniare il falso, le indagini devono trovare riscontri probatori oggettivi, per non fondare la pubblica accusa solo sulla base di testimonianze oculari.

 

Le accuse di pedofilia talora rivolte da bambini minorenni nei confronti dei genitori potrebbero rientrare in «sogni a occhi aperti», che sono un appagamento compensativo nell’immaginazione di desideri che il bambino avverte come pericolosi, reprime e tende a dimenticare. La soddisfazione avviene in un modo semplice, producendo un ricordo che è identico a quello che si sarebbe voluto che accadesse nella realtà. Quando la personalità diviene più forte, nell’adulto, la compensazione e rimozione divengono più capaci di soddisfare un desiderio in modo diverso dalla volontà iniziale, ma con azioni nella vita reale, senza forzare la memoria e i ricordi.

 

La tesi di Sigmund Freud e della figlia Anna (che parlò più esplicitamente di queste fantasie infantili) è stata a volte portata come prova nei tribunali per smentire accuse di pedofilia. Tuttavia la loro tesi è stata oggetto della più feroce critica da parte di Jeffrey Moussaieff Masson, che durante i primi anni ottanta era direttore dei Freud Archives:

 

« Consideriamo per quanto tempo gli psicoanalisti hanno negato la realtà degli abusi sessuali sui bambini. Questi abusi esistevano già molto tempo prima che se ne occupasse Freud, ma le sue conclusioni, non provate, che il fenomeno fosse in gran parte immaginario, lo tenne occulto fino a quando il movimento femminista non ne rivelò la vera diffusione.»

 

Presunti abusi infantili sono anche riemersi nella memoria di migliaia di pazienti adulti sottoposti a psicoterapia o altre cure analoghe, determinando un vivace dibattito scientifico sulla loro attendibilità e un seguito di contenziosi legali.

 

Da oggetti a soggetti

 

Secondo alcuni studi, una rilevante percentuale dei condannati per pedofilia ha a sua volta subito abusi durante l’infanzia. «È stato osservato che i bambini che erano stati oggetto di attenzioni pedofiliche mostrano da adulti un comportamento analogo con maggior frequenza rispetto alla popolazione generale.»

 

Freud affermò che i traumi infantili in generale sono inguaribili e lasciano ferite che non rimarginano più e che provocano, negli adulti con una storia di abusi nella loro infanzia, una molteplicità di fenomeni a carico della sfera emotiva, relazionale, sociale, comportamentale di varia profondità.

 

Tale fatto determina due elementi di rilievo per la legislazione in materia: da un lato evidenzia la gravità del danno subito dal bambino (e quindi della colpa del reo), dall’altro lascia intuire la difficoltà di stabilire capacità di intendere e di volere del reo, in quanto è possibile che sia affetto da turbe psichiche (o raptus improvvisi) a causa di violenze pregresse subite nell’infanzia. D’altra parte la complessità del problema emerge chiaramente in ambito clinico a fronte delle difficoltà nelle quali si vengono a trovare i professionisti (psichiatri e psicologi) che trattano le persone affette da pedofilia.

 

La pedofilia femminile

 

Sebbene gran parte dei pedofili sia di sesso maschile, una percentuale stimata almeno al 4% da un rapporto FBI del luglio 2000 è rappresentata da adulti di sesso femminile.

 

Attualmente, non è chiaro se la pedofilia al femminile sia un fenomeno effettivamente raro rispetto a quella maschile o se sia invece sottostimato. Le ricerche a nostra disposizione, relative al più ampio tema degli abusi sessuali, suggeriscono che, sebbene le donne rappresentino un campione estremamente eterogeneo, alcuni fattori di rischio aiutano a definire un particolare profilo:

 

prediligono generalmente bambini piccoli di sesso maschile che conoscono bene;

tendono ad essere più giovani dei pedofili maschi (22-33 anni);

spesso sono state vittime di abusi e maltrattamenti in età infantile e tendono a presentare altri disturbi,

 

come depressione, abuso di sostanze e, frequentemente, disturbi di personalità;

 

hanno difficoltà nelle relazioni intime con coetanei;

hanno bassa autostima, scarsa capacità di gestione della rabbia;

hanno paura di essere abbandonate e mostrano difficoltà emozionali come una limitata empatia;

spesso agiscono insieme ad uomini; in questi casi, in genere, è coinvolto più di un bambino.

 

Sulla base dell’osservazione clinica, alcuni studiosi hanno cercato di delineare alcune tipologie di donne che commettono abusi sessuali:

 

costrette da un uomo: si tratta di donne che tendono ad essere passive e dipendenti da uomini con i quali

 

hanno una relazione e che compiono molestie contro bambini; queste donne presentano difficoltà relazionali, storie di abusi e paura di essere abbandonate; più frequentemente commettono abusi sui propri figli.

 

predisposte: hanno difficoltà psicologiche e fantasie sessuali devianti, manifestando un vero e proprio interesse pedofilo. Generalmente agiscono da sole e scelgono le vittime tra i propri figli o i bambini della famiglia. Quando rivolgono la loro attenzione a bambini estranei, generalmente prima ottengono la fiducia dei loro genitori (es. proponendosi come baby sitter), cercando poi di rimanere da sole con loro.

insegnante/amante: queste donne presentano difficoltà nelle relazioni con i coetanei ed iniziano una relazione di “mentoring” romantico/sessuale con un adolescente, spesso ritenendo che i loro sentimenti siano ricambiati. Difficilmente riconoscono che questo comportamento costituisce un reato.

 

Alcune questioni aperte

 

La prescrizione del reato

 

Nell’ordinamento penale italiano il reato di pedofilia si estingue e non è più perseguibile dopo 10 anni dal fatto. La norma è oggetto di dibattito tenuto conto dell’età media delle vittime e dei tempi per la presa di coscienza degli abusi subiti, oltre alla gravità del danno che potrebbe giustificare da sola l’assenza di qualsiasi prescrizione.

A ciò si aggiunge che, senza una iniziativa penale dei famigliari del minore o di ufficio, la legge in questo modo esclude dalla tutela giurisdizionale proprio le vittime precoci fino a otto anni di età, che vedono decorrere i 10 anni di prescrizione prima ancora di avere raggiunto la maggiore età e il diritto ad agire autonomamente in giudizio.

 

Tutela del minore e privacy del pedofilo

 

USA

 

Negli USA è in vigore la cosiddetta “Legge Megan”, che prende il nome da Megan Kanka, bimba di sette anni rapita, violentata e uccisa nel 1994 da un vicino di casa pluripregiudicato per reati sessuali su minori. La legge prevede che chiunque venga condannato per qualsiasi genere di reato a sfondo sessuale perda essenzialmente ogni diritto alla privacy per un periodo variabile, da un minimo di 10 anni dalla data del rilascio fino a tutta la vita, con l’obbligo di registrare presso le Forze dell’ordine il proprio domicilio e i propri spostamenti, il divieto assoluto di frequentare, o risiedere nelle vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori o dal genere di persona normalmente bersaglio dei propri crimini, e in taluni casi l’affissione di tali dati in un registro pubblicamente consultabile; alcune municipalità statunitensi offrono la possibilità a chiunque di accedere a tali dati tramite appositi siti Internet.

 

Regno Unito

 

Come l’UK’s National Crime Squad, diversi Paesi hanno dotato le Forze dell’Ordine di database con le immagini di siti pedopornografici, foto e dati biometrici di vittime e protagonisti dei reati a sfondo sessuale. Appositi programmi sono in grado di incrociare i dati, “scandire” le foto e riconoscere al loro interno quelle di un pedofilo o presunto tale.

 

Unione Europea

 

La materia di abuso e sfruttamento dei minori, pornografia minorile sono regolate dalla Direttiva 2011/92/UE.

 

La Convenzione di Lanzarote, inapplicata in questo punto dalla maggior parte degli Stati membri, già nel 2007 prevedeva la registrazione e alla conservazione dei dati relativi all’identità, nel rispetto della privacy e ad uso interno, nonché al profilo genetico (DNA) delle persone condannate per reati sessuali, affidati ad un’unica autorità nazionale che doveva interfacciarsi con le altre autorità degli Stati membri. Non si pronuncia, invece, per un equivalente UE alla legge Megan statunitense, ovvero in merito alla pubblicazione di nomi e foto di condannati in un database consultabile pubblicamente da chiunque.

 

Dibattito

 

Un’ampia parte dell’opinione pubblica USA sostiene la legge Megan, basandosi sul fatto che i predatori sessuali tendono a un alto grado di recidiva; tuttavia alcuni Stati e comunità ancora rifiutano di applicarla, sulla base del fatto che interessa persone che hanno pagato il loro debito con la società scontando una pena detentiva, e che la violazione della loro privacy può mettere essi e le loro famiglie in pericolo di ritorsioni.

 

Un’altra argomentazione è che non solo per la pedofilia, ma per i reati contro la persona e il patrimonio negli ordinamenti penali generalmente chiunque può ottenere un documento che riporta la situazione penale di un altro cittadino, così come evidenza delle singole sentenze di condanna, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge con istituti equivalenti alla beneficio della non-menzione. Come la sospensione della pena detentiva durante la sua esecuzione, così al termine dell’estinzione della pena, un beneficio della non-menzione, sempre revocabile, può essere un efficace incentivo a proseguire -e parimenti un deterrente a non interrompere- trattamenti farmacologici, quali la castrazione chimica, che non possono essere resi coattivi su una persona rimessa in libertà, e devono essere ripetuti a vita, dato che una loro interruzione, anche graduale e dopo anni di trattamento, ripristina in breve tempo la situazione di disordine psichiatrico che può indurre alla reiterazione del reato sessuale.

 

Rapporti fra uno Stato e una Chiesa o un’associazione

 

Con dichiarazione stampa del 28 marzo 2014, la CEI ha ribadito che sussiste un obbligo morale di cooperare con le autorità, ma dal punto di vista del diritto canonico nessun obbligo di denuncia alle autorità civili e penali dei casi di pedofilia, perché non nell’ordinamento italiano l’obbligo è in capo ai soli pubblici ufficiali e non al cittadino comune e i membri delle gerarchie ecclesiastiche non rivestono la qualifica di pubblici ufficiali: l’obbligo di denuncia non vige né in capo agli autori del reato (cui non può essere imposto di autorità), né da parte di terzi che venissero a conoscenza dei fatti (confessori, membri del tribunale canonico, vescovi della diocesi in cui si è verificato il fatto, o in cui il sacerdote compie il suo ministero). Resta agli ordinamenti penali dei isngoli Stati la facoltà di imporre l’obbligo di denuncia per specifici reati, come quelli sessuali, estendendo l’obbligo a tutti i cittadini, compresi i sacerdoti delle diverse confessioni religiose.

 

Il diritto canonico in sè non prevede nessuna forma di cooperazione particolare fra le autorità religiose, a partire dall’obbligo di segnalazioneo denuncia, e quelle civili o penali dello Stato in cui avvengono i reati a sfondo sessuale.

 

La cittadinanza vaticana, riservata a specifici casi selezionati, non prevede l’istituto dell’estradizione.

 

Il rapporto fra l’ordinamento giuridico della Chiesa Cattolica, il diritto canonico, e il diritto penale degli stati laici è cosa molto differente dal rapporto fra le legislazioni di stati diversi, sopra descritto. Il diritto canonico regolamenta l’agire dei fedeli, mentre il codice penale ha a che vedere solo con i reati. Per lo più i reati sono anche peccati, e nel caso della pedofilia peccati gravissimi, ma si tratta di cose concettualmente diverse.

 

È indispensabile non confondere sul piano giuridico la Chiesa Cattolica con il Vaticano. La Chiesa è una comunità internazionale (articolata in chiese nazionali) retta da una “costituzione” (il diritto canonico, appunto), che gioca un ruolo identico a quello svolto dallo statuto di qualunque associazione. La Città del Vaticano, invece, è uno Stato, dotata di un territorio e di un proprio sistema legislativo e in quanto tale ha in comune con la Chiesa Cattolica solo il fatto di essere guidato dal Papa e nulla più. Ai cittadini dello Stato del Vaticano è applicato il codice penale Zanardelli del 1889, tuttora vigente: il codice non prevede il reato di pedofilia, ma punisce la <<corruzione mediante atti di libidine>> (art. 335) fino a 30 mesi di reclusione, e le <<lesioni personali gravi>> incluso il danno psicologico (art. 372) con la reclusione da uno a cinque anni: quindi, con questi capi di imputazione, i chierici che compiono atti di pedofilia, rischiano pene che complessivamente arrivano fino a nove anni di reclusione. Inoltre, la legge VIII emanata dal Pontefice nel Luglio 2013, la detenzione del materiale pedopornografico, a prescindere dalla sua effettiva fruizione, con l’aggravante dell’ingente quantità, è punita con la reclusione fino a 24 mesi.

 

Come tutte le comunità, la Chiesa ha stabilito anche delle regole per sospendere o escludere i membri indegni e dei tribunali per applicare queste norme (in una associazione è il collegio dei probiviri). Chi abbia commesso un grave crimine, come ad esempio la pedofilia, sarà sottoposto dallo Stato (o dagli Stati) competente a processo penale. Nella chiesa cattolica la repressione dei crimini contro sacramenti e contro la morale, fra cui la pedofilia, è regolata dalla De Delictis Gravioribus, che ha sostituito nel 2001 la Crimen sollicitationis a seguito della riforma del codice di Diritto Canonico.

 

Già la Crimen sollicitationis equiparava la pedofilia, dal punto di vista penale, ai casi più gravi di molestie sessuali durante il Sacramento della Penitenza (§73); per questi reati è prevista la pena massima possibile, cioè la riduzione allo stato laicale (§61).

 

È previsto l’insediamento nella diocesi interessata di un tribunale ad hoc presieduto dal vescovo e composto di soli sacerdoti esperti di diritto canonico (non di avvocati rotali laici). Le sedute sono a porte chiuse e gli atti del processo secretati, data la natura infamante delle accuse. L’eventuale verdetto di condanna, però, è ampiamente diffuso per consentire l’implementazione delle pene (sospensione a divinis, scomunica, ecc.). Il secondo grado di appello è presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma.

 

Il tribunale ecclesiastico, data la sua natura e finalità, non ha autorità per chiedere al colpevole di costituirsi presso le autorità civili e subire anche un processo da parte dello Stato, né a membri del tribunale o a testimoni oculari di denunciare il fatto.

 

Resta naturalmente per tutti l’obbligo morale grave di fare tutto quanto è possibile per impedire che eventuali atti di pedofilia vengano ripetuti. Perciò i dettami del “diritto divino naturale” (uno dei fondamenti del diritto canonico) comportano l’obbligo perentorio di denunciare il presunto reo alle istituzioni ecclesiali. Lo stesso obbligo morale sussiste implicitamente verso i tribunali civili, fatte salve le notizie coperte da segreto pontificio (cioè quelle acquisite dalle udienze del processo: ad esempio una eventuale confessione del reo), che sono coperte dal segreto del confessionale, e fatto salvo il diritto di autotutela di vittime e testimoni, spesso riluttanti a procedere a denunce penali.

 

Gli Stati laici riconoscono sia l’autonomia del diritto canonico sia la legittimità del segreto del confessionale. Ovviamente gli stessi sacerdoti o vescovi, se esecutori di atti penalmente rilevanti, sono assoggettati come chiunque al giudizio delle corti statali, secondo quanto è previsto dall’ordinamento giuridico di ogni nazione.

 

Le dichiarazioni della Chiesa Cattolica

 

Per quanto riguarda le denunce di pedofilia nei confronti di sacerdoti cattolici, le dichiarazioni e i gesti di Benedetto XVI hanno assunto nel tempo i toni di una crescente condanna:

 

– Ottobre 2006, Irlanda, uno dei Paesi più colpiti: il Pontefice parla di «enormi crimini» di fronte ai quali «è urgente adottare misure perché non si ripetano» e tra questa misure indica la necessità di «garantire che i principi di giustizia siano pienamente rispettati».

– Aprile 2008, Usa: esprime «profonda vergogna» e, su iniziativa del cardinale di Boston, riceve cinque «vittime».

– 19 luglio 2008, Giornata Mondiale della Gioventù, Sydney: «Le vittime devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia.» Oltre a questa nuova dichiarazione, ribadisce l’invito a: «riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi di questa nazione. Sono profondamente dispiaciuto per il dolore e la sofferenza che le vittime hanno sopportato e assicuro che, come i loro pastori, anche io condivido la loro sofferenza». Come ultimo gesto prima di lasciare l’Australia a conclusione della 23ª Giornata mondiale della Gioventù, Benedetto XVI ha incontrato un gruppo rappresentativo (due uomini e due donne) di coloro che hanno subito abusi sessuali da parte del clero.

– 14 marzo 2010: Mons. Giuseppe Versaldi commenta lo scandalo degli abusi sui minori.

 

 

PARAFILIA

 

 

In ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico, con parafilia (dal greco para παρά = “presso”, “accanto”, “oltre” e filia φιλία = “amore”, “affinità”) s’intendono pulsioni erotiche connotate da fantasie o impulsi intensi e ricorrenti, che implicano attività o situazioni specifiche che riguardino oggetti, che comportino sofferenza e/o umiliazione, o che siano rivolte verso minori e/o persone non consenzienti.

 

Il DSM-IV-TR (APA, 2001) classifica le parafilie in nove differenti categorie.

 

Recentemente, il DSM 5 (APA, 2013) ha introdotto un importante cambiamento in tema di parafilia/comportamento parafilico. Vengono considerate parafilie tutti quei comportamenti sessuali atipici per i quali il soggetto sente una forte e persistente eccitazione erotico-sessuale. Tale condizione erotica è vissuta in perfetta egosintonia. Quando il comportamento parafilico diventa invece una forma di dipendenza e il soggetto accusa un certo disagio interpersonale (egodistonia), allora è utile introdurre il concetto di Disturbo Parafilico. Il Disturbo Parafilico è quindi una parafilia, ma il soggetto , oltre ad avere un intenso e persistente interesse sessuale per particolari attività erotico-sessuali, vive l’esperienza e i vissuti parafilici con disagio, tanto da arrecare danni a se stesso e/o agli altri (Quattrini, 2015).

 

Classificazione

 

Le parafilie possono essere classificate in base all”atto” che sostituiscono o all'”oggetto” verso cui si indirizzano. Una ulteriore suddivisione riguarda il canale sensoriale che viene sollecitato.

 

a) Nella parte dell’atto vi è una sostituzione del coito o dell’attività sessuale, con pratiche di altro tipo.

b)Nella parte d’oggetto vi è una surrogazione dell’oggetto normativo o uno spostamento della meta:

l’oggetto normativo è costituito dal partner sessuale (eterosessuale od omosessuale).

la meta è rappresentata dal raggiungimento del piacere sessuale (orgasmo).

c) I canali sensoriali implicati nelle parafilie:

canale visivo, l’eccitazione sessuale viene ricercata nell’esibizione del corpo o parti di esso (esibizionismo), nell’osservazione di altri soggetti impegnati in attività sessuali (voyeurismo, mixoscopia) o di funzioni corporee fisiologiche (coprofilia, urofilia);

canale acustico/verbale, l’eccitazione è ottenuta mediante la pratica del turpiloquio, l’ascolto o il pronunciamento di parole scurrili o volgari attinenti alla sessualità (scatologia telefonica, coprolalia, pornolalia, mixacusi);

canale olfattivo, esistono collegamenti neurofisiologici tra l’organo vomero-nasale e determinate aree del cervello, come il sistema limbico (emozionale) e il nucleo BNST (nucleo della stria terminale); l’eccitazione sessuale è data dalla percezione di odori, anche sgradevoli, come l’urina, le feci, le flatulenze (flatulofilia), il sudore (ospressiofilia), ciò può essere connesso ai feromoni escreti con queste sostanze;

canale gustativo, l’eccitazione sessuale è perseguita tramite l’ingestione/irrorazione di escrezioni corporee (coprofagia, spermatofagia, pissing);

canale tattile, il piacere sessuale è dato dalla pratica di attività corporee inusuali: stuffing (penetrazione con oggetti), percossofilia, spanking (sculacciare con violenza), clismafilia (pratica del clistere), nasofilia, rinolagnia, uretrolagnia (stimolazione di parti del corpo non classicamente erogene, come le narici o l’uretra).

 

Forme clinicamente riconosciute

 

Da un elenco di parafilie ben più vasto, clinicamente sono riconosciute otto maggiori forme di parafilia. Secondo l’ultima edizione del DSM-IV, per essere considerata effettivamente come patologia, tale condizione deve ricorrere per almeno sei mesi e devono manifestarsi come la forma di sessualità esclusiva o prevalente del soggetto, interferendo in modo rilevante con la sua normale vita di relazione e causandone un disagio clinicamente significativo. Ovviamente tali pulsioni parafiliche possono interessare persone di entrambi i sessi.

 

Esibizionismo: il bisogno o il comportamento che porta all’esposizione dei propri genitali a una persona ignara;

Feticismo: l’uso esclusivo di oggetti non direttamente attinenti alla sessualità (es. scarpe, indumenti) al fine di innescare o aumentare l’eccitamento sessuale;

Frotteurismo: il bisogno o il comportamento che porta a toccare o palpeggiare il corpo di una persona non consenziente;

Pedofilia: l’attrazione sessuale per bambini in età infantile e prossimi a quella prepuberale;

Masochismo: bisogno o comportamento sessualmente eccitante ricercato nel voler essere umiliati, provare dolore o soffrire in altri modi;

Sadismo: bisogno o comportamento sessualmente eccitante nel produrre dolore o umiliazione della vittima;

Feticismo di travestimento: eccitazione e/o piacere sessuale nell’indossare abiti del sesso opposto;

Voyeurismo o scopofilia (più raro scoptofilia): il bisogno o il comportamento che porta a spiare persone ignare mentre sono nude, in intimo o impegnate in attività/rapporti sessuali;

 

Altre forme meno comuni sono raggruppate sotto la dizione Disordini Sessuali o Parafilia Non Altrimenti Specificata.

 

La nuova nomenclatura dei Disturbi Parafilici descritti dal DSM 5 (2013) si organizza all’interno di due differenti gruppi:

 

1) Predilezione per attività inconsuete dove sono presenti tutti quei disturbi che rappresentano un particolare scostamento dalle Fasi del corteggiamento come il Disturbo Frotteuristico, il Disturbo voyeuristico e il Disturbo Esibizionistico, ma anche quei Disturbi “algolagnici” che implicano dolore e sofferenza come il Disturbo Da Masochismo Sessuale e il Disturbo da Sadismo Sessuale.

 

2) Predisposizione per l’atipicità dell’oggetto sessuale, dove l’interesse e l’attenzione sono rivolti verso altri esseri umani, come nel caso del Disturbo Pedofilico, ma anche dove il soggetto sperimenta un’attenzione intensa e persistente rivolta altrove come nel Disturbo Feticistico e nel Disturbo da Travestitismo.

 

Evoluzione del concetto e delle definizioni

 

I criteri diagnostici con cui medici, psicologi e psichiatri definiscono alcuni comportamenti o “pulsioni” cambiano nel tempo, con l’evolvere delle conoscenze nel campo di indagine specifico. Un esempio piuttosto famoso riguarda l’omosessualità, che fino al 1974 era elencata come parafilia nel DSM. Fu poi citata solo in un’accezione “egodistonica” (ovvero non vissuta serenamente) e quindi definitivamente eliminata nel 1987.

 

Inoltre si tende a differenziare le cosiddette perversioni soft, che rientrano tra le pratiche sessuali alternative, da quelle hard più strettamente correlate con un quadro patologico con diagnosi di parafilia.

 

Una interessante considerazione teorico-clinica è quella fatta da Quattrini (2015) relativa al concetto di “normalità/anormalità”. Secondo il sessuologo tale concetto deve essere ridefinito ed “educato”, in una società che può e deve confermarsi quanto meno giudicante e dequalificante nei confronti dell’altro diverso da se è possibile. Come espressione concettuale, il binomio normale/anormale deve svincolarsi dal concetto sociale di “ignoranza”. Ignoranza che permette di confermare falsi miti e inutili cliché, ridefinendo l’elemento fondante di un popolo: la cultura.

 

Ecco quindi l’importanza d’individuare l’esperienza erotico-sessuale in un continuum che a differenti livelli può allontanare molti degli stereotipi – rinforzo del pensiero di una cultura “ignorante” – promuovendo il benessere di/per tutti.

 

Il continuum descritto da Quattrini: normativo-trasgressivo/parafilia/Disturbo parafilico-sex offender (Quattrini, 2015 pp. 27-30)

 

 

PEDERASTIA

 

Col termine pederastia, dal greco antico παῖς (pàis), “ragazzo” o “fanciullo”, ed εραστής (erastès), “amante”, si indica una relazione, spesso anche di tipo erotico, stabilita tra una persona adulta e un adolescente, che avviene al di fuori dell’ambito familiare: il suo significato è pertanto del tutto distinto da quello di pedofilia (ossia il desiderio sessuale nei confronti di un/a bambino/a impubere), la cui pratica è perseguibile penalmente. Secondo la legge l’atto sessuale è illegale quando viene compiuto con una persona sotto l’età del consenso.

 

Occorre a tal riguardo tener sempre ben chiaro che, secondo le disposizioni di legge attualmente vigenti in Italia, l’intrattenere da parte d’un adulto un qualsiasi tipo di contatto intimo con minori di 14 anni è severamente proibito anche fosse consenziente; l’età minima a 13 anni riguarda invece esclusivamente i rapporti sessuali con persona minore di 18 anni: 14 anni è inoltre anche l’età richiesta per le relazioni omosessuali. L’età può salire anche fino a 16 però quando l’adulto ha una posizione di autorevolezza o potere sul minore (e che abusi di ciò), un insegnante ad esempio (vedi sotto in sezione “Aspetti normativi”).

 

Nel caso in cui gli atti sessuali avvengano consenzientemente in cambio di denaro o altra utilità economica con un minore di 18 anni si ha il reato di prostituzione minorile (Art. 600-bis, comma 2 c.p.).

 

Etimologia e utilizzi del termine

 

Come detto, la parola pederastia deriva dalla combinazione di παίδ- (radice greca per ragazzo o in senso lato figlio) con ἐραστής (erastès-amante, la cui radice etimologica proviene dal termine Eros) e significa pertanto “amore per i ragazzi”. La parola è stata presa in prestito in epoca moderna nel XVI sec. direttamente dalla definizione che ne dà Platone nel Simposio. Accanto al suo utilizzo nel senso più classico il termine verrà addirittura utilizzato per un certo periodo di tempo come sinonimo di sesso anale (per imitazione in italiano dell’uso fattone nella lingua francese): in un trattato di sessuologia del XIX sec., discutendo il fatto che alcuni uomini siano usi ad inserire il pene nell’ano della donna, si definisce la cosa come «pederastia commessa con la propria moglie».

 

Precedentemente la definizione di pederastia era già stata usata per riferirsi a qualsiasi tipo di attività omosessuale, a prescindere dall’età stessa dei partecipanti (anche avessero avuto entrambi 50 anni venivano lo stesso considerati pederasti): anche Jeremy Bentham ha utilizzato il termine in questo senso molto più ampio in un suo saggio risalente al XVIII sec.. Il termine assunse presto una connotazione fortemente spregiativa, il che stimolò la creazione di nuove parole più “neutrali” per definire l’omosessualità.

 

Nel XX secolo, con il diffondersi di termini alternativi come appunto “omosessualità” o “uranismo”, la parola “pederastia” si riavvicinò in qualche modo al significato originario, contemporaneamente differenziandosi dall’attrazione verso bambine e bambini d’età precedente la pubertà mediante il nuovo termine “pedofilia”.

 

Le definizioni più comunemente accettate sono quelle che fanno riferimento ad un accoppiamento tra giovani maschi e uomini più anziani. L’Oxford English Dictionary dice “relazione omosessuale di tipo anale tra un uomo e un ragazzo, solitamente con il più giovane che assume un ruolo passivo”; o più concisamente “rapporto sessuale tra un uomo e un ragazzo”. Infine l’edizione online del Merriam-Webster si concentra esclusivamente sulla meccanica fisica dell’atto: “colui che pratica sesso anale, in particolare con un ragazzo”; mentre altri dizionari offrono definizioni variamente più generiche, come ad esempio “relazioni omosessuali tra uomini e ragazzi”, oppure “rapporti omosessuali, in particolare tra un uomo adulto e un giovane maschio”.

 

La limitazione della pederastia alla sola sessualità (in specifico anale) compiuta da un uomo adulto su un adolescente è posta però in discussione da diversi autorevoli sessuologi di lingua inglese: Francoeur la considera “comune, ma errata”, mentre Haeberle la descrive come “un uso moderno, risultante da un fraintendimento del termine originale e dall’ignoranza nei riguardi delle sue più profonde implicazioni storiche”.

 

Altre fonti e studi sociali propongono definizioni più ampie del termine, l’Enciclopedia della cultura LGBT e Queer ad esempio definisce la pederastia come “il rapporto di genere erotico tra un maschio adulto e un giovane, di norma tra i 12 e i 17 anni, in cui vi sia attrazione affettiva del più vecchio nei confronti del più giovane”; mentre l’Enciclopedia dell’omosessualità aggiunge “…in cui vi sia un palese contatto sessuale”.

 

La definizione utilizzata da Wikimedia Commons è la seguente: “In senso classico e accademico, pederastia si riferisce alla relazione erotica tra un maschio adulto e un ragazzo adolescente. Tali rapporti possono essere sessualmente espressi o no, consensuali o meno, sentimentali o commerciali, e la loro legalità varia in base alla locale età del consenso e alle leggi e divieti riguardanti l’omosessualità vigenti nei singoli stati. Il termine può essere impiegato anche per indicare l’attrazione di un uomo per il ragazzo, anche se non ricambiato”.

 

Excursus storico

 

La definizione di pederastia deriva soprattutto dalla cultura greca ma ha avuto diversi sviluppi spesso tumultuosi nei vari secoli: Erodoto afferma che i popoli asiatici avessero imparato ad intrattener rapporti sessuali coi ragazzi proprio seguendo l’esempio greco. Il padre degli storici utilizza qui il termine (παισὶ μίσγονται), riducendo così la pratica persiana ad una forma corrotta di pederastia, deprivata totalmente della sua originaria connotazione educativa: ciò che John Addington Symonds descrive come la “forma viziosa” di pederastia in contrapposizione a quella più sobria e colta idealizzata dai Greci.

 

Plutarco inoltre sottolinea infine il fatto che i sovrani persiani avessero l’usanza di castrare i ragazzi per renderli così eunuchi e propri amanti personali molto prima di essere esposti ai costumi ellenici.

 

Una certa opposizione agli aspetti più carnali della pederastia esisteva in concomitanza con la sua pratica effettiva, sia all’interno che all’esterno delle culture in cui ne è stata trovata la forma più istituzionale e ritualizzata. Tra gli stessi Greci in alcune polis veniva proibita mentre in altre, come a Sparta, si dice fosse permessa solamente l’espressione ed il modo più casto della pederastia.

 

Allo stesso modo gli scritti di Platone cominciano a svalutare ed infine a condannare i rapporti sessuali con i ragazzi amati, valorizzano invece l’autodisciplina dell’amante che si è astenuto dal consumare il rapporto.

 

Molto ben conosciuta e praticata ampiamente era anche nella Spagna sotto il dominio musulmano e in Toscana durante il Rinascimento (lo stesso Leonardo da Vinci in gioventù subì un processo per pederastia) nonché nell’Impero russo sotto il dominio degli zar.

 

Origini iniziatiche

 

La prima volta che si ipotizzò un’origine iniziatica e ritualizzata per la pratica pederastica vigente nel mondo greco fu all’inizio del XX secolo quando l’autore tedesco E. Bethe, in un celebre articolo, propose la teoria che voleva i “costumi omosessuali” importati in terra ellenica dai conquistatori Dori, una stirpe di indoeuropei provenienti dal nord. Già nel 1948 però lo studioso francese Marrou si trovava in aperto dissenso, considerando invece la pederastia tradizione intimamente legata alla Grecia.

 

Si affermò allora che fosse invece una diretta sopravvivenza del medioevo ellenico di tipo feudale – l’epoca degli eroi omerici – la cui essenza sarebbe consistita nell’esser un cameratismo di tipo militare; l’omosessualità greca era difatti un tipo di amore guerriero, molto differente quindi da quella sacerdotale di tipo iniziatico che l’etnologia riconosce presente nelle culture dei popoli primitivi: la stretta amicizia tra maschi o amore virile e un fenomeno che si ripete costantemente in tutte le società guerriere, ove l’ambiente degli uomini è rinchiuso in se stesso.

 

Le origini dell’omosessualità pederastica greca vanno però cercate, secondo studi più recenti, ancora più indietro dell’epoca omerica; ossia nel passato più tribale della stessa società ellenica, ove l’organizzazione comunitaria era essenzialmente fondata sulla divisione per classi d’età. Il passaggio dell’individuo da un’età a quella immediatamente successiva doveva essere scandita da una serie di rituali accompagnati d celebrazioni rigorosamente codificate, un autentico rito di passaggio.

 

Il ragazzo apprende le virtù che avrebbero fatto di lui un uomo adulto durante un periodo di isolamento in cui avrebbe convissuto con un uomo, tramite la cui compagnia avrebbe conosciuto le regole della vita sociale: l’adulto sarebbe stato al tempo stesso maestro ed amante. Tali origini si rispecchiarono poi nei miti che narrano degli amori tra gli Déi e i giovani, tutte storie che avrebbero una comune struttura iniziatica.

 

Questo contesto, che pare essere stato ripreso perfettamente nella pederastia cretese faceva svolgere alla relazione omoerotica adulto-adolescente una funzione essenzialmente pedagogica, strumento capace di trasformare il ragazzo in uomo fatto: in tutta la Grecia tribale l’amore pederastico affonda le sue radici in questa ritualità: l’iniziando passa un determinato periodo di tempo lontano dalla comunità, tornando quindi allo stato di natura e deve attraversare una morte rituale per poter rinascere a vita rinnovata. Alla fine di questo tempo simbolico può tornare in seno al mondo dei vivi come membro effettivo dell’età superiore.

 

L’epoca minoica ci offre pertanto il modello più antico di pederastia codificata: come istituzione sociale formale la pederastia a Creta sembra quindi essersi inizialmente realizzata tramite un rito di iniziazione comprendente il ratto rituale detto “arpaghè”(-rapimento), che ci è stato tramandato dallo storico Eforo di Cuma. Dopo averne dato l’annuncio ed ottenuto la preventiva approvazione del padre, l’uomo procedeva al rapimento rituale del ragazzo prescelto.

 

L’uomo, che era il philetor o “amante”, selezionato in tal modo il giovane, coinvolgendo anche gli amici dell’adolescente per aiutarlo, conduceva l’oggetto del suo affetto in un andreion o “luogo riservato agli uomini”, generalmente un luogo appartato al di fuori della zona abitata, una grotta fatta predisporre in precedenza ad esempio. Incominciava così un periodo di apprendistato sotto la responsabilità dell’adulto, per un periodo predeterminato di tempo, nel corso del quale questi imparava a diventare un abile cacciatore ed un coraggioso combattente. Il giovane, così colmato di attenzioni poteva, sempre che avesse voluto, anche impegnarsi in attività sessuali di coppia.

 

Si considerava normale che il ragazzo si offrisse al suo maestro per desiderio e come segno di riconoscenza per gli sforzi che costui consacrava alla sua formazione. Al termine di questo periodo di apprendistato il ragazzo era ricondotto in città ove veniva pubblicamente celebrato il suo ritorno e quindi la sua “rinascita” all’interno della società, nella quale poteva ora assumere il ruolo che gli spettava di diritto, ossia quello di uomo e cittadino. Tre costosi doni rituali erano d’obbligo: un bue, che veniva sacrificato a Zeus, un’armatura ed una coppa, in riferimento all’agricoltura (arte civile), alla guerra (arte militare) e alla religione (arte spirituale). Adesso avrebbe pure potuto denunciare l’adulto e rompere le relazioni se costui lo aveva costretto.

 

Durante la grande festa di bentornato, assieme a tutti gli amici che lo avevano raggiunto, riceveva l’abbigliamento speciale che nella vita adulta lo designava come kleinos-famoso/rinomato; l’iniziato veniva chiamato parastatheis-colui che sta accanto, forse perché come accadde col bel Ganimede, rapito per divenir coppiere degli Déi, si veniva a trovare a lato del philetor durante i pasti servendolo con la coppa che gli era stata in precedenza donata.

 

In questa interpretazione la consuetudine formale riflette perfettamente il mito e il rituale che gli corrisponde. Tale iniziazione infine non riguardava (come rivela anche il costo notevole dei tre doni rituali) l’insieme dei cittadini, ma solo i membri dell’élite dominante: coloro che l’avevano portata correttamente a termine si vedevano riconoscere particolari segni di onore.

 

Il  mondo antico

 

Nell’antichità la pederastia era intesa come una forma istituzionalizzata di pedagogia atta ad insegnare dei forti valori etico-culturali necessari al futuro cittadino, nonché espressione erotico-amorosa entrata nella storia fin dal periodo più arcaico dell’Antica Grecia: qui il termine indicava l’attrazione o il rapporto fra un maschio adulto e un maschio adolescente, indicativamente dalla pubertà (12-13 anni) sino allo spuntare della prima barba (19-21 anni). Poiché l’antica Grecia sviluppò una serie di convenzioni sociali e addirittura di riti per regolare tale rapporto, lo si considera generalmente un fenomeno storico e sociale a sé.

 

I Greci

 

Mentre la maggior parte degli uomini greci era di fatto bisessuale, potendosi cioè tranquillamente impegnare in rapporti amorosi sia con le donne sia con gli adolescenti, erano conosciute già allora eccezioni a questa regola ufficiale, alcuni evitando i rapporti con le donne altri rifiutando quelli con i ragazzi.

 

Una forte ritualizzazione pederastica era presente a Creta ancor prima del suo avvento in Grecia, il che riflette la formalizzazione della pratica all’interno della Civiltà minoica già attorno al 1650 a.C

 

In accordo con quanto afferma Platone nel suo dialogo filosofico intitolato Fedro la pederastia era tra i Greci un rapporto sentimentale, uno strettissimo legame emotivo che poteva essere sia sessuale sia vissuto in castità (amore platonico) tra un ragazzo e un uomo adulto esterno al proprio gruppo familiare d’origine. Platone si dimostra critico nei confronti dei rapporti sessuali all’interno di una relazione pederastica, proponendo invece che l’amore degli uomini per i ragazzi eviti ogni espressione carnale per passare invece all’ammirazione reciproca delle specifiche virtù interiori (che portano poi all’amore per la virtù stessa nel suo senso più astratto e generale); mentre il mero atto sessuale con i ragazzi è stato spesso criticato e considerato troppo brutale e finanche vergognoso. Altri aspetti del rapporto sono stati invece considerati positivi, come indicato anche nel proverbio: “Un amante è il miglior amico che un ragazzo potrà mai avere”.

 

I Romani

 

Nell’Antica Roma le relazioni tra un uomo adulto e un maschio adolescente hanno preso una strada più informale e molto meno “socialmente ritualizzata” rispetto ai Greci, in quanto l’uomo poteva approfittare della posizione sociale dominante che aveva per richiedere favori sessuali a giovani suoi sottoposti inferiori nello status sociale d’appartenenza, o anche esercitando relazioni illecite (di prostituzione) con ragazzi nati liberi, cioè cittadini romani non schiavi.

 

Fin dai primi tempi della repubblica era perfettamente comune per un uomo poter desiderare un ragazzo; tuttavia, risultando illegale commettere l’atto della penetrazione su giovani nati liberi, i soli che erano legalmente autorizzati ad assumere il ruolo di partner sessuale passivo erano gli schiavi e gli ex-schiavi liberti, ma anche in questo caso solo con i loro padroni o ex-padroni. Per gli schiavi adolescenti e finanche bambini non vi era alcuna protezione legale, neppure in caso di palese violenza sessuale.

 

L’accettazione delle relazioni pederastiche ha subito alti e bassi anche notevoli nel corso dei secoli, Tacito ad esempio attacca i costumi greci fatti di “gymnasia et otia et turpes amores” (palestre, ozi e amori inconfessabili).

 

Per molti tra gli imperatori romani in ogni caso l’amore per i bei ragazzi fu sempre preferito a quello per le donne: Edward Gibbon nella sua ponderosa opera storica afferma che, dei primi quindici imperatori romani l’unico perfettamente eterosessuale (“il cui gusto in amore era del tutto corretto”) è stato Claudio, “l’unico a non avere mai avuto dei ragazzi come amanti”: Augusto era bisessuale, Tiberio pederasta, Caligola un omosessuale passivo, mentre Nerone si era voluto sposare con due uomini di cui uno, Sporo, era eunuco. L’imperatore Adriano conobbe Antinoo quando questi non aveva ancora compiuto 15 anni, e vissero un’intensa e appassionata relazione pederastica fino a quando il giovane oramai diciannovenne non annegò incidentalmente nel Nilo.

 

Il poeta Marco Valerio Marziale racconta che, dopo essere stato scoperto dalla moglie “all’interno di un ragazzo”, ella gli offrì “la stessa cosa”: lui rispose elencando tutta una serie di personaggi mitologici i quali nonostante il fatto si fossero sposati con una donna, hanno sempre continuato ad avere anche giovani amanti di sesso maschile.

 

 

I Celti e i Persiani

 

La pederastia nei tempi antichi non era un dominio esclusivo di Greci e Romani: relazioni di tipo erotico pederastico sono state individuate anche tra altri popoli antichi, come gli abitanti dellaTracia e i Celti; secondo Plutarco e Sesto Empirico nell’Impero persiano la pratica era raccomandata nonché da lungo tempo messa in atto.

 

Ateneo di Naucrati nel Deipnosophists (XIII, 603a) afferma che il popolo dei Celti, nonostante l’estrema bellezza delle loro donne, preferiscano di gran lunga i ragazzi: alcuni dormivano regolarmente sulle loro pelli di animali con un amante adolescente alla loro destra ed un altro sul lato sinistro.. anche se alcuni lo interpretano invece con “avevano un bel ragazzo da un lato e una donna dall’altro” (Hubbard, 2003, pag 79). Anche altri autori attestano la pederastia celtica, tra cui Aristotele (Politica, II 6,6), Strabone (IV, 4, 6) e Diodoro Siculo (V, 32).

 

L’origine della pederastia tra i Persiani è stata oggetto di dibattito fin dai tempi antichi ed Erodoto afferma ch’essi l’hanno imparata dai Greci; Plutarco tuttavia afferma d’altro canto che i persiani utilizzavano ragazzi resi eunuchi per farne loro amanti ben prima dell’effettivo contatto reciproco tra le due culture.

 

Gli oracoli sibillini dicono che soltanto gli ebrei fossero liberi da una tale impurità: “Gli Ebrei sono consapevoli del sacro vincolo matrimoniale, non s’impegnano in empi rapporti coi loro figli maschi, così come fanno invece i Fenici, gli Egizi e i Romani, i Greci, i Persiani e i Galati, che trasgrediscono la legge santa del Dio immortale”.

 

 

Epoca post-classica e moderna

 

Europa cristiana e medioevale

 

 

Con l’avvento del cristianesimo si inizia a condannare fermamente ogni rapporto sessuale considerato illecito:adulterio e fornicazione, onanismo, prostituzione e sempre più si viene ad assimilare la pederastia con la sodomia e l’omosessualità fino a renderli sinonimi: confusione terminologica questa che si trascinerà nel tempo fin quasi ai giorni nostri.

 

Clemente Alessandrino fu uno dei primi e più autorevoli tra i Padri della Chiesa ad utilizzare la pederastia divina presente nei miti fondativi della religione dell’antica Grecia come atto d’accusa contro l’intero paganesimo, essa dimostrerebbe difatti l’intima perversione connaturata a quella cultura: “I vostri Dèi non si astengono neppure dall’amare i ragazzi. UnoIla, un altro Giacino, un altro ancora Pelope e Ganimede… Questi sono gli Dèi che le vostre mogli vengono ad adorare al tempio!”.

 

L’imperatore cristiano Teodosio I nel 390d.C. prescrive che i colpevoli d’un tal abominevole misfatto e crimine contro Dio vengano bruciati vivi sul rogo. La pratica pederastica ha tuttavia continuato ad essere eseguita, seppure non più alla luce del sole bensì di nascosto, dando luogo durante il Medioevo a motti e proverbi come: “con una buona scorta di vino e dei bei ragazzi attorno, i frati in convento non han bisogno d’altro per difendersi dalle tentazioni del demonio”.

 

Il codice legale del re visigoto Chindasvindo (650 circa) prevede per entrambi i partner scoperti in quest’atto criminoso l’immediata evirazione e di seguito la consegna al vescovo della diocesi in cui è stato commesso il fatto per la loro incarcerazione ed isolamento stretto.

 

Medio oriente ed Asia centrale

 

Per tutto il Medioevo all’interno della civiltà islamica le relazioni pederastiche “erano così prontamente accolte e praticate dalle classi superiori della società che si faceva pochissimo o nessuno sforzo nel tentativo di tenerne celata l’esistenza”.

 

Nel mondo arabo pre-moderno c’è stata una “diffusa convinzione che i giovani imberbi possedessero doti innate di tentatori degli uomini adulti nel loro complesso, non solo per una piccola minoranza di devianti”. In tutta l’Asia centrale è stata a lungo diffusa, rimanendo anche ai giorni d’oggi una parte della cultura sociale (in Afghanistan ad esempio con la pratica detta Bacha Bazi-giocare coi ragazzini), come dimostra il proverbio che dice: “Le donne per la procreazione, i ragazzi per il piacere, ma i meloni per il puro piacere”. Durante l’Impero ottomano danzatori adolescenti solitamente travestiti in abiti femminili allietavano le corti dei principi: erano chiamati Köçek.

 

Nella Persia islamica l’arte e la letteratura hanno fatto uso frequente del tòpos amoroso pederastico: dipinti e disegni di vari artisti, tra cui Reza Abbasi (1565-1635) celebra la bellezza dei ragazzi assieme alla bontà del vino.

 

Alcuni viaggiatori occidentali riferiscono che alla corte di Abbas, tra il 1627-29 sono stati testimoni di pratiche erotiche pederastiche da parte dei nobili nei confronti di molti ragazzini; esistevano poi case di tolleranza in cui si esercitava la prostituzione maschile chiamate “case dell’imberbe”, le quali erano legittimamente riconosciute e regolarmente pagavano le tasse dovute al governo.

 

Un soldato ottomano, tal Osman Agha, cadde prigioniero degli austriaci nel 1688; scrisse nelle sue memorie che una notte un ragazzo austriaco gli si avvicinò furtivamente proponendogli un rapporto sessuale e dicendogli: “Io lo so che tutti i turchi sono pederasti”.

 

Nel 1770 il poeta Âşık Sadık ha scritto in un discorso da rivolgere al sovrano: “sappi, mio re, che i tuoi soldati sono sodomiti”.

 

Cina

 

L’interesse sessuale maschile nei confronti dei ragazzi si riflette in Cina soprattutto nell’ambito della prostituzione, con i giovani prostituti che chiedevano ed ottenevano prezzi generalmente più alti delle loro controparti femminili: all’inizio del XX sec a Tientsin erano attestati almeno 35 bordelli maschili in cui lavoravano circa 800 adolescenti e gli uomini europei venivano sempre molto ben accolti.

 

Giappone

 

In tutto il Giappone pre-moderno la pederastia è stata regolarizzata in modi del tutto simili a quelli originari antico-classico, attraverso la pratica dello Shudo (rapporto d’amore tra maestro ed allievo nel mondo dei samurai e delle arti marziali).

 

La pratica dello Shudo (letteralmente “la via dei giovani”) offre un parallelo di molto simile a quello pederastico europeo: inizialmente riservato alla comunità religiosa shintoista e buddhista, dopo il periodo medioevale crebbe sempre più permeando l’intera società. È caduto in disuso verso la fine del XIX sec in concomitanza con la sempre più crescente influenza europea.

 

Il suo leggendario iniziatore è Kūkai, fondatore della scuola del Buddhismo Shingon, che si dice abbia portato per la prima volta in Giappone dal continente assieme alle dottrine del Buddha anche l’amore per i ragazzi: i monaci stipulano spesso relazioni amorose con bei ragazzi, registrate poi in opere letterarie conosciute come Chigo monogatari.

 

 

Corea

 

Una delle prime menzioni conosciute di attrazione maschile nei confronti dei ragazzi riguarda Re Gongmin (1330-1374) il quale divenne famoso per la facilità con cui s’innamorava dei giovani maschi: dopo la morte della moglie avvenuta nel 1365 trascorse gli anni di vita che gli rimanevano praticando con fervore il Buddhismo e nelle relazioni amorose-sentimentali coi ragazzini.

 

Paul Michaut, un medico francese, scrive nel 1893 che la Corea dov’è da poco giunto è un paese dove “la pederastia è generalizzata, fa parte dei costumi. Viene praticata pubblicamente, per la strada, senza la benché minima riprovazione”.

 

 

America del Nord

 

In una relazione occidentale riguardante le tribù Koniagas e Thinkleets dell’isola Kodiak leggiamo che “la più ripugnante di tutte le loro pratiche è quella del concubinato maschile. La madre selezionerà il più bello e disposto caratterialmente tra i suoi figli e comincerà a vestirlo ed allevarlo come fosse una ragazza, insegnandogli solo i doveri domestici e tenendolo costantemente in compagnia delle sole donne, al fine di rendere la sua effeminatezza completa.”

 

Poi continua “giunto all’età della pubertà, tra i 10 e i 15 anni verrà fatto sposare con un uomo ricco, il quale terrà il suo nuovo compagno in gran conto e come onorevole conquista. Questi concubini maschi sono chiamati Achnutschik o Schopans. Lo stesso accade nelle isole Aleutine dove i concubini maschi hanno sempre la barba accuratamente rasata ed il viso è tatuato/truccato come quello delle donne. In California i primi missionari ivi giunti hanno trovato la stessa pratica e gli adolescenti interessato vengono qui chiamati Joya”.

 

America centro-meridionale

 

Per la cultura tradizionale dei Maya l’introduzione della pederastia viene attribuita al dio Chin; era costume non così raro che un uomo cercasse di procurarsi un amante maschio più giovane del proprio figlio quando questi cresciuto lasciava la casa paterna. Il frate domenicano europeo Juan de Torquemada afferma, nelle sue disposizioni inquisitorie che “se il ragazzo più giovane è stato sedotto da uno sconosciuto, la pena da comminare dev’essere equivalente a quella per l’adulterio”; mentre il conquistador Bernal Díaz del Castillo afferma d’aver veduto all’interno dei templi di Capo Catoche in Yucatán statue raffiguranti giovani coppie maschili impegnate in vistosi atti sessuali.

 

Rinascimento

 

Il Rinascimento fu un periodo che vide in tutta Europa una riscoperta o rinnovato interesse per la filosofia e l’arte del periodo classico; ma contemporaneamente ha visto anche accentuarsi in maniera esponenziale la persecuzione delle espressioni omosessuali e d’attrazione pederastica da parte del potere temporale della Chiesa cattolica, espresso in questo caso dal sistema giudiziario dell’Inquisizione. Ma anche in quest’epoca nella cultura, nell’arte e nella letteratura “l’oggetto più convenzionale di desiderio omoerotico era il giovane adolescente, di solito immaginato come imberbe. A Firenze gli atti di sodomia praticati nei confronti di tali giovani modelli erano noti come il «vizio fiorentino». Ad esempio Leonardo da Vinci fu accusato di aver sodomizzato uno di questi ragazzi, di nome Jacopo, e sebbene l’accusa non poté essere provata, essa aveva una certa credibilità.

 

Impero russo

 

La Russia medioevale era nota per la sua tolleranza benevola nei confronti dell’omosessualità e della sua capillare diffusione all’interno della società, e anche la pederastia era molto comune: il giovane imberbe era veduto come valida alternativa alle donne e il tagliarsi la barba era inteso per gli uomini come richiesta esplicita ad intraprendere una relazione.

 

I banyas, tradizionali case da bagno-saune, in particolare, erano i luoghi preferiti in cui gli uomini andavano per avere un rapporto sessuale con i ragazzi adolescenti, soprattutto con quelli che lavoravano al loro interno come inservienti.

 

Età contemporanea

 

Pur rimanendo per lo più nascosto, l’eros pederastico occidentale ha però rivelato la propria presenza in molte testimonianze dell’epoca: i documenti legali sono quelli più indicativi per aprire una finestra in questo mondo segreto, dal momento che i rapporti pederastici così come tutte le altre forme di relazioni omosessuali erano illegali. L’espressione del desiderio, nella letteratura così come nell’arte, seppur in una maniera alquanto codificata, poteva anche permettersi d’esprimere vagamente gli interessi pederastici dell’autore.

 

Inghilterra e mondo anglosassone

 

In Inghilterra nei collegi pubblici, in un ambiente spesso molto omosociale, poteva venire anche incoraggiata un’atmosfera di omoerotismo tra gli studenti, grazie anche alla focalizzazione data agli studi classici e sopra gli autori antichi in generale.

 

Lungo tutto il corso del XIX secolo vi furono alcuni scandali eclatanti intorno a rapporti di natura sessuale tra insegnanti e allievi adolescenti: William Johnson Cory, educatore e poeta rinomato all’università di Eton fu costretto all’età di 50 anni alle dimissioni forzate nel 1872 per una serie di lettere un po’ troppo indiscrete spedite ad uno dei suoi alunni. La sua opera poetica intitolata Ionica sviluppa uno stile di pedagogia pederastica che fece scalpore quando apparve ad Oxford nel 1859[74]. Oscar Browning, un altro insegnante di Eton ed ex-allievo di Core, seguì le orme del proprio tutore solo per esser parimenti espulso dall’istituzione nel 1875.

 

Entrambi sono stati considerati da Walter Pater della massima importanza per lo sviluppo della sua estetica; lo stesso Pater promuove la pederastia come la più vera ed autentica espressione della cultura classica.

 

Sempre in Inghilterra la pederastia era inoltre anche un tema d’ispirazione per diversi autori conosciuti col nome di poeti uraniani: alcuni dei suoi rappresentanti, il già citato Pater nonché Gerard Manley Hopkins e soprattutto Oscar Wilde risultano essere figure di primissimo piano. Hopkins e Wilde sono stati entrambi profondamente influenzati dal lavoro di Pater[76] ed entrambi disseminano di omoerotismo pederastico molte delle loro opere. Hopkins soprattutto in quanto discepolo di Pater è considerato “l’unificatore più importante durante l’età vittoriana di eros, pedagogia ed estetica”.

 

Un altro importante scrittore pederasta dell’epoca fu John Addington Symonds, i cui saggi sono state le prime autodifese mai scritte dell’omosessualità in lingua inglese.

 

Mentre il cofondatore del comunismo Friedrich Engels nel suo libro del 1884 intitolato L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato denuncia l’antichità greca a causa dell’estrema sgradevolezza provocata dal loro amore per i ragazzi, solo qualche anno prima (nel 1878) il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, appassionato classicista, nella sua opera Umano, troppo umano aveva invece trovato parole molto più benevole e di vicinanza spirituale nei confronti della pederastia, giungendo alla conclusione che: i giovani non sono mai stati trattati con più attenzione e amorevolezza come nei secoli VI e V a.C.”

 

XX secolo: reazione e ridimensionamento

 

Alcuni autori nord-europei attribuivano innate tendenze pederastiche alle popolazioni meridionali del continente (italiani, spagnoli, greci): uno dei suoi maggiori teorizzatori fu Richard Francis Burton. Allo stesso modo Wilhelm Kroll nel 1906 afferma che “le radici della pederastia si trovano prima di tutto in un sentimento sessuale contrario alla norma, che è molto più frequente nelle regioni meridionali piuttosto che in paesi con climi più rigidi”.

 

A partire dalla fine dell’Ottocento si è visto un progressivo aumento d’intolleranza sociale nei riguardi della pederastia: uno dei più grandi scandali a sfondo pederastico scoppiati in questo periodo, dopo il processo per sodomia nei riguardi di Oscar Wilde avvenuto nel 1895 (e considerato caso di pederastia), è stato quello che ha coinvolto l’industriale tedesco dell’acciaio Friedrich Alfred Krupp tanto da spingerlo al suicidio nel 1902. Era stato arrestato dalla polizia italiana mentre si trovava in vacanza a Capri, dove godeva della compagnia di una quarantina di ragazzini dell’isola.

 

Engels,come detto, stretto collaboratore di Karl Marx denunciava senza alcuna scusante gli antichi per la loro “l’abominevole pratica sodomitica, degradando i loro stessi Dèi e se stessi col mito di Ganimede”. Tale conflitto polemico-ideologico coinvolse anche il movimento giovanile “Wandervogel” fondato nel 1896, lo stesso anno in cui la rivista Der Eigene andava in stampa per la prima volta.

 

Pubblicato da Adolf Brand questo periodico uscì ininterrottamente fino al 1931; si occupava di sostenere il ritorno alla pederastia classica come cura per la fiacchezza morale che sembrava oramai aver travolto l’intera gioventù tedesca. Influenzato da Gustav Wyneken anche l’associazione Wandervogel era di propensione piuttosto aperta nei riguardi delle tendenze omoerotiche, anche se indicativamente consigliava che questo tipo di affetto non dovesse arrivare ad esprimersi in maniera esplicitamente sessuale: l’accusa pubblica riguardava il fatto che il movimento alienasse i giovani uomini dalla compagnia delle donne

 

Fino al 1970 le scuole pubbliche britanniche erano veri e propri conventi murati all’interno dei quali venivano educati ragazzi adolescenti, con una forte concentrazione ed interesse rivolta ai classici greci e latini ed hanno continuato ad essere “focolai di pederastia” per tutta la prima metà del XX sec. C. S. Lewis, collega di J. R. R. Tolkien e come lui autore di saghe fantasy, quando parla della sua vita al Malvern college riconosce che “la pederastia era l’unico contrappeso alle imposizioni e obblighi sociali, autentiche oasi di refrigerio in mezzo al deserto di bruciante ambizione competitiva che permea la società contemporanea”.

 

Almeno fino agli inizi del XX sec l’amore per i ragazzi (pederastia) e l’amore per gli uomini (omosessualtà) hanno proceduto spesso di pari passo; fino alla seconda metà del Novecento riviste erotiche a destinazione gay offrivano volentieri immagini di giovani e ragazzi. Uno dei primi precursori riconosciuti delle prime battaglie e rivendicazioni per il riconoscimento dell’omosessualità all’interno della società è stato il pederasta André Gide.

 

Poco per volta però il movimento di liberazione omosessuale si verrà sempre più a distinguere dalla pederastia; difatti argomento principale per il riconoscimento ad esempio delle unioni gay è il libero arbitrio costitutivo di ognuno dei partner e quindi il diritto alla non ingerenza da parte della società nella sfera privata di due adulti; mentre gli adolescenti vengono raramente considerati come adatti per intrattenere un rapporto egualitario con un adulto.

 

 

Interpretazioni moderne

 

Con la scomparsa di referenti socioculturali, leggi e costumi codificati che erano in grado di farne una modalità relazionale regolata, la pederastia ha assunto oggi una dimensione per lo più irregolare, potendo così dar luogo anche ad abusi, ad esempio in ambito familiare ed istituzionale come quello scolastico ed educativo in genere, ma anche religioso.

 

La censura a lungo applicata a tutto l’amore omosessuale, la stessa storia caotica e confusa della parola pederastia, la dimensione sempre più clandestina assunta dalle relazioni sentimentali e sessuali tra adulti e adolescenti ne fanno un argomento ancora molto poco conosciuto e mal definito, anche se non ha mai cessato di esistere.

 

Aspetti normativi in materia di pederastia

 

Lo status giuridico della pederastia nella maggior parte delle nazioni del mondo è determinato dal fatto o meno che il ragazzo abbia raggiunto l’età del consenso in quel paese, ossia la libera autonomia nella scelta del partner sessuale. Attualmente in Italia, l’età minima del consenso è posta a 14 anni, a 13 solo nel caso i partner non abbiano una differenza d’età maggiore di tre anni (quindi, nel caso in cui entrambe siano minorenni e in cui il tredicenne compia quattordici anni prima che il più grande ne compia diciassette).

 

Secondo le disposizioni di legge vigenti, intrattenere un qualche rapporto di natura intima con un minore di 14 anni da parte di un adulto è sempre e comunque illegale (il fatto rientra pertanto nei casi di “atti sessuali con minorenni” e costituisce reato ai sensi dell’articolo 609-quater c.p.): In Italia, l’età del consenso è genericamente fissata all’età di 14 anni, senza alcun riferimento al genere dei soggetti (ciò contempla, quindi, sia atti di natura eterosessuale, sia omosessuale).

 

Il consenso è considerato valido a 16 anni quando si tratta del genitore adottivo, o il di lui convivente, il tutore che conviva con il minore, o che gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia: con un’eccezione significativa riguardante la “persona d’autorità”, se l’adulto ha cioè un qualche potere sopra il ragazzo (con “abuso di potere relativo alla propria posizione”), ad esempio sia un insegnante od un parente, nel qual caso l’asticella dell’autonomo e libero consenso viene innalzata fino alla maggiore età, 18 anni: il consenso del minore non si considera nel tal caso ancora validamente prestato.

 

Sono infine considerati aggravanti i rapporti sessuali compiuti con minori di 10 anni, e in questo caso sono sempre perseguibili d’ufficio.

 

La legge che regola l’età del consenso può variare, anche notevolmente, da paese a paese, dai 12 anni della Bolivia ai 13 del Giappone, ai 14 per quanto riguarda i rapporti omosessuali in Italia, ai 16 negli Stati Uniti e fino alla proibizione categorica d’intrattenere rapporti sessuali di qualsiasi tipo prima del legittimo matrimonio nei paesi islamici più tradizionalisti.

 

Differenza tra le disposizioni legali in Italia e USA

 

Ad accrescere la confusione contribuisce il fatto che negli Usa, dove l’età del consenso in diversi Stati è assai più alta che in Italia (16 o 18 anni), è invalso l’uso (apologetico) di distinguere le pratiche sessuali illegali con giovani adulti anche se consenzienti. “Pedofilia” indica l’attrazione erotica verso minorenni impuberi mentre “pederastia” indica la pratica erotica con minorenni puberi. Per esempio sarebbe “pederastico” il rapporto con persona di 17 anni in uno Stato in cui l’età del consenso è di 18 anni.

 

In Italia si aggiunge la possibilità di distinguere il rapporto pederastico vero e proprio dalla sola e semplice attrazione di un adulto verso un ragazzo o ragazza pubere. Per descrivere la sola attrazione di persone adulte verso persone puberi ma ancora non maggiorenni è utilizzato, anche se in disuso, il termine “efebofilia”. Al contrario “pederastia” è usato per indicare specificatamente il rapporto sessuale tra i due.

 

È da far notare che gli Usa inoltre hanno a lungo discriminato fra rapporti sessuali eterosessuali e omosessuali, relegando il fenomeno della pedofilia alla sola sfera omosessuale (e giustificando le leggi antiomosessuali col bisogno di proteggere i minorenni dai “pederasti”).

 

In Italia invece, l’età del consenso (di norma 14 anni, ma può salire a 16 o addirittura a 18, oppure scendere a 13 nei casi sopra indicati) non s’identifica con la maggiore età (18 anni); essa inoltre è identica sia per i maschi sia per le femmine e, soprattutto, sia per i rapporti eterosessuali che per quelli omosessuali.

 

Letteratura

 

La storia artistica e letteraria in genere della pederastia è particolarmente ricca, a lungo confusa o resa sinonimo di quella omosessuale in genere, tanto che un certo numero di simboli, figure e icone pederastiche sono oramai divenute parte integrante della cultura gay.

 

Molti artisti come Luciano di Samosata, Benvenuto Cellini, Michelangelo Buonarroti, Caravaggio, Leonardo da Vinci, Paul Verlaine, André Gide, Walt Whitman, Konstantinos Kavafis, Thomas Mann, Henry de Montherlant, Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini tra gli altri sono stati ispirati in diversa e varia misura dalla loro intensa attrazione pederastica.

 

Lirica greca

Albio Tibullo: Poesie

Gaio Valerio Catullo: Liber

Marco Valerio Marziale: Epigrammi

Petronio Arbitro: Satyricon

William Shakespeare: Sonetti

Ihara Saikaku: Nanshoku ōkagami (Il grande specchio dell’omosessualità maschile)

Antonio Rocco: L’Alcibiade fanciullo a scola

 

Il primo autorevole studio scritto nel mondo moderno occidentale in cui si tratta esplicitamente di amore pederastico è il Saggio sulla pederastia del 1785 di Jeremy Bentham, filosofo utilitarista e riformatore del diritto inglese. Dopo la morte del suo autore, avvenuta nel 1832, il manoscritto venne conservato all’University College di Londra, assieme ad una vasta collezione di altre carte inedite.

 

Precede quindi cronologicamente il secondo testo che si conosca in cui si parla di pederastia, il Discorso sui costumi degli antichi Greci confrontati col tema dell’amore scritto nel 1818 (ma pubblicato solo nel 1931) dal poeta inglese Percy Bysshe Shelley.

 

Il terzo in ordine di tempo è L’Etica Greca scritta nel 1873 da John Addington Symonds.

 

Il quarto è l’introduzione alla traduzione de Le mille e una notte di Richard Burton nel 1886.

 

Walt Whitman: Foglie d’erba

André Gide: L’immoralista

– Thomas Mann: La morte a Venezia

Umberto Saba: Ernesto

André Gide: Corydon

Konstantinos Kavafis: Poesie

André Gide: Se il seme non muore

Sandro Penna: Poesie

Pier Paolo Pasolini: Amado mio

– Roger Peyrefitte. Le amicizie particolari

Jean-Paul Sartre: La nausea

– Gabriel Pomerand: Considerazioni obiettive sulla pederastia

Marguerite Yourcenar: Memorie di Adriano

Yukio Mishima: Colori proibiti

William S. Burroughs: Il pasto nudo

Pier Paolo Pasolini: Ragazzi di vita

Pier Paolo Pasolini: Una vita violenta

Tony Duvert: Diario di un innocente

Mary Renault: Il ragazzo persiano

Michel Tournier: Il re degli ontani

Gabriel Matzneff: I minori di sedici anni

Tony Duvert: Quando morì Jonathan

Dominique Fernandez: Il ratto di Ganimede

– Michel Braudeau: Il libro di Giovanni

Alessandro Golinelli: Angeli (romanzo)

 

Filmografia

 

Molte opere cinematografiche hanno trattato il tema dei rapporti pederastici, sia erotico-romantici sia implicanti violenza, tra due persone dello stesso sesso ma separate da una differenza d’età:

 

Le amicizie particolari di Jean Delannoy (1964), tratto dal romanzo omonimo dello scrittore francese Roger Peyrefitte

Se… (1968)

Fellini Satyricon (1969) di Federico Fellini, tratto dall’omonima opera Satyricon dell’autore latino Petronio Arbitro

Gli amici (1971) di Gérard Blain

Morte a Venezia (1971) di Luchino Visconti, tratto dal romanzo breve La morte a Venezia del 1911 dello scrittore tedesco Thomas Mann

Il fiore delle Mille e una notte (1974) di Pier Paolo Pasolini, tratto da uno dei racconti de Le mille e una notte.

Ernesto (1979) di Salvatore Samperi, tratto dal romanzo in parte autobiografico di Umberto Saba

Donna Herlinda e suo figlio (1985)

Gli occhiali d’oro (1987), tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani

Il sapore del grano (1991)

Vor een verloren soldaat (1992)

Smukke dreng (Pretty Boy, 1993)

Pasolini, un delitto italiano (1995) di Marco Tullio Giordana, narra delle indagini successive all’omicidio di Pier Paolo Pasolini di cui fu accusato un diciassettenne.

Poeti dall’inferno (1995)

Nerolio (1996)

Sleepers (1996)

Pianese Nunzio, 14 anni a maggio (1996)

The Ogre (1996), tratto dal romanzo Il re degli ontani di Michel Tournier

FestenFesta in famiglia (1998)

Happiness – Felicità (1998)

Tabù – Gohatto (1999)

La vergine dei sicari (2000), tratto dall’omonimo romanzo di Fernando Vallejo

Angeli ribelli (2001)

L.I.E. (2001)

Ken Park (2003)

Un mondo d’amore (film) (2003) di Aurelio Grimaldi, narra la vicenda occorsa al giovane maestro di scuola media Pier Paolo Pasolini accusato di “corruzione di minorenni”

Alexander (2004) di Oliver Stone, descrive ampiamente il rapporto pederastico esistente tra Alessandro Magno e Bagoas, il ragazzo persiano eunuco.

La mala educación (2004) di Pedro Almodóvar

C.R.A.Z.Y. (2005) di Jean-Marc Vallée

The History Boys (2006)

Ang pagdadalaga ni Maximo Oliveros (2007)

A Single Man (film) (2010), tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood

 

 

 

PEDERASTIA ALBANESE

 

 

La pederastia albanese era una consuetudine segnalata da numerosi viaggiatori occidentali nel XIX secolo tra i quali Edvard Westermarck, John Cam Hobhouse, il quale nel suo diario di viaggio, segnala che la pederastia era “apertamente praticata,” e Johann Georg von Hahn, noto anche come “il padre degli studi albanesi”.Secondo tali segnalazioni era comunemente e socialmente accettato che i giovani tra i sedici ed i ventiquattro anni corteggiassero ragazzi dai dodici ai diciassette anni.

 

In letteratura, l’amante più anziano è chiamato ashik (dalla parola araba ishq, “amore appassionato”) e l’amato, dyllber (dal turco dilber, “bello”). Un ghego si sposava all’età di 24 o 25 anni, e poi solitamente, ma non sempre, rinunciava all’amore con i ragazzi.

La pratica fu limitata con l’avvento del comunismo nel 1944.

 

 

Aspetti delle relazioni

 

Benché i rapporti omosessuali fossero diffusi prevalentemente fra i musulmani, sono stati segnalati anche tra i cristiani, per i quali esisteva anche una cerimonia speciale eseguita da un prete in chiesa per sigillare l’unione, chiamata vellameria (dall’albanese vella, “fratello” e marr, “per accettare”). La gelosia era un fenomeno frequente, e a volte gli uomini arrivavano a commettere omicidio a causa di un ragazzo.

 

Secondo Naecke: “gli albanesi del nord hanno un amore del tutto entusiasta ad intrattenersi con bei giovani. La loro passione e la loro gelosia è così forte che ancora oggi a volte si verificano casi di suicidio… Inoltre, è ben vero che quando si svolgono le unione-fratellanza esse vengono benedetti dai sacerdoti – i due partner che condividono l’Eucaristia subito dopo”.

 

I viaggiatori che visitarono il paese, tra i quali il generale e storico francese Frédéric François Guillaume (barone de Vaudoncourt) e Lord Byron parlano anche dell’interesse di Ali Pasha per questo tipo di amore, descrivendo il suo serraglio di bei giovani, da cui trasse non solo i suoi amanti, ma anche i suoi collaboratori più fidati, come il greco Athanasi Vaya, che divenne il suo braccio destro nonché un generale.

 

 

Riferimenti poetici e letterari

 

Alcuni osservatori occidentali segnalarono la pratica con una luce negativa. François Pouqueville, il console generale di Napoleone in Albania tra il 1805 e il 1815, accusa gli albanesi di essere “non meno dissoluti a questo proposito che gli altri abitanti della Grecia moderna, senza avere alcun apparente idea dell’enormità del crimine”.

 

Altri invece la presentano come sorprendentemente positiva, soprattutto alla luce dei valori culturali del pubblico colto europeo del periodo, ai quali era destinata la pubblicazione.

 

Hahn documenta un certo numero di poesie omosessuale in Ghego, come ad esempio

 

S’gjen ndonji zok qi kendon,

Te gjithe jane e po qajne.

I mjeri ashik sa fort po duron,

Prej dyllberit po e dajne.

 

Dilli, qi len ne mengjes

Si ti, o djal, kur me zallandise

Kur me kthen syt’ e zes’

Shpirt ment prej kres’ mi gremise.

 

 

Non troverete nessun uccello che canta,

Tutti loro siederanno e piangeranno soltanto.

Il povero amante, quanto fortemente resiste,

[Perché] lo separano dal suo amato.

 

Il sole, quando sorge al mattino,

È come te, ragazzo, quando sei vicino a me.

Quando il tuo scuro occhio si posa su di me,

 

Fa uscire la ragione dalla mia testa.

— Neçín di Përmet, figlio di Ali Pasha Frakulli, metà del XIX secolo

 

 

Pashalik di Ioannina

 

Secondo gli storici l’harem del leader musulmano albanese Alì Pascià di Tepeleni (durante il dominio ottomano), era composto da alcune centinaia di ragazze giovani e di bei ragazzi. Una canzone popolare locale sud-albanese recita:

 

Originale                                      Traduzione in italiano

C’e pandeh, o, Ali Pasha?            Cosa pensi, o Ali Pasha?

Mos jemi çupa nga Narta            Non siamo le ragazze venute da Arta

edhe djemi nga Gjirokastra        e i ragazzi venuti da Argirocastro

të loç ti me ‘ta nga nata              come quelli con cui giochi di notte

 

 

 

PEDERSTIA GRECA

 

Con la denominazione di pederastia greca si viene ad indicare quel peculiare fenomeno consistente nella relazione altamente ritualizzata e socialmente codificata fra due maschi di età differente; poteva trattarsi di un rapporto anche erotico – pubblicamente riconosciuto ed accettato – tra un uomo adulto detto erastes-amante ed un ragazzo più giovane chiamato eromenos-amato, solitamente nell’età della prima adolescenza: è stato un costume caratteristico dell’antica Grecia sia durante il suo periodo più arcaico sia nell’età classica.

 

Alcuni studiosi hanno individuato la sua origine nel rito di iniziazione – a cui si riferirebbero anche molte storie pederastiche presenti nella mitologia greca – ed in particolare nel rito di passaggio caratteristico della pederastia cretese, quella vigente all’interno della strutturazione sociale della civiltà minoica e dove era associata con l’ingresso nella vita militare (il mondo degli uomini) e al culto religioso nei confronti della divinità celeste: lo Zeus che la stessa tradizione greca voleva fosse stato allevato proprio sul Monte Ida nell’isola di Creta.

 

Il costume sociale conosciuto sotto la definizione di “paiderastia”, parola derivante dalla lingua greca antica παιδ-paid (ragazzo) ed ἐραστής-erastés (amante), venne nel corso del tempo altamente idealizzato, seppur in certe occasioni non mancò d’esser criticato in maniera decisa sia nella letteratura greca sia nell’ambito della filosofia greca da alcuni commentatori, anche molto autorevoli, del tempo.

 

Non sembra abbia invece avuto esistenza formale durante la civiltà micenea, almeno sulla base della testimonianza lasciataci da Omero, tranne forse che per gli sparuti accenni riferentesi allo strettissimo legame di amicizia romantica esistente tra l’eroe degli Achei Achille e il suo caro amico Patroclo nel poema epico Iliade (dove però è bene ricordare che non compare nessun riferimento ad alcun tipo di relazione carnale tra i due, mentre nel Libro IX, “L’Ambasceria ad Achille”, versi 662-668, Omero ce li mostra entrambi dormire nella stessa tenda, ma in compagnia di concubine di sesso femminile: Diomeda “guancia bella”, figlia di Fòrbante, rapita dallo stesso Achille dall’isola di Lesbo dopo la presa della sua roccaforte, ed Ifi “bella cintura”, che lo stesso eroe semidivino rapì dopo la presa di Sciro, facendone dono all’amico Patroclo. Va inoltre ricordato che nello stesso libro, il IX, vv 128 e seguenti, Agamennone cerca di ingraziarsi l’eroe semidivino, al fine di assicurarsi nuovamente le sue prestazioni sul campo di battaglia, con svariate offerte, tra cui non mancano alcune schiave, “le più belle” tra tutte quelle catturate in seguito alla presa di Lesbo già ricordata in precedenza, mentre nell’offerta non risultano presenti schiavi di sesso maschile da far dono all’eroe: “[…] E gli darò sette donne, che sanno lavori perfetti, lesbie, quelle che quando egli prese Lesbo ben costruita scelsi per me, vincevano tutte le donne in bellezza”. Il discorso prosegue poi ai vv 139 e seguenti con la promessa di fargli dono delle più belle schiave scelte tra le donne di Troia, una volta riusciti nell’impresa di espugnare la città di Priamo “[…] e si scelga lui stesso venti donne troiane, che siano le più belle dopo Elena argiva.” Sempre Agamennone è pronto a legarsi con un vincolo di parentela allo stesso Achille concedendogli di sposare successivamente una delle sue tre figlie femmine, come risulta nello stesso libro, il IX, ai vv 141 e quelli successivi “Che se giungiamo ad Argo d’Acaia, mammella di campi, egli sarà mio genero; l’onorerò come Oreste, il beniamino mio, che cresce fra grande ricchezza; ho tre figliole nella mia casa ben costruita, Crisòtemi, Laodice, Ifiànassa, quella che preferisce, la porti via senza doni […]” [trad. Rosa Calzecchi Onesti]) e all’episodio riguardante Telemaco che viene invitato a dormire sullo stesso letto fianco a fianco di Pisistrato, il figlio del re di Pilo Nestore (nonché l’unico non ancora sposato); ciò accade per ben due volte, all’inizio dell’Odissea.

 

Nell’antica Grecia s’ipotizza possa essersi sviluppata nel tardo VII secolo a.C. come uno degli aspetti preminenti della cultura Greca, così potentemente intrisa di omosocialità ed omoerotismo, ampliata inoltre da altre pratiche quali la nudità nello sport e la rappresentazione della nudità in ambito artistico col nudo eroico; ma anche dalla tradizione del simposio, dall’età relativamente tarda – verso i trent’anni – in cui la classe dell’aristocrazia maschile stipulava un contratto matrimoniale ed infine pure dall’isolamento sociale in cui venivano tenute da un certo periodo in poi le donne nell’antica Grecia.

 

L’influenza prodotta dalla pederastia era talmente diffusa e vasta da finire presto con l’essere considerata il modello culturale principale per le relazioni sentimentali – rigorosamente non mercenarie – dei cittadini maschi tra di loro: gli studiosi hanno discusso ampiamente il ruolo e l’estensione del fenomeno pederastico, il quale è probabilmente variato a seconda delle usanze locali e delle inclinazioni individuali.

 

Il termine nel linguaggio comune odierno potrebbe implicare in alcune giurisdizioni il fenomeno dell’abuso minorile; ma l’antico diritto penale ateniese, per esempio, riconosceva chiaramente il consenso (in opposizione alla violenza sessuale) ma non una specifica – seppur consigliata – età del consenso come fattore di regolazione del comportamento sessuale.

 

Come lo studioso di antichità classica dell’università di Cambridge Robin Osborne non ha mancato di sottolineare, la discussione storica concernente la “paiderastia” è complicata dagli standard morali rappresentati dal sistema di valori prevalente nel nostro scorcio di secolo:

 

« Compito dello storico è difatti quello di richiamare l’attenzione sulle questioni personali, sociali, politiche e morali che stanno dietro alle rappresentazioni letterarie ed artistiche del mondo greco. Il compito dello storico è quello di presentare anche la realtà della pederastia a tutti… per trovarsi faccia a faccia con uno dei motivi per cui la Grecia fu glorificata, ma che faceva parte di un mondo in cui molti dei nostri valori fondamentali si trovano ad essere sfidati piuttosto che confermati. »

La pederastia greca va in definitiva inserita in un quadro generale nel quale desideri e comportamenti sessuali non erano classificati sulla base della diversità sessuale o dell’identità di genere dei partner, bensì in base al ruolo attivo e passivo nel sesso e alle conformità alle norme concernenti età e condizione sociale delle persone coinvolte.

 

Terminologia

 

Il termine greco “paiderastia”-παιδεραστία è un sostantivo astratto di genere grammaticale femminile; “paiderastês” è una parola composta da pais-fanciullo/ragazzo (plurale paides, da cui deriva anche paideia) ed erastes. Anche se con “pais” si può far riferimento ad una persona molto giovane di entrambi i sessi, essa è definita dai filologi Henry Liddell e Robert Scott nel loro A Greek-English Lexicon risalente al 1819 come l’amore provato nei confronti del ragazzi e il verbo “paiderasteuein” indicante l’esser un amante dei ragazzi.

 

A seguito soprattutto della pubblicazione dell’opera di Kenneth Dover intitolata L’omosessualità nella Grecia antica nel 1978 i due termini di erastes ed eromenos sono divenute le parole standard per definire i due ruoli della relazione pederastica. Entrambe derivano dal verbo “erò, eràn” col significato di amare (da cui discende pure il nome del dio Eros).

 

Sia l’arte della ceramica greca che gli altri riferimenti letterari dimostrano che l’eromenos era almeno un adolescente, con stime di età moderne variabili dai tredici ai vent’anni all’incirca, ma con alcuni casi che sembrano arrivare anche fino ai trent’anni. La maggior evidenza indica che, per essere ammissibili nel ruolo di eromenos, il giovane si sarebbe dovuto trovare all’interno dell’età in cui un cittadino della classe aristocratica iniziava il proprio addestramento militare formale, pertanto tra i quindici e i diciassette anni.

 

A dimostrazione dell’avvenuta maturità fisica l’eromenos giungeva ad essere a volte della stessa altezza del più anziano erastes, quando addirittura non più alto e con i segni incipienti dello spuntar della prima barba. Un altro termine utilizzato dai greci per definire il partner più giovane era paidika, un aggettivo neutro plurale (“le cose che hanno a che fare con i bambini”) ma trattato sintatticamente come singolare maschile.

 

Nella poesia della lirica greca e nella letteratura filosofica, l’eromenos assurge spesso ad incarnazione della giovinezza idealizzata; una rappresentazione artistica ideale correlata all’età giovanile era, nella cultura arcaica, quella del kouros, prima raffigurazione nella scultura greca arcaica di nudo artistico, ossia del corpo umano maschile nudo in posizione eretta e staticamente immobile.

 

La filosofa statunitense Martha Nussbaum in “The Fragility of Goodness”, seguendo la lezione di Dover, definisce nel modo seguente l’idealità dell’eromenos:

 

« Un bel ragazzo [beautiful creature], consapevole del proprio fascino e del tutto assorbito nel rapporto esistente con coloro che lo desiderano. Egli sorriderà dolcemente rivolto all’amante che lo sta ad ammirare; mostrerà pertanto apprezzamento per l’altrui amicizia, per i consigli e l’assistenza ricevuti. Consentirà all’amante di salutarlo, toccandogli affettuosamente i genitali ed il volto, mentre con gli occhi guarda pudicamente verso terra… L’esperienza interiore di un eromenos sarebbe caratterizzata, possiamo immaginare, da un sentimento di orgogliosa autosufficienza. Anche se venisse sollecitato in modo alquanto importuno, lui non ha bisogno di nulla oltre che di se stesso. Egli non desidera lasciarsi esplorare dalla curiosità dei bisogni altri, avendo egli stesso poca o nessuno curiosità verso gli altri. E’ qualcosa di molto simile ad un dio, alla posa statuaria di un dio greco. »

 

Dover ha molto insistito sul fatto che il ruolo attivo dell’erastes e la passività dell’eromenos fossero una distinzione della massima importanza, mentre le successiva ricerche hanno cercato di presentare un quadro maggiormente variegato dei comportamenti e dei valori associati alla “paiderastia”: sebbene gli antichi scrittori greci usino la dualità tra erastes ed eromenos all’interno di un contesto pederastico, le due parole non sono termini tecnici indicanti i ruoli sociali e possono pertanto fare riferimento all’amante e all’amato anche in altri tipi di coppie, da quella omosessuale (tra due adulti quindi) a quella eterosessuale (con la giovane donna che assurge in quest’occasione al ruolo di eromenos).

 

 

Storia

 

Possibili origini

 

Gli antichi Greci furono i primi a descrivere, studiare, sistematizzare e stabilire la pederastia come istituzione. Molteplici sono le teorie che cercano di spiegare l’origine di questa tradizione. Una scuola di pensiero, rappresentata da Bernard Sergent, sostiene che il modello della pederastia greca si è evoluto dai riti di passaggio all’età adulta presenti tra i popoli indoeuropei, ma che a loro volta avevano le sue radici ancestrali nelle tradizioni dello sciamanismo durante il Neolitico.

 

I primi testi letterari greci, i poemi omerici, non paiono menzionare esplicitamente pratiche pederastiche. Diverse teorie cercano di spiegare questo silenzio; una tra le più diffuse è quella dell’ipotesi dorica stabilita in primo luogo Karl Otfried Müller: secondo questa teoria, la pederastia sarebbe stata introdotta dalle tribù guerriere che conquistarono la Grecia intorno al 1200 a.C. Questi popoli denominati Dori si sono poi velocemente stabiliti nella maggior parte della penisola del Peloponneso, oltre che nelle isole di Creta, a Santorini e Rodi, espellendovi con la forza gli Ioni che vi erano precedentemente insediati; molti dei quali hanno dovuto così lasciare le proprie patrie originarie per dirigersi verso l’Asia Minore, anche se continuarono ad esservi enclave di Ioni nelle principali città in Attica e nell’isola di Eubea.

 

Secondo questa stessa ipotesi, essendo Omero un poeta ionico non è sorprendente la constatazione del fatto che nelle proprie opere non compaia questa pratica di origine eminentemente dorica. Un’altra ipotesi è che lo stile stesso del poema epico venga per principio ad escludere alcune questioni, tra cui appunto quella dei rapporti pederastici. Tuttavia le opere omeriche alludono seppur indirettamente a rapporti omoerotici, come quando si cita il mito di Zeus e Ganimede nell’Iliade e in uno degli Inni omerici, quello rivolto alla Dea Afrodite. D’altra parte, anche se l’Iliade non chiarisce l’esatta natura del rapporto intercorrente tra il giovane eroe degli Achei Achille ed il suo più maturo amico Patroclo, lascia comunque aperta la possibilità di una lettura anche omoerotica della loro relazione.

 

Alcuni ritrovamenti archeologici indicherebbero però che la pederastia fosse abbastanza comunemente praticata a Creta già durante il periodo storico inerente alla civiltà minoica tra il 1650-1500 a.C. e che i Dori sopraggiunti qualche secolo dopo potrebbero aver adottato lì la pratica ed averla estesa poi a Sparta e nel resto della Grecia. Già gli antichi ne situavano l’origine ai tempi mitologici, Aristotele dice che fu il re Minosse a stabilire la pederastia come mezzo di controllo delle nascite per la comunità dell’isola. Si riteneva inoltre che si fosse trovato proprio qui il luogo in cui venne introdotto per la prima volta il mito del “ratto di Ganimede”, in cui Zeus ha dovuto porgere innumerevoli e costosi regali per ingraziarsi il padre del ragazzo dopo averlo rapito e condotto con sé in mezzo agli Olimpi.

 

L’epoca minoica ci offre pertanto il modello più antico di pederastia codificata: come istituzione sociale formale la pederastia a Creta sembra quindi essersi inizialmente realizzata tramite un atto di iniziazione comprendente il ratto rituale detto “arpaghè”(-rapimento), che ci è stato tramandato dallo storico Eforo di Cuma. Dopo averne dato l’annuncio ed ottenuto la preventiva approvazione del padre, l’uomo procedeva al rapimento rituale del ragazzo prescelto.

 

 

 

Varianti

 

La pederastia non è stata praticata allo stesso modo in tutta la Grecia antica, in quanto vi era una gran varietà di forme sia per il luogo che per il periodo di tempo in cui si svilupparono. In alcune regioni, come ad esempio la Beozia, l’uomo e il ragazzo sono stati formalmente uniti e vivevano insieme come una coppia. In altre invece, come ad Elis e nell’antica Atene, il giovane era convinto con vari doni a mantenere un relazione, mentre in alcune altre, come la Ionia, questi rapporti paiono esser stati completamente o quasi vietati. D’altra parte, nonostante tutte le voci che circolavano nei confronti degli Spartani, sembra che praticassero la pederastia in una forma per lo più casta.

 

In genere un uomo libero poteva innamorarsi di un adolescente del suo stesso sesso, proclamarlo pubblicamente e dare il via ad un’opera anche serrata di corteggiamento, fino a quando egli non lo avesse accettato come un compagno. Tutte le varianti hanno avuto tuttavia delle caratteristiche comuni: l’erastes diveniva sempre una sorta di tutore con compiti di mentoring e amico del ragazzo; essi differiscono nei loro rituali a seconda della forma di coesistenza scelta e del grado di riservatezza o meno che voleva mantenere la coppia.

 

Alcuni poeti, come Teognide e Anacreonte, si autodefiniscono apertamente degli “amanti dei fanciulli”; quando vengono presentati in questo modo cercano di incarnare i loro propri ideali nell’alveo della tradizione. Nel caso di Teognide, la pederastia era politica e pedagogica, una forma attraverso cui l’elite maschile trasferiva la propria saggezza e valori ai loro cari. Invece, le idee di Anacreonte sono indirizzate ad un maggior edonismo, sia erotico che spirituale; ma non per questo risultano essere meno idealiste di quelle di Teognide, potendo innalzare a virtù la moderazione dei giovani amanti.

 

 

Polemiche

 

Michel Foucault ha avuto occasione di affermare nella sua Storia della sessualità che nella cultura greca la questione concernente la liceità della pratica pederastica fosse già discussa come un problema e che è stato “oggetto di una speciale ed intensa preoccupazione morale”; essa si sarebbe poi concentrata principalmente sulla castità e la moderazione in connessione con la figura dell’eromenos. Tuttavia, queste conclusioni potrebbero essere con sicurezza appartenute solamente al periodo in cui si riferiscono i testi e i documenti, ossia l’epoca classica ateniese, in quanto in tempo più arcaico lungi dall’essere un problema, la pederastia è stata associata generalmente ai più alti ideali.

 

Jeremy Bentham offre un punto di vista diverso in un saggio scritto nel 1785 e pubblicato postumo nel 1978. Secondo Bentham, ciò che hanno condannato i greci classici non era la relazione omosessuale in sé stessa, ma la mancanza di moderazione che poteva esservi in essa, preoccupazione d’altronde espressa anche in relazione alle donne: “Dovevano vergognarsi di quello che era considerato eccessivo e pertanto un’espressione formale di debolezza, vergogna causata da una consuetudine che tende a distrarre gli uomini da occupazioni ben più preziose e importanti, dovevano vergognarsi dei loro eccessi e della loro debolezza con le donne”.

 

Inoltre, lo studio della pederastia greca è complicata perché i documenti che ne trattano sono stati sottoposti alla distruzione sistematica fin dall’antichità. Di tutte le opere greche il cui tema principale era l’amore tra persone dello stesso sesso, nessuno è sopravvissuto; almeno uno storico ha suggerito che “le opere più apertamente omosessuali sono state con deliberazione soppresse o distrutte o semplicemente andate perdute nel corso del tempo”. In realtà, solo una piccola percentuale di letteratura antica è sopravvissuta fino ad oggi. Tuttavia, ci sono alcune eccezioni a questo quadro generale, come i testi poetici di Stratone di Sardi e Gli amori attribuiti a Luciano di Samosata.

 

 

Evoluzione ed estinzione

 

Pederastia greca ha attraversato una serie di cambiamenti nel corso del millennio in cui è esistita fino al momento della sua scomparsa come istituzione ufficiale. Nel caso di Atene, sembra che queste relazioni fossero caratterizzate da una grande modestia nel periodo arcaico per trasformarsi in una pratica assai più carnale e senza restrizioni in epoca classica, con un ritorno ad una forma più spirituale nelle ultime fasi del mondo classico, simile a com’era nei suoi inizi.

 

Il suo termine come pratica ufficiale è avvenuto tramite un decreto dell’imperatore Giustiniano I: lo stesso ha anche fatto chiudere altre istituzioni che avevano largamente contribuito all’accrescimento della cultura classica, come i Giochi olimpici antichi e l’Accademia di Atene istituita da Platone.

 

 

Dibattiti filosofici

 

« Un amante è il miglior amico che un ragazzo potrà mai avere. »

(Platone, Fedro (dialogo) 231)

 

Socrate, Platone e Senofonte hanno accuratamente descritto i poteri ispiratori donati dall’amore tra gli uomini-amici, anche se pare che poi ne disprezzassero la sua espressione fisica. Dopo la morte di Platone, la direzione dell’Accademia da lui fondata è passata di mano da amante a amante, da erastes ad eromenos. I maestri dello Stoicismo Crisippo di Soli, Cleante e Zenone di Cizio si innamorarono ripetutamente di giovani uomini. Il tema della pederastia è stato oggetto di un’analisi filosofica approfondita. Alcuni dei principali dilemmi discussi sono stati:

 

La pederastia dovrebbe esprimersi castamente o eroticamente?

L’istituzione pederastica è giusto sbagliata?

La pederastia è migliore o peggiore dell’amore con le donne?

 

Socrate, o almeno come si riflette il personaggio socratico negli scritti del discepolo Platone, sembra essere stato a favore della relazione pederastica casta, indicando la positività di un equilibrio sussistente tra il desiderio e l’autocontrollo. Lasciando da parte la consumazione del rapporto, Socrate sottolinea l’amicizia e l’amore tra i partner. Sottopone a critica mordace le infatuazioni puramente fisiche; ad esempio, prende in giro l’ex discepolo Crizia per la passione tutta fisica che provava nei confronti del giovane e bello Eutidemo, confrontando il suo comportamento con quello di un “maiale che graffia contro una roccia”. Anche l’amore del maestro nei confronti del “bel Alcibiade” il quale era più che ricambiato, si sviluppa come un esempio, a detta del discepolo, di pederastia casta.

 

Tuttavia, ciò non sembra avergli impedito la frequentazione dei bordelli in cui i ragazzi praticavano la prostituzione maschile, dove ha acquistato, per liberarlo dalla condizione di schiavitù in cui era costretto, il suo futuro amico e allievo Fedone di Elide, quindi descrivere la propria eccitazione sessuale quando intravedere il bel corpo nudo di Cármide sotto la tunica aperta.

 

Plutarco e Senofonte nelle loro descrizioni della pederastia spartana affermano che, nonostante la più che notevole bellezza dei loro ragazzi le coppie pederastiche rimanevano generalmente caste; questo in contrasto con la tradizione della pederastia cretese. Le relazioni tra maschi sono state rappresentate – a seconda della polis d’origine – per lo più entro modalità complesse, a volte come onorevoli ed altre come disonorevoli. Ma per la stragrande maggioranza degli storici antichi, se un uomo non avesse avuto un ragazzo come amante, ciò veniva indicato come essere un difetto o una mancanza di carattere.

 

Platone nei suoi primi lavori (come i succitati “Simposio” e “Fedro”) non mette in alcun modo in discussione i principi della pederastia, affermando:

 

« Io non conosco maggiore benedizione per un giovane che sta iniziando il percorso della vita che l’aver un amante virtuoso… né parenti, né onore, né ricchezza, né alcun altro motivo è in grado di impiantare così bene [i semi della virtù] come l’amore… E se vi fosse solo un modo di escogitare che uno stato o un esercito potessero essere costituiti da coppie di amanti con i loro amori, sarebbero questi i migliori governatori della propria città, astenendosi da ogni disonore emulandosi l’un l’altro in onore; ed è poco esagerato dire che quando si trovassero a combatte da ogni lato, avrebbero di certo vinto/conquistato il mondo intero. »

 

Nelle Leggi invece mette sulla bocca di uno straniero parole molto più dure, incolpando la pederastia di promuovere la guerra civile e di condurre molti al termine del proprio ingegno; raccomandando pertanto il divieto di rapporto sessuale con i ragazzi, stabilendo anche un percorso attraverso cui ciò può esser ottenuto.

 

Altri scrittori, attraverso variegati dibattiti tra gli amanti di ragazzi e gli amanti delle donne, hanno lasciato testimonianze di altri argomenti a favore e contro la pederastia. I critici si qualificano per giudicare in parte “innaturali” i rapporti amorosi tra uomini e ragazzi, argomentando che non si trovano tra i “leoni e gli orsi.” Altri hanno invece sostenuto, come ragione per non praticare la pederastia tradizionale, che essa è stato ideata in modo che il più forte venisse soddisfatto a spese dei deboli. A monte di tali denunce vi era l’uso della castrazione nei confronti dei ragazzi ridotti in schiavitù. Lo Pseudo-Luciano dice ne Gli amori che “la vergognosa e tirannica violenza ha portato a mutilare la naturalezza con un ferro sacrilego, che frantuma la mascolinità dei ragazzi per poterne così prolungare il loro uso a scopo sessuale”.

 

Aspetti sociali

 

« Voi conoscete, o ateniesi, Critone… e Periclide… e Polemagene e Pantaleonte… e Timesiteo, erano i più belli non solo delle loro città, ma di tutta la Grecia, e per questo hanno avuto amanti numerosissimi e molto saggi »

(Eschine Contro Timarco 140-153)

 

 

La relazione erastes-eromenos giocava un ruolo cruciale nel sistema socio-educativo della Grecia classica, aveva un complesso “galateo” di corteggiamento amoroso ed è stata un’importante istituzione tra le classi superiori.

 

La pederastia è stata presto intesa anche come una forma di pedagogia e gli autori antichi, da Aristofane a Pindaro, la intendevano come naturalmente presente nel contesto educativo dell’aristocrazia (vedi paideia). In generale la pederastia, così com’è descritta nelle fonti letterarie greche, era un’istituzione riservata ai liberi cittadini, considerata una qual specie di mentoring o tutoraggio regolamentato dalla polis, come ampiamente dimostrano le leggi che la controllavano; ampiamente accettata come parte del percorso formativo e di crescita del cittadino maschio, anche se la sua funzione e qualifica specifica è ancora ampiamente dibattuta.

 

Inoltre fu consacrata dall’establishment religioso, come si può vedere dai molti miti che descrivono tali rapporti tra un dio e una giovane figura eroica ( Apollo e Giacinto, Zeus e Ganimede, Eracle e Ila e Pan e Dafni o anche tra due eroi: (Achille e Patroclo, Oreste e Pilade tra gli altri). È interessante notare che i greci hanno cercato di proiettare l’apparenza della pederastia e le sue maniere di esprimersi anche nella raffigurazione di queste due ultime coppie, nonostante tutte le prove dimostrino che i due miti sono stati originariamente creati per simboleggiare una relazione tra due adulti.

 

A Creta, come già detto, perché il corteggiatore potesse effettuare il sequestro di rito, era necessaria l’approvazione del padre del ragazzo per qualificare il rapitore come degno di onore. Tra gli ateniesi, come afferma Socrate nel Simposio di Senofonte: niente di ciò che riguarda il ragazzo viene tenuto nascosto al padre, compreso un ideale amante. Al fine pertanto d proteggere i loro figli dai tentativi inappropriati di seduzione, i padri designavano degli schiavi chiamati pedagoghi col compito di sorvegliare i loro figli. Tuttavia secondo Eschine i padri ateniesi avrebbero pregato perché i propri figli diventassero assai belli ed attraenti, con la piena consapevolezza che si sarebbero poi attirati l’attenzione degli uomini e sarebbero divenuti oggetto di lotte a causa delle passioni erotiche.

 

La fascia d’età in cui i ragazzi entravano in tali rapporti è in sintonia con quella delle ragazze greche concesse in matrimonio, i cui mariti erano molto spesso uomini maturi assai più anziani. I ragazzi però, a differenza di quanto accadeva per le giovani donne, di solito dovevano essere corteggiati ed erano liberi di scegliere il proprio eventuale compagno, laddove invece nei contratti matrimoniali celebrati per le ragazze tutto ciò non sussisteva, essendo organizzati nella stragrande maggioranza di casi per ottenere un qualche vantaggio economico o politico a favore delle relative famiglie, a completa discrezione del padre della sposa e del futuro marito.

 

Il corteggiamento poteva anche portar un vantaggio al giovane e alla sua famiglia, in quanto il rapporto vissuto con un uomo più anziano ma assai influente all’interno della comunità avrebbe portato automaticamente anche ad un ampliamento delle conoscenze e quindi della sfera d’influenza economico-politica; così alcuni potevano ritenere desiderabile conservare moti ammiratori e mentori, anche se non necessariamente amanti di per sé, durante i brevi anni della giovinezza.

 

In genere, a seguito del primo incontro sessuale il rapporto si concludeva col ragazzo preparato e predisposto al suo ingresso nella piena maturità; con l’uomo più anziano che sarebbe rimasto col suo protetto in stretti legami d’affetto ed amicizia per tutto il resto dell’esistenza. Per quegli amanti che avessero continuato nella loro relazione amorosa anche dopo che i propri amati fossero passati a completa maturità si poteva far uno “strappo alla regola” dicendo: è possibile anche alzare un toro, se si è già trasportato un vitello.

 

La pederastia greca era la forma massimamente idealizzata di un omoerotismo strutturato per classi di età, ma che poteva avere anche in certi casi altre manifestazioni meno idealistiche quali la prostituzione maschile o l’utilizzo sessuale dei ragazzi ridotti in uno stato di schiavitù: pagare giovani cittadini liberi per ottenere in cambio di prestazioni sessuali era difatti altamente proibito; chi vendeva i propri favori veniva non soltanto ridicolizzato ma, raggiunta l’età adulta, gli poteva anche essere precluso l’accesso a determinate funzioni della vita pubblica.

 

Ma anche quando lecito, non era raro vedere un rapporto fallire sentimentalmente, così come è stato detto di molti ragazzi che: non odiavano nessuno tanto quanto l’uomo che era stato il loro amante, frase detta nei riguardi dell’assassino del re Filippo II di Macedonia, il somatofilaca – la sua guardia del corpo – Pausania di Orestide. Allo stesso modo i cretesi richiedevano al ragazzo una dichiarazione in cui affermasse che il rapporto era stato di suo gradimento, offrendo al medesimo la possibilità di rompere definitivamente con l’amante se fosse stato costretto con la forza o avesse dovuto subire una qualche forma di violenza.

 

In epoca classica infine appare una nota di preoccupazione in più nei riguardi del fatto che l’istituzione pederastica potesse dar luogo ad una certa condizione inappropriata, ossia il proseguimento di rapporti omosessuali in età adulta, o che l’eromenos di oggi avesse la probabilità di diventare domani un kinaidos, definito propriamente come il partner passivo/penetrato.

 

 

Rapporti con lo sport

 

La pratica della pederastia era indissolubilmente legata anche agli sport organizzati. L’occasione principale in cui uomini e ragazzi potevano incontrarsi e trascorrere del tempo insieme, oltre alla possibilità di insegnare le arti della guerra e della filosofia, era durante gli allenamenti sportivi eseguiti in palestra. Il ginnasio era principalmente il campo di addestramento per queste discipline, oltre che luogo di incontro privilegiato per i rapporti pederastici.

 

In particolare la pratica della nudità nello sport è stata fondamentale per il culto del corpo e dell’erotismo che permeava quelle società. “Ciò che si relaziona maggiormente alla città è lo sport” è la frase che Platone usa per descrivere gli stati in cui i greci amavano prosperare. La parola utilizzata per definire la pratica sportiva, gimnasia, si riferisce non solo alla disciplina atletica in quanto tale, ma innanzi tutto alla sua radice greca γυμνός-nudo, indicante il fatto che tutti gli esercizi eseguiti da uomini e ragazzi venivano realizzati in stato di nudità: il ginnasio o palestra è difatti il luogo ove ci si esercita nudi. Ciò ha reso possibile la contemplazione della bellezza fisica giovanile maschile con tutte le sue conseguenze erotiche.

 

La bellezza e la potenza erotica del corpo nudo venivano ulteriormente evidenziati con l’uso di olio spalmato su di esso. La fornitura di oli per questo specifico utilizzo aveva un costo molto oneroso per le strutture e veniva coperto da fondi pubblici e in parte da donazioni private. Il suo uso è stato anche variabile nel tempo; inizialmente considerato come una violazione del pudore i ragazzi dovevano evitare l’unzione con olio sotto la vita per non attirare l’attenzione sulla loro sessualità. Questa restrizione è scomparsa presumibilmente ai tempi di Platone.

 

Il rapporto tra l’allenatore e i suoi atleti ha poi avuto anch’esso sovente una dimensione erotica, e nello stesso luogo in cui la formazione fisica aveva luogo serviva ugualmente per i flirt erotici, come si può vedere in molte scene di seduzione e d’amore in tutti i tipi di decorazioni artistiche ambientati all’interno di palestre, anche per gli oggetti rappresentati del tipo di strigili e spugne.

 

Formazione e aspetti militari

 

Sia gli scrittori antichi sia gli storici moderni come Bruce Thornton concordano sul fatto che l’obiettivo della pederastia fosse essenzialmente pedagogico, un canale in cui tramite Eros si operava per la creazione di cittadini nobili e buoni. Diversi soggetti mitologici suggeriscono il suo impiego sia nella formazione religiosa (vedere le storie di Tantalo, Poseidone e Pelope) come nell’addestramento militare (Ercole e Ila tra gli altri).

 

Il tema in cui s’insegna a guidare un cocchio appare ripetutamente (oltre che nella storia di Poseidone e Pelope, compare anche in quella riguardante Laio e Crisippo). Si dice che Apolo abbia insegnato ad Orfeo, uno dei suoi prediletti, a suonare l’arpa; Zeus ha fatto altrettanto con il suo coppiere Ganimede, un soggetto pederastico con forti connotazioni religiose. Così gli amori degli dei sono reminiscenze atte a simboleggiare quelli dei mortali, e i lori insegnamenti segnalavano così il processo educativo che aveva luogo ed era in atto tra l’amante e l’amato.

 

Prendendo come esempio il rito di Creta, lo storico Eforo di Cuma ci dice che un uomo noto come “Philetor”, (-colui che fa amicizia) prendeva con sé il ragazzo (conosciuto come “kleinos”-glorificato/rinomato) in un luogo isolato dove trascorrevano molti mesi a caccia e festeggiando con gli amici; come prova del fatto che il ragazzo era rimasto soddisfatto del trattamento ricevuto e del comportamento generale del partner, il suo nome veniva cambiato in quello di “parastates”, cioè colui che combatte in battaglia in prima linea assieme al compagno, mantenendo contemporaneamente col philetor rapporti intimi proclamati ed accettati pubblicamente.

 

Gli aspetti pedagogici della storia di Eforo sono indiscutibili; senza dubbio si tratta di un rito di passaggio all’età adulta culminato con il ritorno della coppia dalle montagne ed il processo che aveva luogo di inculcare i valori della società maschile.

 

Un buon addestramento militare dei cittadini era essenziale nella formazione della società greca, inseparabile dalle altre materie che più la contraddistinguevano. L’antica Grecia si è trovata ad essere costantemente coinvolta in guerre, sia interne che esterne, questo ha fatto sì che il valore militare venisse in particolar modo apprezzato. Ma le polis greche non avevano un esercito regolare come lo possiamo intendere oggi, una professione regolarmente retribuita che ha il compito di addestrare le sue reclute. Erano invece gli stessi cittadini comuni che avevano il compito di formarsi militarmente per diventare essenzialmente opliti.

 

Come una delle principali funzioni della pederastia era quella di coltivare il coraggio e l’abilità nel combattimento, così l’addestramento militare si convertì presto ad essa divenendo inseparabile dalle sue tradizioni. L’erastes era il principale responsabile per la formazione militare del proprio erómenos, dato che a causa della tradizione greca di contrarre matrimoni in età relativamente tarda (questo per gli uomini), quando un ragazzo raggiungeva l’età di leva suo padre era di solito troppo vecchio per poter svolgere questo compito di educazione all’amor di patria.

 

Aspetti sessuali

 

La pittura vascolare greca e i riferimenti alle cosce dell’eromenos nella poesia indicano che quando la coppia pederastica s’impegnava in qualche forma di attività erotico-sessuale, quella di gran lunga preferita era il sesso intercrurale (“diamarizein”). Per preservare la sua dignità e soprattutto l’onore, l’eromenos pertanto limitava all’uomo che lo desiderava la concessione della penetrazione tra le cosce chiuse da dietro.

 

Il sesso anale viene anch’esso in certe occasioni rappresentato, ma molto più raramente; la prova non è comunque esplicita – anche a causa della simiglianza notevole tra le due azioni – ed è suscettibile di interpretazione. Alcuni dei dipinti su ceramica greca, che Percy considera un quarto tipo di scena pederastica oltre alle tre individuate e descritte da Beazley, mostrano l’erastes seduto con una visibile erezione e l’eromenos che si sta avvicinando od è in procinto di salirgli in grembo. La composizione di queste scene è la stessa di quella per le raffigurazioni di donne che si stanno sedendo sopra agli uomini, tanto che paiono un’autentica opera di montaggio.

 

All’interno della norma culturale predominante, considerando una cosa a parte le preferenze personali, la penetrazione anale viene assai spesso vista come disonorevole – quando non propriamente vergognosa – ma esclusivamente per il partner che sceglie di assumere il ruolo ricevente o di penetrato. Una favola attribuita a Esopo (la numero 528) racconta di come la caratteristica umana denominata “Vergogna” acconsentì ad entrare nel corpo umano da dietro e a rimanervici, ma solo fino a quando Eros non avesse seguito lo stesso percorso: “Va bene, andrò lì, a condizione che se l’amore giungesse là dopo di me, lascerò immediatamente quel luogo”. Il significato morale evidenzierebbe il fatto che le persone che si impegnano in tale atto non hanno alcun senso di vergogna.

 

Il sesso orale non è altrettanto raffigurato, o se lo è viene indicato solo indirettamente; la penetrazione anale o orale sembra fosse riservata per le prostitute o gli schiavi.

 

Dover ha sostenuto che l’eromenos non era idealmente tenuto a provare un desiderio considerato come “poco virile” nei confronti dell’erastes[58]; David M. Halperin ha altresì sostenuto che i ragazzi non venissero sottoposti a eccitazione sessuale.

 

Aspetti religiosi

 

Nell’antica Grecia la pederastia consisteva in un legame tra un uomo e un adolescente che avesse compiuto almeno i dodici anni di età, cioè dopo l’avvento della pubertà. Questo genere di coppia traeva la sua legittimazione da numerosi equivalenti simbolici o mitologici tra figure divine o eroiche; il mito greco fornisce decine di esempi in cui giovani uomini divengono amanti di divinità o semidei.

 

L’episodio mitologico riguardante il ratto del bellissimo principe dei troiani, l’adolescente Ganimede, è stato da più parti invocato come un precedente per il rapporto di copia a sfondo pederastico, come il poeta megarese Teognide afferma ad un amico: “C’è un certo piacere nell’amare un ragazzo (paidophilein), dal momento che una volta in realtà anche il figlio di Crono (cioè, Zeus), re degli immortali, si innamorò di Ganimede, lo afferrò, lo portò via per condurlo nell’Olimpo e qui lo ha fatto diventare immortale, mantenendo così il bel fiore della sua giovinezza (paideia). Quindi, non essere stupito, Simonide, che anch’io sono stato rivelato come uno che è affascinato dall’amore per un bel ragazzo”.

 

Ma amori pederastici sono stati attribuiti praticamente a tutte le figure divine maschili del pantheon greco, da Zeus a Poseidone, da Apollo a Dioniso, da Ermes a Pan, nonché a moltissimi eroi tra cui Orfeo ed Eracle; con l’eccezione di Ares quindi, tutti gli Olimpi hanno intrapreso questo tipo di relazione: questo fatto viene addotto dagli studiosi per dimostrare che i costumi specifici della paiderastia hanno tratto la loro origine da un qualche arcaico rito d’iniziazione.

 

Alcuni indizi hanno fatto supporre che il fenomeno si sia evoluto a partire dal rito di passaggio inerente alla cultura degli Indoeuropei. Dover, tuttavia, ritiene che questi miti sono solo versioni letterarie che esprimono o spiegano l’omosessualità “manifesta” della cultura arcaica greca, il carattere distintivo di essa rispetto ai contrastanti atteggiamenti presenti in altre società come quele dell’antico Egitto o del regno d’Israele.

 

Aspetti politici

 

Trasgressioni delle regole relative alla corretta espressione dell’omosessualità nei limiti della “paiderastia” potevano anche essere utilizzate per danneggiare la reputazione di un personaggio pubblico. Nel suo discorso Contro Timarco nel 346 a.C., l’oratore politico ateniese Eschine argomenta contro il proprio avversario Timarco, un politico di mezza età con esperienza, premettendo che i suoi diritti politici, a causa dell’aver trascorso l’adolescenza in qualità di ragazzo mantenuto di tutta una serie di uomini ricchi, andavano annullati immediatamente.

 

Eschine ha vinto la causa e gli è stata data ragione, Timarco è così condannato all’atimia, la limitazione e/o perdita dei diritti civili. Eschine riconosce l’esistenza dei rapporti di corteggiamento con i bei ragazzi, le poesie erotiche che vengono spesso dedicato a questi giovani, oltre agli impicci e guai che potevano causare, ma sottolinea fermamente che nessuno di questi è mai stato mediato dal denaro. Il motivo finanziario è quindi inteso come essere una minaccia per lo status di diritto di un uomo nato libero.

 

Per contro, come espresso bene in Pausania nel suo discorso al Simposio platonico, l’amore pederastico è stato detto essere favorevole alla nascita della democrazia ateniese e quindi fosse una specie d’amore assai temuto dal tiranno, questo perché il legame tra l’erastes e il suo eromenos era più forte di quello richiedente obbedienza ad un sovrano dispotico.

 

Ateneo di Naucrati afferma che “Hieronymus l’aristotelico dice che l’amore con i ragazzi era di moda perché diverse tirannie erano state rovesciate dai giovani nel fiore degli anni, uniti in ciò ai loro compagni in affettuosa e reciproca amicizia.” Egli dà come esempi di queste coppie pederastiche quella degli ateniesi Armodio e Aristogitone, che sono stati accreditati (forse simbolicamente) con il rovesciamento dell’ultimo tiranno dell’antica Atene Ippia e la seguente istituzione della democrazia, e anche Caritone e Melanippo all’epoca di Falaride.

 

Altri, come Aristotele, hanno affermato che i legislatori cretesi avessero incoraggiato la pederastia come mezzo di controllo della popolazione, indirizzando l’amore e il desiderio sessuale in canali non procreativi: “il legislatore ha messo a punto numerose misure sagge per garantire il beneficio della moderazione a tavola e la segregazione delle donne, in modo che esse non potessero partorire molti bambini, a tal fine egli istituì le relazioni sessuali tra maschi in forma di pederastia.

 

Caratteristiche regionali

 

Per quanto concerneva la pederastia greca si trattava, come già è stato sottolineato, di un modo riconosciuto di formazione delle élite sociali, che traduceva la relazione maestro-allievo. I vocaboli indicanti l’uomo e il ragazzo potevano variare da una città all’altra: per esempio erastes (“amante”) e eromenos (“amato”) nell’antica Atene, eispnelas (“ispiratore”) e aites (“auditore”) a Sparta. Anche le modalità della relazione differivano a seconda delle città e i rapporti sessuali potevano o meno essere permessi all’interno della relazione. Nelle relazioni erotiche notorie tra adulti e ragazzi, per non minare la dignità di questi ultimi appena diventati adulti, si assumeva che il contatto sessuale avvenisse soltanto tra le cosce, il cosiddetto sesso intercrurale.

 

Creta

 

La pratica della pederastia greca è venuta improvvisamente ala ribalta verso la fine del periodo arcaico della storia greca: una placca d’ottone proveniente da Creta e databile al 650-625 a.C. rappresenta la più antica raffigurazione conservatasi fino a noi concernente il costume pederastico. Tali testimonianze appaiono in tutta la Grecia nel corso del secolo seguente; le fonti letterarie la mostrano come consuetudine consolidata in molte città a partire dal V scolo a.C..

 

I Cretesi, un popolo Dorico descritto da Plutarco, erano famosi per la loro moderazione e la forma conservatrice con cui conducevano la propria esistenza quotidiana. Praticavano un tipo arcaico di pederastia in cui l’erastes doveva ritualmente simulare il rapimento del ragazzo di loro scelta, con l’avviso preventivo al padre del giovinetto e dopo averne ricevuto il suo consenso; poi si dirigevano nei boschi al di fuori dei centri urbani per poter vivere da soli per un certo periodo di tempo.

 

Alla fine andavano al tempio dedicato ad Ermes ed Afrodite situato nel monte Ditte e qui compivano un’offerta rituale costituita da una tavoletta con incisi i propri nomi e dal sacrificio di un animale alle due divinità. Al suo ritorno a casa il ragazzo riceveva dei regali molto costosi: un equipaggiamento militare completo, un bue e un calice. A questo punto il ragazzo dichiarava se voleva continuare il rapporto, essendo soddisfatto di come era stato fin qui trattato, oppure concluderlo senza ulteriori sviluppi.

 

L’usanza era molto radicata ed era considerata una vergogna per un ragazzo non riuscire ad ottenere un amante ed ad esser da questi rapito. Secondo Strabone era propriamente l’aspetto virile e il valore le qualità che reciprocamente venivano maggiormente apprezzati, non il mero aspetto fisico.

 

La figura dell’erastes Promaco è associata nella tradizione cretese a quella del suo eromenos di nome Leucocama (“dai capelli luminosi”), in un mito le cui vicende sono ambientate a Cnosso. La storia è attestato unicamente nelle Narrationes (Διηγήσεις) di Conone di Atene, andate perdute ma giunte a noi in forma di epitome molto dettagliatamnte attraverso l’opera di Fozio I di Costantinopoli. Il cretese Promaco, innamorato del poco più giovane Leucocama, si sottoponeva a prove durissime per riuscire a conquistarsene l’affetto; il ragazzo tuttavia ne proponeva all’amico sempre di nuove e per di più negandosi ogni volta. Così, dopo aver recuperato con molte difficoltà un prezioso elmo Promaco, al cospetto di Leucocama, lo offrì in dono ad un altro. Leucocama, indispettito dal gesto, allora si suicidò trafiggendosi con una spada.

 

 

Sparta

 

Sparta, polis dorica, è stata la prima città a praticare la nudità nello sport, la nudità atletica o ginnica delle gimnopedie ad esempio, ed una delle prime a formalizzare rigorosamente la pederastia come istituzione. Uno dei principali miti pederastici cittadini era quello che narrava la vicenda del principe spartano Giacinto, uno dei giovinetti amati dal dio solare Apollo, a cui venivano dedicate annualmente le solenni festività dette Giacinzie.

 

Questo tipo di rapporto era previsto e regolato dalle leggi, instaurate inizialmente attraverso il codice di Licurgo). L’uomo doveva preliminarmente guadagnarsi l’affetto e la simpatia del ragazzo, questo a differenza che a Creta o nell’antica Atene, dove un tal consenso – sebbene considerato altamente preferibile – non era tuttavia necessariamente richiesto (almeno nei primi tempi). Era poi considerato in generale del tutto ovvio e normale per un uomo il sentirsi attratto emozionalmente da un ragazzo, se questi possedeva la kalokagathia, cioè le due caratteristiche della bellezza e del valore (essere καλός kalos, ossia “bello” e ἀγαθός agathos, “buono”, “coraggioso”, “onesto”: l’ideale della perfezione umana secondo i Greci, essere belli e al contempo anche buoni e valorosi.

 

La natura di questo tipo di relazione è pacifico tra le fonti antiche. Senofonte tuttavia nella sua Costituzione di Sparta specifica però dicendo assai chiaramente che le abitudini e consuetudini spartane rendevano del tutto inadatta la vera e propria “pederastia fisica”: un uomo poteva pertanto liberamente puntare a cercare un’amicizia idealizzata con un ragazzo, ma un autentico rapporto sessuale assieme a lui sarebbe stato considerato “un abominio” equivalente all’incesto

 

Claudio Eliano nella “Storia varia” racconta che a Sparta per un uomo maturo il non avere un giovane come eromenos-prediletto era considerato un deficit di carattere, e si poteva anche esser puniti per questa mancanza, indicando poi quali erano le responsabilità dell’anziano nei confronti del giovane.

 

Megara

 

La città di Megara in Attica, coltivò lungo tutto il corso della propria storia buoni rapporti con Sparta, potrebbe quindi esserne stata culturalmente attratta tanto da emularne le pratiche pederastiche fin dal VII secolo a.C., quando si suppone che la pederastia rituale fosse stata oramai formalizzata in tutte le città doriche.

 

Una delle prime città dopo Sparta ad assimilare l’usanza della nudità atletica, Megara fu la patria del corridore Orsippo che era famoso come l’esser stato il primo ad eseguire la sua gara di corsa nudo ai Giochi olimpici antichi e “il primo di tutti i greci per essere incoronato vincitore nudo”.

 

In uno dei suoi maggiori poemi il cantore Teognide, originario della polis, descrive quanto è bello stare ad osservare il proprio ragazzo nudo mentre si esercita durante le gare di atletica al ginnasio, questo come preludio alla pederastia: “Beato è l’amante che va in palestra, e poi corre a casa a dormire tutto il giorno in compagnia di un bel ragazzo”.

 

Calcide

 

La città di Calcide era nota per essere il più grande centro della Grecia centrale in cui vigeva la pederastia istituzionalizzata, tanto che gli ateniesi scherzosamente usavano il verbo chalkidizein per indicare il sesso anale; affermarono anche che i cittadini di Calcide sostenevano che Ganimede fu in realtà rapito da Zeus nella loro terra avendone designato l’ubicazione esatta chiamandola Harpagion-luogo del ratto.

 

Si diceva che in un primo momento la pederastia non sia stato molto ben accolta a Calcide; ma quando venuta a trovarsi in difficoltà nella guerra lelantina combattuta contro i cittadini di Eretria, messa alle strette chiese l’aiuto del valoroso guerriero Cleómaco; questo portò con sé il proprio erómenos. Alla fine i calcidesi, avendo altamente ammirato il comportamento coraggioso del giovane nel guidare la carica contro gli avversari e portarli alla vittoria a costo della sua stessa vita, eressero un monumento in suo onore nel centro dell’agorà e cominciarono da quel momento in poi ad onorare la pederastia.

 

Aristotele attribuì una canzone popolare a questo evento: “I vostri ragazzi di alto lignaggio dotati di grazia e coraggio. Inevitabilmente gli uomini coraggiosi parlarono anche della vostra bellezza al popolo della città di Calcide, la cui forma d’amore prospera in stretta collaborazione col valore”

 

Atene

 

Ad Atene la pratica sembra aver subito un’evoluzione, trasformandosi da rituale aristocratico e guerriero rivolto alla formazione dei giovani, in uno meno rigoroso, maggiormente centrato sull’estetica e i sensi; questa differente modalità comportò deviazioni, spesso criticate già dagli autori antichi. Degli uomini potevano rivaleggiare in regali nel cercare di conquistarsi le attenzioni di un ragazzo e alcuni giovani ne approfittavano, accordando i propri favori al più alto offerente.

 

Contro questa sorta di velata prostituzione maschile Platone si dimostrò particolarmente critico, trovandosi a contestare per l’appunto prima le deviazioni di questa pratica da tempo istituzionalizzata (soprattutto nei dialoghi del Simposio e di Fedro) e successivamente arrivando addirittura ad ipotizzarne l’abolizione nel testo delle Leggi.

 

La ceramica attica è una fonte assai importante per gli studiosi moderni che tentano di comprendere l’istituzione della pederastia; l’età della giovinezza raffigurata è stata variamente valutata all’incirca dai 12 ai 18 anni: anche un certo numero di leggi ateniesi affrontavano la questione del rapporto pederastico. Il diritto di norma proibiva solamente i rapporti omosessuali mercenari e quelli imposti con la violenza, ed entrambi con una pena pecuniaria.

 

Beozia

 

Tebe, polis principale della Beozia, era rinomata per la sua pratica pederastica, la cui tradizione viene sancita proprio dal mito di fondazione della città, per la precisione quello riguardante Laio – antenato mitico dei tebani e futuro padre di Edipo – il quale rapisce per poi usare violenza al giovane Crisippo. Un altro mito pederastico beota è quello concernente il bel Narciso amato ma non corrisposto dal poco più grande Aminia.

 

Secondo Plutarco la pederastia tebana era stata istituita come dispositivo educativo rivolto ai ragazzi al fine di “ammorbidirne, mentre erano ancora giovani e malleabili, la naturale ferocia caratteriale, oltre che temprarne i costumi”.

 

Il celeberrimo battaglione sacro degli immortali era costituito da coppie di amanti, vedi a questo proposito l’omosessualità militare nell’antica Grecia.

 

Oriente greco: Ionia e Eolia

 

A differenza dei Dori, dove un “amante” ha di solito un solo “amato”, nelle regioni dell’Est (le colonie dell’Asia minore al di là del mare Egeo) un uomo poteva permettersi di avere diversi eromenoi nel corso della sua vita: da certi frammenti tratti dalle poesie di Alceo, originario di Lesbo, possiamo difatti intuire che in tali regioni l’erastes invitasse abitualmente il proprio eromenos nel luogo dove abitava per intrattenersi con lui, quantomeno per cenare assieme.

 

Espressione creativa

 

L’influenza avuta dall’istituzione pederastica sulla letteratura e le arti in genere fu ampia, complessa e variegata.

 

Arti visive

 

La pittura vascolare greca è una delle fonti più importanti per gli studiosi che cercano di capire gli atteggiamenti e le pratiche associate alla “paiderastia”. Centinaia di scene pederastiche sono difatti raffigurate sulla ceramica attica a figure nere. Nel XX secolo, John Beazley ha classificato i cosiddetti vasi pederastici in tre peculiari tipologie:

 

L’erastes e l’eromenos si trovano luno di fronte all’altro; l’erastes , con le ginocchia piegate, raggiunge con una mano il mento del suo caro fanciullo e con l’altra gli sfiora i genitali.

L’erastes si presenta davanti al suo eromenos con un piccolo regalo, a volte un animale.

Gli amanti in piedi s’impegnano nel sesso intercrurale.

 

Alcuni regali tradizionalmente forniti agli eromenos diventano simboli che contribuiscono ad interpretare una determinata scena come pederastica; i regali animali – più comunemente lepri e galli, ma anche cervi e felini – indicano il passatempo aristocratico per eccellenza, per l’appunto consistente nella caccia, presentandola inoltre come metafora di ricerca sessuale.

 

La natura esplicita di alcune immagini ha portato, in particolare, ad accese discussioni sull’ipotesi fattuale che vuole l’eromenos prendere un piacere attivo nell’atto sessuale. Il giovane amato non viene mai però, nelle immagini a nostra disposizione, presentato con un’erezione; il suo pene “rimane flaccido, anche in circostanze in cui ci si aspetta che il pene di un adolescente sano risponda immediatamente, volenti o nolenti”.

 

Lo sfioramento e sottile carezza dei genitali del giovane è una delle immagini più comuni e ricorrenti delle scene di corteggiamento pederastico su vasi, un gesto indicato anche da Aristofane nella sua commedia intitolata Gli Uccelli (linea 142). Certa ceramica greca infine mostra il partner più giovane sessualmente reattivo, inducendo uno studioso a chiedersi: “Cosa può rappresentare il punto cardine di questo atto? Gli amanti infatti derivano certo piacere dal sentire e guardare la bellezza e la nudità del ragazzo, ma anche al sentirlo rispondere alla loro stimolazione manuale?”.

 

Lo studio cronologico delle pitture vascolari rivela anche una modifica estetica nella raffigurazione dell’eromenos . Nel VI secolo a.C. egli è un giovane imberbe con i capelli lunghi, di altezza adulta e col fisico scolpito e già abbastanza maturo, di solito presentato nudo. Come inizia il V secolo, invece egli è diventato già più piccolo e leggero, minuto, “a malapena pubescente,” e spesso drappeggiato come lo sarebbe una ragazza; questo elemento delle scene di corteggiamento potrebbe indicare o inferire qualcosa circa il mutamento di abitudini sociali che si basavano sulla consuetudine pederastica.

 

 

Poesia

 

Vi sono innumerevoli riferimenti pederastici nell’opera del poeta megarese Teognide, il cui destinatario è un ragazzo chiamato Cyrnus (greco Kyrnos ). Alcune parti del corpus teognideo non sono probabilmente originariamente attribuibili all’individuo proveniente da Megara, ma piuttosto rappresentano “diverse generazioni di poesia sapienziale succedutesi a partire dal VI secolo a.C.” La serie di versi è costituita da “precetti sociali, politici, etici trasmessi a Cyrnus come parte della sua formazione che lo deve condurre a diventare un buon cittadino adulto della classe aristocratica, così come doveva essere personalmente immaginato proprio da Teognide”.

 

Il rapporto tra Teognide e Kyrnos sfugge ad una specifica categorizzazione. Anche se è stato assunto come dato di fatto già nell’antichità che Kyrnos fosse l’eromenos del poeta, le poesie che più esplicitamente evocano una situazione di acceso erotismo non sarebbero rivolte a lui; la poesia sulle “gioie e dolori” della pederastia sembra più adatta per la condivisione con un collega erastes, forse nella cornice del simposio: “il rapporto, in ogni caso, rimane vago”. In generale, Teognide (e/o la tradizione che appare sotto il suo nome) tratta il rapporto pederastico come fortemente pedagogico.

 

Le tradizioni poetiche della Ionia e dell’Eolide ci presentano poeti come Anacreonte, Mimnermo e Alceo, che hanno composto molte delle forme poetiche che dovevano diventare in seguito parte della tradizione continentale. Ibico proveniva invece dalla Magna Grecia, ma ha anch’egli intrattenuto la corte di Policrate, il tiranno dell’isola di Samo, con versi pederastici. A differenza di Teognide però, questi poeti ritraggono una versione di pederastia che è più eminentemente pedagogica, ma che invece sembra concentrata esclusivamente su questioni di amore e seduzione. Teocrito, un poeta del periodo ellenistico, descrive un concorso di baci per i giovani che ha avuto luogo presso la tomba di un certo Diocle, rinomati estimatori di questo tipo di amicizia; egli osserva che l’invocazione rivolta al bel Ganimede era in quest’occasione quantomai appropriata.

 

Mitologia

 

“Muor giovane colui che è caro agli Dèi” (Menandro, framm. 11)

 

I motivi associati all’amore pederastico all’interno dei miti greci sono innumerevoli, alcuni più ricchi e maggiormente dettagliati di altri, ma tutti riferentesi a un tempo ideale non precedente all’inizio del I millennio a.C. Nel discorso di Pausania presentato nel Simposio di Platone l’amore degli uomini per i giovani è associato alla Dea Afrodite celeste-Urania.

 

L’invenzione dell’amore tutto al maschile è attribuita, secondo una delle versioni del mito, a Tamiri, figlio di una ninfa e poeta egli s’innamorò del bell’adolescente Giacinto. Altri invece vogliono sia stato niente meno che il cantore Orfeo, dopo la delusione provata nel non essere riuscito a salvare dalla morte la sua amatissima Euridice: “fu lui a introdurre l’usanza di amare i ragazzi”. Sbranato dalle donne di Tracia la sua testa fu infine sepolta a Lesbo.

 

Causa scatenante dell’amore di un dio nei confronti di un mortale è sempre e solo la straordinaria bellezza dell’adolescenza: uno dei motivi principali è quello del dono inizialmente ricevuto da un dio, che provoca però una rivalità da parte d’un amante terreno o di un’altra figura divina, con conseguente fine tragica del protagonista (solo la morte precoce permette difatti al ragazzo di mantener intatta per l’eternità la sua bellezza, ché altrimenti sarebbe fuggevole e vana).

L’origine di tali miti è per lo più dorica e proveniente dalla regione geografica della Beozia.

 

Miti relativi all’amore tra un dio e un ragazzo mortale

 

Uno dei miti più famosi è quello che tratta del ratto di Ganimede, definito da Omero come “il più bello tra i figli degli uomini” del suo tempo.

Il giovane era figlio d’uno dei primi re di Troia, Troo. Il sommo Zeus s’innamorò perdutamente del ragazzo e trasformatosi per l’occasione in un’enorme Aquila lo andò a rapire, mentre questi si trovava a caccia (o mentre stava andando a pascolare il gregge), sulle vette del monte Ida. Al bellissimo adolescente il padrone degli dei volle concedere l’immortalità, facendolo nel contempo diventare il coppiere degli Dei dell’Olimpo. In compensazione per la perdita subita vennero dati al padre una pariglia di cavalli.

 

Ganimede venne successivamente identificato con la costellazione dell’Aquario, mentre l’aquila che lo rapì divenne l’omonima costellazione astrale dell’Aquila. Una versione alternativa della storia vuole che fu il re dei Lidi Tantalo colui che effettivamente rapì il ragazzo.

 

Tra gli Dei però, colui che aveva il maggior numero di amanti adolescenti maschi era certamente il bisessuale Apollo: il più famoso fra tutti è il mito riguardante la sua rivalità con Zefiro per riuscire a ottenere l’amore di Giacinto (nipote del re Lacedemone di Sparta) e la successiva tragica fine del giovinetto per mano inconsapevole dello stesso dio.

 

Mentre si stavano esercitando nel lancio del disco il geloso Zefiro fece alzar il vento; il disco appena lanciato da Apollo mutò bruscamente direzione finendo così col colpire a morte in mezzo alla fronte il bel ragazzo. Mentre esalava l’ultimo respiro tra le braccia del dio piangente e inconsolabile il sangue che sgorgava zampillante dalla ferita cadde a terra e lì sbocciò subito un bellissimo fiore d’un colore blu intenso, il Hyacinthus. Il suo mito era uno dei principali celebrati a Sparta, le Giacinzie.

 

Un altro adolescente amato da Apollo è stato Ciparisso: il ragazzo, durante una battuta di caccia, colpì accidentalmente col suo giavellotto il cervo che gli aveva donato il dio. Non riuscendo a superare la disgrazia occorsagli, il giovinetto si struggeva e consumava pian piano; a questo punto Apollo preso da grande pena per lui lo trasformò in un albero, il cipresso dal cui tronco la resina che sgorga è simile a lacrime. Da allora questo è l’albero che viene piantato nei pressi dei luoghi in cui sono sepolti i defunti.

 

Il dio Eros produceva le frecce con cui poi colpiva i mortali che dovevano cadere innamorati con legno di cipresso. Secondo una versione latina successiva era innamorato di lui anche Silvano, il dio delle foreste.

 

Tra gli altri ragazzi amati da Apollo ci sono Imene e Branchus di Mileto, futuro sacerdote del dio stesso e fondatore di un suo oracolo a Dydyma; l’indovino Melampo e Forbant di Rodi. Vengono accennate anche brevi notizie riguardanti l’amore di Apollo nei confronti del re di Cipro Cinira, Orfeo e Troilo, Amyclas figlio di Lacedemone e fratello di Giacinto e Illo, figlio maggiore di Eracle e Deianira.

 

Infine per amore del re Admeto Apollo accettò di trascorrere ben 9 anni umani al suo servizio come pastore: in quest’ultimo caso sembra essere stato il dio stesso ad assumere il ruolo e la parte ‘sottomessa’ di eromenos.

 

Uno dei grandi amori del dio dei mari e dei terremoti Poseidone fu invece Pelope, a cui fu donato un carro dotato di cavalli alati con il quale vinse una gara di corsa contro il re Enomao. Il signore dei mari venne travolto da improvvisa passione anche nei confronti di un certo Nerites, figlio di Nereo e quindi fratello delle Nereidi: si narra fosse d’una bellezza mozzafiato e che proprio dal suo amore nei confronti di Poseidone nacque Anteros (l’amore ricambiato e vendicatore di quello non corrisposto).

Hermes, che rimase sempre appassionatamente attratto da Perseo, lo aiutò a procurarsi sandali alati ed elmo magico per poter affrontare le sue imprese eroiche; si innamorò di Cadmo, Dafni (Eliano. Storie X 18) e Anfione. Infine si dice che amò anche Crise, il sacerdote di Apollo a Troia e sembra gli piacesse alquanto l’irsuto Pan.

Asclepio era innamorato di Ippolito ed Efesto di Peleo.

 

Il caso Dionisio

 

Il nome del dio Dioniso viene associato ai misteri dionisiaci, in tale ambito Igino racconta una versione argolica del mito inerente alla catàbasi del dio: cercando di riportare in vita la madre Semele dal regno dei morti in cui era precipitata, Libero (Dioniso) giunge ad Argo e lì incontra un uomo di nome Polimno a cui chiede di indicargli la via verso l’Ade. Polimno esige in cambio, come pagamento dell’aiuto ricevuto, di poter godere sessualmente del corpo divino, «Libero che bramava rivedere la madre, giurò – per quanto poteva valere il giuramento di un dio a un uomo svergognato- che se la riportava in vita avrebbe fatto tutto ciò che l’altro voleva.». Secondo la narrazione del polemista cristiano Arnobio, quando Dioniso ritorna trova Prosimna (Polimno) morto, a questo punto Dioniso giunto davanti alla tomba dell’uomo taglia un ramo di fico, gli dà la forma di un phallos-fallo artificiale e ci si siede sopra, adempiendo così alla promessa fatta. Secondo l’erudito Roberto Calasso che fa riferimento a un altro polemista cristiano, Clemente Alessandrino che narra in modo analogo la conclusione della vicenda, «Tutti hanno taciuto sulla conclusione del viaggio di Dioniso nell’Ade, eccetto un Padre della Chiesa. Con la brutalità di quei nuovi cristiani che erano stati iniziati un tempo ai misteri, Clemente Alessandrino ha narrato la storia di come Dioniso sodomizzò sé stesso […] .».

 

Miti relativi all’amore tra due eroi mortali

 

Si narrava che all’interno d’una grotta ai piedi del monte Parnaso si fosse stabilito un mostro femminile chiamato Lamia: viveva in mezzo al fango e divorava i ragazzi che dovevano esserle consegnati in sacrificio ogni certo periodo di tempo. Un certo Euribate però, dopo aver incontrato uno di questi ragazzi destinati a una fine tanto orribile tra le zampe del mostro-donna, s’innamorò a prima vista di lui e volle far di tutto per salvarlo: affrontò il mostro e lo uccise.

 

A Thespies v’era un mito che raccontava invece di un drago che una volta viveva nelle vicinanze della città; anch’egli chiedeva dei bei ragazzi in sacrificio. Quando la sorte cadde sul giovane eromenos di Kleostrata, questi non ci pensò due volte a indossarel’armatura e affrontare senza timore chi voleva portargli via l’amato.

 

Ma celebre è a questo riguardo il mito riguardante l’affascinante Narciso: egli era amato da molti giovani ma tutti venivano con spietatezza rifiutati: uno di loro, Aminia, che dallo struggimento e dalla sofferenza patita si stava letteralmente consumando, non riuscendo più a sopportare tanto dolore si uccise; non prima però di aver scagliato sul ragazzo crudele e insensibile una terribile maledizione: neanche lui sarebbe stato mai corrisposto quando si fosse davvero innamorato di qualcuno. Accadde così che Narciso, vedendo il riflesso del suo volto nel torrente si desiderò e, non potendo in alcun modo soddisfare questa impossibile passione, avvizzì sulla riva e si trasformò in un fiore.

 

In Etolia si raccontava un mito analogo, riguardante questa volta però niente meno che il figlio di Apollo, il semidio Cicno: molti giovani gli facevano una corte serrata nel tentativo di conquistare i suoi favori, ma egli continuava imperterrito a rifiutarli tutti. Solo uno di loro, Filio, non voleva accettare la sconfitta e continuava a pregarlo e supplicarlo di concedersi a lui: Cicno allora per provarne la fedeltà e costanza gli comandò di portare a termine tre difficilissime prove. Mentre stava eseguendo la seconda di esse, Filio incontrò Eracle, il quale gli consigliò senza mezzi termini di ribellarsi finalmente alle angherie del bell’adolescente: Cicno, vedutosi così per la prima volta lui stesso respinto, per la delusione patita precipitò in un lago (o saltò da una scogliera) e si tramutò in un cigno (Antonino liberale. Metamorphosis 12). Un’altra versione vuole Cicno amato da Fetonte.

 

Innumerevoli sono stati i ragazzi amati da Eracle, tra cui i più importanti sono stati senz’altro Ila, Iolao e Abdero: molte furono le gesta che l’eroe compì affiancato dal giovane Iolao. Secondo la testimonianza di Plutarco a Tebe la tomba del ragazzo era meta di pellegrinaggio da parte di coloro che andavano a chiedere al suo spirito d’intercedere a favore dei propri amori, oppure che andavano a fare solenne promessa d’eterna fedeltà.

 

Ila accompagnò invece Eracle durante la spedizione degli Argonauti, ma finì con l’essere rapito dalle ninfe delle acque (Antonino liberale. Metamorfosi 26). Il suo culto era molto sentito in terra di Bitinia.

 

Mentre stava compiendo la sua 8° fatica invece il suo amato Abdero rimase per errore ucciso, divorato dalle cavalle che stavano cacciando: in suo onore e in perenne memoria fondò la città di Abdera.

 

Nella città di Dima in Acaia venne sacrificato l’ennesimo giovane amante dell’eroe di nome Sostrato (Pausania. Descrizione della Grecia VII 17, 8). Un altro amante prediletto di Eracle era l’argonauta Polifemo; alcuni infine presumono vi possa essere stata una segreta passione anche nei confronti di Euristeo.

 

Marsia era innamorato del frigio Olympius, a cui insegnò a suonare il flauto in maniera impeccabile: successivamente il ragazzo divenne un poeta al seguito del dio Apollo (Plutarco. A proposito di musica 7).

 

La rivalità per conquistarsi l’amore del giovane Mileto, anche questi figlio d’Apollo (in altre versione è Atymnius figlio di Zeus), scatenò una guerra tra Minosse e Sarpedonte: dopo esser stato sconfitto quest’ultimo regnò in Licia mentre Mileto fondò l’omonima città di Mileto.

 

Del giovane eroe Frisso s’innamorò il re della Colchide Eete (Eraclito-allegoristi. Circa un fatto incredibile 24), o il re degli Sciti.

 

L’eroe tebano Laio s’innamorò del giovanissimo figlio illegittimo del re Pelope, Crisippo: un giorno, mentre lo stava addestrando a guidare un carro, gli usò violenza (Pseudo-Apollodoro. Biblioteca III 5, 5; Eliano. Miti XIII 5); ciò portò il ragazzino al suicidio (Atene. Festa di Sion XIII 602). Pelope allora scagliò la sua tremenda maledizione sopra la testa di Laio e di tutta la sua discendenza; ma secondo altri fu Teseo a rapirlo (Igino. Miti 271), mentre l’avrebbero ucciso Atreo e Tieste.

 

Sono note le grandi passioni amorose di Achille nei confronti di Patroclo, Antiloco e Troilo.

 

Il rapporto tra Oreste e Pilade è spesso interpretato come un solido legame sentimentale (Senofonte. 8, 31, Luciano. Amori 47), così come quello tra Teseo e Piritoo.

 

Famose coppie pederastiche

 

Durante l’antichità, nel mondo classico vi furono svariate relazioni pederastiche note tra uomini adulti e adolescenti: in alcuni di questi casi entrambi i membri della coppia divennero poi figure storiche di notevole importanza. Anche se tutti questi rapporti avevano per definizione una natura omoerotica, le persone coinvolte non si sono mai in alcun caso identificate come “omosessuali”, in quanto la realtà della pederastia era parte ordinaria del desiderio di ogni uomo adulto di quel tempo.

 

La natura delle relazioni poteva spaziare da quella più apertamente sessuale a quella più ideale che oggi definiremmo di amore platonico, in conformità con le antiche norme etiche e filosofiche; sono incluse pertanto anche quelle relazioni in cui vi è evidenza di una componente erotica, pur in assenza di rapporti sessuali veri e propri. Il nome posto per primo è sempre quello riferito all’erastes; l’elenco è, per quanto possibile, ordinato cronologicamente.

 

Età arcaica

 

Archia e Telefo

Archia fu un ricco abitante di Corinto e futuro colonizzatore di Siracusa, secondo tradizione nel 733 a.C. Dovette abbandonare la città natale per aver causato la morte di un giovane di nome Atteone, di cui era innamorato ma non corrisposto. Telefo era invece un giovane molto geloso

 

Anton e Filisto.

Nomi alternativi per Cleomaco e i suoi eromenos. Originario di Farsalo in Tessaglia Cleomaco si distinse per aver aiutato i Calcidesi nella loro guerra contro gli eretriesi, ispirando in tal maniera Calcide ad adottare la pederastia dopo che questa era stata precedentemente proibita; il tutto in un periodo compreso tra il 700 e il 650 a.C

 

Solone e Pisistrato.

Si narra che il celebre legislatore ateniese sia stato l’erastes del giovane Pisistrato, futuro tiranno, presumibilmente attorno al 590 a.C. Aristotele secoli dopo nella sua Costituzione degli ateniesi sostenne invece che la storia fosse mera leggenda e che non poteva assolutamente corrispondere a verità a causa della troppo ampia differenza di età tra i due: “E ‘evidente da questo che la storia è semplice pettegolezzo in cui si afferma che Pisistrato era il favorito giovanile di Solone”.

 

Pisistrato e Carmo

Plutarco racconta nella sua “Vita di Solone” che tra Pisistrato e Carmo sia sbocciata grande amicizia e che il primo in nome di tal rapporto abbia consacrato all’Accademia una statua di Eros, la ove i corridori accendevano la torcia sacra. Carmo è colui che diede il nome al secondo figlio del tiranno, Ipparco e che consegnò in sposa la figlia Myrrhina all’altro figlio del suo vecchio erastes, Ippia.

 

Caritone e Melanippo

I due amanti tentarono di opporsi alle mire del tiranno agrigentino Falaride nel 560 a.C. circa. Carirone, scoperto, vene torturato perché rivelasse i nomi dei complici, ma egli non cedette: Melanippo, per salvare la vita all’amico, si presentò e confessò apertamente la propria colpa. Il tiranno, impressionato dalla gran fedeltà e dall’amore reciproco dimostrato, li graziò della vita pur mandandoli in esilio. Su di loro la Suda registra che Caritone era l’amante e Melanippo l’amato, l’anima d’ognuno era fuoco e ispirata dal compagno; il loro valore e amore sono stati celebrati in uno degli oracoli di Delfi con queste parole: “Beati erano Caritone e Melanippo, hanno mostrato ai mortali la modalità in cui un’amicizia diventa divina”.

 

Carmo e Ippia

Dopo essere stato l’eromenos del padre Pisistrato Carmo, oramai polemarco, diviene erastes del di lui più giovane figlio Ippia, in seguito suo cognato.

 

Procleide e Ipparco

Procleide, importante cittadino, come si conviene all’erastes del figlio di un sovrano, è anche noto per l’aver fatto erigere una statua di Ermes a tre teste-Trikephalos, lungo la via dedicata ad Estia.

 

Teognide e Cirno

Il poeta megarese del VI secolo a.C. ha nominato in molti dei suoi versi il giovane amato, utilizzandoli per trasmettere al ragazzo la propria saggezza.

Policrate e Smerdis

L’amore del tiranno di Samo (535-515 a.C.) nei confronti del suo favorito proveniente dalla Tracia, è stato registrato nei versi del poeta Anacreonte.

 

Anacreonte e Batillo

La leggenda narra che mentre si trovava a Samo Anacreonte gareggiò col tiranno per conquistarsi l’amore di un altro bel ragazzo, Batillo, considerato come il più famoso dei suoi diletti e celebrato in molte sue poesie, tra le quali anche questa: “Guardi come una fanciulla, ragazzo,

ti cerco, tu non ascolti: non capisci

che della mia anima sei tu a tenere le redini” (Framm 11)

 

Anacreonte e Crizia

Dopo la morte di Policrate, Ipparco invitò l’oramai maturo e celebre Anacreonte a recarsi da lui in visita ad Atene. Qui giunto il poeta si prese un eromenos, nella cui casa si stabilì, Crizia. Il futuro arconte e membro dei trenta tiranni Crizia era il nipote del ragazzo amato da Anacreonte.

 

Aristogitone e Armodio

Coppia eroica, poi idolatrata dai democratici ateniesi. Nel complotto del 514 per assassinare Ippia sono stati accreditati come gli esecutori materiali del rovesciamento della tirannia ad Atene Ipparco s’era invaghito del giovane Armodio e lo tentò, ma il giovane denunciò la cosa al suo amante ufficiale, Aristogitone. Questi, temendo che Ipparco, per la sua posizione dominante (fratello del tiranno) potesse comunque finire per sottrargli l’amato cominciò a tramare l’abbattimento della tirannide; i due lo uccisero presso il Leocorio, mentre Ippia si trovava nel Ceramico.

 

 

 Età classica

 

Parmenide e Zenone di Elea

Secondo quanto ne dice Platone nel suo dialogo intitolato Parmenide Zenone era “alto e di bell’aspetto, nei giorni della sua giovinezza… Ha riferito di essere stato amato da Parmenide”. Ciò sarebbe avvenuto intorno al 475 a.C..

 

Parmenide e Empedocle

Il giovane filosofo siciliota era stato uno dei primi studenti e più tardi tra gli eromenos di Parmenide, secondo quanto ne dice Porfirio nella sua storia filosofica.

 

Gerone I di Siracusa e Daeloco

Il tiranno di Siracusa si è circondato di intellettuali e aveva un gran numero di giovinetti di cui era appassionato. Intorno al 470 a.C. durante una discussione col poeta Simonide a riguardo dell’etica pederastica disse: “La mia passione per Daelochus deriva dal fatto che la natura umana, forse ci spinge a desiderare le cose belle, ed io ho un desiderio molto forte di raggiungere l’oggetto della mia passione [solo] con il suo amore e consenso”.

 

Antileone e Ipparino

Gli amanti Antileon e Hipparinos, nativi di Eraclea (Magna Grecia), per l’uccisione del tiranno Archelao di Metaponto furono onorati dalla comunità della polis con la dedica di statue bronzee, nello stile di Armodio e Aristogitone; dopo che il tiranno fu avvicinato da Hipparinos durante una battuta di caccia, Antileon lo assassinò, ma pagò con la sua vita.

 

Pausania e Argilio

Il generale aveva inviato delle lettere di tradimento ai Persiani per mezzo dei suoi ex amanti, nessuno dei quali fece mai ritorno. Argilius, dopo essere stato nominato messaggero, aprì la lettera a lui affidata in segreto, solo per scoprire che il destinatario della lettera aveva ricevuto l’incarico di uccidere il suo portatore. Ha divulgato allora la corrispondenza di Pausania agli Efori i quali lo murarono vivo all’interno del tempio, dove si era rifugiato, ove morì di fame e di sete. Questa la punizione spartana per esser entrato in comunicazione con il nemico.

 

Archelao e Socrate

Il filosofo anziano ha amato il più giovane quando quest’ultimo aveva diciassette anni

 

Fidia e Agoracrito

Il giovane, sia amato che allievo dello scultore, è noto anche per la sua scultura della Dea Nemesi a Ramnunte.

 

Fidia e Pantarkes

Pantarkes, era un giovane di Elis e vincitore della gara di lotta riservata ai ragazzi durante i Giochi olimpici antichi numero LXXXVI del 436 a.C. Ha inoltre fatto da modello per una delle figure scolpite nel trono di Zeus, e Fidia, per onorarlo, ha fatto incidere le parole “Kalos Pantarkes” nel mignolo della statua di Zeus a Olimpia.

 

Empedocle e Pausania di Gela

Pausania fu sia amico intimo che allievo del filosofo.

 

Anito e Alcibiade

Socrate e Alcibiade

Ognuno dei due disse di aver salvato la vita dell’altro in battaglia; il rapporto, che ha avuto luogo intorno 435-430 si è detto possa essere stato casto.

 

Crizia e Eutidemo

Un rapporto deriso da Socrate per la fisicità brutale del desiderio di Crizia.

 

Pausania (poeta ateniese) e Agatone

Il rapporto tra i due, anche se iniziato mentre Agathon era ancora adolescente, si distingue per avere avuto una durata di tempo oltre quella comune nelle relazioni pederastiche, indugiando sino all’età adulta del tragediografo.

 

Platone e Aster

Si dice che il ragazzo sia stato un allievo amatissimo di Platone, a cui insegnava astronomia. Alla morte prematura di Aster Platone scrisse su di lui un epitaffio

 

Senofonte e Clinia

Del suo eromenos Senofonte disse: “Ora poso lo sguardo su Clinia con più piacere che su tutte le altre belle cose che possono essere viste tra gli uomini, e io preferirei essere cieco a tutto il resto del mondo, pur di non esserlo davanti a Clinia; e sono infastidito anche con la notte e con il sonno, perché in quei momenti io non lo vedo, ma sono molto grato al sole e alla luce del giorno, perché mostrano Clinia ai miei occhi”.

 

Callia III e Autolico

Il rapporto tra i due avvenne nel 421 a.C. ed è stato narrato da Senofonte nel suo Simposio (Senofonte).

 

Temistocle e Stesilao

Nel 420 a.C. circa il politico democratico ateniese Temistocle si trovò a dover gareggiare con Aristide per contendersi l’amore di ragazzo un ragazzo originario di Ceo di nome Stesilao. Come racconta Plutarco “…erano rivali per l’affetto del bellissimo Stesilaus di Ceo, ed erano appassionati al di là di ogni moderazione”.

 

Pitea e Teisis

Archedemo e Alcibiade II (figlio di Alcibiade)

Archebiades e Alcibiade II

Lisandro e Agesilao II

Archidamo III e Cleonimo

Il figlio del re di Sparta Agesilao II, il futuro Archidamo III, è descritto da Senofonte di essere stato innamorato del bel figlio di Sfodria. Il ragazzo avrebbe chiesto al suo eispnelas (l’erastes spartano) di intervenire presso il re in favore di suo padre in una questione di vita o di morte legale, promettendo che Archidamo non si sarebbe mai dovuto vergognare di averlo avuto come proprio amato. Egli si è poi dimostrato d’essere all’altezza della promessa fatta, in quanto è stato il primo spartano a morire nella battaglia di Leuttra nel 371 a.C.

 

Arieo e Menone di Farsalo

Menone di Farsalo e Tarupa

In un rovesciamento della solita usanza, Menone, comandante di una truppa di mercenari, nonostante la sua giovane età, ha preso come “amato” il già barbuto Tharupas.

 

Artaserse II di Persia e Tiridate

Il re persiano, sconvolto per la morte del suo amatissimo eunuco trovò consolazione nel porre il mantello del giovane morto sulle spalle di Aspasia di Focide, sua concubina greca.

 

Archelao I di Macedonia e Cratero

Il sovrano del regno di Macedonia fu assassinato nel 399 a.C. dal suo eromenos, per aver colpevolmente rinnegato la promessa precedentemente fatta di dare al ragazzo la sua figlia in sposa.

 

Aminta II di Macedonia e Derbas

Lisia e Teodoto

Anche se già entrato nella cinquantina d’età, Lisia assunse un eromenos da Platea. Il giovane, però, aveva già firmato un contratto per essere la compagnia di un certo Simone il quale, rivendicando diritti anteriori sul giovane, ha proceduto a stargli dietro, ricorrendo a diversi tentativi di rapimento. Come risultato di ciò, e le risse di strada che seguirono, il caso è stato sentito in prima istanza all’Areopago.

 

Aristippo e Eutichide

Il giovane era uno schiavo del filosofo, paragonato da questi con uno degli studenti di Socrate.

 

Alessandro di Fere

Ci sono varie ipotesi sul movente per l’assassinio del tiranno. Secondo Cicerone l’atto è da attribuirsi alla gelosia. Altri storici hanno ipotizzato che Alessandro avesse legato a sé il fratello più giovane di Thebe come suo eromenos; esasperato dalle suppliche della moglie di rilasciare il giovane, lo uccise, e quindi la donna sarebbe stata spinta a vendicarsi.

 

Agesilao II e Megabate

Misgolas e Timarco

Antikles e Timarco

Pittalaco e Timarco

Egisandro e Timarco

Epaminonda e Mitico

Epaminonda e Asopico

Una coppia famosa per il loro valore militare, come ad esempio nella vittoria ottenuta combattendo fianco a fianco durante la battaglia di Leuttra nel 371 a.C. contro gli spartani.

 

Epaminonda e Cafisodoro

Caphisodorus è stato il suo ultimo amante. Cadde con Epaminonda nel 362 a.C. durante la battaglia di Mantinea e fu sepolto al suo fianco.

 

Demostene e Cnosio

Demostene e Aristarco

Demostene e Aristione

Filippo II di Macedonia e Pausania di Orestide

Nel 336 a.C. Pausania ha ucciso Filippo per la gelosia provata rispetto ad un altro amante.

 

Dario III di Persia e Bagoas

Bagoa era il favorito di Dario, che è stato detto essere “intimo” con lui.

 

Alessandro Magno e Bagoas

I due si incontrarono nel 330 a.C. dopo la morte del patrono precedente di Bagoa, Dario III.

 

Dimno e Nicomaco di Macedonia

Aristotele e Palefato

Secondo la Suda, Palefato era paidika di Aristotele.

 

Aristotele e Escrione di Mitilene (forse identificabile con Escrione di Samo)

Il ragazzo era studente e eromenos del filosofo, ed è conosciuto per essere diventare un poeta epico ed aver accompagnato la spedizione di Alessandro Magno.

 

Polemone e Cratete di Atene

L’amicizia tra il filosofo più anziano e il suo allievo era leggendaria, e i due sono stati sepolti nella stessa tomba.

 

Periodo ellenistico

 

Teofrasto e Nicomaco

Teofrasto è stato il successore di Aristotele nonché erastes del di lui figlio.

Demetrio Falereo e Diognis

Zenone di Cizio e Perseo di Cizio

Dionisio di Eraclea e Panculo

Demetrio I Poliorcete e Cleaneto

Archebolo e Euforione

Amilcare Barca e Asdrubale

Xenares e Cleomene III

Cleomene III e Panteo

Tolomeo IV e Agatocle

Tolomeo VI e Galesto

Il re amava il ragazzo non solo per la sua bellezza ma anche per la sua saggezza. Siamo nel 170-140 a.C. circa

 

 

Antica Roma

 

Pisone e Marco Tullio Cicerone

Marco Tullio Cicerone e Marco Tullio Tirone

Gaio Valerio Catullo e Giovenzio

Ottaviano Augusto e Sarmento

Publio Virgilio Marone e Alessandro

Albio Tibullo e Màrato

Nerone e Sporo

Vitellio e Asiatico

Gaio Scribonio Curione e Marco Antonio

Marco Valerio Marziale e Diadumeno

Il poeta immortalò il suo schiavo catamite, giocando sul topos dei dolci baci e della crudeltà dei ragazzi che si negano.

 

Aulo Pudente e Encolpo

Atedio Meliore e Glaucias

Domiziano e Earino

Un certo numero di poeti si affrettò a lusingare l’imperatore lodando il suo amato, uno schiavo eunuco che cominciò ad essere paragonato a Ganimede. Domiziano decretò che da allora in poi la castrazione sarebbe stata vietata.

 

Traiano e Arbandes

Publio Elio Traiano Adriano e Antinoo

L’imperatore romano ha incontrato questo ragazzo di Bitinia nel 124 d.C. quando non aveva che 13 o 14 anni. Antinoo fu divinizzato da Adriano, quando morì sei anni dopo. Molte statue, busti, monete e rilievi mostrano i sentimenti più che profondi che Adriano ha provato per lui

 

Erode Attico e Polideuce

Il filosodo Erode ha emulato Adriano stabilendo un culto eroico per il ragazzo amato dopo la sua morte precoce avvenuta all’incirca attorno al 174 d.C.

 

Tolomeo e Eutropio

Eutropio, uno schiavo armeno o assiro castrato alla nascita, è stato deriso per aver avuto molti maestri, a cominciare da Tolomeo, un militare addetto alle scuderie imperiali di Bisanzio. L’eunuco ricevette la promessa dal suo padrone di concedergli la libertà, è stato invece dato come un regalo (essendo ancora troppo giovane per essere acquistato) al generale Arinteo, che ha servito come amante compiacente. Passato alla figlia di questa, liberato entrò a far parte del palazzo imperiale e nel 395 assunse il comando assieme a Rufino al posto del troppo giovane Arcadio.

 

 

Approfondimenti ed opinioni moderne

 

I punti di vista etici tenuti nelle società antiche, come quella ateniese, tebana, cretese, spartana e altre, sulla pratica della pederastia sono stati esplorati dagli studiosi solo a partire dalla fine del XIX secolo. Uno dei primi a farlo fu John Addington Symonds, che ha scritto il suo lavoro fondamentale “A Problem in Greek Ethics” nel 1873, ma dopo un’edizione di appena dieci copie distribuita privatamente nel 1883 solamente nel 1901 questo suo lavoro ha potuto essere pubblicato ufficialmente, in forma riveduta.

 

Edward Carpenter ha poco dopo ampliato il campo di applicazione dello studio, con la sua opera del 1914 intitolata “Intermediate Types among Primitive Folk” . Il testo esamina le pratiche omoerotiche di tutti i tipi, non solo quelle pederastiche e spazia tra culture che abbracciano l’intero globo. In Germania l’opera fu continuata dal classicista Paul Brandt scrivendo con lo pseudonimo di Hans Licht, che ha pubblicato la sua “Sexual Life in Ancient Greece” nel 1932.

 

Il corso più accademico degli studi sull’antica Grecia ha però continuato ad omettere sistematicamente i riferimenti storicamente accertati della pratica diffusa di omosessualità. Edward Morgan Forster nel proprio romanzo Maurice del 1914 fa riferimento alla moderna ambivalenza europea verso questo aspetto della cultura greca in una scena in cui un professore dell’università di Cambridge, alla testa di un gruppo di studenti impegnati nel tradurre un antico testo greco dice: “Omettere il riferimento al vizio indicibile dei Greci”.

 

Più tardi, ancora nel 1940 H. Mitchell ha scritto: Questo aspetto della morale greca è un caso straordinario in cui, per il bene della nostra equanimità, è inutile farvi riferimenti troppo ravvicinati” Questo stato di cose sarebbe perdurato fino al 1978 con la pubblicazione di L’omosessualità nella Grecia antica dell’accademico britannico Kenneth Dover; il suo libro affrontò talmente di petto il tema tanto che questo sarebbe stato da allora in poi ampiamente e quanto più francamente possibile francamente discusso. Il lavoro di Dover ha innescato tutta una serie di dibattiti che ancora oggi continuano dopo più di trentacinque anni.

 

Lo storico francese del XX secolo Michel Foucault ha dichiarato che la pederastia era “problematizzata” nella cultura greca, che era “l’oggetto di una speciale – e particolarmente intensa – preoccupazione morale” incentrata sul riferimento alla castità e moderazione dell’eromenos (il termine usato per il giovane che veniva “amato”). Una linea moderna di pensiero che porta da Dover a Foucault a Halperin sostiene che l’eromenos non avrebbe dovuto ricambiare l’amore e il desiderio dell’erastes e che il rapporto nella sua totalità era incentrato su un dominio sessuale del minore da parte del più anziano, una politica di penetrazione ritenuta essere veritiera nei confronti dei rapporti tra i maschi adulti ateniesi “con i loro inferiori sociali – ragazzi, donne e schiavi -. una teoria propugnata anche da Eva Keuls. In questa prospettiva, i rapporti sono caratterizzati e scomposti su un intrinseco differenziale di potere tra i partecipanti, tanto da poter essere definita econsiderata come sostanzialmente asimmetrica.

 

Altri studiosi indicano le opere artistiche in genere, pittoriche su vasi, poesie e opere filosofiche, così come la discussione platonica riguardante Anteros, “l’amore che torna/contraccambiato” ognuno dei quali mostra tenerezza e desiderio e amore da parte del corrispondente eromenos il quale pare a tutti gli effetti rispondere attivamente a quelli dell’erastes. I critici di Dover e dei suoi seguaci sottolineano inoltre che essi hanno ignorano tutto il materiale che non andava a sostegno della loro interpretazione “eccessivamente teorica” di un rapporto emozionale tra i più profondamente umani e che “con chiarezza appare che un reciproco legame consensuale tra adulto e ragazzo si veniva a costituire” e che pertanto si tratta di “una fiaba moderna quella che vuole l’eromenos più giovane non eccitato dalla relazione”.

 

La posizione di Halperin è stata criticata come “retorica persistentemente negativa e critica implicante l’idea di sfruttamento e di dominio, come le caratteristiche fondamentali dei modelli sessuali pre-moderni”, come una sfida polemica nei confronti dei “principali apologeti gay assimilazionisti” e un tentativo di “demonizzare e spurgare dal movimento di liberazione omosessuale “tutte le sessualità maschili non-ortodosse, in particolare quella che coinvolge liberamente adulti e adolescenti.

 

 

PEDERASTIA TEBANA

 

La pederastia tebana era un costume sociale-educativo che voleva insegnare agli adolescenti di classe superiore nell’antica polis di Tebe, capitale regionale della Beozia, le responsabilità della vita adulta attraverso un rapporto di tipo sentimentale-amoroso con un uomo aristocratico adulto. Si ritiene che questa pratica sia stata introdotta per la prima volta al tempo dell’invasione del Dori da Nord nel 1200-1100 a.C, o in alternativa durante il periodo arcaico (VIII-VII sec a.C.) da una derivazione della pederastia cretese.

 

Questa tradizione si riflette in tutte le pieghe della religione greca, come indicato dai molteplici miti a sfondo pederastico che la costellano: integrata infine nella vita militare delle città, sia nella formazione dei soldati che sul campo di battaglia.

 

Mitologia

 

A Tebe la pratica, non solo pederastica ma addirittura pedofila, esiste già nel mito fondativo della città: volto ad insegnare una morale attraverso un contro-esempio racconta la vicenda di Laio, futuro padre di Edipo nonché eroe fondatore e primo re di Tebe. Questi, innamoratosi del giovane principe Crisippo mentre si trovava ospite del re Pelope, lo rapì con la forza ed abusò di lui.

 

Gli dèi, per punire il doppio crimine di tradimento nei confronti del padre di Crisippo e di violenza verso il ragazzino, maledirono l’intera discendenza di Laio; maledizione che arriverà a colpire in tutta la sua virulenza anche Edipo e i suoi figli.

 

In quello che sembra un tentativo di sottolineare il reato compiuto da Laio Euripide, a quanto risulta dai frammenti pervenutici della sua tragedia intitolata per l’appunto Crisippo, la giovanissima vittima non viene rappresentata come un adolescente, così come usava apparire l’eromenos nella ceramica greca, bensì come un bambino. Il racconto tebano di Laio e Crisippo si guadagna così il primato d’esser, nell’Antica Grecia continentale, mito fondativo della pedofilia .

 

Un altro mito a tema proveniente sempre dalla Beozia (per la precisione da Tespias) è quello riguardante Narciso e Aminia, che doveva avvertire gli adolescenti di non essere eccessivamente crudeli nei loro rifiuti.

 

Un eroe pederasta molto onorato a Tebe era infine Iolao, riconosciuto niente meno che come l’eromenos di Ercole: in zona vi era un mausoleo eretto in sua memoria, meta di pellegrinaggi da parte degli erastes che venivano qui a giurare eterna fedeltà ai propri compagni e luogo in cui gli amanti donavano un’armatura completa ai loro amati quando questi raggiungevano la maggiore età. Questa tomba esisteva ancora nel II sec e Pausania la descrive dettagliatamente nella sua opera ; mentre un doppio gymnasium era stato costruito espressamente in nome dei due eroi amanti  in cui si svolgeva un festival annuale d’atletica chiamato yolea.

 

Storia e pratica

 

I legislatori tebani istituirono la pederastia come strumento in certo qual modo educativo per i cittadini: l’obiettivo era quello “d’ammorbidire, mentre erano ancora giovani, la loro naturale ferocia e temprarne così i costumi”. Senofonte dice che “è usanza tra i beoti che uomini e ragazzi vivano assieme come fossero persone sposate”. Quando il giovane giungeva all’età richiesta per svolgere il servizio militare (20 anni) il suo amante gli consegnava, come ‘regalo d’addio’, un’armatura completa.

 

Un legislatore noto per il suo rapporto omoerotico fu un certo Filolao, corinzio di nascita ma che venne a stabilirsi a Tebe mantenendo la relazione omosessuale col proprio amante per l’intera vita.

 

Verso la fine del periodo classico della storia tebana Gorgida, un famoso statista del suo tempo, formò un battaglione militare composto da 150 coppie di uomini con i loro giovani amanti; venne conosciuto col nome di battaglione sacro degli immortali. Mantennero la loro fama di invincibilità fino a quando non caddero nella battaglia di Cheronea contro Filippo II di Macedonia nel 338 a.C: il padre di Alessandro Magno rimase talmente impressionato dal valore dimostrato dagli amanti guerrieri da voler innalzar loro un tumulo ad imperitura memoria sul luogo del combattimento.

 

Fonti contemporanee, per lo più ateniesi, suggeriscono che la pederastia fosse a Tebe più libera rispetto all’altre polis greche e per lo più consideravano i tebani come “bastardi beoti” per i loro modi alquanto ruvidi e contadineschi, da bifolchi.

 

Nel Simposio di Platone (182 b1-b6) il personaggio di Pausania spiega che le regole vigenti a Tebe incoraggiano sempre i ragazzi a soddisfare sessualmente i propri amanti adulti. Moderni studi comparativi suggeriscono però che una tal visione estrema della pederastia tebana possa essere alquanto imprecisa, in quanto frutto di atteggiamenti nazionalisti e xenofobi da parte degli scrittori ateniesi.

 

Il poeta Pindaro risulta essere una delle poche fonti primarie riguardanti la pederastia tebana, in quanto lui stesso originario di Tebe; la viene difatti a presentare in un modo un po’ più convenzionale, in cui la ginnastica, l’atletica e l’espressione sessuale sono strettamente correlati. Allo stesso modo i dipinti su ceramica sembrano mostrare una sere di pratiche del tutto simili a quelle che si possono vedere nei vasi ateniesi e corinti.

 

 

Personaggi famosi

 

Il generale Epaminonda era, secondo Cornelio Nepote, in intimi rapporti con un ragazzo di nome Micitos: Plutarco cita i nomi di due altri suoi eromenos, Asopico che combatte al suo fianco nella battaglia di Leuttra (e dove si distinse notevolmente) e Capisdoros che cadde assieme al comandante durante la battaglia di Mantinea. Furono sepolti l’uno accanto all’altro.

 

 

PEDOFILIA E CHIESA CATTOLICA NELLA STORIA

 

Per comprendere il pensiero dei Padri della Chiesa sulla pedofilia e la pederastìa (e l’omosessualità) bisogna rifarsi all’etica romana a partire dall’età repubblicana, periodo in cui il potere legislativo prese «provvedimenti contro la pederastìa», prima in via amministrativa, poi in via giudiziaria. Pur ritenendo «normale che un uomo avesse rapporti sessuali con altri uomini, oltre che con le donne» i romani, a differenza dei greci, «non ritenevano che, per i ragazzi, essere soggetti passivi di un rapporto omosessuale fosse educativo». Il pensiero dei Padri riprendeva in parte la morale «tardo pagana» sul matrimonio. Anche altri studiosi concordano su questa impostazione. Da un tipo di «sessualità di stupro», il romano che «sottometteva senza problemi e senza rimorsi la moglie, le schiave e gli schiavi», cominciò a imporsi una regola di vita, che diventò un «codice morale repressivo». Prima che il cristianesimo prendesse campo, la morale sessuale dei romani «si era trasformata da una bisessualità di stupro in un’eterosessualità di riproduzione». La castità, anticipando il pensiero dei Padri, era diventata una virtù. La predicazione cristiana trovò un facile terreno, alimentata dalla predicazione stoica «che esortava a controllare le passioni, a vincere le pulsioni, a indirizzare il sesso alla procreazione». La nuova regola era «l’eterosessualità di riproduzione».

 

Pedofilia e cristianesimo fino al XIII secolo

 

Nella Patristica la condanna investiva qualsiasi tipo di rapporto tra maschi, indipendentemente dall’età.

L’opinione di alcuni studiosi tende a escludere la condanna diretta di omosessualità – e pederastìa – da parte della Chiesa cristiana primitiva, in quanto tali fattispecie erano ricomprese nel concetto più vasto di «sessualità contro natura» (stigmatizzati in primis per la loro natura di atti non procreativi e, a seguire, per la loro degenerazione). Il rifiuto della sessualità era quasi generale e spesso non faceva distinzioni fra le varie componenti. La castità era la scelta migliore. A seguire, veniva il matrimonio nel quale era tuttavia determinante la continenza: tutte le pratiche che non prevedevano la procreazione erano bollate allo stesso modo. L’omosessualità e la pedofilia rientravano, insieme a qualsiasi rapporto che non prevedeva la procreazione, in «rapporto illecito» e «contro natura». Anche la stessa repressione della pedofilia e dell’omosessualità da parte degli imperatori cristiani non prevedeva distinzioni se non in un primo momento, in cui si prevedevano pene solo per l’omosessualità (e la pedofilia) passiva. Da Giustiniano in poi furono colpiti a morte anche gli omosessuali attivi, indipendentemente dall’età. Teofane parlando dei vescovi Isaia e Alessandro li chiama «vescovi pederasti», pur essendo semplicemente omosessuali.

 

Non manca, inoltre, chi suggerisce che tale supposto silenzio sulla materia fosse derivato dalla constatazione che la natura umana è incline al male e quindi in pericolo di suggestione; il solo sentirne parlare avrebbe rischiato di invitare alla pratica. Tale fu anche la cautela adottata da molti confessori.

 

A partire dal XIII secolo in poi la condanna divenne netta. Nel Concilio Lateranense III (1179) l’omosessualità, in tutti i suoi aspetti (quindi non solo riguardo agli abusi su maggiorenni e minorenni dello stesso sesso) fu duramente condannata e anche le crociate si fecero latrici di accuse contro i musulmani, considerati amatori sfrenati e anche contro natura.

 

La condanna contro chi scandalizza i “piccoli” nei Vangeli

 

I passi evangelici in Mc 9,42 e Mt 18,6 («Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare») sono stati interpretati nel corso dei secoli come un monito contro tutti quei peccati che avevano bambini come vittime, inclusi i peccati sessuali. Già papa Gregorio I, nel VI secolo, sosteneva che i tormenti dell’inferno, per i sacerdoti pedofili, sarebbero stati di qualità maggiore:

 

(LA)

« Indigni autem quique tanti reatus pondera fugerent, si veritatis sententiam sollicita cordis aure pensarent, quae ait: Qui scandalizaverit unum de pusillis istis qui in me credunt, expedit ei ut suspendatur mola asinaria in collo ejus, et demergatur in profundum maris (Matth. XVIII, 6). Per molam quippe asinariam, secularis vitae circuitus ac labor exprimitur, et per profundum maris extrema damnatio designatur. Qui ergo ad sanctitatis speciem deductus, vel verbo caeteros destruit, vel exemplo; melius profecto fuerat, ut hunc ad mortem sub exteriori habitu terrena acta constringerent, quam sacra officia in culpa caeteris imitabilem demonstrarent, quia nimirum si solus caderet, utcumque hunc tolerabilior inferni poena cruciaret »

 

(IT)

« Ma chiunque, per quanto indegno, fuggirebbe da una colpa così pesante, se ascoltasse dal profondo del cuore queste parole di verità: Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare (Mt 18,6). Misticamente espresso nella macina da asino è il ritmo duro e tediante della vita secolare, mentre il profondo del mare sta a significare la dannazione più terribile. Perciò chi, dopo essersi portato ad una professione di santità, distrugge altri tramite la parola o l’esempio, sarebbe davvero meglio per lui che i suoi malfatti gli fossero causa di morte essendo secolare, piuttosto che il suo sacro officio lo imponesse come esempio per altri nelle sue colpe; perché, senza dubbio, se fosse caduto da solo, il suo tormento nell’inferno sarebbe di qualità più sopportabile »

(Regula pastoralis, pars I, caput II)

 

 

Nel maggio 2010, a Piazza San Pietro in Vaticano, nel corso di una preghiera “di riparazione e di intercessione” per lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, il pensiero di papa Gregorio I è stato richiamato da Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione della Fede, incaricato di seguire tutti i casi di preti responsabili di abusi.

 

Condanna della pedofilia nelle opere dei Padri della Chiesa

 

Epistola di Barnaba (I secolo, apocrifa):

«Mosè disse: “non mangerai la lepre. Perché? Per non diventare un molestatore di ragazzi (paidóphthoros). Alla lepre cresce ogni anno una nuova apertura anale, cosicché quanti anni essa ha vissuto, tanti buchi anali possiede”».

per Giovanni il Monaco (citato da Cotelerio) la paidophthoría era l’abuso di bambini sotto i 12 anni. Per le leggende sui comportamenti sessuali degli animali, vedi anche il bestiario Physiologus.

Didaché, redatta tra il 100 e il 150: «non corrompere i ragazzi, “ou paidophthoréseis”» (2.2).

da Giustino di Nablus († 165) la condanna dell’abbandono dei bambini perché «verranno indirizzati alla prostituzione».

  1. anche Clemente Alessandrino, che descrive i ragazzi da vendere come schiavi «abbelliti» per attirare maggiormente gli acquirenti. I Padri erano anche turbati dalla possibilità di incesto nel commercio schiavistico. V. Tertulliano, Ausonio, Cipriano, Minucio Felice. La vendita dei bambini è testimoniata anche da Beda nel VI secolo

il Concilio di Elvira (305) condannò gli «stupratores puerorum». Era rifiutata la comunione, anche in punto di morte, a coloro che «contaminavano» i ragazzi. Canone 71: De stupratoribus puerorum

il Commentario sull'”Hexaemeron” (fine IV secolo), attribuito a Eustazio (morto prima del 337) sosteneva l’innaturalità della pederastìa. A seguire, Clemente Alessandrino e le leggende sui comportamenti contro natura della iena.

secondo Tommaso d’Aquino rileva ai fini della gravità del peccato l’atto in sè, in quanto devia dalla comune legge naturale, immodificabile e data dal Creatore fin dal principio della Sua opera, non rileva invece non l’intenzione -e quindi la eventuale violenza- con la quale l’atto è commesso. Segue che per gravità è secondo all’omicidio tutto ciò che devia dal fine unitivo e procreativo, conseguiti nello stesso atto e momento: l’atto di aborto, coito interrotto, posizioni, anale, orale, la prostituzione, omosessualità, masturbazione, in quanto tutti parimenti deviano dal fine, dal modo e/o dall’ordine divino e naturale delle cose; mentre in apposoti passi sono considerati peccati, ma di minore gravità, lo stupro, l’incesto e la violenza su minore se si manifesta nella forma di unione fra persone di sesso opposto e con procreazione, sebbene chiaramente con l’uso della violenza su una delle parti.

 

 

Pedofilia e clero cattolico nella storia

 

La pedofilia dal XIV secolo in poi

 

Non è agevole rintracciare e documentare nella storia del clero cattolico attività riconducibili alla pedofilia.

Al pari di tutte le altre attività di tipo sessuale, la sodomia veniva celata e pubblicamente condannata innanzitutto dallo stesso clero. Ad esempio negli Statuti della città di Orvieto (fine XV secolo) redatti da papa Alessandro VI la sodomia veniva punita con sanzioni pecuniarie e corporali, di intensità ridotta per l’adolescente (minore di 14 anni) rispetto all’adulto in virtù della giovane età; tuttavia la pedofilia non era ancora distinta dalla sodomia, onde la citata pena vigeva per entrambi i casi:

« Coloro che trovassero colpevoli siano bruciati con vive fiamme di fuoco, esclusi i bambini sotto i quattordici anni, che non sono tenuti alla pena suddetta ma siano puniti fino a 25 lire di denaro secondo il giudizio degli Officiali, se sono capaci d’intendere, altrimenti non siano puniti» »

(Statuti orvietani)

Tali fattispecie di reato costituirono lo spunto, da parte di oppositori protestanti o del popolo (v. Pasquino) per spargere voci, della cui attendibilità non esiste alcuna prova, contro i personaggi più influenti o più di rilievo della Chiesa cattolica.

In altri casi, più comprovati, esistono documenti processuali o conciliari e resoconti di cronisti e storici che accusano alcuni membri del clero cattolico di aver compiuto atti di pedofilia.

Papa Giulio III (Giovanni Maria Ciocchi Del Monte) nominò cardinale suo nipote adottivo, il diciassettenne Innocenzo Del Monte (1532-1577), entrato nei suoi favori quattro anni prima quando quegli era ancora cardinale e il nipote appena tredicenne. Innocenzo era figlio adottivo del conte Baldovino Ciocchi del Monte, fratello di Giulio III. Il giovane venne considerato essere stato amante del pontefice da Paolo Sarpi[35] e dall’erudito Onofrio Panvinio[36], il quale definì Giulio III «puerorum amoribus implicitus» ossia «invischiato in amori per ragazzini». Il cardinale Pietro Sforza Pallavicini sostiene invece la tesi che i sentimenti che univano Giulio III al giovane Innocenzo fossero di tipo unicamente filiale.

L’antipapa Giovanni XXIII (1370 – 1419), (scomunicato e imprigionato, ma in seguito perdonato e reintegrato), come rivelano gli atti del Concilio di Costanza (1415) fu processato per sodomia; tra le accuse a suo carico anche quella di essersi procurato ragazzini con l’aiuto di Angelotto da Roma, chierico della camera apostolica, canonico di San Giovanni in Laterano.

Nel 1863 don Francesco Piccinotti venne condannato per aver abusato più volte di un giovane contadino minorenne nella casa stessa del ragazzo, nella quale si recava per impartirgli lezioni private.

 

Il caso di suor Mary Mackillop

 

Suor Mary MacKillop (1842 – 1909), fondatrice nel 1867 dell’ordine religioso australiano delle Sorelle di San Giuseppe del Sacro Cuore, con la missione di aprire scuole per i bambini delle famiglie povere, nel 1870 denunciò insieme a altre suore, un prete che commetteva abusi su minori. Il sacerdote venne trasferito in Irlanda, ma il vicario generale dell’Arcidiocesi di Adelaide, dove operava l’ordine la scomunicò per insubordinazione nel 1871. La suora è stata beatificata da Giovanni Paolo II nel 1995 e canonizzata da Benedetto XVI il 17 ottobre 2010.

Questa ricostruzione dei motivi della scomunica è stata messa in discussione. Secondo lo storico Luigi Castaldi essa è stata originata da un documentario della BBC del settembre 2010, «Mary, miracles and saints», ripreso poi dal quotidiano Sydney Morning Herald. La notizia, diffusa su tutti i principali giornali del mondo, è stata smentita da padre Gardiner sull’Australian. L’ipotesi di Gardiner è stata poi riportata come un fatto accertato dalla stampa italiana. In effetti prima del 25 settembre 2010 non si ha alcuna notizia di una denuncia di un prete pedofilo da parte di suor Mackillop.

 

Ventesimo secolo

 

– Nell’estate del 1907 la stampa dell’epoca riporta che una serie di scandali di abusi sessuali su minori provocarono in tutta Italia violenti moti anticlericali. Tra di essi, il caso dei Marianisti di Pallanza (1904); il cosiddetto “Scandalo Fumagalli”: a Torino don Riva fu arrestato per abusi sessuali su una fanciulla nell’asilo milanese gestito dalla sedicente suora Giuseppina Fumagalli: «Atti nefandi in un asilo di pseudomonache – cinque donne e un prete arrestati»; lo scandalo dell’educatorio di Alassio (SV) in cui don Bretoni venne accusato di sevizie sessuali ai danni di un ragazzo tredicenne; «Suore denunciate al Procuratore del Re per maltrattamenti e inganni».

– Tuttavia, lo scandalo che ebbe la più vasta eco e anche le più vistose conseguenze politiche, diplomatiche e di ordine pubblico, esplose il 31 luglio 1907: in seguito alle denunce di abusi sessuali subìti da un quattordicenne del collegio salesiano di Varazze (SV), e alla notizia del tentativo di arresto di don Musso, datosi alla fuga e alle conseguenti proteste della Segreteria di Stato della Santa Sede e di papa Pio X, che accusavano la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anti-vaticana, violenti moti anticlericali si verificarono a Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, Mantova, Livorno, Sampierdarena (Genova), La Spezia, Firenze, Faenza, Palermo, che causarono un morto e 20 feriti.

 

Riverberi satirici nella storia

 

Ruzzante

 

Il noto drammaturgo Beolco Ruzzante scrisse, riferendosi esplicitamente a un presunto collegamento tra la pedofilia nel clero e il Celibato:

« L’unica soluzione è che i preti si devono sposare, non si possono sposare: devono! Perché così avremo la possibilità, prima di tutto, non solo di avere un bastardo in casa nostra che dobbiamo allevare perché il prete ha messo incinta nostra moglie o la nostra figliola, ma anche noi potremo godere della sua moglie e rendere cornuto lui. »

 

 I sonetti del Belli

 

I vizi degli ecclesiastici sono un tema dominante dei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli.

Nel sonetto 1276, Li dilitti d’oggiggiorno, un ecclesiastico, Don Marco, è autore dei più atroci delitti: ha rapporti sessuali con donne sposate, stupra bambini, commette furti e frodi di ogni genere. Ogni volta che viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, viene assolto dal Papa il quale finge di non credere nella veridicità delle accuse. Ma inaspettatamente giunge paradossale il lieto fine: una spia suggerisce al Papa che Don Marco possa essere un liberale iscritto alla Massoneria, pertanto il Papa lo condanna, in segreto, senza processo.

 

(it

(ROM)) « Sonetto 1276. Li dilitti d’oggiggiorno

Don Marco fu cconvinto d’adurterio,

e er Papa l’assorvé ccome innoscente.

Diede in culo a li fijji de Saverio,

e er Papa disse: «Nun è vvero ggnente».

 

Ha ffatto stocchi,^1 furti, e un diavolèrio

de fede farze contro tante ggente,

e er Papa se n’è usscito^2 serio serio:

«Nun ci vojjamo crede un accidente».

 

Arfine jjeri pe vvoler divino

una spia je soffiò ste du’ parole:

«Santo Padre, don Marco è ggiacubbino».

 

E er zanto Padre, in ner momento istesso,

sentennose^3 toccà ddove je dole,

lo condannò da lui^4 senza proscesso. »

 

 

(IT)

« Sonetto 1276. I delitti d’oggigiorno

 

Don Marco fu accusato d’adulterio,

e il Papa l’assolse come innocente.

Diede in culo ai figli di Saverio,

e il Papa disse: «Non è vero niente».

 

Ha fatto frodi, furti, e un’infinità

di inganni contro tante persone,

e il Papa se ne è uscito serio serio:

«Non ci vogliamo credere un accidente».

 

Infine ieri per voler divino

una spia gli sussurrò queste due parole:

«Santo Padre, don Marco è giacobino».

 

E il Santo Padre, in quel momento stesso,

sentendosi toccare dove gli duole,

lo condannò da se medesimo, senza processo. »

(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 1276, Li dilitti d’oggiggiorno, 4 giugno 1834)

Note dell’autore. 1 Trufferie di danano. 2 Se n’è uscito: se n’è disimpegnato col dire, ecc. 3 Sentendosi. 4 Da sé medesimo.

 

Le Pasquinate e altra satira

 

Le attività sessuali omosessuali con adulti di sesso maschile e femminile e con giovinetti (queste ultime definite solo in questo secolo attività pedofile) erano tra i bersagli favoriti delle pasquinate ossia i fogli contenenti satire in versi, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti (soprattutto Papi), apposti ai piedi o al collo della statua di Pasquino a Roma.

Papa Adriano VI (1522-1523), Papa Sisto V (1585-1590) e Papa Clemente VIII (1592-1605) tentarono invano di eliminare la scomoda statua.

Papa Benedetto XIII (1724-1730) emanò anche un editto che garantiva la pena di morte, la confisca e l’infamia a chi si fosse reso colpevole di pasquinate. Già nel 1566, però, sotto Pio V (1566-1572), un tal Niccolò Franco era stato accusato di essere l’autore delle pasquinate e per questo condannato alla forca.

 

Pasquinate contro Giulio III e i versi di Joachim du Bellay

 

Papa Giulio III (1550-1555), Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, nominò cardinale il suo nipote adottivo diciassettenne Innocenzo Ciocchi del Monte (1532-1577), suo presunto amante, entrato nei suoi favori quattro anni prima quando Giulio III era ancora cardinale e quando il giovane era appena tredicenne .

 

Pasquinata del 1543

Perché non puote mai convertir una,

Mont’è sepolto qui nella sua vigna,

sott’una fica senza fronde alcuna

(Perché non riesce ad andare con nessuna donna, Del monte è sepolto qui sotto un albero di fico senza foglie).

 

Pasquinata del 1544

S’un cardinal perverso si punisse,

di Monte il corpo qui non fora sito

ch’arso seria per sodomito,

perché bugerò sempre fin che visse

(Se si punissero i cardinali perversi, Del Monte non avrebbe sepoltura in questo luogo: sarebbe stato arso come sodomita perché fu dedito alla sodomia sempre finchè visse ).

 

pasquinata del 1549

Monte per sodomia

devria brugiarsi: egli ha capricci matti,

si regge a la roversa in detti in fatti

(Del Monte dovrebbe essere arso vivo per sodomia: ha capricci matti ed è invertito in ciò che dice e in ciò che fa)

 

Pasquinata del 1550

Ama Del Monte con ugual ardore

la scimmia e il servitore.

Egli al vago femmineo garzoncello

ha mandato il cappello:

perché la scimmia, a trattamento uguale,

non fa pur cardinale?

(Del Monte ama con ugual ardore la scimmia e il suo servitore: ha fatto cardinale il femmineo ragazzino, perché non fa lo stesso con la scimmietta?)

 

Pasquinata del 1550

Mont’ha capricci tali,

che si vedrian tor furbi dalle strade

e porglia lato della Trinitade

(Del Monte ha capricci tali che toglie dalla strada ragazzacci per metterli al lato della Trinità).

 

Versi satirici del poeta francese Joachim du Bellay

Ma vedere uno staffiere, un bambino, una bestia,

un furfante, un poltrone diventare cardinale,

e per aver saputo accudire bene a una scimmia,

un Ganimede avere il rosso in testa (cappello cardinalizio, NdR)

(…)

questi miracoli, Morel, accadono solo a Roma.

Pasquinate contro papa Giulio II

Fu accusato di intrattenersi con giovani ganimedi (giovanetti).

 

Pasquinata del 1534.

Sixtum lenones, Iulium rexere cinaedi

imperium vani, scurra, Leonis habes

(I ruffiani guidarono Sisto, i sodomiti passivi Giulio; e tu, buffone, reggi <ora> l’impero del fatuo Leone) Trad. di Giovanni Dall’Orto

 

Baudolino, Umberto Eco

 

Nel quarto romanzo di Umberto Eco, intitotolato Baudolino ed ambientato tra il XII e il XIII secolo, si racconta la storia di fantasia di Baudolino, giovane delle campagne piemontesi a cui un eremita insegna a leggere e scrivere. Quando l’eremita inizia a molestare il giovane, tentando subdolamente con le lusinghe di indurlo ad aver rapporti sessuali con lui, Baudolino lo colpisce con un calcio in mezzo alle gambe. L’eremita lo minaccia di accusarlo in pubblico di essere posseduto dal demonio e di farlo bruciare al rogo, ma Baudolino a sua volta minaccia di rivelare le di lui frequentazioni con una strega che avrebbe praticato all’eremita un rapporto orale, interpretato da Baudolino come un rituale di stregoneria. Il chierico si difende fingendo di aver voluto scherzare, di aver voluto verificarne il timor di Dio e raccomandandogli di tornare il giorno dopo per continuare le lezioni di scrittura. Quando, tempo dopo, Baudolino, ormai quattordicenne, racconta la storia allo sconosciuto tedesco – che in realtà è l’imperatore Federico Barbarossa e uno dei protagonisti più importanti del romanzo – questi esplode in una risata maniacale e risponde che quegli eremiti sono tutti “Sodomiten”.

 

 

IL VATICANO E I CRIMINI SESSUALI

 

Il Vaticano e i crimini sessuali (Sex Crimes and the Vatican) è un’inchiesta giornalistica realizzata da Colm O’Gorman nel 2006 e trasmessa originariamente dalla BBC all’interno della propria serie documentaristica “Panorama”. Il reportage era inteso per documentare gli abusi sessuali a sfondo pedofilo riconducibili ad alcuni membri del clero.

 

Il documentario

 

Il documentario dura 39 minuti ed è condotto da Colm O’Gorman, vittima di abusi sessuali in età adolescenziale. Questo video accusa di complicità la Chiesa cattolica per il suo atteggiamento protettivo nei confronti dei preti pedofili, invece che dei bambini abusati, e per la sistematica opera di insabbiamento ogni volta che un nuovo caso veniva alla luce. Secondo quanto emerso dalle testimonianze raccolte dalla BBC, la politica di base della Chiesa era sempre la stessa, in Irlanda come negli Stati Uniti o in Brasile: una volta che lo scandalo era venuto alla luce, il vescovo responsabile della condotta di quel prete lo trasferiva in un’altra parrocchia, dove gli abusi continuavano, mentre i bambini che osavano confessare ciò che era loro successo venivano minacciati e ridotti al silenzio dagli altri preti.

Il documentario sottolinea la responsabilità dell’allora cardinale Joseph Ratzinger in questa politica di copertura: questa responsabilità risalirebbe alla promulgazione della lettera De delictis gravioribus, con la quale si poneva sotto un più stretto controllo del Vaticano ogni processo nei confronti dei preti colpevoli di diversi crimini, tra cui la pedofilia, e che, secondo l’opinione di O’Gorman, avrebbe permesso alla Chiesa di coprire gli scandali con maggior facilità.

Sempre secondo il documentario, la causa prima di questa politica repressiva è da ricercarsi nel documento emanato dal Sant’Uffizio nel 1962, chiamato Crimen sollicitationis. Questo documento, che venne inviato a tutte le diocesi del mondo, sarebbe custodito nell’Archivio Segreto Vaticano.

 

Il video in Italia

 

Il video fu trasmesso dalla BBC ad ottobre 2006. A maggio del 2007 fu sottotitolato in italiano dal blog Bispensiero.it e fu visto sul web da oltre cinque milioni di utenti.

La circolazione del video ha creato scandalo, tanto nel mondo laico[senza fonte] che in quello ecclesiale; esponenti vicini a quest’ultimo hanno preteso scuse formali da parte dei giornalisti della BBC, tacciati di calunnia e invitati a «chinare il capo e chiedere scusa» ; il quotidiano cattolico Avvenire ha dedicato uno speciale al caso.

Michele Santoro ha chiesto e ottenuto dalla RAI di acquisire il documentario per poterlo trasmettere durante la puntata di Anno Zero “Non commettere atti impuri” del 31 maggio 2007, suscitando la ferma opposizione – fra gli altri – del presidente della Commissione parlamentare di vigilanza RAI, Mario Landolfi, il quale, tramite una nota, aveva chiesto al direttore generale della RAI Claudio Cappon di non permettere che la transazione andasse a buon fine. Peraltro il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Giuseppe Betori, nel sottolineare che «la Chiesa italiana non invoca censure, tiene però al rispetto della verità» ha precisato che la CEI non si è opposta alla trasmissione del controverso documentario della BBC, ma ha auspicato piuttosto che venissero evidenziate anche quelle che essa riteneva «falsità di fatto» contenute nel filmato. La Rai, dopo svariate reazioni che miravano a impedire la messa in onda del film, ha acquistato il documentario e ha permesso alla trasmissione televisiva di Rai 2 Anno Zero, condotta da Michele Santoro, di mandarlo regolarmente in onda giovedì 31 maggio 2007. Alla trasmissione hanno partecipato esponenti della Chiesa, come monsignor Rino Fisichella, e lo stesso Colm O’Gorman.

 

 

AMORE  GRECO

 

L’impatto culturale avuto dall’omoerotismo nella Grecia classica è una parte integrante della storia della sessualità umana. Le culture successive hanno articolato il proprio discorso sociologico nei riguardi dell’omosessualità e della pederastia, soprattutto nei momenti in cui l’amore tra persone dello stesso sesso è stato maggiormente vietato, attraverso i concetti di forma, armonia e bellezza dei corpi provenienti dalla tradizione classica: la scultura greca classica, un eventuale canone di bellezza, la Kalokagathia (perfezione estetica), il nudo eroico.

La metafora di amore greco diventa più vivida storicamente nei periodi in cui la ricezione ed accoglienza del’antichità classica ha rappresentato un’importante influenza sui movimenti artistici ed intellettuali dominanti, innanzi tutto attraverso l’estetica.

“La Grecia, come memoria storica di un passato prezioso, romanzato e idealizzato come un tempo ed una cultura in cui l’amore tra maschi non solo era tollerato, ma in realtà incoraggiato ed espresso come altissimo ideale di cameratismo tra persone dello stesso sesso… Se la tolleranza e l’approvazione dell’omosessualità maschile era già avvenuta una volta e in una cultura tanto ammirata ed imitata per tutto il XVIII e XIX secolo, non potrebbe essere possibile riprodurre anche nella modernità questa antica patria di non-eteronormatività?”

A seguito del lavoro svolto sulla Storia della sessualità dal teorico francese Michel Foucault, la validità di un “modello greco antico” utilizzabile da parte della moderna cultura LGBT è stata messa fortemente in discussione. Nel suo saggio intitolato “Greek Love” Alastair Blanshard vede per l’appunto il concetto di amore greco come una delle definizioni maggiormente problematiche e questione anche d’aspre divisioni all’interno del movimento di liberazione omosessuale.

 

Termini storici

 

Come significato preminente nelle moderne lingue europee, la frase “amore greco” si riferisce per o più ad una varietà di pratiche omoerotiche parte del patrimonio ellenico interno alla cultura occidentale ; le virgolette vengono spesso collocate su una od entrambe le parole per indicare che l’uso della frase viene determinato dal contesto in cui essa è posta. Serve ancor oggi spesso come frase in codice per indicare la pederastia o come termine di “sanificazione” del desiderio omosessuale in contesti storici in cui esso è stato considerato inaccettabile.

In lingua tedesca “griechische Liebe” (Amore greco) compare all’interno della letteratura tedesca a partire all’incirca dalla metà del XVIII secolo, insieme a “socratische Liebe” (Amore socratico) e “platonische Liebe” (il cosiddetto amore platonico) in riferimento all’attrazione erotica tra maschi. Il mondo dell’antica Grecia divenne a partire da questo periodo sempre più un punto di riferimento positivo, per cui gli uomini omosessuali di una certa estrazione sociale ed istruzione superiore avrebbero anche potuto intraprendere ed impegnarsi in un discorso che poteva altrimenti facilmente essere considerato come tabù.

Nel periodo iniziale della storia moderna è stata accuratamente mantenuta una profonda distinzione tra l’erotismo tutto al maschile idealizzato nella tradizione dell’Eros greco antico, trattato con estrema riverenza, e la sodomia la quale rappresentava il massimo termine di disprezzo dell’epoca per indicare gli atti omosessuali (“contro-natura”).

 

Sfondo greco antico

 

Nella sua approfondita ricerca sull’L’omosessualità nella Grecia antica (1978), l’accademico britannico Kenneth Dover sottolinea che le definizioni/distinzioni attuali di eterosessualità e omosessualità non hanno equivalenti nella lingua greca antica; non vi è mai stato neppure alcuna nozione e significato nell’antica Grecia equivalente alla moderna concezione di preferenza o orientamento sessuale: è stato pertanto ipotizzato che qualsiasi cittadino adulto avrebbe naturalmente risposto, in tempi e modalità differenti, all’attrazione nei confronti di persone dello stesso sesso così come a quella rivolta verso persone di sesso opposto.

La prova riguardane l’esistenza dell’attrazione e di comportamenti omosessuali diffusi è molto più abbondante per quanto concerne gli uomini rispetto alle donne. Sia l’amore romantico che la vera e propria passione sensuale tra maschi erano spesso considerati perfettamente in linea con la norma vigente; in alcune circostanze addirittura sani ed ammirevoli. Il rapporto possibile più comune tra due maschi era quello inerente alla “paiderasteia”, un’istituzione socialmente riconosciuta in cui un uomo adulto (-erastes o amante attivo) rimaneva per un certo periodo di tempo legato sentimentalmente ad un maschio adolescente appartenente alla sua stessa comunità (-eromenos o amante passivo/amato).

Lo studioso e autore Martin Litchfield West interpreta la pederastia greca essenzialmente come un sostituto per l’amore eterosessuale, essendo il libero contatto tra i sessi fortemente limitato dalla società dell’epoca. Sia l’arte greca che la letteratura greca ritraggono queste relazioni in uno sfondo a volte decisamente erotico-sessuale, talvolta fortemente idealizzato, educativo e pertanto non consumato sensualmente in cui il partner più anziano svolgeva un ruolo eminentemente di mentoring.

Una delle caratteristiche distintive dell’erotismo greco tra maschi era poi quella di essere ampiamente presente in ambiente militare, il cui massimo esempio costitutivo è dato dal battaglione sacro di Tebe (Grecia) (vedi in omosessualità militare nell’antica Grecia e pederastia tebana), anche se la misura in cui le relazioni omosessuali svolgessero un ruolo militare preminente al suo interno è stato in parte messo in discussione.

Alcune tra le più importanti e celebri narrazioni della mitologia greca sono state interpretate come essere un riflesso dell’usanza pederastica, in particolare il mito riguardante il rapimento di Ganimede da parte di Zeus con l’intenzione di farlo diventare il coppiere durante il simposio degli Olimpi. Anche la vicenda riguardante il tragico amore del dio Apollo nei confronti del bellissimo Giacinto viene spesso referenziata come essere uno dei maggiori miti pederastici, riguardante nello specifico la pederastia spartana.

Le principali fonti letterarie antiche riguardanti l’omosessualità greca sono la lirica greca, la commedia antica, le opere di Platone e Senofonte, i discorsi pronunciati all’assemblea del tribunale ateniese (Contro Timarco), la pittura vascolare greca raffigurante scene di corteggiamento e atti sessuali tra maschi.

 

Antica Roma

 

Nella lingua latina con “mos Graeciae” o “mos Graecorum” (“tradizione greca” o “la via dei Greci”) ci si viene a riferire a tutta una serie di comportamenti che nell’antica Roma venivano considerati come di derivazione greca comprese, ma non limitate ad esse, anche certe pratiche sessuali. I comportamenti omosessuali a Roma erano accettabili solamente all’interno di un rapporto intrinsecamente diseguale; i cittadini romani maschi avrebbero in ogni caso mantenuto la loro mascolinità fintano che avessero preso il ruolo attivo-penetrante e partner sessuali appropriati potevano essere sia omini che si dedicavano alla prostituzione maschile sia schiavi (i quali sarebbero stati quasi sempre dei non romani, quindi dei non-cittadini i quali non godevano di alcun diritti civili.

Nel mondo greco sia arcaico che classico la paiderasteia era stata un rapporto sociale formale tra uomini nati liberi; estrapolata dal contesto e rimodellata come prodotto di lusso di un popolo conquistato, la pederastia è venuta nell’impero romano ad esprimere ruoli che si basavano essenzialmente sul dominio e lo sfruttamento.

Agli schiavi venivano spesso dati nomi greci, gli stessi prostituti li assumevano a volte volentieri, indipendentemente dalla loro effettiva origine etnica: tutti i ragazzi-pueri da cui il poeta Marziale è attratto hanno nomi greci. L’utilizzo degli schiavi in qualità di oggetti sessuali definisce la pederastia romana; venivano poi considerate pratiche erotiche in qualche modo di derivazione greca quelle che venivano indirizzate a ragazzi nati liberi ed apertamente corteggiati in conformità con le tradizioni elleniche della pederastia greca. La figura dell’eromenos viene successivamente tradotta a Roma col nome di pais-fanciullo, inteso come vezzeggiativo e non necessariamente indicante una precisa categoria d’età anagrafica.

L’Effeminatezza o una mancanza di disciplina nella gestione dell’attrazione sessuale provata verso un altro maschio minacciava la “romanità” di un uomo e quindi poteva facilmente essere denigrata come “orientale” o “greca”. I timori che i modelli greci con i loro codici potessero corrompere la tradizione sociale romana (il mos maiorum) sembrano aver indotto alla promulgazione di una legge vagamente documentata – la Lex scantinia – che ha tentato di regolamentare gli aspetti delle relazioni omosessuali tra maschi nati liberi e di proteggere la gioventù romana dagli uomini adulti che emulavano i costumi grevi della pederastia.

Alla fine del II secolo a.C. tuttavia, l’elevazione della letteratura e dell’arte ellenica come modelli di espressione iniziò a causare un omoerotismo diffuso, considerato sempre più come segno di urbanità e sofisticatezza. Il console Quinto Lutazio Catulo era membro autorevole di un circolo di poeti che hanno composto brevi poesie ellenistiche com’era di moda nella tarda Repubblica. Uno dei suoi pochi frammenti superstiti è una poesia di desiderio erotico rivolta ad un maschio con un nome greco, segnalando in tal maniera la nuova estetica della cultura romana.

L’ellenizzazione della cultura d’élite ha influenzato anche gli atteggiamenti sessuali tra “i romani filoellenici più all’avanguardia”, in una maniera in parte distinta dall’effettivo orientamento sessuale o comportamento; questo passaggio è venuto a compimento nella “nuova poesia” del I secolo a.C. Le poesie di Gaio Valerio Catullo, scritte in forme adattate alla metrica greca, includono diversi brani di desiderio pederastico espresso per un giovane nato libero chiamato esplicitamente “Giovenzio” (Iuventius). Il suo nome latino e la sua condizione di nato libero sovverte decisamente la tradizione dell’omosessualità nell’Antica Roma.

 

Rinascimento

 

Le relazioni omosessuali maschili interpretate come genere a parte conosciuto sotto il nome ideale di “amore greco” sono sempre state disconosciute all’interno di quella parte di tradizione occidentale rappresentata dal Giudeo-cristianesimo. Durante il periodo post-classico la poesia d’amore indirizzata da maschi verso altri maschi è stata considerata generalmente un tabù.

 

Nel 1469 Marsilio Ficino, esponente del rinascimento italiano e co-fondatore dell’Accademia neoplatonica a Firenze, reintrodusse il Simposio di Platone nella cultura occidentale con la sua traduzione latina dal titolo “De Amore”. Il Simposio è presto divenuto il testo più importante per la concezione dell’amore in generale nel corso del Rinascimento. Nel suo commento filologico all’antico filosofo greco Ficino interpreta come “amor Platonicus” e “amor Socraticus” l’allegoria idealizzata dell’amore tutto al maschile, in linea con la dottrina della Chiesa cattolica del suo tempo.

L’interpretazione ficiniana del Simposio ha influenzato tutta una visione filosofica che vede la ricerca della conoscenza, in particolare quella riferita al Conosci te stesso, come richiedente di necessità una sublimazione del desiderio sessuale. Ficino ha quindi iniziato il lungo processo storico di soppressione dell’omoerotismo dalle opere di platoniche, in particolare nel Carmide ove si è cercato di minimizzare il più possibile la minaccia di “esposizione della natura carnale dell’amore greco”. Per Ficino l’amore platonico è stato un legame tra due uomini che favoriva una vita emotiva ed intellettuale condivisa, in quanto distinto dall’amore greco praticato storicamente nella pederastia greca consistente nell’intimo rapporto tra erastes ed eromenos.

Ficino ha quindi indirizzato l’utilizzo più moderno del termine amore platonico, per significare un amore privo del tutto di sessualità. Proprio nel suo commento al Simposio Ficino attua un’accurata separazione tra l’atto di sodomia – che senza mezzi termini condanna – dall’amore socratico che invece loda come la più alta forma possibile di amicizia, sostenendo che gli uomini potevano scoprire attraverso la bellezza esteriore e il sentimento di amicizia che ne consegue il bene più grande e alto possibile, ossia Dio. In tal maniera ha fatto opera di cristianizzazione ed ulteriore idealizzazione dell’amore maschile così com’era stato originariamente espresso da Socrate e riportato in forma scritta dal discepolo.

Durante tutto il periodo rinascimentale artisti quali Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti hanno ampiamente utilizzato la filosofia platonica come fonte d’ispirazione per alcune tra le loro opere più grandi. La cosiddetta riscoperta dell’antichità classica in questo periodo è stata percepita come una vera e propria esperienza liberatoria e l’amore greco come ideale del modello platonico. Michelangelo si è così proposto al pubblico come un amante ideale degli uomini, che unisce l’ortodossia cattolica all’entusiasmo pagano nei suoi innumerevoli ritratti delle forme maschili, questo particolarmente accade col David, ma non solo; il pronipote modificò in seguito le sue poesie per diminuire quanto più possibile le sue espressioni d’amore più che mai intenso rivolte al giovane Tommaso de’ Cavalieri.

Per contro l’autore del rinascimento francese Michel de Montaigne, la cui visione dell’amore e dell’amicizia era umanista e razionalista, respinse l’amore greco come modello nel suo saggio intitolato “De l’amitié”; egli scrisse ch’esso non corrispondeva alle esigenze sociali del suo tempo in quanto il coinvolgimento nella relazione richiedeva necessariamente una disparità di età oltre una differenza totale nelle funzioni assegnate ad ognuno dei due innamorati.

Montaigne intendeva l’amicizia come un rapporto tra pari nel contesto di una libertà politica, pertanto questa intrinseca disuguaglianza esistente nell’antico amore greco ne diminuiva il valore. La bellezza fisica e l’attrazione sessuale inerente al modello greco per il saggista e filosofo francese del ‘600 non erano condizioni necessarie per poter instaurare un prolifico rapporto d’amicizia e congeda i rapporti omosessuali, a cui si riferisce con la definizione di “licence grecque”, come socialmente ripugnanti.

 

Anche l’importazione all’ingrosso di una qual forma di modello greco sarebbe socialmente improprio, il termine utilizzato da Montaigne sembra riferirsi soltanto ai comportamenti omosessuali per così dire licenziosi; ciò in netto contrasto col comportamento moderato vigente tra gli uomini in stato di perfetta amicizia. Quando Montaigne sceglie di presentare il proprio saggio sull’amicizia ricorrendo apertamente al modello greco “il ruolo dell’omosessualità come tropo è più importante del suo status attuale di desiderio o atto tra maschi… la “license grecque” diventa un apparecchio estetico per inquadrarne il centro focale”.

 

Neoclassicismo

 

Il termine tedesco “griechische Liebe” (amore greco) compare all’interno della letteratura tedesca tra il 1750 e il 1850, insieme a “socratische Liebe” (amore socratico) e “Platonische Liebe” (amore platonico) in riferimento alle attrazioni sessual  di stampo omoerotico.

Il lavoro compiuto dallo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann ha avuto una grande influenza sulla formazione degli ideali classici nel XVIII secolo, ed è anche un punto di partenza frequente per le storie della letteratura gay tedesca. Winckelmann ha osservato con estrema attenzione l’omoerotismo intrinseco del’arte greca, anche se sentiva di aver lasciato in gran parte questa percezione in una forma implicita: “Avrei dovuto essere in grado di dire di più se avessi scritto per i greci, e non in una lingua moderna, che ha imposto a me alcune restrizioni”.

La sua omosessualità ha influenzato notevolmente la sua risposta all’arte greca e spesso su questo argomento tendeva verso il rapsodico: “dall’ammirazione passo allo stato di estasi…”, ha scritto nei riguardi dell’Apollo del Belvedere, “Io mi sento come se fossi trasportato a Delo e nei boschi sacri di Licia – luoghi che il dio Apollo ha onorato con la sua presenza – e la statua sembra prendere vita come la meravigliosa creazione di Pigmalione”. Anche se al giorno d’oggi viene considerato come “astorico e utopico”, il suo approccio alla storia dell’arte ha fornito un “corpo” e “una serie di tropi” per l’idea e la concezione di amore greco, “una semantica circostanziata sull’amore greco che… alimenta i relativi discorsi settecenteschi sull’amicizia e nei confronti dell’amore generalmente inteso.

La “visione ideal-romantica” di Winckelmann ha ispirato i poeti tedeschi nella seconda metà del XVIII secolo e poi tutti quelli del XIX secolo, tra cui Goethe il quale ha evidenziato la glorificazione di Winckelmann dei giovani maschi in stato di nudo eroico nell’antica scultura greca come centrale per una nuova estetica del tempo moderno, per i quali Winckelmann stesso era un modello di amore greco come forma superiore di amicizia. Anche se Winckelmann non ha inventato l’eufemismo “amore greco” per indicare l’omosessualità, è stato però considerato come una “levatrice intellettuale” per il modello greco come estetica e ideale filosofico che forma per l’intero XIX secolo il culto omosociale dell’amicizia.

Opere in lingua tedesca di questo periodo derivanti dal milieu degli studi classici sull'”amore greco” sono i saggi accademici di Christoph Meiners e Alexander von Humboldt, la poesia parodica “Juno e Ganimede” di Christoph Martin Wieland e “Ein Jahr in Arkadien: Kyllenion” (Un anno in Arcadia: Kyllenion 1805), un romanzo incentrato su una storia d’amore esplicitamente omosessuale in un ambiente greco il cui autore fu il duca Augusto di Sassonia-Gotha-Altenburg.

Le opere d’arte del neoclassicismo raffigurano spesso e volentieri la società antica ed una forma idealizzata di “amore greco”. Jacques-Louis David già a partire dalla sua tela giovanile Morte di Socrate è destinato a diventare un pittore della grecità, intriso pertanto di un forte apprezzamento nei confronti dell'”amore greco” come tributo e documentazione di relazioni di amicizia romantica disinteressata e di fraternità tutta al maschile.

 

Romanticismo inglese

 

Il concetto di amore greco era assai importante per due dei più celebri poeti del Romanticismo di lingua inglese, Lord Byron e Shelley. L’età della Reggenza in Inghilterra era un’epoca caratterizzata da ostilità ed una “frenesia di… persecuzione” contro gli omosessuali, i cui decenni più virulenti hanno coinciso esattamente con la vita di Byron.

I termini omosessuali e gay non sono mai stati utilizzati durante la questo periodo, ma l’eufemismo “amore greco” tra i contemporanei di Byron è diventato presto un modo di concettualizzare l’omosessualità, altrimenti tabù, nei precedenti di un passato classico molto stimato. Il filosofo Jeremy Bentham, per fare solo un esempio, ha fatto appello ai modelli sociali dell’antichità classica, come i legami omoerotici del battaglione sacro e la pederastia greca, per dimostrare come questi rapporti non avessero di per sé nessun influsso nei riguardi dell’erosione del matrimonio eterosessuale o della struttura familiare.

L’alta considerazione per l’antichità classica nel XVIII secolo ha causato qualche aggiustamento negli atteggiamenti omofobici continentali, ma non in Inghilterra. In Germania, l’alto prestigio dato dallo studio della filologia classica ha portato alla fine a traduzioni e saggi più onesti che hanno esaminato anche l’omoerotismo di cui era impregnata la cultura greca, inteso soprattutto come pederastia; questo nel contesto dell’indagine scientifica piuttosto che in quello della condanna morale.

I forti sentimenti religiosi e nazionalisti in Inghilterra nel complesso han fatto sì che il paese rimanesse ostile nei confronti delle espressioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Fu peroò proprio l’arcivescovo di Canterbury John Potter a scrivere quello che potrebbe essere il resoconto più effusivo della pederastia greca disponibile in inglese al momento, al di fuori della “List of Historical Writers Whose Works I Have Perused” che Byron ha elaborato a 19 anni.

Platone non era molto letto ai tempi di Byron, in contrasto con la successiva epoca vittoriana, quando le traduzioni del Simposio (dialogo) e del Fedro (dialogo) sarebbero state il modo più probabile per un giovane studente di conoscere la sessualità greca. L’unica traduzione inglese del Simposio, pubblicato in due parti nel 1761 e il 1767, era stata un’impresa ambiziosa dallo studioso Floyer Sydenham, che tuttavia ha tenuto a sopprimere totalmente l’omoerotismo del testo: Sydenham ha difatti regolarmente tradotto la parola eromenos come “padrone” e “ragazzo” spesso diventa “fanciulla” o “donna”. Allo stesso tempo, il curriculum classico nelle scuole di inglese passò a dare la preferenza dallo studio delle opere di storia e filosofia alla poesia latina e alla lirica greca che molto spesso affrontato temi erotici.

Nel descrivere gli aspetti omoerotici della vita di Byron e della sua intera produzione, Louis Crompton usa il termine generico “amore greco” per coprire i modelli letterari e culturali dell’omosessualità dall’antichità classica nel suo complesso, sia greche che romane, così com’era la ricezione degli intellettuali, artisti e moralisti del tempo.

Per quelli come Byron che erano impregnati di letteratura classica, la frase “l’amore greco” evocava immediatamente i miti pederastici quali potevano essere le storie di Ganimede (mitologia) e di Giacinto (mitologia), nonché personaggi storici come i martiri politici Armodio e Aristogitone, l’imperatore romano del II secolo Adriano e il suo amato Antinoo; Byron si riferisce a tutte queste vicende nei suoi scritti.

Ma era ancora più familiare con la tradizione classica dell’amore maschile nella letteratura latina, avendo citato a più riprese o tradotto i passaggi omoerotici provenienti dalla poesia di Catullo, Orazio, Virgilio, per finire con Petronio il cui nome “era sinonimo di omosessualità nel XVIII secolo a causa del suo romanzo Satyricon il quale è pieno di episodi d’amore omosessuale.

 

Nel cerchio di Byron all’università di Cambridge “Horatian” era una parola in codice per intendere la bisessualità. Nella sua corrispondenza, Byron e i suoi amici fanno ricorso al codice delle allusioni classiche, in uno scambio di rinvii ed elaborati giochi di parole per “Giacinti” che potrebbero essere colpito da “Quoits” (tradizionale gioco di lancio degli anelli), proprio come il mitologico Giacinto era stato accidentalmente abbattuto mentre stava giocando al lancio del disco assieme ad Apollo.

 

 

AMORE PLATONICO

 

Amore platonico è un modo usuale di definire una forma di amore sublimata, che tuttavia non esclude la dimensione sessuale e passionale. Infatti Platone considera l’attrazione fra i corpi il primo dei vari livelli di “amore platonico”, benché egli aggiunga che questo livello vada abbandonato per giungere a quelli superiori (amore per l’anima, per le leggi e le istituzioni, per le scienze, assoluto). Questa formula in realtà scaturisce da un contesto filosofico in cui l’amore, inteso come moto dell’animo e non come forma di relazione, viene interpretato come impulso al trascendimento della realtà sensibile, del mondo delle apparenze, capace di muovere la conoscenza verso l’assoluto, attuando cioè un processo di indiamento, come illustrato ad esempio nel pensiero di Giordano Bruno.

La locuzione prende il nome dalla teorizzazione dell’amore che Platone fa nei suoi dialoghi. Nel Συμπόσιον (Simposio) Socrate, ispirato da Diotima, parla di Eros (Ἔρως) come di un demone figlio di Poros e Penia. Pòros, l’espediente, aveva fatto innamorare Penìa, ossia la povertà che genera bisogno. Approfittando di un momento di ubriachezza di Pòros, Penìa giace con lui e dalla loro unione nasce Eros, l’amore. Il mito mette in luce come Eros, la forza che fa andare avanti il mondo, abbia una natura ambivalente, che partendo dall’amore delle forme, che porta alla procreazione e alla continuazione della specie umana, lo fa arrivare all’amore della conoscenza (letteralmente: “filosofia”).

Il termine si diffuse nelle lingue moderne, come l’inglese, a partire dall’espressione latina amor platonicus usata nel XV secolo da Marsilio Ficino come sinonimo di amor socraticus, per denotare l’interesse nei giovani attribuito a Socrate nelle ultime pagine del Simposio. Entrambe le espressioni, in Ficino, indicano l’amore diretto alle qualità morali e intellettuali di una persona piuttosto che a quelle fisiche. I termini si riferiscono al legame affettivo molto speciale che intercorre tra due uomini, maestro e allievo, che Platone aveva descritto nei suoi Dialoghi ed esemplificato dal rapporto tra Socrate e i suoi giovani studenti, in particolare Alcibiade.

 

 

CASI DI PEDOFILIA NELLA CHIESA CATTOLICA

 

Con casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica – ovvero abusi sessuali su minori o possesso di materiale pedopornografico da parte di vescovi, sacerdoti, religiosi e catechisti appartenenti alla Chiesa cattolica – si intende una serie di episodi che hanno riscosso una vasta eco mediatica e una considerevole attenzione da parte dell’opinione pubblica internazionale a partire dal 2002 e, in particolar modo, tra il 2009 e il 2010.

 

L’interesse dei media nei confronti del fenomeno della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica prende avvio negli Stati Uniti d’America, a Boston, a partire da gennaio del 2002, con l’inchiesta avviata dal quotidiano The Boston Globe, il cui primo caso riguardava la condanna a dieci anni di carcere comminata a John J. Geoghan, un prete che aveva violentato un bimbo di dieci anni. Il giornale iniziò a pubblicare resoconti di denunce, condanne, dimissioni e insabbiamenti di casi di pedofilia da parte di esponenti del clero cattolico. Nella sola Boston finirono sotto accusa 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti: fu proprio l’estensione del fenomeno, oltre alla sua gravità, a sconvolgere l’opinione pubblica.

Si giunse sino al coinvolgimento dell’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law. L’arcivescovo, accusato di aver permesso a diversi preti – già accusati di abusi sessuali su minori – di continuare ad esercitare la propria opera in parrocchie non informate delle denunce pendenti sugli stessi sacerdoti, fu costretto a rassegnare le dimissioni nelle mani di Giovanni Paolo II il 13 dicembre 2002 (in un primo tempo respinte dallo stesso pontefice), dopo essersi scusato pubblicamente e aver fornito all’autorità giudiziaria i nomi di 90 sacerdoti responsabili di molestie a danno di minori. Il tribunale ordinò la consegna di migliaia di documenti della Chiesa di Boston che rivelavano decenni di abusi sessuali da parte di sacerdoti. A seguito delle richieste di risarcimento, tre diocesi avviarono in pochi mesi la procedura di bancarotta: l’arcidiocesi di Portland, la diocesi di Tucson e la diocesi di Spokane I numerosi casi di pedofilia, riguardanti abusi compiuti durante vari decenni precedenti, ottennero presto attenzione da parte dei maggiori mezzi di informazione statunitensi, sino a raggiungere un notevole rilievo anche internazionale.

 

In seguito, una successiva crisi che interessò anche l’Europa, acquistò un più intenso rilievo mondiale nel biennio 2009-2010, coinvolgendo anche paesi come Irlanda, Austria, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Spagna, Regno Unito e Malta. In particolare il caso irlandese fu oggetto di due inchieste governative sugli abusi sessuali: dopo aver ricevuto i vescovi nel febbraio 2010 a Roma, Benedetto XVI rese pubblica una lettera ai cattolici d’Irlanda[10] che costituiva una novità rilevante, come osservò il quotidiano francese Le Monde, soprattutto in relazione alla richiesta di collaborazione con le autorità civili e alla denuncia della cultura del segreto che ha permesso la moltiplicazione delle violenze sessuali. Lettera che provocò una serie di dimissioni: dal vescovo John Magee a monsignor James Moriarty, vescovo di Kildare e Leighlin.

 

In Germania il Vaticano fu accusato di aver ostacolato le indagini dei magistrati relative al collegio gesuita “Canisius” di Berlino e nel marzo 2010 riemersero storie di abusi sessuali nell’ambiente del coro delle voci bianche del duomo di Ratisbona. Il vescovo Gerhard Ludwig Müller confermò che ci furono casi di abusi sessuali negli anni cinquanta, per i quali i colpevoli furono condannati dalla giustizia, e riferì che erano in corso altre indagini in merito ad altri episodi che sarebbero avvenuti nel convitto fino agli anni settanta. Grande clamore suscitò il caso belga tra la primavera e l’estate del 2010 quando, durante le perquisizioni nell’arcivescovado di Malines, poi dichiarate illegali, i gendarmi avevano tenuto chiusa, per alcune ore in uno stanzone della cattedrale, l’intera conferenza episcopale belga, arrivando a scoperchiare le cripte di due cardinali. L’ex presidente dell’episcopato belga, Godfried Danneels, fu interrogato per oltre dieci ore, perquisita la dimora e sequestrato il computer».

 

Papa Ratzinger ha condannato in varie occasioni i casi di pedofilia, durante l’assemblea plenaria per la Famiglia dell’8 febbraio 2010 disse: «La Chiesa, lungo i secoli, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e condannare».

Nel settembre 1965, durante il Concilio Vaticano II, viene diffuso fra i padri conciliari in circa 2.500 copie un opuscolo informativo sui casi di violazione sacerdotale del voto di castità (pedofilia e sacerdoti che avevano relazioni stabili con una donna), con la richiesta di rivedere le regole del celibato sacerdotale, quale misura di prevenzione di questi fenomeni.

 

Il fenomeno

 

Estensione del fenomeno

 

Nel giugno 2009 il cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero dichiarò al settimanale cattolico spagnolo Vida Nueva che «La Chiesa non può chiudere gli occhi di fronte ai casi di pedofilia tra i propri preti, che in alcune diocesi arrivano a coinvolgere quattro preti su cento.», rettificando una propria intervista del 5 gennaio 2008 all’Osservatore Romano, in cui dichiarava che tra i sacerdoti «neppure l’1% ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale».

Nel settembre del 2009 l’arcivescovo Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, in una dichiarazione al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, dichiarò che, stando alle ricerche interne, nel clero cattolico solo tra l’1,5% e il 5% era coinvolto in abusi sessuali su minori.

Per Charles J. Scicluna, “promotore di giustizia” della Congregazione per la Dottrina della Fede, tali stime sarebbero sovradimensionate rispetto al numero delle denunce di chierici accusati di abusi su minori di 18 anni pervenute dalle singole diocesi alla Congregazione per la Dottrina, organo vaticano competente in materia, negli anni venti01-2010: le denunce da tutto il mondo presentate alla Congregazione avrebbero coinvolto circa 3000 sacerdoti, dei quali propriamente pedofili circa un decimo. Secondo i dati presentati dalla Chiesa cattolica a fronte di una popolazione media di circa 440.000 membri del clero nel mondo (comprendente diaconi, presbiteri e vescovi, calcolata considerando i dati relativi agli anni 1968, 1970, 1978-2006) i chierici colpevoli di abusi su minori risulterebbero all’incirca lo 0,67%, dei quali propriamente pedofili lo 0,067%.

Nel 2004 la conferenza episcopale statunitense commissionò uno studio dettagliato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York (che è riconosciuta come la più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia). (John Jay Report[26]) sul fenomeno. Il John Jay College ha potuto convalidare 6700 accuse contro 4392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti dal 1950 al 2002, circa il 4% di tutti i 109694 sacerdoti che hanno prestato servizio durante il periodo coperto dallo studio. Le accuse di crimini a sfondo sessuale con minori sono state molte di più, 10667, ma quelle ritenute credibili solo 6700 che hanno appunto riguardato il 4% dei presbiteri. Dei 4392 accusati, 1021 (24%) sono stati segnalati alla polizia, 384 processati, 252 (6%) condannati e più di 100 (2%) hanno ricevuto pene detentive.Il che significa che le condanne penali definitive di preti pedofili negli Stati Uniti sono state nel periodo 1950-2002 poco più di UNA all’anno.

I dati dello studio, opportunamente filtrati in modo da garantire l’anonimato di vittime e accusati, provenivano direttamente dagli archivi diocesani in cui sono presenti schede personali su ogni sacerdote accusato di abusi sessuali e su ogni vittima che ha denunciato. Secondo il rapporto, i processi civili svoltisi hanno incriminato 252 chierici (0,23% del totale) per abusi su minori di 18 anni. Un supplemento della ricerca del 2006 ha indicato un totale di 358 persone incriminate (0,33% del totale).

Nell’aprile 2010 la Chiesa cattolica di Malta ha dichiarato che 45 sacerdoti sono stati accusati di abusi sessuali su minori in base allo studio di una commissione che ha iniziato i suoi lavori nel 1999. Secondo questo studio dei 45 casi 19 non hanno basi e 13 sono ancora pendenti; alcuni dei casi risalgono agli anni settanta.

Nel 2004 la conferenza episcopale statunitense commissionò uno studio dettagliato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York (che è riconosciuta come la più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia). (John Jay Report[26]) sul fenomeno. Il John Jay College ha potuto convalidare 6700 accuse contro 4392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti dal 1950 al 2002, circa il 4% di tutti i 109694 sacerdoti che hanno prestato servizio durante il periodo coperto dallo studio. Le accuse di crimini a sfondo sessuale con minori sono state molte di più, 10667, ma quelle ritenute credibili solo 6700 che hanno appunto riguardato il 4% dei presbiteri. Dei 4392 accusati, 1021 (24%) sono stati segnalati alla polizia, 384 processati, 252 (6%) condannati e più di 100 (2%) hanno ricevuto pene detentive.Il che significa che le condanne penali definitive di preti pedofili negli Stati Uniti sono state nel periodo 1950-2002 poco più di UNA all’anno.

I dati dello studio, opportunamente filtrati in modo da garantire l’anonimato di vittime e accusati, provenivano direttamente dagli archivi diocesani in cui sono presenti schede personali su ogni sacerdote accusato di abusi sessuali e su ogni vittima che ha denunciato. Secondo il rapporto, i processi civili svoltisi hanno incriminato 252 chierici (0,23% del totale) per abusi su minori di 18 anni. Un supplemento della ricerca del 2006 ha indicato un totale di 358 persone incriminate (0,33% del totale).

Nell’aprile 2010 la Chiesa cattolica di Malta ha dichiarato che 45 sacerdoti sono stati accusati di abusi sessuali su minori in base allo studio di una commissione che ha iniziato i suoi lavori nel 1999. Secondo questo studio dei 45 casi 19 non hanno basi e 13 sono ancora pendenti; alcuni dei casi risalgono agli anni settanta.

 

Gli effetti degli abusi sulle vittime

 

I casi raccolti dalla ricercatrice Mary Gail Frawley-O’Dea, unico luminare ammesso al vertice dei vescovi cattolici statunitensi nell’incontro di Dallas del 2002 dedicato al problema degli abusi sessuali, mostrano gli effetti estremamente deleteri sul corpo e sulla psiche delle vittime degli abusi sessuali.

Un bambino che subisca violenze sessuali dovrà affrontare conseguenze che possono essere devastanti e di lunga durata. Quando un giovane subisce un abuso, lo shock psicologico è così grande che il Sé normale non è in grado di assorbire o comprendere ciò che gli sta accadendo. Anche a causa di possibili danni al funzionamento cerebrale, le vittime di abuso sessuale spesso esibiscono comportamenti autodistruttivi. I superstiti delle violenze hanno anche una probabilità due o tre volte superiore, rispetto agli adulti che non hanno una storia di abuso, di compiere almeno un tentativo di suicidio nel corso della vita. Le vittime possono presentare inoltre sintomi quali dissociazione, depressione e isolamento.

 

Lo psicanalista Leonard Shengold ha intitolato il suo libro sugli effetti dell’abuso sessuale sui minori L’assassinio dell’anima. Secondo Mary Gail Frawley-O’Dea, il fatto «che questa devastazione delle anime sia stata perpetrata da sacerdoti chiamati da un patto sacro a offrire protezione e gioia alle anime dei fedeli è deplorevole. Che i vescovi e altri funzionari ecclesiastici abbiano tenuto nascosti i crimini sessuali commessi da preti posti sotto la loro responsabilità, e abbiano mentito al riguardo, è altrettanto deplorevole, o forse peggio: è il male assoluto».

Secondo lo psicoanalista Richard B. Gartner, i preti non detengono certo il monopolio dell’abuso sessuale: «Ho conosciuto vittime di abusi perpetrati da familiari, insegnanti, allenatori, capi scout, baby-sitter, vicini e medici, per non citare gli esponenti del clero non cattolico. Tuttavia, gli abusi commessi dai preti hanno implicazioni particolari per le loro vittime».

Ciò che più caratterizza la violenza compiuta da esponenti del clero, come spiega Gartner, è il fatto che il sacerdote viene percepito come parte della famiglia del parrocchiano. I bambini cattolici vengono indotti a chiamare i membri del clero Padre, Madre, Sorella, Fratello e possono interpretare in modo letterale queste identificazioni ideali; inoltre i bambini possono provenire da famiglie problematiche e cercare all’interno della Chiesa figure parentali che possano fungere da modelli di ruolo e assicurare la stabilità di cui a casa sentono la mancanza. Quanto più i bambini accettano le implicazioni familiari del fatto di chiamare qualcuno Padre, Madre, ecc. tanto più l’abuso assume caratteri incestuosi. Secondo Gartner i bambini violentati da sacerdoti devono fare i conti, sul piano psicologico, con un vero e proprio incesto. Inoltre, un prete non si può definire semplicemente come “un” padre, piuttosto egli è un diretto rappresentante del Padre, una rappresentazione vivente del Cristo. Tra i casi presentati da Gartner, un prete disse esplicitamente a un bambino che resistere alle sue molestie avrebbe voluto dire opporsi direttamente alla volontà di Dio. Quando un bambino è abusato da un prete, è possibile che non abbia semplicemente una crisi di fede, può letteralmente sentire di stare tradendo Dio. Solitamente i ragazzi che più facilmente subiscono abusi da parte di sacerdoti provengono da famiglie con forti convinzioni religiose e con molta probabilità sono immersi in una propria vita religiosa, nutrendo una visione ideale dei propri mentori spirituali. Nel momento in cui il ragazzo si rende conto di essere stato sfruttato da qualcuno che per lui rappresentava un legame diretto con Dio, il suo mondo spirituale può cominciare a crollare.

In uno dei casi di abusi sessuali presentati da Gartner, la vittima, in riferimento al sacerdote autore di violenze sessuali nei suoi confronti, testimonia: «Sono arrabbiato con Dio. Nella misura in cui Dio esiste per me, sono arrabbiato con Lui. Quest’uomo ha mandato in frantumi l’idea di un Essere Superiore. Mi ha dimostrato che Dio sbaglia, che Dio non ti protegge o non impedisce che accadano cose brutte. Il fatto che si trattasse di un prete ha provocato un cataclisma. Mi ha insegnato che c’è una menzogna nel mondo. Ho sviluppato a poco a poco un crescente cinismo. A mano a mano che crescevo mettevo da parte la mia pietà, iniziavo a odiare gli odori, i suoni, le atmosfere della Chiesa: l’incenso, i colletti, le tonache. La mia spiritualità e capacità di credere in un potere superiore sono state distrutte».

 

L’avvio di azioni legali

 

L’avvio di un procedimento legale contro il colpevole avviene, in genere, tardivamente, spesso dopo che le vittime hanno cercato gesti di riparazione più personali. Occorre tener conto del fatto che molte vittime non rivelano mai l’abuso subito, a causa di imbarazzo e pudore dovuti alla natura sessuale dello scandalo, e del fatto che gli autori degli abusi inducono esplicitamente le vittime a mantenere il segreto, facendo loro intendere che verrebbero rimproverate se rivelassero quello che è successo, e in seguito allontanate da casa e messe in orfanotrofio, oppure minacciano la propria vittima di fare del male a lei o ai membri della sua famiglia, se dirà qualcosa. L’abusante può talvolta incolpare la vittima, accusandola di averlo sedotto, e quindi scaricando su di lei la propria vergogna e il proprio disprezzo di sé, coinvolgendola in un patto di segretezza con tanto di doni e privilegi speciali che comprano il suo silenzio. Molti bambini abusati da sacerdoti restano in silenzio perché sentono chiaramente che nessuno, nel loro ambiente, sarà disposto ad aiutarli, se diranno la verità. L’azione legale rappresenta quindi l’estremo tentativo del superstite di riprendere in mano la propria vita, oltre a costituire l’unica occasione per poter finalmente affermare pubblicamente la verità. Inoltre il risarcimento economico assume un ruolo di vitale importanza per le vittime, che hanno bisogno di un sostegno economico per affrontare i costi della terapia, della disintossicazione e di una formazione educativa o lavorativa resa precedentemente impossibile dalla presenza di sintomi da stress post-traumatico.

 

Il sacerdote abusante: psicologia e modus operandi

 

Gli studiosi, sulla base di un campione – necessariamente limitato – di sacerdoti abusatori, reso disponibile dalla giustizia criminale e dalle istituzioni che si occupano della salute mentale, tentano di tracciare un ipotetico “ritratto” dell’abusante-tipo con lo scopo di fornire una spiegazione alla brutalità e alla violenza che hanno caratterizzato il comportamento di un numero non irrilevante di sacerdoti della Chiesa cattolica – come affermato dal sacerdote gesuita James Martin[51]- nei confronti di minori.

Secondo i dati raccolti da Mary Frawley O’Dea e Virginia Goldner e da altri ricercatori, confrontati sia con il John Jay Study relativo agli anni fino al 2002, sia con il Report relativo al 2004[53], risulta che la maggior parte dei sacerdoti abusatori è costituita da pedofili seriali, nel Report del 2004 metà delle nuove accuse era rivolta a sacerdoti già precedentemente accusati di abusi sessuali: più della metà delle vittime ha dichiarato di essere stata abusata “diverse volte”. Nell’esempio esposto da Mary Frawley O’Dea, una delle sue pazienti aveva subito abusi da parte del nonno a partire dai quattro anni di età. Giunta all’età di otto anni, durante la confessione settimanale raccontò al suo parroco gli abusi subiti. Il prete propose di parlarne più estesamente nel suo ufficio, quindi abusò sessualmente di lei ogni settimana nel periodo compreso tra gli 8 e i 12 anni di età della bambina. La donna non denunciò mai il sacerdote e parlò degli abusi subiti solo nel corso della terapia.

Dai dati presentati emerge altresì il fatto che la maggior parte dei sacerdoti si è spinta oltre il “semplice” palpeggiamento della vittima sotto i vestiti. Circa un terzo dei sacerdoti pedofili ha agito secondo modalità considerate dagli esperti “molto gravi”: ha abusato delle proprie vittime con la penetrazione o le ha costrette al sesso orale. Altri hanno agito in modo considerato relativamente grave: solo il 2,9% dei preti si è limitato al coinvolgimento della vittima in discorsi di natura sessuale oppure all’utilizzo di immagini pornografiche. Il 9% si è limitato a toccare la vittima attraverso i vestiti oppure a farsi toccare attraverso la tonaca. Il 15,8% non si è spinto oltre la masturbazione. È inoltre di senso comune l’idea che la violenza sessuale nei confronti di un minore sia spesso motivata da abuso di alcol da parte dell’abusatore; il John Jay Study ha piuttosto evidenziato come i sacerdoti responsabili di abusi sessuali abbiano fatto uso di alcol e/o droghe solo nel 21,6% dei casi. Secondo Mary Frawley e Virginia Goldner, l’insieme di questi dati smentisce l’ipotesi secondo la quale l’abuso sessuale da parte del prete sia fondamentalmente motivato da una momentanea mancanza di giudizio: occorre invece considerare l’abusatore come una persona pericolosamente incline ad abusare di una giovane vittima diverse volte.

 

 

Psicologia

 

I principali contributori nelle ricerche sulle caratteristiche psicologiche dei sacerdoti autori di abuso sessuale sui minori, sono specialisti che hanno dedicato gran parte della propria carriera professionale al trattamento dei membri del clero affidati alle loro cure. Stephen Rossetti, sacerdote diocesano e psicologo presso il Saint Luke Institute (Maryland), afferma che gli autori di crimini sessuali, siano essi preti o laici, sono perlopiù indistinguibili da coloro che non lo sono, almeno in superficie. Pur precisando che non esiste un unico “profilo clinico” che possa indistintamente caratterizzare tutti gli autori di abuso, esistono tuttavia analoghe tipologie di problemi psicosessuali presso tale popolazione. Secondo Leslie Lothstein, psicologa clinica presso l’Institute of Living (Connecticut), è opportuno distinguere tra pedofili fissati, attratti esclusivamente da bambini e adolescenti, e non dagli adulti, e pedofili regressivi, le cui esperienze sessuali con i minori sono legate allo stress e contrastano con il più alto livello di organizzazione e funzionamento psicosessuale altrimenti prevalente. Lothstein ha ipotizzato che i pedofili fissati siano spesso immaturi, passivi, inibiti sul piano delle relazioni eterosessuali e carenti in termini di conoscenze sessuali e di abilità sociali. Al contrario, l’interesse dell’efebofilo per i bambini più grandi solitamente riflette un più alto grado di sviluppo sociale e psicosessuale. Per contro, le osservazioni cliniche di Curtis Bryant, sacerdote gesuita, psicologo ed ex direttore dei servizi di ricovero presso il Saint Luke Institute, confermano la sua ipotesi secondo cui i preti efebofili che intrattengono relazioni sessuali con adolescenti di sesso maschile sono simili ai preti pedofili nella misura in cui, spesso, sono anche loro socialmente immaturi, si identificano con il minore oggetto delle loro attenzioni e non hanno occasioni di intimità con le donne.

Lothstein, coerentemente con le conclusioni di Gacano, Meloy e Bridges[60] sostiene inoltre che l’aggressione costituisce sempre una componente critica delle interazioni sessuali tra pedofili – o efebofili – e minori. Mettendo a confronto pedofili con psicopatici e autori di omicidi, è stato rilevato che “i pedofili esibiscono in modo significativo una maggiore rabbia, che potrebbe derivare dalla loro generale inadeguatezza e rigidità cognitiva”, oltre che dalla generale incapacità di soddisfare i propri desideri, inducendoli ad atteggiamenti aggressivi caratterizzati da “apparente umiltà”. A questo proposito lo psicoanalista Albert Crivillè scrive: «un minore è tanto più maltrattato nel suo psichismo profondo quanto più l’aggressore sessuale assume le sembianze dell’amore».

A partire da un campione di sacerdoti esaminati, Lothstein ha individuato alcune categorie: il gruppo più numeroso comprende individui con disturbi di personalità dipendente, evitante o ossessivo-compulsiva, personalità che implicano il bisogno di essere percepiti come socialmente desiderabili oltre al bisogno di approvazione e accettazione. Lothestein descrive questi sacerdoti come “naïf e socialmente immaturi”, come individui che cercano nella vocazione religiosa la gratificazione del proprio bisogno di essere idealizzati, ammirati ed amati: caratteristiche spesso attribuite agli individui narcisisti. Un numero inferiore di sacerdoti mostrava personalità più elementari, caratterizzate da disturbi antisociali, esibizioni di elementi borderline, narcisismo e istrionismo. L’ultimo e meno numeroso gruppo descritto da Lothstein, comprende individui con caratteristiche o disturbi di tipo paranoide, schizoide e schizotipico, caratterizzati da isolamento, fantasie aggressive e/o sessualmente primitive. Ciascuno di questi sacerdoti, afferma Lothstein, “aveva un atteggiamento molto negativo e compulsivo e soffriva di depressioni rabbiose e irritabili”. Inoltre, secondo uno studio di Tardi e Van Gijseghem, i pedofili possiedono una “struttura dell’identità più debole” di quella degli autori di crimini non di natura sessuale, ed esibiscono un livello più alto di introversione sociale, dato, quest’ultimo, che risulta coerente con i molteplici riferimenti ai problemi sociali caratteristici di molti sacerdoti che compiono atti sessuali con bambini.

 

In conclusione, un numero significativo di sacerdoti e seminaristi sottoposti a psicoterapia presenta elementi caratteriali e psicodinamici associati a profonde ferite e vulnerabilità narcisistica associati a instabilità dell’autostima. Tali individui tendono a percepirsi come inferiori, inadeguati o fortemente carenti con conseguente alto livello di ansia e vergogna, episodi depressivi, o varie combinazioni di queste emozioni. Impossibilitati nel raggiungimento di una ideale perfezione e preminenza, e nella necessità di essere percepiti e trattati come esseri speciali, ammirati da tutti, questi sacerdoti sono spesso afflitti, in varia misura, da ansia, depressione e invidia degli altri.

 

Critiche alle gerarchie cattoliche

 

Dure critiche sono state rivolte alla Chiesa Cattolica quando fu scoperto che alcuni vescovi a conoscenza dei casi di abuso avevano trasferito i preti invece di rimuoverli

È stato rilevato che la posizione prevalente riguardo ai casi di pedofilia era che i pedofili potessero essere curati attraverso assistenza psicologica.

A Barretos, in Brasile, venne aperto in segreto dai sacerdoti italiani della Congregazione di Gesù Sacerdote un centro di cura per preti pedofili.

Alessandro Maggiolini, ex vescovo di Como indagato per favoreggiamento personale per aver informato don Mauro Stefanoni, un parroco condannato nel maggio 2008 a 8 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni di un minore «psichicamente debole e bisognoso di affetto e cure, incapace di ribellarsi efficacemente ad un soggetto adulto circondato da rispetto», ha affermato «Una cosa è prendere i necessari provvedimenti canonici, altro è come vescovi diventare strumenti della giustizia italiana, non perché non vogliamo che i sacerdoti colpevoli subiscano le giuste pene dalla giustizia civile, ma perché le vittime debbono decidere loro se accedervi. E alcune preferiscono non farlo». Punto di vista sostenuto anche da mons. Betori, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.

Mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. nel mese di maggio 2002 ha dichiarato: «I preti pedofili sono un fatto assolutamente marginale che non richiede interventi da parte delle istanze centrali della Chiesa italiana. Si tratta di un fenomeno estremamente limitato e i vescovi riaffermano la loro fiducia nella stragrande maggioranza dei preti, che servono con fedeltà la Chiesa e l’educazione dei giovani». «Il Consiglio permanente non ha mai parlato di casi di pedofilia, alla Cei non c’è nessun elenco in proposito, non abbiano né casi in evidenza né una procedura di monitoraggio». «La Cei non esercita sorveglianza sui vescovi, non è una superconferenza che li controlla, perché è responsabilità di ogni singolo vescovo affrontare la questione»

Monsignor Mauro Cozzoli, docente di Teologia morale all’Università Lateranense, ha dichiarato a Il Messaggero il 6 aprile 2006: «Qualche volta l’autorità ecclesiastica ha coperto certi fatti per evitare che scoppiasse uno scandalo».

Hans Küng, noto teologo spesso critico verso le gerarchie ecclesiastiche, il 18 marzo 2010, ha scritto un articolo in cui sostiene che Ratzinger sia «l’uomo che da decenni è il principale responsabile dell’occultamento di questi abusi a livello mondiale».

Un esempio dell’uso comune di trasferire di parrocchia in parrocchia un prete accusato di abusi sessuali è fornito dal caso Ramos. Don Ramos fu trasferito ad un’altra parrocchia dopo una imprecisata terapia psicologica. Nell’immagine (agli atti nel caso Ramos) si vedono gli appunti presi da qualcuno che lavorava all’interno della diocesi durante una conversazione a telefono in cui si comunicava alla diocesi che, nonostante le prime cure ricevute alla fine degli anni settanta, Ramos aveva continuato a molestare bambini (25 denunce in totale).

 

Risposta delle gerarchie

 

In un discorso ai Vescovi d’Irlanda del 28 ottobre 2006 Papa Benedetto XVI si è duramente espresso contro i crimini dei sacerdoti colpevoli, dichiarando che «è importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi». Affermando inoltre che «l’ottimo lavoro e il generoso impegno della grande maggioranza dei sacerdoti e dei religiosi in Irlanda non devono essere oscurati dalle trasgressioni di alcuni loro fratelli.»

In visita a George Bush a Washington nel mese di aprile 2008 Benedetto XVI, rispetto allo scandalo pedofilia che ha investito la Chiesa Cattolica americana, ha affermato: «Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché questi fatti non si ripetano più».

Nel mese di luglio 2008, nel corso della giornata mondiale della gioventù tenuta a Sydney, dopo le richieste delle associazioni locali delle vittime, Benedetto XVI ha ribadito analoga posizione affermando: «Desidero qui fare una pausa per riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi di questa nazione. Davvero sono profondamente addolorato per il dolore e la sofferenza subita dalle vittime e assicuro loro che come loro pastore anche io condivido la loro sofferenza». «Questi misfatti che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore e hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Chiedo a tutti voi di assistere i vostri vescovi e di collaborare con loro per combattere questo male. Le vittime devono ricevere compassione e cura, e i responsabili di questi misfatti devono essere portati davanti alla giustizia».Prima di ripartire per il Vaticano, ha però voluto incontrare alcune vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero, ascoltando le loro storie e manifestando loro la propria vicinanza spirituale.

Nel suo viaggio apostolico a Malta, il pontefice ha incontrato alcune vittime di abusi sessuali da parte di religiosi; nell’occasione, il papa ha affermato di aver «condiviso la loro sofferenza e con commozione ho pregato con le vittime degli abusi commessi da sacerdoti».

Anche durante la visita di Stato compiuta nel Regno Unito nel settembre 2010, Benedetto XVI ha incontrato un gruppo di persone che avevano subito in gioventù abusi sessuali da parte di sacerdoti; dopo aver pregato con le vittime, ha affermato che: «è deplorevole che, in così marcato contrasto con la lunga tradizione della Chiesa di cura per i ragazzi, questi abbiano sofferto abusi e maltrattamenti ad opera di alcuni preti e religiosi».

In numerosi discorsi rivolti alla Curia Romana, ai vescovi, ai presbiteri, ai giornalisti ed agli educatori, il pontefice è tornato a parlare degli abusi sessuali, rinnovando la propria vicinanza alle vittime e condannando quei sacerdoti «che stravolgono il Sacramento nel suo contrario: sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita».

Il 16 maggio 2011 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò una lettera «per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», nella quale si invitano i vescovi ad applicare le norme del Diritto canonico e a collaborare con le autorità civili. In particolare, i vescovi devono: incontrare ed ascoltare le vittime di abusi sessuali, seguendo l’esempio di Benedetto XVI; creare ambienti sicuri per i minori allo scopo di riconoscere ed intervenire in caso di abuso sessuale; prestare attenzione alla formazione dei seminaristi e dei sacerdoti appena ordinati, ricordando le parole di Giovanni Paolo II:«Non c’è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per chi potrebbe far male ai giovani»; cooperare con le autorità civili. Infine, il testo riassume la legislazione in vigore per questi delitti, ricorda che la prescrizione è di vent’anni, calcolati a partire dal compimento del diciottesimo anno di età della vittima e fornisce indicazioni sul modo di agire nel trattare i casi di abuso sessuale.

Il 16 giugno 2011 la Conferenza episcopale degli Stati Uniti approvò una nuova edizione della Carta per la protezione dei bambini e dei giovani, adottata nel 2002. Il testo introduce il reato di pornografia infantile e l’equiparazione dell’abuso su incapace a quello su minore.

Nel seminario di Erfurt, durante la visita di Stato compiuta in Germania dal 22 al 25 agosto 2011, Benedetto XVI volle incontrare cinque vittime di abusi sessuali commessi da sacerdoti. Nell’occasione il pontefice espresse rammarico per ciò che era stato commesso nei confronti loro e delle loro famiglie ed assicurò l’impegno della Chiesa nel promuovere misure efficaci per la tutela di bambini e giovani.

Dal 6 al 9 febbraio 2012, si è svolta alla Pontificia Università Gregoriana di Roma un simposio dedicato agli abusi sessuali commessi da membri del clero, dal titolo Verso la guarigione e il rinnovamento. All’incontro erano presenti i rappresentanti di 110 conferenze episcopali, i rappresentanti di 30 ordini religiosi e una vittima di abusi sessuali. In apertura dei lavori il cardinale William Joseph Levada ha rivelato che «nel corso dell’ultimo decennio sono arrivati all’attenzione della Congregazione per la dottrina della fede oltre 4.000 casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori». La Congregazione, anche «sotto la guida costante del cardinale Joseph Ratzinger», ha rilevato «un drammatico aumento» del numero di casi di reato di abusi sessuali su minori da parte di chierici, anche a causa della copertura mediatica che questi scandali hanno avuto in tutto il mondo. I casi di abusi sessuali «hanno rivelato, da un lato, l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente canonica (o di diritto canonico) a questa tragedia e, dall’altro, la necessità di una risposta più complessa». Nel simposio si sono stimati «due miliardi di dollari di risarcimenti» pagati finora dalla Chiesa. Charles J. Scicluna ha dichiarato: «Esiste ancora nella Chiesa una certa cultura del silenzio, ma dobbiamo uscirne. Basta con la mortale cultura dell’omertà. La ricerca della verità è un dovere morale e legale. Perché chi inganna, chi non denuncia, è nemico della giustizia e quindi della Chiesa»; secondo il cardinale canadese Marc Ouellet: «Grande è la vergogna ed enorme è lo scandalo. Si è compiuto ciò contro cui Gesù si scagliò: “È meglio che a uno venga messa al collo una pietra da mulino e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzi uno di questi piccoli”». Un sacerdote americano, monsignor Stephen J. Rossetti, ha elencato i sei errori che i vescovi non devono ripetere: non aver ascoltato le vittime e essersi fatti manipolare dagli aggressori che mentivano; il «sottostimare» gli abusi nella propria diocesi; il credere che i pedofili «possano essere curati e non rappresentino più un rischio»; un senso «malinteso» del «perdono» per i colpevoli; la «formazione insufficiente dei sacerdoti», anche sulla sessualità; e l’«ignorare i segnali d’allarme». Al termine dei lavori è stato presentato il Centro per la protezione dei bambini, nato dalla collaborazione tra l’università Gregoriana ed il dipartimento di psichiatria dell’università di Ulma.

 

Pedofilia e Chiesa cattolica nella storia

 

Per comprendere il pensiero dei Padri della Chiesa sulla pedofilia e la pederastìa (e l’omosessualità) bisogna rifarsi all’etica romana a partire dall’età repubblicana, periodo in cui il potere legislativo prese «provvedimenti contro la pederastìa», prima in via amministrativa, poi in via giudiziaria. Pur ritenendo «normale che un uomo avesse rapporti sessuali con altri uomini, oltre che con le donne» i romani, a differenza dei greci, «non ritenevano che, per i ragazzi, essere soggetti passivi di un rapporto omosessuale fosse educativo». Il pensiero dei Padri riprendeva in parte la morale «tardo pagana» sul matrimonio. Anche altri studiosi concordano su questa impostazione. Da un tipo di «sessualità di stupro», il romano che «sottometteva senza problemi e senza rimorsi la moglie, le schiave e gli schiavi», cominciò a imporsi una regola di vita, che diventò un «codice morale repressivo». Prima che il cristianesimo prendesse campo, la morale sessuale dei romani «si era trasformata da una bisessualità di stupro in un’eterosessualità di riproduzione». La castità, anticipando il pensiero dei Padri, era diventata una virtù. La predicazione cristiana trovò un facile terreno, alimentata dalla predicazione stoica «che esortava a controllare le passioni, a vincere le pulsioni, a indirizzare il sesso alla procreazione». La nuova regola era «l’eterosessualità di riproduzione».

 

Gli studi degli anni settanta e duemila

 

Secondo uno studio condotto su 1500 preti da Conrad Baars, psichiatra tedesco di orientamento cattolico, citato anche da Thomas P. Doyle sulla rivista Pastoral Psycology e sottoposto nel 1971 al Sinodo dei Vescovi in Roma, alcuni preti sono affetti da problemi psicosessuali inaspriti dal celibato al quale non si viene sufficientemente preparati durante l’istruzione ricevuta in seminario. Lo studio avvertiva anche della necessità di predisporre azioni correttive per ridurre il fenomeno. Nessun provvedimento fu preso in tal senso. Al Sinodo del 1971 partecipò anche il cardinale Wojtyla, eletto papa 7 anni dopo nel 1978.

 

Il documentario Sex crimes and the Vatican

 

Nel 2006 l’emittente televisiva inglese BBC ha trasmesso un documentario intitolato Sex crimes and the Vatican che accusava la Chiesa di coprire i sacerdoti coinvolti in abusi sessuali su minori.

In Italia la decisione di Michele Santoro di trasmettere il documentario nella puntata del 31 maggio 2007 del programma Anno Zero, ha sollevato polemiche politiche. Mario Landolfi, presidente della commissione Vigilanza RAI, ha invitato il direttore generale della Rai pro tempore, Claudio Cappon a non procedere all’acquisto del documentario.

Successivamente alla messa in onda altre polemiche, di segno opposto, hanno coinvolto il conduttore, accusato d’aver concordato con il Vaticano le modalità di pubblicazione, nelle quali si sarebbero illustrati i casi come individuali, evitando di coinvolgere in pieno la Chiesa

Il documentario mostrava i risultati prodotti da una commissione mista di indagine operante negli Stati Uniti d’America a seguito di svariate denunce, esso metteva in evidenza come in un documento del 1964 intitolato Crimen sollicitationis vi fossero norme e regole che, pena la scomunica, imponessero alle vittime di violenza ed a tutti i soggetti coinvolti a vario titolo di mantenere il silenzio. Durante la trasmissione, questa tesi è stata rigettata da monsignor Rino Fisichella.

Il giorno precedente la messa in onda del documentario, Massimo Introvigne pubblicò su Avvenire un articolo fortemente critico sull’accuratezza dei suoi contenuti. In esso si precisava che la pena delle scomunica era, al contrario, riservata a chi avesse omesso la denuncia; la segretezza era riservata ai processi canonici, a tutela di tutte le parti in causa. Altri hanno invece valutato l’ipotesi, fra questi anche la Corte distrettuale di Harris County (Texas), che ha indagato ed imputato per «ostruzione alla giustizia»l’allora cardinale Joseph Ratzinger, in seguito all’invio dell’epistola De delictis gravioribus avvenuta nel 2001. Il procedimento è stato bloccato nel settembre 2005, quando il Dipartimento di Stato statunitense accolse la richiesta di concedere a Ratzinger l’immunità diplomatica in seguito alla sua elezione come Papa (e quindi capo di stato straniero).In realtà,come riporta lo stesso Massimo Introvigne nel caso deciso il 22 dicembre 2005 a Houston (Texas) dal giudice Lee Rosenthal il cardinale Joseph Ratzinger non era stato né “incriminato”, né indagato, ma semplicemente era stato citato in giudizio dallo studio legale Kahn Merritt & Allen in una causa civile relativa a danni reclamati all’Arcidiocesi di Houston da persone che accusavano di essere state molestate sessualmente dal seminarista Juan Carlos Patino-Arango,della stessa Arcidiocesi.

 

Elenco di casi paese per paese

 

Canada

 

Nel 2009 la diocesi di Antigonish è stata coinvolta in alcuni casi di abusi sessuali, commessi da suoi sacerdoti su alcune dozzine di persone negli anni 1950, per i quali il vescovo Lahey (poi colpito da mandato d’arresto per possesso di materiale pedopornografico) ha accettato di pagare 15 milioni di dollari canadesi.

 

Irlanda

 

Nel 1994 in Irlanda esplose lo scandalo-Brendan Smyth, un sacerdote cattolico nordirlandese accusato di abusi su minori in oltre 40 anni di attività pastorale a Belfast, Dublino e anche negli Stati Uniti. Arrestato e processato da una corte britannica a Belfast, morì in carcere nel 1997. Inizialmente condannato per 17 casi accertati di abusi su minore, durante la sua detenzione furono accertate a Dublino le sue responsabilità in ulteriori 74 casi analoghi.

Il documentario della BBC Sex crimes and the Vatican racconta i casi di 100 bambini e bambine abusati da 26 sacerdoti irlandesi, che secondo il giornalista della Bbc sarebbero stati coperti insabbiati dal Vaticano e dall’allora cardinale Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede.

Nell 2006 una commissione indipendente di inchiesta, guidata dal magistrato Yvonne Murphy, chiese dettagli al Vaticano circa i rapporti sugli abusi inviati dal 1975 al 2004 alla Santa Sede dall’arcidiocesi di Dublino. La Santa Sede ignorò la richiesta, comunicando al ministero degli Esteri irlandese che essa “non era passata attraverso gli appropriati canali diplomatici”, nonostante il carattere indipendente della commissione rispetto al governo irlandese implicasse l’inopportunità di tali canali. Una seconda richiesta di informazioni e documenti venne avanzata nel febbraio 2007 al Nunzio apostolico a Dublino, senza esito, così come senza risposta fu la richiesta di commento al rapporto finale della commissione, che denuncia l’ostruzionismo dei vertici cattolici. A seguito della pubblicazione del rapporto, il responsabile dell’arcidiocesi di Dublino, Diarmuid Martin, ha espresso «dolore e vergogna» per la vicenda degli abusi e per come furono coperti dai vertici della Chiesa cattolica di Dublino, offrendo le sue «scuse» alle vittime (che però non vollero mai accettarle).

Secondo il Rapporto Murphy, il ricorso al segreto pontificio nell’arcidiocesi di Dublino, similmente a quanto già registrato nell’arcidiocesi di Boston, ha avuto l’effetto di «proteggere l’istituzione [ecclesiastica] ai danni dei minori», ed «è in assoluto contrasto con la legge civile che richiede l’amministrazione pubblica della giustizia», costituendo inoltre l’obbligo di segretezza/riservatezza imposto dai vescovi ai partecipanti al processo canonico una potenziale «inibizione a denunciare alle autorità civili o ad altri l’abuso sessuale su minori».

Il 20 marzo 2010 Benedetto XVI ha pubblicato una lettera pastorale rivolta ai fedeli cattolici d’Irlanda. In essa il Papa ha spiegato di «condividere lo sgomento e il senso di tradimento […] sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati», chiedendo ad essa «in primo luogo di riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi» e accusando la «preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Rivolgendosi poi ai sacerdoti e ai religiosi colpevoli di tali abusi, ha scritto: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.».

Il 20 febbraio 2011, l’arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin ed il cardinale Sean Patrick O’Malley, visitatore apostolico nominato dal Papa, hanno pubblicamente chiesto il perdono da parte di tutte le vittime di abusi, durante una Liturgia di Pentimento celebrata nella Procattedrale di Santa Maria a Dublino. Durante la celebrazione, i presuli hanno lavato i piedi ad un gruppo di persone vittime di abusi sessuali. Nell’omelia, mons. Martin ha ringraziato coloro che hanno avuto il coraggio di parlare.

Il 20 marzo 2012 fu pubblicato il Summary of the Findings of the Apostolic Visitation in Ireland, resoconto della visita apostolica alle diocesi, agli istituti religiosi ed ai seminari irlandesi, nonché degli incontri con le vittime degli abusi, voluti da Benedetto XVI per valutare l’efficacia delle misure adottate contro gli abusi sessuali sui minori. Nel documento si esprime vicinanza alle vittime, raccomandando a diocesi ed istituti di continuare a fornire loro accoglienza e assistenza, e si evidenzia la “gravità delle mancanze che hanno dato luogo”, in passato, ad una “non sufficiente comprensione e reazione”, anche da parte di vescovi e superiori religiosi, “al terribile fenomeno dell’abuso sui minori”. Si ricordano i passi avanti compiuti e si osserva poi l’efficacia delle linee guida del 2008 sulla protezione dei minori e sulla collaborazione con le autorità civili. Nel documento – definito ampio ed esauriente dal direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi – La Santa Sede ripete “il proprio sentimento di vergogna e tradimento di atti peccaminosi e criminali alla radice di questa crisi”. Dopo aver inviato in Irlanda una visita apostolica, si afferma che “ora va considerata conclusa”. Alcuni vescovi si dimisero per motivi legati alla gestione dei casi di pedofilia, tra di essi monsignor John Magee. Nel nuovo mea culpa pubblico della Chiesa ci si riferisce a “Vescovi e superiori religiosi inadeguati ad arginare il dilagare dei gravissimi episodi di pedofilia tra il clero”; “Omessi controlli”; “Impunità per i colpevoli”; “Indifferenza verso le vittime”; “Vergogna per le sofferenze inflitte alle piccole vittime”.

 

Stati Uniti

 

I casi di pedofilia venuti alla ribalta dagli anni 1990 in poi che hanno visto coinvolti componenti del clero cattolico hanno assunto particolare rilevanza mediatica e politica, tanto da spingere la Chiesa statunitense all’istituzione di un’inchiesta indipendente sui fatti. Papa Benedetto XVI ha definito questi casi «Crimini enormi».

D’altro canto, Frank Keating, governatore dell’Oklahoma e titolare dell’inchiesta, dimettendosi dal suo incarico ha paragonato il comportamento della Chiesa a quello di un’organizzazione mafiosa.

Nel 2002 è occorso il primo scandalo con eco internazionale, scoppiato in seguito alla scoperta di abusi sessuali perpetrati da più sacerdoti nei confronti di minorenni nell’arcidiocesi di Boston. In seguito, nel 2005, numerosi casi sono stati registrati in Irlanda.

 

Nel giugno 2002 la Conferenza episcopale americana ha nominato una commissione indipendente (National Review Board) per indagare sul fenomeno degli abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici cattolici. Il governatore dell’Oklahoma Frank Keating, cattolico praticante ed aderente al Partito repubblicano è stato chiamato alla direzione della commissione. Nel giugno successivo, dopo le critiche ricevute dall’arcivescovo di Los Angeles per aver paragonato alcuni leader della Chiesa americana alla Mafia, ha rassegnato le sue dimissioni, affermando che “il non obbedire ai mandati di comparizione dei Gran Jury, sopprimere i nomi dei preti accusati, negare, confondere, non spiegare, è il modello di un’organizzazione malavitosa, non della mia Chiesa”.

Secondo una stima di Andrew Greeley, sacerdote dell’arcidiocesi di Chicago e professore di sociologia alle Università di Chicago e dell’Arizona, da 2.000 a 4.000 preti avrebbero abusato di 100.000 minori, spesso senza che alcun provvedimento venisse preso al riguardo.

Il rapporto commissionato dai vescovi americani al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York,, il John Jay Report, esamina la situazione dei preti denunciati alla magistratura per reati sessuali. Dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani (su oltre 109.000, circa il 4%) sono stati accusati di relazioni sessuali con “minorenni”, la maggior parte sono casi di pedofilia, una parte modesta sono casi di pederastia.I casi di vera pedofilia con condanna definitiva risultano avere una media nel periodo 1950 – 2002 di una condanna all’anno

La maggior parte delle vittime che hanno denunciato, il 50,9%, ha una età compresa tra gli 11 e i 14 anni, 27.3% hanno tra i 15 anni e i 17, il 16% sono bambini e bambine tra gli 8 e i 10 anni e circa il 6% hanno una eta sotto i 7 anni. Si noti che secondo la legislazione italiana atti di pedofilia sono compiuti sui minori di 14 anni.

Complessivamente circa il 73% delle vittime che hanno denunciato ha 14 anni o è un bambino. Dal 2000 in poi si registrerebbe, inoltre, un declino delle accuse. Secondo il rapporto dei vescovi delle diocesi americane del 2012, i casi di pedofilia all’interno delle diocesi sono in aumento, nel 2011 sono state 594 le “credibili accuse di abusi” rivolte ad appartenenti al clero, dato che è in aumento rispetto al 2010 dove i casi erano 505.

Dei 4.392 preti di cui ci sono serie accuse, i denunciati alla magistratura sono 1.021, i condannati sono 252 ma quelli che hanno scontato pene in prigione sono 100 preti.

A parte i condannati vi sono i costi economici molto ampi per esempio nel 2007 complessivamente le diocesi USA hanno speso circa 900 milioni di dollari parte in conciliazioni e parte in patteggiamenti.

Complessivamente l’81% delle vittime sono maschi e il 19% femmine. Le vittime maschili tendono ad essere più vecchie delle vittime femminili Oltre il 40% delle vittime sono maschi con una età compresa tra gli 11 e i 14 anni.

La diocesi di Fairbanks, in Alaska, nel febbraio 2008 ha dichiarato bancarotta, in seguito al risarcimento di 150 vittime del clero tra gli anni cinquanta e gli ottanta. In base alla normativa statunitense utilizzata (il “Chapter 11″) la diocesi viene messa in una specie di commissariamento, che provvede (se possibile) a pagare i debitori, ma a questi sono impedite nuove azioni legali nei confronti della società. Tale procedimento è stato utilizzato anche dall’arcidiocesi di Milwaukee, anch’essa costretta alla bancarotta a causa dei risarcimenti alle vittime.

 

Nel giugno 2012, William Lynn, segretario per il clero dell’arcidiocesi di Filadelfia tra il 1992 e il 2004, è stato condannato per non aver avvertito i parrocchiani e la polizia dei sacerdoti molestatori che conosceva. Si trattava della prima volta che un funzionario diocesano viene condannato personalmente per tale reato. Nel dicembre 2013 la Corte di appello della Pennsylvania ha però annullato la condanna e disposto la scarcerazione di Lynn per la mancanza di «sufficienti prove per dimostrare che aveva agito con l’intento di facilitare la violenza».Inoltre Il 7 agosto 2013 è stata archiviata dal tribunale Usa l’ultima accusa nei confronti del Vaticano. A chi sosteneva che ci fosse stata copertura o complicità è stato dimostrato l’esatto contrario. L’archiviazione arriva dopo che oltre ai processi di Ronan e dell’Oregon, e tutti gli altri che accusavano i vertici della Chiesa, hanno avuto la medesima sorte. Ricordiamo due particolarmente significativi: il caso O’Bryan in Kentucky (iniziato nel 2004 e chiuso nel 2010) e il caso «John Doe 16» («Murphy») in Wisconsin (iniziato nel 2010 e chiuso nel 2012). In tutti questi casi le principali accuse che si basavano sul presupposto di un coinvolgimento del Vaticano nelle vicende delle Chiese locali specialmente in relazione alla condotta dei singoli preti sono cadute di fronte la realtà dei fatti.

 

I preti stranieri trasferiti in Italia

 

In alcuni casi dei sacerdoti condannati o ricercati all’estero per reati di pedofilia sono stati trasferiti in Italia.

Don Italo Casiraghi, parroco di Gordola, Canton Ticino (Svizzera), dopo la condanna a 6 mesi con la condizionale è stato trasferito a Sesto Calende (VA). Attualmente vive a Pietra Ligure (SV), nella parrocchia di San Nicolò, senza però prestare alcun servizio sacerdotale nella parrocchia.

Padre Yousef Dominic, inglese di origini pakistane, rifugiatosi ad Albisola, fuggito mentre era in libertà su cauzione. Nei suoi confronti è stato emesso un mandato di cattura. Si è poi rifugiato nell’abbazia benedettina di Finalpia. Viene trovato morto sulla spiaggia di Albisola il 6 dicembre 2009. La salma è stata rimpatriata a Lahore, dove si è celebrato il funerale.

Don Vijara Bhaskar Godugunuru (detto Don Vijey), indiano, dichiaratosi colpevole nel 2007 in Minnesota (USA) per abusi commessi su una ragazzina. Trasferito come vice-parroco, a Sarteano (SI), diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza nell’aprile del 2010, a seguito della scoperta del suo trasferimento, ha chiesto di essere inviato in India, nella diocesi di Cuddapah.

Joseph Henn, estradato in Arizona, svanisce nel nulla a Roma. Joseph Henn, agli arresti domiciliari nel 2005 presso la casa generalizia dei Padri salvatoriani in via della Conciliazione, nei pressi del Vaticano, dove risiedeva da anni, era ricercato in Arizona per molestie su tre giovani di età tra i 14 e i 15 anni. In Arizona rischia 259 anni di carcere. Estradato dopo una lunga vertenza giudiziaria dalla Cassazione, al momento dell’arresto svanisce nel nulla. La storia è raccontata nel documentario Sex crimes and the Vatican.

Nugent Francis Edward, salesiano dello Stato del New Jersey. Accusato per abusi subiti da una donna e dei suoi fratelli ad Ellenville quando erano ragazzini, è stato sospeso dal servizio. L’ordine dei Salesiani ha patteggiato il risarcimento di 250.000 dollari nel 1998 per suo conto. Accusato altresì di aver abusato di quattro studenti di un seminario minore. Rifugiatosi a Torino, vi è deceduto il 20 gennaio 2011.

Il caso di James Tully e il trasferimento a Vicenza. James Tully ha operato per diverso tempo nella cittadina di Ashfield (Massachusetts), fin quando è arrivata la condanna per pedofilia. Il prete è stato infatti accusato da William Nash e da altri ex seminaristi di violenze sessuali su minori. Le indagini hanno portato alla sentenza definitiva che vedeva il parroco colpevole. Padre Tully fu improvvisamente trasferito dagli USA all’Italia e si ritrasferì nuovamente negli USA poche settimane prima che Nash giungesse a Vicenza per tenere una conferenza stampa. Tully è tuttora a piede libero.

 

I casi delle arcidiocesi di Boston,Los Angeles,Chicago

 

Nell’Arcidiocesi di Boston è esploso uno dei casi più vasti di pedofilia che ha colpito appartenenti alla Chiesa cattolica. Più di duecento sacerdoti (su circa 1500 operanti nella diocesi) sono stati accusati di abusi sessuali, ma poiché il sistema giudiziario americano consente alle vittime di rivalersi economicamente sulle diocesi, gran parte delle stesse ha preferito farsi risarcire dalle diocesi anziché far condannare penalmente i responsabili, per cui si è registrato un forte indebitamento dell’arcidiocesi che ha dovuto vendere numerose proprietà immobiliari per liquidare i rimborsi.

Il fenomeno ha coinvolto anche l’arcidiocesi di Los Angeles, con 508 vittime e 113 preti coinvolti. Nel 2007 si è giunti ad un accordo extragiudiziario che prevedeva il pagamento della cifra record di 660 milioni di dollari (pari a circa 485 milioni di euro) destinata a rimborsare i danni subiti dalle vittime. In un precedente patteggiamento l’arcidiocesi di Los Angeles aveva accettato di versare altri 114 milioni di dollari di risarcimento. Pertanto, complessivamente, l’arcidiocesi di Los Angeles ha patteggiato risarcimenti per 774 milioni di dollari.

Nel 2006 un documentario, Deliver Us from Evil, accusò i vertici dell’arcidiocesi di Los Angeles di essere a conoscenza degli abusi commessi sui minori -in alcuni casi addirittura infanti- da oltre 20 anni e di non aver preso contromisure per arginare il fenomeno.

Nel dicembre 2007 l’arcidiocesi di Los Angeles è stata condannata al pagamento di 500 000 dollari perché sette dei suoi sacerdoti avevano violentato Rita Milla da quando questa aveva 16 anni. La donna ha anche una figlia da uno di questi prelati, mentre un altro aveva tentato di farla abortire in cambio di denaro.

Nell’agosto 2008 l’arcidiocesi di Chicago ha patteggiato di versare altri 12,6 milioni di dollari in risarcimento delle vittime degli abusi sessuali commessi da parte di 10 propri sacerdoti a 15 vittime. L’arcidiocesi di Chicago ha già versato 65 milioni di dollari di risarcimento per 250 casi di pedofilia commessi da sacerdoti della propria diocesi. Sono ancora in corso i giudizi altri 20 giudizi simili.

Anche la diocesi di Trenton è stata coinvolta nello scandalo degli abusi sessuali su cinque chierichietti e la propria nipote da parte del sacerdote Ronald Becker, che operò nelle parrocchie della diocesi dal 1979 al 1989 e fu rimosso dai suoi incarichi nel 2002. Nel 2009 e nel 2011 la diocesi ha accettato di pagare 1,3 milioni di dollari alle vittime degli abusi di Becker per porre fine a due diversi processi.

Negli Stati Uniti d’America esiste un archivio in cui sono riportati più di 4.000 casi giudiziari.

 

I missionari in Alaska

 

In Alaska, nel novembre del 2007, è stato annunciato un accordo extragiudiziale tra la Compagnia di Gesù e 110 presunte vittime di abusi sessuali avvenuti tra il 1959 e il 1986 in 15 villaggi Yupik, relativo ad un risarcimento di 50 milioni di dollari (il risarcimento più grande tra gli quelli pattuiti dagli ordini religiosi). L’avvocato delle vittime, Ken Roosa, aveva affermato che queste avevano trovato il coraggio di denunciare le violenze solo dopo essere venuti a conoscenza del caso di Boston e che i Gesuiti sarebbero stati al corrente della situazione, avendo volontariamente deciso di mandare nella zona remota i religiosi che si erano già rivelati “problematici” altrove, accuse però respinte dal rappresentate dell’Ordine.

 

Sempre per l’avvocato delle vittime «In alcuni villaggi eschimesi è difficile trovare un adulto che non sia stato sessualmente abusato». I termini dell’accordo non prevedono un riconoscimento di colpevolezza da parte dei Gesuiti, ma solo il risarcimento di 50 milioni di dollari ai querelanti.

Un ex monaco benedettino e prete, Patrick Wall, che ha fatto da consulente agli avvocati nei processi ha dichiarato che le gerarchie gesuite erano a conoscenza delle tendenze dei sacerdoti accusati in quanto «avevano già commesso molestie altrove, ma sono stati lasciati liberi di agire senza alcun controllo.»

« Avevano il potere assoluto sulle persone e sulla cultura del luogo. Avevano il potere politico. Avevano il potere della razza. Avevano il potere di farti andare all’inferno. Per le vittime non c’era via di scampo. »

(Chris Cooke, avvocato di Anchorage, da Tony Hopfinger)

 

I casi in Brasile, i diari dei preti e la casa di cura segreta

 

In Brasile circa 1700 preti (10% del totale) sono stati coinvolti in casi di cattiva condotta sessuale tra cui violenze e abusi sui minori. Come il caso di padre Edson Alves dos Santos, sacerdote brasiliano di 64 anni che ha violentato un bambino di 10 anni o Felix Barbosa Carreiro, un prete sorpreso in un’orgia di sesso e droga con 4 adolescenti adescati su Internet.

 

I diari

 

Padre Tarcisio Tadeu Spricigo ha compilato un manuale sequestrato dagli inquirenti con le dieci regole per restare impuniti. Tra le pagine del suo manuale si legge:

« Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo […] Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto. Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure […] Per questo sono sicuro e ho la calma. Non mi agito. Io sono un seduttore e, dopo aver applicato le regole correttamente, il ragazzino cadrà dritto dritto nella mia… saremo felici per sempre […] Dopo le sconfitte nel campo sessuale ho imparato la lezione! E questa è la mia più solenne scoperta: Dio perdona sempre ma la società mai. »

Due sacerdoti pedofili hanno confessato producendo dei diari in cui descrivevano le proprie attività pedofile.

Padre Alfieri Edoardo Bompani, 45 anni, arrestato per pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico costituito dai video che egli stesso registrava durante le violenze sessuali da lui commesse su minori di età compresa tra i 6 e i 10 anni. La polizia ha sequestrato anche racconti erotici in cui il sacerdote riportava esperienze personali e un diario (il quinto, secondo la nota di copertina).

 

La casa di cura

 

A Barretos, un piccolo centro a nord ovest di San Paolo, venne aperto in segreto dai sacerdoti italiani della Congregazione di Gesù Sacerdote (padri venturini) un centro di cura per preti pedofili nel quale venivano ospitati e di fatto nascosti i colpevoli, come lamentarono i familiari delle vittime. I pazienti, come affermato dagli stessi padri Venturini, venivano segnalati e destinati al centro dai vescovi delle varie diocesi brasiliane. I padri Venturini affermarono di non conoscere le difficoltà e le problematiche dei propri pazienti ospiti nonostante all’interno del centro ci fossero dei preti psicologi come Padre Mario Revolti, 70 anni, trentino, responsabile-psicologo.

 

Australia

 

In Australia si registrano 107 casi di condanne di sacerdoti o religiosi per abusi sessuali su minori. Ma altri processi sono ancora in corso e, secondo i gruppi di supporto, le vittime si contano a migliaia. In Australia nel 2005 erano in vita 3.142 sacerdoti.

Già nel 1870 suor Mary MacKillop (1842 – 1909), fondatrice nel 1867 dell’ordine religioso australiano delle Sorelle di San Giuseppe del Sacro Cuore, con la missione di aprire scuole per i bambini delle famiglie povere, denunciò insieme a altre consorelle, un prete che commetteva abusi su minori. Il sacerdote venne trasferito in Irlanda, ma il vicario generale della diocesi di Adelaide, dove operava l’ordine la scomunicò per insubordinazione nel 1871. Suor Mary MacKillop è stata proclamata santa da papa Benedetto XVI nel 2010.

 

Il caso O’ Donnell

 

Anthony e Christine Foster, genitori di due bambine ripetutamente violentate da un sacerdote di Melbourne, padre Kenin O’Donnell, accusano il cardinale George Pell di aver insabbiato l’inchiesta contro padre O’Donnell, riconosciuto responsabile delle violenze sulle loro due figlie, Emma e Katherina, commesse tra il 1988 e il 1993.

A seguito delle violenze una delle due figlie, Emma, si è tolta la vita nel 2008, non riuscendo a superare il trauma, e l’altra Katherina, ha avuto problemi con l’alcol e, a seguito di un incidente stradale, ha riportato danni cerebrali.

O’ Donnell morì in prigione nel 1997, ma i genitori delle due bambine hanno dovuto intraprendere una dura battaglia legale per veder riconosciuto il risarcimento dei danni.

Nel corso della Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Sydney nel 2008 i genitori delle due bambine hanno cercato inutilmente di farsi ricevere da Benedetto XVI per avere le scuse dal pontefice.

 

Paesi Bassi

 

Nel 2010, il cardinale Adrianus Simonis, Presidente della Conferenza Episcopale dei Paesi Bassi dal 1983, aveva affermato che la Chiesa cattolica olandese non aveva saputo niente dei casi di abuso su minori.

Nel febbraio 2011, Simonis è stato accusato di aver coperto un prete pedofilo mentre era arcivescovo. Il prete, il cui nome non è stato reso noto dai media, abusò di Erwin Meester mentre era in servizio in una parrocchia di Zoetermeer. Simonis, pur sapendo dell’accusa, ritenne che il prete fosse cambiato, e lo spostò in una parrocchia ad Amersfoort, senza però avvisare nessuno della nuova parrocchia dei precedenti del prete. Il prete perpetrò altri abusi nella nuova parrocchia (secondo la polizia sei delle sue vittime hanno poi denunciato abusi avvenuti tra il 1987 e il 2008); secondo Simonis, il nuovo abuso avvenuto ad Amersfoort sarebbe «spiacevole».

Quando l’episodio è venuto alla luce, Simonis ha affermato di essere a conoscenza dei precedenti del prete, ma che aveva giudicato sufficienti la terapia e «le prescrizioni psicologiche severe e per iscritto» che aveva ricevuto. Ha anche affermato che non aveva avuto nessuna informazione dalla nuova parrocchia riguardo ai nuovi abusi.

 

Belgio

 

In Belgio una commissione di indagine ha redatto un rapporto di duecento pagine su almeno 475 casi di abusi sessuali compiuti su bambini da membri del clero e su 19 tentativi di suicidio da parte delle vittime degli abusi, 13 dei quali tragicamente riusciti.

Nell’aprile del 2010 il vescovo di Bruges, Roger Joseph Vangheluwe è stato costretto a dimettersi per aver abusato di suo nipote.

 

Francia

 

Il cardinale Castrillón Hoyos e il caso Pican

 

René Bissey, un sacerdote pedofilo che tra il 1989 e il 1996 aveva compiuto ripetuti abusi sessuali su minori, fu condannato ad ottobre del 2000, dal tribunale francese di Bayeux, a 18 anni di carcere, e contestualmente il suo vescovo, monsignor Pierre Pican, fu condannato a tre mesi di carcere con la condizionale, per aver rifiutato di denunciare alla magistratura il sacerdote della sua diocesi, nonostante fosse a conoscenza da molti anni della sua condotta immorale e non fosse mai intervenuto per fermarla. Pican si giustificò affermando che, oltre al “segreto confessionale”, il vescovo ha anche un “segreto professionale” che gli impedisce di denunciare anche ciò che apprende al di fuori del sigillo della confessione: questo non violerebbe il segreto confessionale ma guasterebbe la fiducia dei sacerdoti della diocesi nei suoi confronti.

In seguito a questa sentenza, il cardinale Castrillón Hoyos, allora prefetto della Congregazione per il clero, scrisse una lettera di solidarietà a monsignor Pican, elogiandolo per aver evitato la denuncia nei confronti del sacerdote condannato per abusi sessuali e indicandolo come esempio da seguire:

« Ha agito bene, mi rallegro di avere un confratello nell’episcopato che, agli occhi della storia e di tutti gli altri vescovi del mondo, avrà preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi. […] Questa Congregazione, per incoraggiare i fratelli nell’episcopato in una materia così delicata, trasmetterà copia di questa missiva a tutti i fratelli vescovi »

Quando nel 2010 questa lettera fu resa nota, il direttore della Sala Stampa Vaticana e portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, disapprovò decisamente il comportamento del cardinale Castrillón Hoyos, affermando che la sua lettera «non rappresenta la linea presa dalla Santa Sede», ma che, anzi, «dimostra» quanto fosse necessaria l’unificazione di tutti i casi di abusi sessuali sotto la competenza «unitaria e rigorosa» della Congregazione.

 

Italia

 

il più grande processo in Italia viene celebrato a Roma presso il Tribunale Penale nei confronti di un prete, Don Ruggero Conti, parroco della parrocchia di Selva Candida a Roma, che dal 2001 si era reso responsabile di abusi sessuali nei confronti di 7 minori. Il prete nel 2008 viene arrestato e tradotto a giudizio. Le vittime ottengono una condanna a 15 anni e sei mesi di reclusione e a una provvisionale. Il caso è stato anche trattato e descritto in un libro uscito nel novembre del 2012 dal titolo La preda – Le confessioni di una vittima, scritto da Angela Camuso.

 

Il caso Bertagna

 

Don Pierangelo Bertagna, è l’ex abate dell’abbazia di Farneta, nel comune di Cortona (AR).

L’11 luglio 2005 il sacerdote, 44 anni, viene arrestato a seguito della denuncia di un bambino tredicenne. Nei giorni successivi don Bertagna confessa di aver abusato di 38 bambini in tutta Italia. Diventato sacerdote a 39 anni, confessa abusi dal 1988, quando non era ancora entrato in seminario, compiuti ai danni di bambini e ragazzini dagli 8 ai 15 anni.

Ordinato sacerdote nel 2000 dal vescovo di Arezzo Gualtiero Bassetti, per tre anni presta la sua opera nell’abbazia di Farneta, a cui viene messo a capo nel 2003. Don Bertagna si ispira alle ritualità dell’associazione cattolica dei Ricostruttori nella preghiera, che conducono una vita ascetica con influenze new age e attirano a loro i nostalgici del ’68.

Nella confessione don Bertagna ammette che le violenze sono iniziate dapprima nella sua zona di origine, la Lombardia e il Bresciano, poi tra i Ricostruttori nella preghiera, di cui faceva parte, poi nel seminario e infine nell’abbazia di Farneta. Nel corso degli interrogatori don Bertagna confessa che i Ricostruttori nella preghiera e in particolare padre Vittorio Cappelletto, ottuagenario e carismatico gesuita a capo dell’associazione, ne erano a conoscenza. Padre Cappelletto ha sempre smentito di essere a conoscenza delle tendenze pedofile di don Bertagna.

A seguito dell’arresto il vescovo di Arezzo sospende “a divinis” don Bertagna e trasferito nell’eremo di Valdichiana aretina, dove attende il processo. È stato condannato a otto anni di carcere nel giugno 2007 per 16 dei 38 abusi confessati.

 

Il caso Puleo – Marchese

 

Ha destato particolare clamore il caso di Marco Marchese (minorenne all’epoca dei fatti), un ex seminarista che ha denunciato abusi nei suoi confronti da parte di don Bruno Puleo; il parroco ha poi patteggiato l’accusa dichiarandosi colpevole. Marchese ha chiesto un risarcimento di 65.000 euro alla Curia di Agrigento, ma il vescovo, Carmelo Ferraro, ha risposto con una richiesta di 200.000 euro per danni di immagini alla Chiesa. Il fatto rivelato nel 2004 dall’agenzia di informazione politico-religiosa Adista, ma fu reso noto al grande pubblico attraverso la trasmissione televisiva Mi manda Raitre.

 

Questo caso ha assunto particolare rilevanza anche perché:

la vittima è stata invitata a rimanere in silenzio e non rivelare l’accaduto;

alla vittima è stato chiesto di perdonare chi ha perpetrato gli abusi;

il sacerdote colpevole degli abusi, ha subito come punizione da parte delle istituzioni ecclesiastiche il solo trasferimento in altra località, nella quale, in seguito, è stato accusato di ulteriori abusi sessuali nei confronti di minorenni.

 

Marco Marchese ha fondato un’associazione contro la pedofilia.

 

Il caso Govoni

 

Il 20 maggio 2000 il sacerdote modenese Giorgio Govoni è stato stroncato da un infarto mentre si trovava nello studio del suo avvocato. Era sotto processo e attendeva il verdetto della sentenza di primo grado che sarebbe stato emesso qualche giorno dopo. Il 5 giugno del 2000 il tribunale di Modena in primo grado dichiara colpevole il prete della Bassa assieme ad una decina di indagati. La Corte d’Appello di Bologna dichiara che il prete morto non può essere giudicato in appello (art. 69). Il processo per accuse di pedofilia vedeva 15 imputati tra cui il Govoni, tutti condannati in primo grado. L’11 luglio 2001 la Corte d’appello di Bologna assolse con formula piena 8 dei 15 imputati e ridusse per i restanti la pena inflitta in primo grado dichiarando che nella Bassa Modenese non era mai esistito un gruppo di «satanisti pedofili» . Per la Corte d’Appello, erano avvenuti solamente alcuni abusi entro le mura domestiche, argomento che faceva cadere l’accusa mossa al sacerdote e ad altri coimputati di violenze e riti satanici nei cimiteri. Varie interrogazioni al Ministro della Giustizia sottolinearono «l’errore professionale» di una ginecologa che relazionò di «centinaia e centinaia di violenze sessuali», cui seguì il decesso di Giorgio Govoni e di altri accusati e l’allontanamento di 17 bambini dalle proprie famiglie.

 

Il caso Cantini

 

L’ex priore della parrocchia Regina della pace di Firenze, don Lelio Cantini, 85 anni, fu accusato nel 2004 da una ventina di fedeli e, successivamente, da alcuni sacerdoti di violenze sessuali, psicologiche e plagio con una missiva inviata alla Curia di Firenze.

La lettera fu inviata al vescovo ausiliare di Firenze mons. Claudio Maniago, già discepolo di don Cantini. Secondo gli autori della missiva don Cantini si sarebbe anche fatto consegnare denaro e beni dai suoi parrocchiani, risorse con le quali sarebbero stati ristrutturati la parrocchia di Regina della Pace e la canonica di Mucciano utilizzata per villeggiature e campi estivi.

Nell’ambito delle vicende di abusi sessuali denunciati dagli autori della denuncia, questi sostennero che all’interno delle «farneticanti visioni del futuro» don Cantini aveva costruito un «oscuro progetto» di costruzione di una «vera Chiesa contrapposta a quella di fuori corrotta e incapace», rappresentava «il primo», il «predestinato» del gruppo di giovani «eletti» da avviare al sacerdozio perché andassero poi a costituire il futuro clero della nuova Chiesa.

Una successiva missiva del 29 gennaio 2006 fu consegnata al card. Antonelli, in cui gli autori chiesero «un segno inequivocabile e definitivo». Successivamente si rivolsero alla Santa Sede in due lettere del 20 marzo e 7 aprile 2007, con cui lamentarono «la mancanza di una chiara e decisa presa di posizione da parte del vescovo». Una successiva missiva alla Santa Sede fu inviata il 13 ottobre 2006 da alcuni preti, venuti a conoscenza della vicenda. Alle lettere rispose il cardinale Camillo Ruini, ricordando alle vittime che don Cantini dal 31 marzo 2007 lasciò la Diocesi e augurandosi che ciò “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”.

Il 2 aprile 2007 l’arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli e il suo ausiliare Maniago furono ricevuti in Vaticano da Benedetto XVI proprio per affrontare la vicenda. Fu avviato un procedimento canonico.

A seguito dello scoppio dello scandalo, nell’aprile 2007, il card. Antonelli dichiarò che don Cantini è colpevole dei delittuosi abusi sessuali attribuitigli dal 1973 al 1987, nonché di falso misticismo di controllo e dominio delle coscienze. Gli fu proibito per cinque anni di confessare, celebrare la messa in pubblico, assumere incarichi ecclesiastici. Gli fu ordinato di fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna.

 

Della vicenda si interessa la trasmissione televisiva Annozero del 31 maggio 2007 in cui due vittime raccontano alcuni dettagli degli abusi subiti da bambini.

Nel marzo 2008 si ha notizia dell’apertura di una inchiesta penale nei confronti di don Cantini. Gli inquirenti si sono soffermati sia sulle accuse di abusi sessuali sia sugli aspetti patrimoniali. È stato ridotto allo stato laicale da Benedetto XVI.

 

Città del Vaticano

 

L’11 luglio 2015 per la prima volta nella storia della Chiesa si tiene un processo canonico per casi di pedofilia all’interno delle mura leonine, in quanto il fatto è riferito all’arcivescovo Józef Wesołowski (già dimesso allo stato laicale nel 2014) – che però morirà prima del giudizio, il 27 agosto 2015 – e altri cittadini del Vaticano. Per la prima volta, su decisione del Pontefice, l’intero collegio giudicante è composto da soli laici e le pene contestate contemplano la violazione di norme penali del codice Zanardelli (corruzione mediante atti di libidine e lesioni personali gravi) punite con la reclusione.

 

Altri casi

 

Una certa eco sugli organi di stampa europei l’hanno avuta le dichiarazioni di Roger Joseph Vangheluwe, vescovo di Bruges, che nel mese di aprile 2010 ha pubblicamente confessato di aver compiuto ripetuti abusi sessuali ai danni di un giovane dell’ambiente a lui vicino, sia prima che dopo l’investitura a vescovo. Alla sua ammissione hanno fatto séguito le dimissioni, rassegnate il 23 aprile 2010 e accettate da papa Benedetto XVI.

 

La pedofilia al femminile

 

Anche tra le religiose appartenenti agli ordini femminili cattolici sono stati registrati casi giudiziari.

Il più famoso è quello che, ad inizio 2008, ha visto la condanna di una suora a 11 anni di prigione per pedofilia: Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica presso Milwaukee.

Anche in Italia sono strati registrati alcuni casi.

– nel 2010 l’artista altoatesino Peter Paul Pedevilla, in arte Peter Verwunderlich, ospite da bambino a Merano dell’Opera Serafica retta all’epoca dalle suore terziarie, ha dichiarato di aver subito maltrattamenti e violenze sessuali nel 1965, ad opera di una suora. La comunità religiosa femminile ha presentato le sue scuse e ha offerto un risarcimento di 1.500 € a Pedevilla.

 

Riverberi satirici dei casi in oggetto

 

Il risalto mediatico acquisito dalla vicenda nei giorni nostri ha avuto riverbero anche nel mondo dei videogiochi, mediante la pubblicazione di Operazione: Pretofilia, realizzato in Flash da Molleindustria e pubblicato il 23 giugno 2007. Il protagonista del gioco ha lo scopo, volutamente sarcastico, di nascondere le attenzioni sessuali dei preti virtuali nei confronti dei bambini, onde evitarne l’arresto da parte delle forze dell’ordine.

La pubblicazione del gioco ha provocato polemiche politiche ed un’interpellanza parlamentare ad opera del deputato Luca Volonté (Udc), nella quale si chiede alle istituzioni la censura del prodotto in rispetto della Legge 38/2006 sulla pedofilia. Molleindustria ha replicato sottolineando che «la legge punisce la rappresentazione di immagini virtuali la cui qualità di rappresentazione» – diversamente da quella del gioco – «fa apparire come vere situazioni non reali», e ribadendo la propria intenzione di non ritirare il prodotto.

Molleindustria aveva inizialmente rimosso il gioco dal proprio sito web, anche se poi ha reso disponibile, on-line e gratuitamente, una versione censurata.

 

Raffigurazioni e influenze nelle arti

 

Il fenomeno è stato raffigurato da alcune opere artistiche e opere artistiche sono state influenzate dal fenomeno, in varia maniera.

Ad esempio nel film State buoni se potete (ambientato a Roma nella seconda metà del XVI secolo) un caso di pedofilia da parte di un chierico (del Duca di Caprarola, giovanissimo cardinale, nei confronti di Leonetta, ragazzina al suo servizio travestita da paggetto maschio) ha un ruolo importante nella trama.

Nel film In nome del Papa Re (ambientato anch’esso a Roma nella metà del XIX secolo) ha un ruolo marginale nella trama, viene accennato sbrigativamente da un personaggio (la fidanzata di Cesare Costa), essendo cosa nota che un sacerdote potesse tentare di abusare di una bambina, e quindi neppure bisognosa di troppe spiegazioni.

In musica, troviamo varie canzoni sui preti pedofili. Le più famose sono: Cry for The Moon (Epica), Celibate Afrodite (MaYaN), God Has a Plan for us All (Angtoria), There’s no End (Magdalen Graal).

 

 

CATAMITE

 

Nel suo uso moderno del termine, catamite o catamita si riferisce ad un ragazzo o un giovane che assume il ruolo di partner sessuale passivo-ricettivo in un rapporto di sesso anale con un uomo.

Nel suo antico utilizzo il catamita (in lingua latina catamitus) era un ragazzo che, raggiunta l’età della pubertà, diventava compagno intimo di un giovane uomo nell’antica Grecia e nell’antica Roma, solitamente all’interno di un rapporto implicante anche la pederastia. È stato utilizzato anche come termine di insulto quando veniva diretto contro un adulto, in qualità di sinonimo di “omosessuale passivo”.

In genere era però un termine d’affetto e indicava letteralmente il nome di Ganimede. La parola deriva difatti dal nome proprio Catamitus, la forma latinizzata di Ganimede, il bellissimo adolescente principe dei troiani rapito da Zeus per farne il proprio compagno, oltre che coppiere degli Dèi Olimpi. La forma Catmite della lingua etrusca derivava da una fora alternativa greca del nome Ganymedes.

 

Riferimenti in letteratura

 

Platone nel suo dialogo Gorgia (a 494d) fa usare a Socrate il termine in una conversazione con Callicle.

La parola appare ampiamente, seppur non con estrema frequenza, nella letteratura latina antica da Plauto fino ad Ausonio; a volte è sinonimo di “puer delicatus” (fanciullo delicato). Cicerone usa invece il termine come un insulto; col tempo è divenuto un termine generico per indicare un ragazzo effeminato ed estremamente curato che pratica la prostituzione maschile o che viene in ogni caso usato per scopi sessuali.

Nel manuale sessuale arabo Il giardino profumato vi è un intero capitolo dedicato ai catamiti; i numerosi riferimenti ad essi durante l’apogeo della letteratura erotica mediorientale indicano che dai secoli X e XI, costituivano una forma di raffinatezza sessuale tra le alte classi della società islamica.

James Joyce fa meditare la parola a Stephen Dedalus in Ulisse quando si parla delle accuse rivolte a William Shakespeare riguardanti la possibilità che potesse essere stato un pederasta.

  1. S. Lewis (l’autore de Le cronache di Narnia ed amico e collega di J. R. R. Tolkien), nella sua autobiografia parziale intitolata “Surprised by Joy: The Shape of My Early Life” (1955) descrive i ruoli sociali vigenti durante il tempo della propria permanenza al collegio di Wyvern come interno: tra gli altri vi era anche compreso il ruolo di “tart”, ossia “un bel ragazzino dall’aspetto effeminato che funge da catamita per uno o più dei suoi compagni più anziani”, osservando oltretutto che la pederastia non è mai stata seriamente disapprovata in quel tipo di istituzione scolastica e che molti adolescenti giravano per il prato circostante la scuola con il “cappotto sbottonato” anche in pieno inverno.

Anthony Burgess nel romanzo Gli strumenti delle tenebre (1980) usa la parola nell’incipit: “Era il pomeriggio del mio ottantunesimo compleanno, e io ero a letto col mio catamite quando Ali ha annunciato che il vescovo stava per venire a farmi visita”.

Nel paesaggio post apocalittico del suo romanzo La strada (2006), Cormac McCarthy fa descrivere al narratore un esercito a piedi in movimento con “le donne, alcune delle quali in stato di gravidanza, e subito dopo in qualità di consorti supplementari i catamiti”.

 

 

EROS GRECO ANTICO

 

Gli antichi Greci usavano la parola eros (ἔρως) per far riferimento a diversi aspetti dell’amore. Questa vasta gamma di significati si esprime con la pluralità di termini con cui in greco ci si riferisce all’amore, il che riflette tutta la versatilità e complessità del loro eros.

Il termine viene usato per descrivere non solo il rapporto coniugale più affettuoso e tenero che può esserci tra un uomo ed una donna ma anche la relazione in varie forme istituzionalizzata della pederastia pedagogica (Eros paidikos, παιδικός ἔρως) sancito ufficialmente fin dall’epoca più arcaica in alcune polis (Vedi pederastia cretese). Tale era l’importanza dell’eros per gli antichi Greci che il dio dell’amore Eros diventa, secondo la cosmogonia di Esiodo, la divinità primordiale, il primo dio che appare nel mondo, il più antico di tutti.

 

Anche gli antichi filosofi sono stati fin da principio molto interessati alla concezione dell’eros, che diviene subito uno dei temi centrali delle loro riflessioni ed analisi. In particolare Platone ha dedicato due dei suoi maggiori dialoghi socratici, il Simposio e il Fedro, alla discussione delle dimensioni filosofiche dell’eros, in particolare l’amore pederastico.

 

Nel Fedro viene detto che il miglior eros, quello di un uomo nei confronti di un ragazzo, sia una forma di follia divina nonché un dono degli Dèi e che la sua più autentica espressione viene premiata dopo la morte fisica; il Simposio d’altra parte si lancia in meticolosi dettagli descrittivi del metodo con cui l’amore prende via via forma sia di bellezza che di saggezza. Il termine amore platonico deriva da molti influenti scritto del filosofo e descrive l’amore appassionato ma casto di un uomo per un giovane.

 

Eros maritale-civile

 

Vi sono alcune testimonianze scritte nei riguardi della vita delle donne e dei loro amori nella Grecia antica. La maggior parte di loro non venivano educate tanto o alla stessa maniera degli uomini; tuttavia alcuni storici hanno recentemente analizzato la vita quotidiana femminile in Ellade suggerendo che le donne possano esser state oggetto di eros più spesso di quanto non si fosse precedentemente creduto e che anche l’amore degli uomini per le donne possa esser stato almeno in parte un ideale da raggiungere, alla stregua di quello nei confronti dei ragazzi.

Ad Atene il predominio maschile all’interno del rapporto coniugale è ben espresso dalle storie che coinvolgono gli importanti statisti Alcibiade e Pericle: il primo era sposato con Hipparete, la figlia di Ipponico III. Secondo Plutarco la donna amava sinceramente il marito, nonostante ciò voleva ad un certo punto divorziare da lui in quanto l’uomo frequentava le cortigiane: visse comunque assieme a lui fino alla sua morte e gli diede due figli, un maschio ed una femmina.

Ma un altro famosissimo rapporto vigente tra un uomo ed una donna fu quello che coinvolse lo statista Pericle e la bellissima Aspasia: la donna era nativa della città di Mileto in Asia minore ed era probabilmente un’etera (Hetaerae erano le intrattenitrici ad alto livello professionale, molto spesso assimilate alla figura della cortigiana). Divenne l’amante dell’uomo politico ateniese verso il 449-8 a.C. e, dopo il divorzio dalla prima moglie da parte di lui avvenuta nel 445 a.C., ha iniziato a convivere assieme sotto lo stesso tetto (anche se il suo stato civile rimase in parte controverso).

A Sparta rispetto ad Atene lo status sociale delle donne era maggiormente riconosciuto e i riti coniugali erano celebrati con grande sfarzo: vi era una elaborata preparazione in attesa della prima notte di nozze: l’uomo doveva simbolicamente rapire la futura moglie mentre questa aveva i capelli tagliati corti ed era vestita con abiti da ragazzo. Il risultato ideale del matrimonio (quindi anche di eros) a Sparta era la nascita di un bambino sano, possibilmente maschio.

 

Eros paidikos

 

Secondo i maggiori studi moderni l’eros paidikos, ossia la pederastia pedagogica, si pensa sia stata introdotta attorno al 630 a.C. Entro la fine del V sec, i miti riguardanti relazioni d’amore tra divinità ed eroi maschili diventano sempre più frequenti, mentre i poeti avevano assegnato almeno un eromenos ad ogni dio importante del loro pantheon ad eccezione di Ares e amolte figure leggendarie: miti preesistenti come ad esempio la storia di Achille e Patroclo vengono sempre più ad assumere anche una valenza pederastica.

 

L’istituzione pederastica sembra aver avuto le sue radici tra il popolo dei Dori, dove era una forma ufficialmente riconosciuta di legame sentimentale e educativo tra un uomo adulto e un adolescente maschio. Secondo Platone i Dori sono stati anche i primi a dare un significato pederastico al mito di Ganimede.

A Sparta la relazione tra l’erastes (εισπνήλας era la parola spartana) e l’eromenos (αΐτας) era non solo accettato ed ammesso ma esplicitamente richiesto dalla legge: il primo era considerato come guardiano, protettore, educatore in senso lato nonché istruttore militare del secondo, ed era ritenuto responsabile delle eventuali malefatte compiute da quest’ultimo. La civiltà micenea è considerato come il luogo di nascita di questo tipo di eros.

Ricercatori esperti della civiltà spartana come Paul Cartledge rimangono tuttavia abbastanza incerti circa l’aspetto più eminentemente sessuale che poteva assumere l’istituto pederastico: egli sottolinea che i termini erastes ed eromenos hanno un contenuto etico-sociale e pedagogico, indicante per lo più una relazione di carattere paternalistico, ma sostiene altresì che i rapporti sessuali erano possibili in alcuni o nella maggior parte dei casi. La natura di queste possibili relazioni intime rimane tuttavia da alcuni in parte contestato.

Secondo il classicista greco Sikoutris l’eros paidikos era strettamente interconnesso col concetto di educazione (αγωγή) e di solito lo produceva, ampliando così di molto i rapporti amichevoli tra i cittadini. Il ruolo della pederastia pedagogica all’interno della società greca antica degrada però sempre più dopo il IV sec, quando l’organizzazione della polis si fa in parte più sciolta e a maglie allargate di quanto non fosse mai stata prima: i cittadini divengono soggetti, irrompe nella scena politica democratica la demagogia e quindi non coltivano più le virtù originali che eros offre.

 

Eros platonico

 

Secondo Platone l’eros può essere indirizzato verso la filosofia, l’amore per la sapienza (comprensiva di formazione matematica, etica e ascetica), piuttosto che dissipato in un atto sessuale: questo allo scopo d’utilizzare l’energia erotica come veicolo per la trasformazione della coscienza e l’unione intima col divino. Nel Simposio l’eros è descritto come forza universale che muove tutte le cose verso la pace, la perfezione e la divinità. Eros stesso è un Daimon, una creatura cioè che sta a metà tra la divinità e la mortalità.

 

 

ETA’ DEL CONSENSO

 

Età del consenso è chiamata, in diritto, l’età a cui una persona è considerata capace di dare un consenso informato a comportamenti regolati dalla legge, in particolare ai rapporti sessuali (e, difatti, di norma, quando si parla di “età del consenso” ci si riferisce proprio all’età per i rapporti sessuali consensuali).

L’età del consenso non va confusa con la maggiore età, e neanche con l’età minima richiesta per contrarre matrimonio.

 

L’età del consenso per i rapporti sessuali

 

L’età del consenso varia da Stato a Stato; la media mondiale è di 16 anni, con punte verso il basso di 12 e verso l’alto di 19 ma in molti Stati l’età varia se c’è poca differenza di età tra i partner. In alcuni Stati il concetto legale di “età del consenso” è del tutto assente e ci sono Stati dove l’età del consenso è differente a seconda che si parli di rapporti eterosessuali oppure omosessuali. In altri, si tiene conto della manifestazione dei caratteri sessuali secondari come elemento discriminante.

 

L’età del consenso in Italia

 

In Italia l’età del consenso è fissata a 14 anni. La determinazione dell’età minima per disporre validamente della propria libertà sessuale richiede particolare attenzione, dato che si rende necessario valutare se il soggetto è:

 

minore di 13 anni: il consenso non viene considerato valido, indipendentemente dalla controparte nel rapporto sessuale. Se il minore ha meno di 10 anni, si applica la circostanza aggravante di cui all’articolo 609-ter, secondo comma del codice penale italiano;

13 anni: il consenso non è ancora considerato valido ma esiste una causa di non punibilità nel caso in cui gli atti sessuali vengano compiuti consenzientemente con un minore di 18 anni, purché la differenza di età tra i due soggetti non sia superiore a tre anni;

dai 14 ai 15 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che l’autore dei fatti sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero conviva con il minore, o che il minore gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia;

dai 16 ai 17 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che il fatto venga compiuto con abuso di potere relativo alla propria posizione da una delle figure citate nel punto precedente.

Gli atti sessuali con un minorenne consenziente ma che non può disporre validamente del consenso in ragione dell’età, sono considerati reato di atti sessuali con minorenne (art. 609-quater c.p.). Il reato è punibile a querela della persona offesa (art. 609-septies c.p.), ma è procedibile d’ufficio nel caso in cui:

il minore abbia meno di 10 anni;

il fatto è connesso con un altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio;

il fatto è commesso dall’ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia o che abbia con esso una relazione di convivenza;

il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni.

 

Nel caso in cui gli atti sessuali avvengano consenzientemente in cambio di denaro o altra utilità economica con un minore di 18 anni, anche se maggiore dell’età del consenso, si ha il reato di prostituzione minorile (art. 600-bis, comma 2 c.p.). Oltre a ciò, il minore di anni 18 non può validamente disporre, a scopo sessuale, della propria immagine essendogli tale possibilità preclusa dagli artt. 600-ter e 600-quater. In merito alla possibilità di un eventuale errore relativamente all’età del minore di anni 18 l’articolo ‘609-sexies’ del codice penale specifica che:

 

« Quando i delitti previsti negli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-octies e 609-undecies sono commessi in danno di un minore degli anni diciotto, e quando è commesso il delitto di cui all’articolo 609-quinquies, il colpevole non può invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa, salvo che si tratti di ignoranza inevitabile. »(articolo 609-sexies)

In merito alla produzione di materiale pornografico e spettacoli pornografici con minori occorre osservare che l’articolo 600-ter del codice penale specifica che:

« È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque:

 

utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico;

recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici dai quali trae profitto.

 

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque assiste a esibizioni o spettacoli pornografici in cui siano coinvolti minori di anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000. Ai fini di cui al presente articolo per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali. »

(articolo 600-ter)

 

La novella legislativa del 6 febbraio 2006, sostituendo il termine “sfruttamento” con il più generico “utilizzo”, ha definitivamente chiarito che devono essere considerate reato anche le riprese o fotografie “pornografiche” realizzate da soggetti consenzienti e anche laddove manchi il fine di diffusione. A tal proposito è stato osservato che:

« in tal modo si è venuta a creare una situazione in cui, incomprensibilmente, gode di maggior tutela l’immagine del fanciullo piuttosto che il suo corpo. »(Florindi, 2012)

.A tal proposito la Corte di Cassazione ha chiarito che il concetto di utilizzazione comporta la degradazione del minore a oggetto di manipolazioni, non assumendo valore esimente il relativo consenso. Proprio in relazione a questo aspetto ci si deve interrogare sulle eventuali responsabilità penali in cui incapperebbero due soggetti minori, ultraquattordicenni, che, per esibizionismo o altra ragione, decidano di riprendersi durante il compimento di atti sessuali: se avevano la capacità di intendere e volere, potrebbero essere entrambi indagati e condannati per il reato previsto e punito dall’art. 600-ter, soprattutto in caso di divulgazione del materiale stesso.

 

17-116 K

 

 

L’età del consenso in Germania

 

Sotto i 14 anni, gli autori non sono perseguibili, se ambedue sono sotto i 14 anni, perché non responsabili. Se uno dei due o ambedue sono sopra i 13 anni, ma sotto i 16 anni, chi si trova in questa fascia è perseguibile come reato commesso da minori. Se è uno dei due è maggiorenne, subisce le piene conseguenze giuridiche da maggiorenne. Se ambedue sono sopra i 15 anni, ma non maggiorenni, non si ha perseguibilità.

 

L’età del consenso in Svizzera

 

In Svizzera l’età del consenso è di 16 anni, ma nel caso in cui il partner di età maggiore non abbia raggiunto la maggiore età (18 anni) allora il partner più giovane può avere un’età minima di 15 anni.

 

L’età del consenso in Austria

 

In Austria l’età del consenso è di 14 anni.

 

L’età del consenso in Francia

 

Il fatto che sia stata legalmente fissata un’età minima per avere rapporti sessuali non è stato e continua a non essere accettato da diverse persone. Costoro ritengono di trovare un appoggio alle loro tesi rifacendosi a posizioni sostenute da alcuni pensatori, in particolare francesi, appartenenti alle correnti filosofiche del postmodernismo, del decostruzionismo e del nichilismo prevalenti negli anni settanta e ottanta. Queste posizioni vanno però viste nel loro contesto storico, perché furono espresse a seguito della rivoluzione sessuale e dei costumi degli anni ’60 e ’70, in un momento in cui non c’era ancora stato lavoro intellettuale, sociale e scientifico sul tema. Non vi era, soprattutto, ancora piena conoscenza dei gravi traumi subiti dai bambini sessualizzati, un fatto sul quale venne fatta luce soltanto dagli anni ’90 in poi, e la cui mancata conoscenza non permetteva di avere la stessa sensibilità di oggi.

In Francia, fra il 1977 e il 1979, all’epoca in cui nel Parlamento francese era in discussione la riforma del Codice penale, numerosi intellettuali francesi si schierarono a favore dell’abolizione della legge sull’età del consenso. Nel 1977, molti filosofi e pensatori, tra i quali Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jacques Derrida, Roland Barthes e Simone de Beauvoir, sottoscrissero una petizione indirizzata al Parlamento, chiedendo l’abrogazione di numerosi articoli di legge e la depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni (l’età del consenso in Francia) (Pétitions françaises contre la majorité sexuelle).

Il 4 aprile 1978, Michel Foucault, lo scrittore e attore Jean Danet e lo scrittore e attivista a favore degli omosessuali Guy Hocquenghem – che avevano tutti sottoscritto la petizione del 1977 – parteciparono alla trasmissione “Dialogues” sulla radio France Culture, esponendo dettagliatamente le ragioni per le quali erano a favore dell’abolizione della legge. Le tesi dei due pensatori convergevano, in particolare, nel sottolineare come fosse in corso l’istituzione di una vera e propria “società dei pericoli”, edificata sulla paura della sessualità e sulla repressione dei comportamenti considerati socialmente “devianti”, in particolare attraverso la psichiatrizzazione del sistema penale, che comporta un costante monitoraggio e un controllo totalizzante e invasivo, in particolare, della sfera intima e privata dei singoli individui. Essi inoltre sottolineavano le potenzialità suggestive e manipolatorie dovute all’intervento degli psichiatri sui bambini, necessario per valutare attraverso le loro testimonianze la sussistenza di un eventuale abuso.

 

L’età del consenso nei Paesi Bassi

 

Nei Paesi Bassi, il 30 maggio 2006, l’allora sessantaduenne Ad Van Den Berg, insieme a Marthijn Uittenbogaard e a Norbert De Jonge, fondò un partito chiamato Partij voor Naastenliefde, Vrijheid & Diversiteit, PNVD (in italiano: “Partito dell’Amore per il prossimo, Libertà e Diversità”). Tra gli obiettivi dichiarati del partito vi era anche quello di riportare a 12 anni l’età del consenso (innalzata a 16 anni con la legge del 13 luglio 2002), dicendo che gli adolescenti devono avere la libertà di scelta in campo sessuale. Il partito è stato attivo fino al 14 marzo 2010, quando fu deciso di scioglierlo.

 

 

ETA’ DEL CONSENSO IN ASIA

 

L’età del consenso per l’attività sessuale varia da paese a paese in Asia, dai 13 ai 21 anni; anche la specifica pratica sessuale in cui ci si impegni o il genere dei partecipanti (per le donne e per gli uomini) possono esser determinati da disposizioni legali specifiche.

L’età indicata è quella minima a cui un individuo può impegnarsi in rapporti sessuali con qualcuno di età superiore o eguale.

Altre variabili possono esistere nei riguardi delle relazioni omosessuali.

 

Asia centrale

 

Afghanistan

Qualsia attività sessuale al di fuori del matrimonio in Afghanistan risulta essere illegale; l’età minima per poter contrarre matrimonio è 18 anni per gli uomini e 16 per le donne.

Kazakistan

In Kazakistan l’età del consenso sessuale è posta a 16 anni: qualsiasi tipo di rapporto sessuale, inclusa la sodomia, il lesbismo o altro atto di natura sessuale compiuti con una persona minore di 16 anni, viene punito con una pena variabile da 6 mesi a 5 anni.

Kirghizistan

In Kirghizistan l’età minima del consenso sessuale è 16 anni.

Turkmenistan

In Turkmenistan l’età del consenso per poter intrattenere liberamente rapporti sessuali è posta a 16 anni.

 

Asia orientale

 

Cina

Nella Repubblica popolare cinese l’età del consenso per poter svolgere attività sessuale è fissata a 14 anni, indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale assunto.

Corea del Nord

In Corea del Nord l’età del consenso sessuale viene fissato a 15 anni.

Giappone

L’età del consenso in Giappone è a livello nazionale posta a 13 anni, come specificato dagli artt. 176-77 del codice penale; tuttavia alcune prefetture hanno emanato specifiche ordinanze che vietano l’attività sessuale con minori di 18 anni.

L’art. 177 recita: Una persona che ha un rapporto sessuale con un individuo di sesso femminile minore di 13 anni d’età commette reato di stupro ed è punito con la reclusione e il lavoro duro per un periodo limitato di non meno di due anni.

L’art. 176 dice: Una persona che commette un atto indecente su un individuo di sesso maschile o femminile minore di 13 anni di età viene punito con la reclusione al lavoro duro per un periodo limitato di non meno di sei mesi.

Mongolia

In Mongolia l’età del consenso sessuale è posta a 16 anni, per entrambi i sessi e indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

L’art 110 recita: Il rapporto sessuale con una persona di età inferiore ai 16 anni è reato e punito con la reclusione e il lavoro correzionale per un periodo che va da 1 anno e 6 mesi a 3 anni.

Taiwan

A Taiwan l’età del consenso è posta a 16 anni per tutti, senza distinzione di sesso[13]. Per chi compie un atto sessuale con minori di 16 anni, se il colpevole non ha più di 19 anni è perseguibile solamente dietro querela.

 

Asia meridionale

 

Bangladesh

In Bangladesh l’età del consenso è posta a 14 anni.

Bhutan

In Bhutan l’età del consenso per poter intrattenere liberamente rapporti sessuali è 18 anni.

Iran

In Iran qualsiasi forma di sessualità al di fuori dal matrimonio, indipendentemente dall’età di chi la compia, è illegale. L’età minima per contrarre matrimonio è 15 anni per i maschi e 13 per le femmine; i modi per aggirare tali norme includono anche i cosiddetti “matrimoni temporanei” detti Mut’a.

Maldive

Nelle Isole Maldive qualsiasi attività sessuale al di fuori dal matrimonio è considerata un reato; l’età minima per poter contrarre matrimonio è 18 anni sia per i maschi sia per le femmine.

Nepal

In Nepal l’età del consenso sessuale è posta a 16 anni.

Pakistan

L’età minima legale per contrarre il matrimonio in Pakistan è 18 anni per i maschi e 16 per le femmine.

 

Sud-est asiatico

 

Birmania

La Birmania (Myanmar) ha adottato nel 1860 il codice penale vigente nell’allora India britannica, che fissa l’età del consenso a 14 anni. Viene considerato stupro qualsiasi rapporto sessuale forzato o con consenso ottenuto con minacce.

Brunei

In Brunei l’età del consenso è 16 anni: qualsiasi persona che ha o cerca di avere conoscenza carnale con una ragazza di età inferiore ai 16 anni, salvo per mezzo di matrimonio, commette un reato e pertanto può essere condannato da 2 a 7 anni di carcere e 24 colpi di rattan (vedi Caning), 12 nel caso il colpevole sia un delinquente giovanile.

Cambogia

In Cambogia l’età del consenso è fissata a 13 anni; qualsiasi rapporto sessuale con minori di quest’età, anche se consensuale e non mercenario, è considerato criminoso e pertanto perseguibile a norma di legge. Questo è il principale strumento giuridico utilizzato contro gli stranieri che praticano il turismo sessuale minorile all’interno del paese.

L’art. 8 recita: Qualsiasi persona che commetta atti di depravazione che vengano a coinvolgere un minore di 13 anni, anche se vi è il consenso del minore in questione, è punito da 10 a 20 anni di carcere.

Indonesia

In Indonesia l’età del consenso è posta a 19 anni per i maschi e 16 per le femmine, questo per i rapporti eterosessuali; l’età del consenso per gli omosessuali è invece 18 anni. Nel 2002 il governo ha dato alla provincia di Aceh il diritto di introdurre la Shari’a ovvero la legge islamica, anche se solamente per i residenti di religione musulmana.

La Shari’a non dà alcuna restrizione per il matrimonio, mentre indica a 9 anni l’età minima per la consumazione, sull’esempio del profeta Maometto: l’omosessualità qui è criminalizzata.

Laos

In Laos l’età del consenso è 15 anni: un individuo che ha rapporti sessuali con una ragazza o con un ragazzo minori di 15 anni sarà imprigionato da 1 a 5 anni, oltre a pagare una salatissima multa.

Malesia

In Malaysia l’età del consenso è posta a 16 anni, per entrambi i sessi.

Singapore

L’età del consenso a Singapore è posta a 16 anni per l’attività sessuale tra persone di sesso opposto. La sezione 140 del codice penale recita: ogni persona che intrattenga una relazione carnale con ragazze di età inferiore ai 16 anni, salvo che per via matrimoniale, è colpevole di un reato.

La sezione 377A, sugli oltraggi alla decenza, invece afferma che “qualsiasi persona di sesso maschile che commetta, in pubblico o in privato, atti osceni (compresa masturbazione reciproca e il sesso orale) con un’altra persona di sesso maschile viene punito con la reclusione fino a 2 anni.

 

Asia occidentale

 

Arabia Saudita

Qualsiasi tipo di attività sessuale al di fuori del matrimonio in Arabia Saudita è illegale, mentre non vi è alcuna restrizione d’età per il matrimonio. Nel 2008 un tribunale respinse una richiesta di annullare un matrimonio celebrato tra un uomo di 58 anni e una bambina di 8.

Armenia

In Armenia l’età del consenso è posta a 16 anni: qualsiasi atto sessuale compiuto con un minore di 16 anni è punito con la reclusione fino a 2 anni.

Azerbaigian

In Azerbaigian l’età del consenso viene posta a 16 anni: il rapporto sessuale con una persona di età inferiore a 16 anni, così come lo stesso reato connesso con la soddisfazione di passioni sessuali in forme perverse deve essere punito con la reclusione fino a 3 anni.

Bahrein

In Bahrein l’età del consenso è a 21 anni.

Giordania

In Giordania l’età del consenso è posta a 18 anni per gli atti sessuali compiuti al di fuori del matrimonio; l’età minima per il matrimonio per le femmine è invece 15 anni.

Iraq

In Iraq l’età del consenso è posta a 18 anni: “qualsiasi persona aggredisca sessualmente un ragazzo o una ragazza di età inferiore ai 18 anni, anche senza uso di forza o minacce, è punibile con la detenzione. Qualsiasi persona intrattenga un rapporto sessuale con un parente fino alla 3ª generazione di età inferiore ai 15 anni, anche se con il suo consenso (e che comporti la gravidanza o la perdita della verginità), è un reato che può portare alla pena di morte”.

Israele

In Israele, secondo il codice penale redatto nel 1977, l’età del consenso è 16 anni per ogni forma di rapporti sessuali che includano la penetrazione, altrimenti 14. Un caso particolare si verifica quando una persona di età compresa tra i 14 o i 15 anni ha avuto rapporti sessuali con un partner più vecchio, in questo caso il partner più anziano sarebbe esente da responsabilità penale qualora siano soddisfatte tre condizioni: la differenza di età tra i partner è inferiore a tre anni, il/la partner più giovane ha dato il consenso e l’atto è stato fatto in “regolari relazioni amichevoli” e senza alcun abuso di potere.

Kuwait

In Kuwait qualsiasi tipo di attività sessuale al di fuori del matrimonio è proibita e pertanto illegale; l’età minima per poter contrarre matrimonio è 17 anni per i maschi e 15 per le femmine.

Libano

In Libano l’età del consenso è fissata a 18 anni, sia per i maschi sia per le femmine; se i partner sono sposati tra loro questa scende a 15.

La sodomia è punibile con la reclusione fino a un anno, mentre l’omosessualità è totalmente illegale.

Oman

In Oman qualsiasi attività sessuale compiuta al di fuori dal matrimonio è da considerarsi illegale; l’età minima per poter contrarre matrimonio è 18 anni sia per i maschi sia per le femmine.

Qatar

Qualsiasi tipo di attività sessuale al di fuori del matrimonio è illegale; non vi è invece alcun limite di età per il matrimonio, ma vi dev’essere il consenso dei genitori.

Siria

L’età del consenso in Siria è posta a 15 anni.

 

 

OMOSESSUALITA’ NELL’ANTICA GRECIA

 

Durante tutto il periodo dell’antichità classica, scrittori come Erodoto , Senofonte, Platone, Ateneo di Naucrati e molti altri hanno esplorato gli aspetti riguardanti l’amore tra persone dello stesso sesso nell’antica Grecia. La forma più diffusa e socialmente significativa di rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso in terra ellenica consisteva tra uomini adulti e giovani entrati nella pubertà o adolescenti, sistema questo conosciuto comunemente col termine di pederastia; inoltre anche il matrimonio tra uomini e donne nell’antichità era strutturato con la stessa differenza d’età, con uomini sulla trentina che generalmente assumono mogli nei loro primi anni dell’adolescenza.

Anche se i rapporti tra uomini adulti sussistevano, seppur in misura notevolmente minoritaria, con almeno uno dei membri di ciascuna coppia che assumeva un ruolo sessuale passivo, essi contravvenivano alle rigide convenzioni sociali che venivano in tal maniera gravemente disattese. Non è chiaro infine come fossero considerati tali rapporti fra le donne e come venissero veduti nella società in generale, ma esistono in tal senso esempi fin dal tempo della poetessa di Lesbo Saffo.

Gli antichi greci non concepivano l’orientamento sessuale come un identificatore sociale, così come hanno sempre fatto le società occidentali moderne. La società greca non ha distinto il desiderio o il comportamento sessuale dal sesso di appartenenza dei partecipanti, ma piuttosto per il ruolo che ciascun partecipante giocava all’interno del rapporto e nell’atto sessuale, ovvero se fosse stato dominante o dominato. Questa polarizzazione tra attivo e passivo entrava in corrispondenza con i ruoli sociali dominanti e sottomessi: il ruolo attivo, anche nella penetrazione, è stato associato da sempre con la mascolinità, pertanto appartenente allo status sociale più elevato e all’età adulta, mentre il ruolo passivo è stato assimilato con la femminilità, con lo status sociale più basso e con la primissima gioventù.

 

Possibili origini iniziatiche della sessualità tra maschi

 

La forma più comune di relazioni omosessuali tra maschi in Grecia è stata la paiderastia, col significato di amore nei confronti dei ragazzi; era una relazione intrapresa tra un maschio più anziano ed un giovane adolescente e quest’ultimo veniva considerato un “ragazzo” fino a che non gli cresceva la prima barba. L’uomo più anziano si definiva erastes ed era colui in grado di educare, proteggere, amare e fornire un modello di virtù per i suoi eromenos, i cui maggiori valori erano la bellezza e la gioventù.

Le radici della pederastia greca si possono intravedere nel passato tribale della Grecia, precedentemente all’ascesa delle città-stato polis, come unità di organizzazione politica; queste comunità tribali sono state da subito organizzate per fasce d’età: quando giungeva il momento per un ragazzo di abbracciare la fascia d’età degli adulti e di diventare un uomo a tutti gli effetti, avrebbe dovuto lasciare la propria tribù di appartenenza in compagnia di un uomo più anziano per un periodo di tempo che veniva a costituire un rito di passaggio. L’uomo già adulto sarebbe stato tenuto ad educare i giovani nelle vie predisposte dalla vita greca e soprattutto alle responsabilità della vita adulta. Tutto questo s’intravede già ben compiuto nell’arcaica pederastia cretese.

Il rito di passaggio subito dai giovani greci nella preistoria tribale della loro Nazione si è, come detto, evoluto nella forma comunemente nota della pederastia greca, questo dopo l’ascesa delle città-stato. I ragazzi greci non lasciavano i confini della comunità, ma piuttosto si appartavano con uomini più anziani entro i confini stessi della polis; questi uomini, come i loro omologhi in precedenza, hanno svolto un ruolo educativo ed istruttivo nella vita dei loro giovani compagni. Allo stesso modo, proprio come in passato, hanno condiviso un rapporto sessuale con i loro ragazzi. Il sesso penetrativo comunque, è bene sottolinearlo, è prevalentemente stato visto come umiliante per il partner passivo e fuori delle norma socialmente accettata, si attuava di preferenza quindi il sesso intercrurale (tra le cosce).

Un codice sociale assai elaborato ha governato la meccanica della pederastia greca. Era dovere di un uomo adulto far conoscere in pubblico il ragazzo che aveva colpito la sua fantasia, d’altra parte era visto come socialmente appropriato per il più giovane fare per un certo periodo di tempo il ritroso prima di capitolare ai desideri del suo mentore. Questo periodo di attesa permetteva al ragazzo di garantire che il suo corteggiatore non fosse semplicemente interessato a lui per meri scopi sessuali, ma di intenderne l’aspetto più genuino ed emozionante per lui prima che gli venisse assunto il ruolo di mentore assegnatogli nel paradigma pederastico.

Il limite di età per intraprendere la pederastia in Grecia sembra essere quello dei dodici anni. Amare un bambino di età inferiore era considerato del tutto inadeguato, ma nessuna prova esiste di eventuali sanzioni penali collegati ad un tal tipo di pratica. Tradizionalmente, un rapporto pederastico poteva continuare fino alla crescita diffusa di peli sul corpo del ragazzo, momento in cui cominciava ad essere considerato un uomo adulto anch’egli; pertanto, il limite di età per il membro più giovane di un rapporto pederastico pare essere esteso dai 12 ai 17 anni di età all’incirca.

 

Gli antichi greci, nel contesto pederastico delle polis, sono stati i primi a descrivere, studiare, sistematizzare e stabilire la pederastia come istituzione sociale ed educativa, prova ne è data dai vari tipi che si erano diffusi. V’era difatti la pederastia spartana, la pederastia tebana e la pederastia ateniese tra le sue forme più importanti. È stato un elemento importante nella vita civile, militare, filosofica ed artistica. C’è infine un certo dibattito tra gli studiosi sul fatto che la pederastia fosse diffusa in tutte le classi sociali o invero limitata in gran parte all’aristocrazia.

 

Erotismo greco

 

I rapporti sessuali con i giovani maschi sembra che non potessero sollevare preoccupazioni in una società come quella greca, tranne che nel caso in cui essi fossero visti come alternativi o antitetici rispetto all’eterosessualità. Si poteva benissimo amare uomini e donne indistintamente, in quanto i Greci, nell’amore, cercavano il bello indipendentemente dal sesso di chi amavano; pertanto, amare donne o ragazzi era solo una faccia diversa della stessa medaglia.

Quel che destava preoccupazione, semmai, era il lasciarsi andare ai sensi; ma, a priori, con una donna come con un ragazzo, questo era considerato un amore volgare, effettuato solo per soddisfare le pulsioni tramite l’atto sessuale. I Greci definivano infatti virtuoso chi sapeva resistere alle tentazioni, come Socrate con Alcibiade nel Simposio.

Amare i ragazzi era una pratica permessa dalle leggi, nonché celebrata nei riti e dalla letteratura; diventavano oggetto di scherno però i ragazzi che si concedevano troppo facilmente, come anche quelli troppo effeminati; il rapporto tra uomini nell’antica Grecia sollevava comunque problemi morali di grande complessità, specialmente nell’amore perfetto, ovvero quello tra un adulto (attivo) e un giovane (passivo) che non avesse ancora completato la propria formazione; esso era parte dell’educazione (paideia), all’amore in questo specifico caso.

Mentre l’amore tra due giovanissimi era cosa ordinaria, a prescindere dai ruoli, il rapporto tra uomini adulti poteva a volte venire elogiato per la tenacia con cui era mantenuto, ma poteva anche essere fatto oggetto scherno da alcuni, come fa Aristofane nelle sue commedie, poiché la passività era estremamente malvista in un adulto; questi tipi di rapporto non provocavano comunque grandi dibattiti sulla morale, alimentati solo dai rapporti con grande differenza d’età.

Questi, quando ben eseguiti, erano considerati rapporti d’amore perfetto; ma per ben praticare questo tipo di amore si doveva sottostare a precise e strettissime regole, quasi iniziatiche. L’amante doveva mostrare il proprio ardore per poi moderarlo, servire l’amato e concedergli regali. L’amato, invece, doveva evitare di concedersi facilmente, ricompensare l’amante per servigi e regali e, soprattutto, concedersi senza superficialità, mettendo alla prova l’amante.

Il rapporto tra adulto e ragazzo è estremamente diverso dai rapporti con le donne. È per prima cosa aperto, nel duplice senso di poter essere svolto ovunque (il rapporto matrimoniale prevedeva invece una separazione dell’uomo dalla donna in sfere d’influenza maschili o femminili) e che il risultato del proprio corteggiamento è imprevedibile, perché il ragazzo ha il pieno diritto di rifiutare le proposte dell’amante; la donna era invece sottoposta alla direzione dell’uomo. Altra problematica era l’età del ragazzo. Alla sua prima barba, non sarebbe più stato conveniente per lui lasciarsi andare a certi amori, così come l’adulto sarebbe stato oggetto di critiche. Gli stoici erano criticati per estendere questi rapporti fino ai 28 anni, ad esempio.

 

Non erano esenti da critiche neanche gli amori con ragazzi troppo giovani, perché la tenera età non permetteva di conoscere il vero valore dell’amato.

L’attenzione data all’età ha poi contribuito a rendere il corpo dell’adolescente sinonimo di perfezione, giovane e delicato di forme, specialmente se in lui la virilità non è ancora presente ma se ne intravedevano i futuri tratti. Quando il ragazzo non era più in età d’amori, era necessario convertire il rapporto d’amore in amicizia, e questa, a differenza dell’amore, era duratura perché non più legata alla bellezza ed annullava le distanze tra uomo e ragazzo; meglio era se quest’ultima si instaurasse già durante il rapporto amoroso.

Altre differenze col rapporto matrimoniale si trovano poi nella presenza dell’eros. Nella vita matrimoniale esso può anche non sussistere; nel rapporto tra uomo e ragazzo, esso è motore del tutto, complice la libertà del ragazzo di rifiutare le attenzioni.

 

L’onore di un ragazzo

 

Dall’Eroticos di Demostene ricaviamo molte informazioni sulle pressioni cui era sottoposto il giovane nei rapporti tra uomo e ragazzo. Il giovane amato, essendo tale per la propria nobile natura, non doveva mai e poi mai comportarsi in maniera tale da essere ricoperto d’infamia.

L’onorabilità andava preservata non tanto per salvaguardare la possibilità di sposarsi (come avveniva invece per le ragazze durante il medioevo) quanto perché, se essa non fosse stata mantenuta, il futuro status del ragazzo nella città poteva essere compromesso. Il giovane aveva pertanto l’obbligo di preservare la propria virtù e di impegnarsi a preservare quella dei giovani una volta divenuto adulto; l’adolescenza era quindi per lui una prova in cui veniva verificata la propria virtù. Una volta diciottenne, veniva sottoposto alla dokimasia, esame con cui si veniva abilitati a ricoprire cariche pubbliche, e la sua condotta morale durante l’adolescenza era presa in esame.

Il giovane diveniva tanto più onorabile quanto più assumesse una buona postura, parlasse bene e frequentasse gente virtuosa, tutti punti saldi dell’educazione greca; ma, soprattutto, quanto più si comportasse bene in amore. L’autore reputa degno non tanto chi non si concede mai, ma chi lo fa nel giusto.

Se però il testo dà diverse indicazioni sui comportamenti da tenere nel rapporto, non ne dà alcuna al riguardo del rapporto fisico in sé, a parte ricordare che egli deve rifiutare favori sessuali che lo portino al disonore, ma senza dire quali essi siano; possiamo ragionevolmente supporre che fossero le pratiche sessuali con cui un giovane finisce per diventare semplice oggetto nelle mani dell’amante o la pratica della prostituzione maschile.

 

L’oggetto del piacere

 

Il motivo per cui il giovane perdeva la propria onorabilità nel concedersi come oggetto all’amante è da ricercarsi nel parallelismo tra rapporto sessuale e rapporto sociale. Se infatti il ruolo attivo veniva glorificato in quanto espressione di superiorità sul compagno, ne consegue che l’inevitabile passività dell’altro doveva portarlo a disistima.

Se con gli schiavi e con le donne non era un problema, in quanto i primi erano considerati oggetti, e non solo nella pratica sessuale, mentre le donne, concedendosi come sottomesse, non venivano biasimate (era considerato il loro ruolo naturale ed era anzi considerato degno di stima in quanto rispettavano lo status che la natura aveva loro imposto), con un ragazzo, cioè un uomo libero che in futuro avrebbe partecipato al governo della polis, il problema si poneva. La sua eventuale accettazione della passività, e pertanto inferiorità, avrebbe comportato, una volta divenuto adulto e sottoposto a dokimasia, gravi problemi. Nella massima forma di accettazione dell’inferiorità, cioè la prostituzione, ovvero il concedersi sia per denaro, sia per favori, al giovane sarebbe stato precluso ogni incarico pubblico (vedi a tal proposito l’orazione di Eschine intitolata Contro Timarco).

È questa la chiave per comprendere i diversi atteggiamenti dei Greci sul rapporto uomo-ragazzo; esso era glorificato in quanto il ragazzo era espressione della massima bellezza, ma era al tempo stesso considerato contro natura da alcuni in quanto femminilizzava, e rendeva quindi inferiore, un uomo libero.

Il problema di considerare il ragazzo oggetto di piacere era evidenziato anche dalle espressioni che i Greci utilizzavano per chiedere questi favori: «Faresti la cosa?» (Diaprettesthai to pragma?). Si esclude l’idea che il ragazzo possa provare piacere nell’atto sessuale con l’uomo; il motivo per cui egli vi si deve concedere è da ricercarsi nella stima che esso nutre per l’adulto. Il ragazzo si concede perché un uomo virtuoso e degno di lode che lo ami merita di essere ricompensato col favore sessuale; se questo ovviamente significa che è disprezzabile il ragazzo che prova piacere nell’atto sessuale con un uomo, non significa invece che egli debba concedersi con freddezza; anzi, deve essere felice di star dando piacere ad un uomo virtuoso.

 

Omosessualità nelle forze armate

 

V’è infine un’antica e consolidata tradizione di rapporti sentimentali e amorosi tra commilitoni nel mondo militare greco.

Durante la marcia dei diecimila, secondo quanto ne dice Senofonte in Anabasi IV 1, 14 molti tra i soldati furono accompagnati durante il loro viaggio da bei ragazzi raccolti lungo la strada.

 

Sessualità fra donne

 

Le prime testimonianze di omosessualità tra donne sono note negli scritti della poetessa Saffo, proveniente dall’isola di Lesbo. La donna aveva aperto una scuola dove le fanciulle si riunivano per alcuni anni imparando a vivere, venendo iniziate anche dal punto di vista sessuale; ella scrisse altresì svariate poesie d’amore rivolte a fanciulle sue studentesse. L’amore in queste poesie a volte è ricambiato, talvolta invece no. Come risultato della sua fama nell’antichità, lei e la sua terra sono diventati emblematici dell’amore tra le donne.

Oltre ad essere una notevole autrice di poesia (ne sono sopravvissuti più di 600 frammenti), Saffo era anche a capo di quello che era conosciuto come un tiaso, comunità in cui anche le donne potevano ricevere una forma limitata di istruzione; però alle ragazze, in tali comunità tutte al femminile, capitava anche di sperimentare l’amore omosessuale. Come la polis si è evoluta, invece, il matrimonio è divenuto sempre più essere lo scopo finale e l’organizzazione della cultura femminile uno strumento integrato di esso. Dal momento poi in cui le donne sono sempre più state confinate nelle loro case (vedi le donne nell’antica Grecia) i thiasoi diminuirono sempre più la loro funzione originaria.

Alle ragazze veniva insegnato sin dalla più tenera infanzia che era loro peculiare dovere e destino nella vita quello di concedere il proprio amore solo a quegli uomini che sarebbero divenuti un giorno i loro mariti; da allora l’omosessualità femminile non ha più avuto luogo, per quanto se ne sa, entro i limiti di questa nuova organizzazione sociale.

 

Relazioni erotiche pedagogiche di tipo saffico sono inoltre documentate per quanto riguarda Sparta, insieme con la nudità atletica per le donne in egual misura a quella maschile. Platone nel Simposio (191e) cita donne che “non si preoccupano per gli uomini, ma che hanno grandi affetti femminili”. In generale, comunque, le testimonianze e la rilevanza storica di amore e relazioni sessuali tra donne rimane molto scarsa.

 

L’amore tra uomini adulti

 

Data l’importanza estrema nella società greca di coltivare l’onore e il coraggio, identificati da sempre come valori ideali mascolini per eccellenza, e l’effetto percepito come femminilizzante per il partner che assumeva un ruolo sessuale passivo, le relazioni amorose durature nel tempo tra uomini adulti di eguale status erano molto rare e solitamente associate ad uno stigma sociale.

Era considerato in maniera molto più problematica però solo il partner passivo della coppia, o comunque visto come tale (il più effeminato ad esempio), in quanto continuare a mantenere un ruolo ‘sottomesso’ anche dopo aver raggiunto l’età adulta abbassava quell’uomo al livello inferiore caratteristico degli esseri femminili. Vi sono ampie prove di ciò all’interno del teatro di Aristofane, che deride col suo sarcasmo pungente questi uomini adulti che “avevano fatto di se stessi una donna”, attirandosi in tal modo addosso l’obbrobrio sociale ed accumulato sopra di sé la vergogna-atimia.

 

Achille e Patroclo

 

Questo non ha impedito che la prima apparizione registrata di un profondo legame emotivo tra uomini adulti nell’antica cultura greca risalga addirittura all’Iliade del sommo poeta Omero (datata a circa l’800 a.C.) con le figure di Achille e Patroclo. Occorre sottolineare e precisare che Omero non descrive mai il rapporto intercorrente tra i due come esplicitamente sessuale.

Si cominciò quasi subito però a sottolineare la differenza di età presunta tra i due (facendo così rientrare il rapporto all’interno della socialmente accettata pederastia); Patroclo viene difatti spesso ritratto con la barba nei dipinti e sulle ceramiche, mentre Achille è un giovane attraente sui 18-20-anni.

Eschilo, nella sua tragedia intitolata I Mirmidoni (V secolo a.C.), pervenutaci solo a frammenti e facente parte originariamente di una trilogia dedicata all’eroe greco, dice che Achille, appena venuto a sapere che Patroclo è morto al posto suo (il giovane s’era difatti travestito da ragazza per evitare di partecipare alla guerra di Troia), decide a questo punto di non nascondersi più e parte con l’intento di vendicare il suo amatissimo compagno, questo anche dopo che gli dèi lo avvertirono che tal scelta gli sarebbe costata la vita. In un altro dei frammenti superstiti, Achille parla chiaramente di «una unione devota delle cosce», indicante il sesso intercrurale (quello specifico dei rapporti pederastici tra erastes ed eromenos (framm. 135).

Il personaggio di Fedro nel Simposio di Platone afferma che la bellezza di Achille, caratteristica questa sottolineata più volte nel testo, qualificava l’eroe semi-divino come eromenos del guerriero umano Patroclo.

L’attaccamento affettivo-sentimentale di Achille a Patroclo divenne via via col tempo un legame archetipico maschile, riassunto successivamente nella cultura classica con l’amore-amicizia tra Eurialo e Niso, Cidone e Clizio, Ati e Licabas, coppie di commilitoni che volentieri affrontano il pericolo e la morte l’uno accanto all’altro. Da notare, nel caso di Ati e Licabas, il parallelismo con i due personaggi omerici; il primo, l’eromenos, è infatti semidio come Achille, mentre l’altro, al pari di Patroclo, è un comune mortale.

 

Coppie maschili storiche adulte

 

Tra le coppie storiche di sesso maschile, in cui entrambi i compagni avevano ormai raggiunto la soglia dell’età adulta, i nomi più conosciuti sono quelli del poeta drammaturgo Agatone che conviveva con l’amante Pausania quando già entrambi avevano superato la trentina.

Il presto mitologizzato amore tra Alessandro Magno e il suo carissimo amico d’infanzia Efestione è a volte considerato essere dello stesso ordine. Eliano, raccontando della visita fatta da Alessandro ed Efestione a Troia, narra che il primo fosse andato a deporre una corona di fiori sulla tomba di Achille, mentre il secondo avesse fatto la stessa cosa su quella di Patroclo (Eliano, Storie XII, 7). Entrambi si sarebbero infine giurati proprio lì fedeltà ed amore eterno (ne accennano sia Plutarco nella Vita di Alessandro che Arriano ne Le campagne di Alessandro).

 

Personaggi storici coinvolti in relazioni omosessuali

 

Gli autori antichi raccontano molte storie d’amore riguardanti personalità di fama del loro tempo.

Il filosofo Parmenide aveva un amante di nome Zeno (Platone, Parmenide 127ter)

Empedocle dedicò la propria poesia filosofica al giovane amante di nome Pausania (Diogene Laerzio, VIII 60). Lo stesso Empedocle fu in gioventù il prediletto del maestro Parmenide (Empedocle, fr. A2)

Eudosso di Cnido era l’amico intimo del medico Feomedonta (Diogene Laerzio, VIII 86)

Gerone I, tiranno di Siracusa, era follemente innamorato del bel Dailoha (Senofonte, Ierone I 31); mentre Dionigi il Vecchio ordinò l’esecuzione del suo amante temendo per la propria vita (Cicerone, Tuscolane V 20)

Il re di Sparta Pausania condannò a morte l’amante Argila, temendo che questi stesse complottando alle proprie spalle (Tucidide, La guerra del Peloponneso 132-33).

Il re Agesilao II in gioventù era stato amato da Lisandro il quale lo aiuto successivamente ad ottenere il potere (Plutarco, Agesilao 2)

Archidamo I di Sparta si trovò innamorato del demagogo ateniese Cleone (Senofonte, Storie V 4)

Epaminonda, generale tebano, morì al fianco del suo amato durante la battaglia di Mantinea (Cornelio Nepote, Epaminonda 4)

Alcibiade adolescente, di cui tutti gli ateniesi erano innamorati, cercò in ogni modo ma inutilmente (a quanto pare) di sedurre il satiro Socrate (Plutarco, Alcibiade 4). Futuro amante di Alcibiade adulto fu Anito, uno degli accusatori dello stesso Socrate (Plutarco, Alcibiade 4)

Temistocle e Aristide in gioventù erano in competizione per conquistare l’amore d’uno stesso uomo (Plutarco, Temistocle 3 e Aristide 2)

Alessandro, futuro re dell’Epiro, è stato amato da Filippo II di Macedonia (Justin. Epitome di Pompeo Trogo VIII 6, 5-8)

Carissimo amico di Alessandro Magno e, secondo alcuni autori anche suo primo amante, era Efestione (Justin. Epitome di Pompeo Trogo XII 12, 11). Amante dello stesso Alessandro, dopo la sua vittoria sui persiani alla Battaglia di Gaugamela divenne l’eunuco adolescente Bagoas (Curzio Rufo. Storia di Alessandro Magno VI, 5, 23, X 1, 22-37; Plutarco. Alexander 67)

Il commediografo Euripide, già sulla settantina, era innamorato del bellissimo drammaturgo trentacinquenne Agatone.

 

Poesia e commedia

 

Tra gli antichi poeti greci, attivi dall’età arcaica (700 a.C.) in poi, hanno lasciato versi di stampo omoerotico a volte anche molto accesi, come ad esempio lo spartano Alcmane, Simonide di Ceo, Teognide di Megara, e poi Ibico, Anacreonte e lo stesso Solone: della loro opera ci sono pervenuti pochi preziosi frammenti raccolti sotto il titolo complessivo di lirica greca.

In molte delle commedie di Aristofane sono rappresentati personaggi omosessuali, per lo più con intento satirico e di scherno, mostrando inoltre una decisa antipatia nei confronti dell’effeminatezza.

Pindaro, oltre a celebrare eventi sportivi come le Olimpiadi antiche con poemi in onore dei vincitori, si rivolge anche spesso al suo giovane amante “dal fresco corpo adolescente”… (framm 123). Bacchilide rimarrà sempre poeticamente il suo maggior rivale ed antagonista, anche in questo campo (X, 39-45).

Tra i poeti del periodo ellenistico, fra i maggiori cantori dell’amore pederastico, abbiamo Callimaco e Meleagro.

 

Filosofia

 

Parmenide per primo tenta di spiegare la comparsa del popolo degli esseri femminei nel suo poema filosofico intitolato “Sulla Natura” (Parmenide, fr. B18). Ippocrate attribuisce questa “miscelazione scombinata” al momento del concepimento (Ippocrate. Su una dieta I 28).

Socrate è stato da par suo spesso considerato un apologeta dell’amore nei confronti dei bei ragazzi. I Dialoghi di Platone sono una vivida immagine dei costumi ateniesi: l’amore verso gli adolescenti non dev’essere, per l’autore, fine a se stesso, bensì un mezzo per ascendere alle vette della suprema conoscenza teorica.

 

Arte

 

Amante dello scultore Fidia era il giovinetto Pankart di Elea (Pausania. Descrizione della Grecia 11 V, 3): l’artista ne incise il nome sul dito della statua di Zeus Olimpio (Clemente di Alessandria. Esortazione ai Gentili 53, 4).

La scultura di Eros fatta da Prassitele era così bella che un giovane di Rodi se ne innamorò talmente tanto da lasciare sul marmo la “traccia bagnata” del proprio amore (Plinio il Vecchio. Storia naturale XXXVI 22).

 

Ellenismo

 

In epoca ellenistica Alessandro Magno, dopo essere stato da ragazzo allievo del più grande tra i filosofi del suo tempo, Aristotele, si legò in una stretta ed appassionata amicizia con vari giovani, tra i quali il più importante rimase sempre Efestione.

 

Aristotele praticò l’omosessualità in gioventù e si espresse in senso contrario nell’Etica Nicomachea (1148b 24-30), in cui afferma che «fare all’amore tra maschi» è uno dei «comportamenti bestiali»..

Con la graduale soppressione della pederastia istituzionalizzata si aprì un vuoto nella società Greca e ciò favorì un progressivo aumento della tolleranza e accettazione di contatti sessuali tra uomini liberi e schiavi, dall’inizio del III secolo a.C. in avanti, con un conseguente allentamento e quindi annullamento del suo valore pedagogico per scadere sempre più in mera prostituzione maschile.

 

 

OMOSESSUALITA’ NELL’ANTICA ROMA

 

Gli atteggiamenti sociali nei confronti dell’omosessualità nell’antica Roma e i comportamenti relativi differiscono – spesso in una maniera assai notevole – da quelli assunti della contemporanea civiltà occidentale e presenti in essa; il tema deve pertanto essere affrontato necessariamente attraverso la visione del mondo e della sessualità tipica della maggioranza delle società antiche, molto diversa da quella moderna.

 

Per le antiche civiltà precristiane intrise di paganesimo, soprattutto per quelle del mondo classico (antica Grecia e antica Roma) non esisteva un’autentica differenziazione individuale basata sull’orientamento sessuale o di identità di genere, piuttosto questa esisteva in base al ruolo assunto all’interno del rapporto sessuale: l’identificazione e le leggi che regolavano le relazioni e le varie pratiche amorose non si fondavano sull’oggetto del desiderio (una persona dello stesso sesso o di quello opposto), ma la discriminante era bensì data dal fatto che quella persona ricoprisse un ruolo attivo ed associato quindi alla virilità e alla mascolinità, oppure uno passivo generalmente considerato come estremamente degradante e tipico della femminilità (era dato cioè dall’atto che poteva essere dominante o sottomesso, come viene indicato anche nell’uso dei termini catamite e irrumatio).

 

Agli antichi romani era peraltro completamente sconosciuta anche la dicotomia del concetto moderno tra un’esclusiva omosessualità ed un’altrettanto esclusiva eterosessualità, proprio per il fatto che l’identificazione sessuale avveniva per lo più in base al ruolo svolto durante l’atto intimo (vedi attivo e passivo nel sesso); la stessa lingua latina manca di parole traducibili per l’appunto con eterosessuale o omosessuale (come un’identità consapevole di chi prova attrazione solo nei confronti di persone dell’altro o del proprio stesso sesso).

 

La società romana seguiva i dettami del patriarcato, un sistema impregnato da forti connotazioni di maschilismo; per i maschi adulti ingenui, quelli che possedevano cioè a tutti gli effetti la cittadinanza romana (la Libertas-libertà politica e il diritto di governare se stessi e la propria familia con l’autorità derivante dal paterfamilias), la Virtus è stata sempre intesa come una delle qualità attive per eccellenza ed attraverso la quale l’uomo-vir si viene maggiormente a definire. Gli uomini erano liberi d’intrattenere rapporti sessuali con altri maschi senza alcuna percezione di perdita di virilità o di status sociale, fintanto e a condizione che avessero assunto la posizione di comando (sessualmente penetrativa).

 

La mentalità di conquista e il culto della virilità formano nel corso del tempo anche le relazioni omoerotiche; la pratica omosessuale a Roma si afferma molto presto come rapporto di dominazione, ad esempio del cittadino sopra lo schiavo, il tutto a conferma della decisa virilità mascolina dell’uomo romano; la schiavitù nell’antica Roma contemplava difatti anche una decisiva sudditanza sessuale nei confronti di chi deteneva il potere sopra altre persone. L’ideale romano di mascolinità funge in tal modo da premessa all’assunzione di un ruolo attivo sempre e comunque, preso ed innalzato a valore supremo: ciò costituiva “la prima direttiva del comportamento sessuale maschile per i Romani”.

Partners maschili accettabili erano sia gli schiavi sia tutti coloro che si dedicavano alla prostituzione maschile, ma anche quelli il cui stile di vita li immetteva nel nebuloso campo sociale dell’infamia, gli esclusi dalle normali protezioni accordate ad ogni cittadino, questo anche se fossero stati tecnicamente liberi. Pur preferendo nella generalità dei casi la pederastia (compagnia intima con giovani di età compresa tra i 12 e i 20 anni), con i minori di sesso maschile nati liberi agli uomini adulti era rigorosamente proibito qualsivoglia tipo di approccio, mentre i prostituti di professione e gli schiavi potevano essere anche molto più vecchi.

 

Le relazioni omosessuali tra le donne sono meno documentate. Anche se le donne nell’antica Roma appartenenti alle classi più alte (come le matrone) erano solitamente istruite e vi sono esempi noti di scrittura poetica e vaste corrispondenze con parenti di sesso maschile, molto poco e frammentario è ciò che è sopravvissuto rispetto a quello che potrebbe essere stato effettivamente scritto da mani femminili. Gli scrittori maschi hanno mostrato ben poco interesse al modo in cui le donne hanno sperimentato e vissuto la sessualità in generale; il poeta latino dell’era augustea (vedi Storia della letteratura latina (31 a.C. – 14 d.C.)) Publio Ovidio Nasone risulta qui un’eccezione, dimostrandosi particolarmente acuto e sensibile al riguardo; ma egli è anche uno dei più strenui sostenitori di uno stile di vita fortemente improntato all’amore verso le donne ed in opposizione alle norme sessuali romane alternative ad esso.

 

Durante la repubblica romana e nel corso dell’epoca costituita dal principato e dall’inizio dell’alto impero romano assai poco viene registrato riguardo a relazioni sentimentali tra donne, mentre prove migliori e di più ampio genere sussistono, anche se variamente disperse, per il successivo periodo del tardo impero romano e della tarda antichità.

 

 

Excursus storico

 

Quando si parla di omosessualità nella romanità antica bisogna necessariamente distinguere almeno tre grandi periodizzazioni storiche, in cui spesso cambia la concezione e la visione ed accettazione stessa dei rapporti omosessuali:

 

il periodo dell’Età regia di Roma e quello repubblicano antecedente al 146 a.C. (Grecia romana);

il periodo repubblicano successivo alla conquista della Grecia fino all’Alto Impero romano;

infine il periodo del basso Impero.

 

Periodo antecedente la conquista della Grecia

 

Nel periodo repubblicano antecedente alla conquista della Grecia i rapporti omosessuali erano osteggiati e visti con sospetto. I Romani identificavano infatti il rapporto tra persone dello stesso sesso come il vizio dei Greci, sostenendo che nei loro antenati non esistesse l’omosessualità ritenendola un’offesa al costume degli avi (il famoso mos maiorum), contraria al rigore del “civis Romanus” e motivo dell’indebolimento e del rammollimento della società romana stessa.

 

La libertà politica di un cittadino è stata definita in parte dal diritto di preservare il proprio corpo da qualsivoglia costrizione fisica, comprendente pertanto sia la punizione corporale che l’abuso sessuale; il sentimento di mascolinità era la premessa imprescindibile della capacità di governare sia se stessi che altre persone di status inferiore e la Virtus, come già sottolineato, è il valore che rende l’uomo più pienamente uomo: la virtù attiva per eccellenza, quindi.

 

 

Periodo successivo alla conquista della Grecia e Alto Impero

 

Con la conquista della Grecia, assieme alla cultura della Grecia classica, Roma assorbe anche molte usanze, tra cui per l’appunto il cosiddetto “amore greco”. Ma i “cives” romani praticavano l’omosessualità solamente con gli schiavi e con i liberti. Era deprecabile che un cittadino assumesse il ruolo passivo in un rapporto omosessuale, perché questo era in conflitto con una certa ideologia virile e dominatrice presente in tutta la società romana.

 

La conquista sessuale diviene presto metafora comune utilizzata spesso nell’arte retorica romana più favorevole all’imperialismo e la mentalità da conquistatori, inerente anche la sfera della sessualità nell’antica Roma), faceva parte di un culto generico della virilità il quale poteva condurre anche a particolari forme di pratiche omosessuali tra gli uomini. Gli studiosi contemporanei tendono pertanto a vedere le espressioni inerenti alla sessualità maschile umana all’interno della civiltà romana in termini di opposizione binaria nel modello penetratore-penetrato; cioè l’unico modo corretto per un maschio romano di cercare gratificazione sessuale era quello di inserire il suo pene nel/nella partner: permettere di lasciarsi penetrare avrebbe invece minacciato la propria libertà come cittadino, oltre che la sua intrinseca integrità sessuale. Il ruolo passivo indicante sottomissione era sommamente disprezzato e visto come sintomo di mollezza, di rinuncia alla virilità, e perciò deprecabile e vergognoso, specialmente se era un cittadino romano a ricoprirlo.

Ci si aspettava ed era socialmente accettabile per un uomo romano nato libero di voler consumare esperienze sessuali con entrambi i tipi di partners, sia maschili che femminili, l’importante era mantenere un ruolo dominante. La moralità del comportamento dipendeva poi anche dalla posizione sociale del partner, indipendentemente dal fatto che fosse un uomo o una donna; le donne e i giovani uomini sono stati entrambi considerati normali oggetti del desiderio, ma fintanto che si manteneva al di fuori del vincolo matrimoniale un uomo avrebbe dovuto cercare di soddisfare i propri desideri solo con schiavi, prostitute (che spesso erano schiave o ex-schiave anch’esse), e gli “infames” (i succitati sottoposti ad infamia).

 

Il sesso di un partner non determinava se questa relazione fosse accettabile o meno, sempre però a patto che il godimento di un uomo non usurpasse l’integrità di un altro uomo: era altamente immorale ad esempio avere una relazione con la moglie di un altro uomo nato libero, con una ragazza in età da marito o con un ragazzo minorenne di buona famiglia, o con lo stesso cittadino libero adulto; mentre l’uso sessuale degli schiavi di un altro uomo doveva sottostare al permesso del proprietario. La mancanza di autocontrollo, anche nell’ambito della gestione della propria vita sessuale, indicava platealmente che quell’uomo era del tutto incapace di governare gli altri; troppa indulgenza nei confronti dei “bassi piaceri sensuali” minacciava di erodere l’identità del maschio dell’elite nella sua qualità di persona istruita (quindi migliore e destinata a governare).

La Lex Scantinia (149 a.C.) condannava espressamente l’uomo nel caso di rapporti omosessuali tra un adulto e un puer o praetextati (da praetexta, la toga bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi che non avevano ancora raggiunto l’età della piena maturità sessuale (fino ai 15-17 anni)), mentre nel caso di rapporto omosessuale tra cittadini liberi adulti veniva punito quello che tra i due assumeva il ruolo passivo, con una multa che poteva ammontare fino a 10.000 sesterzi.

 

La Lex Scantinia, di cui non ci è pervenuto il testo ma che abbiamo solamente attraverso citazioni tratte dagli scritti del filosofo Marco Tullio Cicerone, di Decimo Magno Ausonio, dello storico Gaio Svetonio Tranquillo, del poeta Decimo Giunio Giovenale ed infine da parte degli autori cristiani Tertulliano e Prudenzio, è un’importante testimonianza a dimostrazione del fatto che l’omosessualità veniva praticata in tutti gli ambienti sociali.

In età imperiale, le ansie circa la perdita della libertà politica e la subordinazione del cittadino all’imperatore si sono espresse nella percezione di un aumento del volontario comportamento omosessuale passivo tra gli uomini liberi, accompagnato da una crescita documentata nell’esecuzione di punizioni corporali sui cittadini. La dissoluzione degli ideali repubblicani di integrità fisica in relazione alla “libertas” contribuisce alla licenza sessuale e si riflette nella decadenza associata con l’impero.

Ad ogni modo, analizzando i testi e i poemi degli scrittori antichi, non si può fare a meno di notare alcune contraddizioni, almeno dal punto di vista del pensiero moderno, sul tema dell’omosessualità: se da una parte infatti molti scrittori esaltano e descrivono le gesta omoerotiche, vantandosi di conquiste amorose nei confronti di giovani, schiavi e liberti (in molte tra le poesie di Caio Valerio Catullo), o addirittura dando consigli su come conquistare i ragazzi (come fa Albio Tibullo); dall’altra altri scrittori, se non gli stessi, ironizzano, in modo molto spesso violento, contro chi si macchia di effeminatezza (gli uomini che ricoprono il ruolo passivo nei rapporti omosessuali maschili) soprattutto se cittadini romani, scherniti e derisi quando non violentemente attaccati come causa di decadimento sociale (lo stesso Catullo nei Carmina 16, 25 e 33).

Questa apparente contraddizione è in un certo senso giustificata dalla visione che della società avevano i romani, tipicamente e prettamente maschilista, dove il ruolo attivo in un rapporto sessuale, sia con donne sia con uomini, era sintomo di virilità e veniva esaltato, in rapporto anche alla superiorità della Gens Romana sopra gli altri popoli, destinata quindi a dominarli anche sessualmente.

 

Giulio Cesare

 

Anche molti uomini illustri tra i più noti e stimati, uno fra tutti Gaio Giulio Cesare – membro autorevole della Gens Giulia e capostipite della dinastia giulio-claudia – provavano una forte attrazione nei confronti di persone dello stesso sesso: l’omosessualità, o meglio la bisessualità, di Cesare è ben testimoniata da Cicerone secondo cui egli era “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.

 

I suoi gusti nella sfera sessuale furono spesso motivo di pettegolezzo e canzonatura da parte sia dei detrattori sia degli stessi soldati a lui sottoposti; Plutarco e Svetonio narrano approfonditamente della sua relazione omoerotica avuta in gioventù con l’ultimo sovrano del regno di Bitinia Nicomede IV; non vi fu nemico o personaggio pubblico che non cogliesse l’occasione, anche a distanza di anni, per fare della maldicenza a proposito dei rapporti particolari intercorsi fra il giovane Cesare e il re.

 

Cesare veniva di volta in volta definito “rivale della regina di Bitinia”, “stalla di Nicomede”, “bordello di Bitinia”. Marco Campurnio Bibulo, collega di Cesare nel consolato del 59, riprendendo la vecchia accusa che lo dipingeva come regina di Bitinia, per attaccare la sfrenata ambizione di Cesare che manifestava tendenze monarchiche affermò: “Questa regina, una volta aveva voluto un re, ora vuole un regno”. I legionari, il giorno del trionfo di Cesare sui Galli, seguendo il costume che consentiva ai soldati di indirizzare il giorno del trionfo versi piccanti e scurrili al proprio comandante, intonarono un canto che suonava più o meno così:

 

(LA)

« “Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem” »

(IT)

« Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui. Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso, non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui. »

(Svetonio, Vita di Cesare.)

 

Lo stesso Cicerone, riferendosi ai fatti di Bitinia, scriveva nelle sue lettere che con Nicomede IV Cesare “aveva perso il fiore della giovinezza” e un giorno, in Senato, durante una seduta in cui Cesare per perorare la causa di Nisa, figlia di Nicomede, ricordava i benefici ricevuti da quel re, Cicerone pubblicamente lo interruppe esclamando: “Lascia perdere questi argomenti, ti prego, poiché nessuno ignora che cosa egli ha dato a te e ciò che tu hai dato a lui”.

 

Gaio Valerio Catullo ebbe a sostenere che Cesare e il suo ufficiale Mamurra durante la campagna di Gallia avessero avuto una relazione, ma più tardi si scusò: in quest’episodio Cesare dimostrò tutta la sua clementia, concedendo al poeta il suo perdono e lasciandogli frequentare la sua domus. Marco Antonio, infine, insinuò, nel tentativo di diffamare il suo avversario durante la guerra civile, che Cesare avesse avuto un rapporto anche con il nipote Ottaviano, e che la causa della sua adozione fosse stata proprio la loro relazione amorosa.

 

 

Omoerotismo tra gli imperatori

 

D’altra parte tra i primi imperatori romani tutti (tranne Claudio) ebbero predisposizione ad abituali e ripetute esperienze omoerotiche: dopo Cesare, soprannominato con dileggio la “Regina di Bitinia” e la “moglie di tutti i mariti”; Augusto, il quale quand’era chiamato ancora solo Ottaviano veniva additato con disprezzo dai detrattori col nome di Ottavia: Marco Antonio ebbe modo in seguito di accusare Ottaviano di essersi guadagnato la sua adozione da parte di Cesare attraverso favori sessuali, anche se occorre dire che Svetonio descrive l’accusa rivoltagli contro da Antonio come pura calunnia politica.

 

Dopo che Marco Favonio fu catturato e giustiziato a seguito della battaglia di Filippi Ottaviano né acquistò uno degli schiavi, un certo Sarmento, quando tutte le proprietà del nemico sconfitto vennero mese in vendita: è stato affermato poi ch’egli divenne il catamite preferito dello stesso futuro imperatore. Quinto Dellio dirà in seguito a Cleopatra che, mentre lui e gli altri dignitari venivano trattati come vino acido da Antonio, Ottaviano si stava gustando il “catamite Falerno” a Roma.

 

Tiberio, che a Capri prediligeva i ragazzini appena puberi raccolti tra i figli della comunità locale e li chiamava i suoi “pesciolini”, spiandoli mentre nuotavano nudi in piscina od intrattenevano rapporti sessuali tra di loro; è sempre Svetonio a dirci, forse volutamente esagerando (tanto da fargli commentare: “si rese colpevole anche di azioni ancora più turpi e infamanti, che a mala pena si possono riferire e ascoltare, o addirittura credere”), che l’anziano imperatore avesse addestrato dei fanciulli in tenerissima età per andare in seguito a vivere con lui nella residenza di Villa Jovis, li invitava poi a scherzare tra le sue gambe mentre nuotava e a risvegliare i suoi sensi con baci e morsi. Nelle ville capresi infine, le orge sarebbero state all’ordine del giorno e si sarebbero svolte davanti ad una collezione di dipinti erotici di arte greca da prendere a modello.

 

Caligola, bisessuale e incestuoso; Nerone, il quale sottopose a castrazione il suo schiavo adolescente Sporo per poi incoronarlo come propria sposa reale, ma che sposò anche un uomo di nome Pitagora.

 

Ma anche i successivi imperatori pare non fossero immuni dall’amore tutto maschile: Servio Sulpicio Galba, che amava gli uomini grandi e grossi; Vitellio, soprannominato spintria (“marchetta”) per esser stato tra i favoriti di Tiberio quando si trovava alla sua corte a Capri durante gli anni giovanili; Domiziano, accusato dagli avversari di essersi prostituito per far carriera al pretore Clodio Pollione e poi per interesse al predecessore Marco Cocceio Nerva, fu accusato anche di mollezza e di essere un dissoluto. Ebbe varie relazioni con uomini, come del resto anche il fratello Tito: il grande amore provato nei confronti dell’eunuco Flavio Earino, suo schiavo affrancato, fu celebrato sia da Stazio che da Marco Valerio Marziale.

 

Traiano, noto per la sua predilezione nei confronti dei bei ragazzi; Publio Elio Traiano Adriano, che ha fatto diventare il suo giovane amante Antinoo dopo la morte niente meno che un dio innalzandolo in apoteosi; Eliogabalo, che a 18 anni promise metà dell’impero a chi fosse riuscito a dotarlo di genitali femminili per poter così diventare una donna a tutti gli effetti, scandalizzando l’intera Roma che lo vide sposarsi con un auriga, un certo Ierocle di Smirne.

 

Adriano e Antinoo

 

Il caso riguardante la relazione d’amore tra Adriano e Antinoo è particolarmente significativo; l’imperatore ebbe per anni come suo amasio preferito questo giovinetto di origini greche (e che molto probabilmente non era uno schiavo) proveniente dalla Bitinia.

 

Dopo la sua morte, avvenuta in circostante rimaste in parte oscure, Adriano ha innalzato in apoteosi l’amato Antinoo e fondato un culto organizzato dedicato alla sua persona che si diffuse presto a macchia d’olio in tutto l’Impero; poi, sempre per commemorare il proprio diletto, fondò la città di Antinopoli fatta sorgere vicino al luogo dove il ragazzo aveva trovato la sua fine terrena prematura e che divenne un centro di culto per l’adorazione del “dio Antinoo” in forma di Osiride.

 

Adriano ha anche fondato giochi in commemorazione del ragazzo che si tenevano in contemporanea ad Antinopoli e ad Atene, con Antinoo divenuto simbolo dei sogni panellenici dell’imperatore.

 

Erode Attico e Polideuce

 

Il filosofo di origini greche ed esponente della seconda sofistica Erode Attico “(Lucius Vibullius Hipparchus Tiberius Claudius Herodes Atticus)”, è stato un retore e politico al servizio dell’impero; amico personale di Adriano, tra i suoi allievi vi fu anche il giovane erede al trono Marco Aurelio. Erode era noto, oltre che per la ricchezza e munificenza (fece costruire tra gli altri anche l’Odeo di Erode Attico) nella sua qualità di filantropo e mecenate di opere pubbliche, anche per i numerosi rapporti amorosi con i propri discepoli, in riferimento alla tradizione della pederastia greca.

 

Il suo affetto nei confronti del figlio adottivo Polideuce (Polydeukes/Polydeukion, da “Polluce”) ha creato uno scandalo, non per il rapporto omosessuale intercorrente tra i due o per la giovane età del ragazzo, ma per l’intensità della passione dimostrata, considerata smodata e del tutto sconveniente.

 

Quando l’adolescente morì prematuramente Erode – come già precedentemente l’imperatore Adriano aveva fatto con Antinoo – iniziò un plateale culto della personalità del defunto e proclamandolo “eroe”, facendo costruire tutta una serie di statue e monumenti in suo onore. L’anziano visse in un parossismo di disperazione pubblica alla morte del suo eromenos, arrivando a commissionare giochi sontuosi, iscrizioni e sculture su ampia scala.

 

Lo scrittore Luciano di Samosata racconta, nella sua biografia del filosofo esponente del cinismo Demonatte che questi affermò di avere in suo possesso una lettera proveniente dal defunto giovinetto; quando Erode chiese di essere informato su che cosa vi fosse scritto, Demonatte gli disse che il ragazzo dichiarava di essere triste perché il suo amante non era ancora giunto a fargli visita (nell’aldilà).

 

Demonatte vuol qui criticare come eccessiva e indegna di un filosofo l’espressione dei sentimenti di dolore di Erode: soltanto l’enorme ricchezza e l’enorme potere di Erode gli permisero di esprimerlo in modo pubblico, anziché celarlo nel silenzio.

 

Arte erotica e oggetti di uso quotidiano

 

Le rappresentazioni della sessualità omosessuale maschile e lesbica sono meno rappresentate nell’arte erotica dell’antica Roma rispetto a quelle che mostrano atti sessuali tra maschio e femmina. Un fregio di Pompei antica presente alle Terme Suburbane mostra una serie di sedici scene di posizioni sessuali, in cui ve n’è una omosessuale e un’altra lesbica, oltre ad abbinamenti omosessuali in rappresentazioni di sesso di gruppo.

 

Il sesso a tre (o Threesome) nell’arte romana mostra solitamente due uomini che penetrano una donna, ma in una delle tante scene presenti nei muri delle “Terme suburbane” vediamo un uomo penetrare una donna in posizione da dietro mentre a sua volta viene penetrato da un altro uomo posto dietro di lui: questo scenario viene descritto anche da Catullo nel Carmen 56 ritenendolo un fatto umoristico. L’uomo in mezzo potrebbe essere un “cinaedus”-cinedo, un uomo cioè a cui piace subire il sesso anale ma che al contempo è anche considerato attraente dalle donne. Anche l’attività sessuale a quattro (foursome o “quartetto”) appare, in genere composta da due donne e due uomini e a volte in coppie composte da persone dello stesso sesso.

 

Gli atteggiamenti romani verso la nudità maschile (vedi storia della nudità) differiscono anche in maniera notevole se confrontati con quelli assunti dagli antichi Greci, che hanno sempre considerato le rappresentazioni idealizzate del nudo maschile come espressione di eccellenza, ad esempio attraverso il nudo eroico. L’uso della toga virile designa un uomo romano come libero cittadino; connotazioni negative della nudità includono anche la sconfitta in guerra, dal momento che i prigionieri venivano spogliati, e la schiavitù, poiché gli schiavi messi in vendita in piazza erano spesso esposti nudi.

 

Al tempo stesso il “Phallus”-fallo è stato visualizzato ubiquitariamente in forma di fascinus, ossia un “fascino magico” pensato per allontanare le forze maligne (come i moderni cornetti portafortuna), ed è divenuto col tempo una decorazione facente parte delle consuetudini e che si ritrova ampiamente tra le rovine pompeiane, in particolare sotto forma di speciali campanelli eolici detti Tintinnabulum.

 

Il fallo eretto e smisurato del dio Priapo potrebbe originariamente essere servito per uno scopo apotropaico, ma in arte il suo aspetto grottesco ed esagerato provoca spesso una grande risata.

 

L’ellenizzazione tuttavia ha influenzato la rappresentazione della nudità maschile all’interno dell’arte romana, portando ad una più complessa significazione della forma del corpo umano maschile mostrato nudo, parzialmente nudo o indossando la lorica musculata.

 

Warren Cup

 

 

La Coppa Warren è una coppa d’argento raffigurante due scene di atti omosessuali in ambiente di simposio (pratica socio-rituale della convivialità collegata al banchetto), di solito datata al tempo della dinastia giulio-claudia (I° secolo d.C.). Si è sostenuto che i due lati di questo calice rappresentino la dualità nella tradizione presente nel mondo classico dell’istituzione della pederastia greca in contrasto con la forma esistente all’interno della cultura romana.

 

Sulla parte della coppa che rappresenta l’ideale greco vediamo un uomo maturo con la barba mentre si unisce in posizione da dietro ad un giovane maschio già sviluppato e muscoloso il quale gli sta seduto sopra. L’adolescente si tiene in equilibrio rimanendo attaccato con la mano sinistra ad un sostegno, così da mantenere una posizione sessuale altrimenti imbarazzante o scomoda. Uno schiavo bambino osserva la scena di nascosto attraverso una porta socchiusa.

 

Il lato romano della coppa invece mostra un “puer delicatus”, all’incirca di 12 o 13 anni, mentre viene tenuto saldamente stretto tra le braccia di un maschio più anziano, ben rasato ed in perfetta forma fisica. Mentre il primo uomo con la barba può essere greco, con un partner che partecipa più liberamente all’incontro e con uno sguardo di piacere, la sua controparte, che ha un taglio di capelli più grave, sembra a tutti gli effetti essere romano e quindi utilizza uno schiavo; la corona di mirto che indossa simboleggia inoltre il suo ruolo di conquistatore erotico.

 

La coppa potrebbe essere stato concepita come un ritratto atto a stimolare la conversazione su quel tipo di ideali di amore e di sesso, che avevano luogo durante i banchetti simposiali tradizionali greci. L’antichità della Coppa Warren è stata però contestata e potrebbe invece rappresentare la percezione dell’omosessualità greco-romana com’era al momento della sua ipotetica fabbricazione, forse a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

 

Letteratura omoerotica

 

Numerose testimonianze riguardanti la presenza dell’omosessualità e dell’omoerotismo in generale ci vengono da poeti e scrittori dell’epoca. Il tema omoerotico viene introdotto in letteratura latina a partire dal II secolo a.C. con la crescente ellenizzazione e una sempre maggior influenza Greca sulla cultura romana.

 

Il console nonché letterato Quinto Lutazio Catulo faceva parte di un circolo letterario frequentato da poeti che componevano brevi strofe richiamantesi alla moda della poesia ellenistica; uno dei suoi pochi frammenti superstiti è costituito da una poesia d’amore rivolta ad un maschio con un nome greco. L’innalzamento della letteratura greca, ma anche dell’arte greca in generale a modello espressivo in ambito poetico ha promosso tra le altre cose anche la celebrazione dell’omoerotismo come uno dei segni distintivi delle personalità urbanizzate e maggiormente sofisticate. Nonostante ciò non vi sono prove o ipotesi generali su come questo abbia potuto avere un qualsiasi effetto sull’espressione del comportamento sessuale nella vita quotidiana reale tra i romani.

 

L’amore greco ha influenzato esteticamente i latini in relazione ai mezzi di espressione, molto meno nei riguardi della natura dell’omosessualità romana in quanto tale. l’omosessualità nell’antica Grecia differiva da quella Romana principalmente nell’idealizzare dell’eros tra i cittadini maschi nati liberi di pari status, anche se di solito con una differenza di età (vedi pederastia greca) inserita nell’istituto erastes-eromenos. L’esistenza di un rapporto erotico-sentimentale tra un ragazzo e un adulto al di fuori della famiglia, visto come un’influenza positiva tra i Greci, nella società romana avrebbe minacciato l’autorità del paterfamilias.

 

Poiché le donne romane erano attive nell’educazione dei figli e si mescolarono con gli uomini socialmente, e le donne delle classi dirigenti spesso continuavano a consigliare ed influenzare i loro figli e mariti anche nella vita politica, l’omosocialità non era così diffusa a Roma così come lo era stata ad esempio nell’antica Atene la quale ha indubbiamente contribuito a produrre il più avanzato livello di cultura pederastica, quella della pederastia ateniese.

 

La poesia neoterica dei Poetae novi introdotta alla fine del II secolo si è concretizzata negli anni attorno al 50 a.C. preminentemente con l’opera poetica di Caio Valerio Catullo (i Liber o “Carmina”) la quale include diverse poesie che esprimono il suo forte desiderio nei riguardi di un giovane nato libero chiamato esplicitamente “Giovenzio” (Juventius); il poeta, oltre ad amare l’amica Lesbia non era quindi meno ambiziosamente desideroso dei baci del suo bel ragazzo quattordicenne, che esalta in vari versi di volta in volta amorosi o ironici, definendolo effeminato e passivo.

 

Il nome latino e lo status di cittadino libero del ragazzo amato da Catullo sovverte totalmente la tradizione romana, ma contemporaneamente a lui anche Tito Lucrezio Caro nel suo De rerum natura riconosce esplicitamente la propria attrazione nei confronti dei “ragazzi”-pueri, il che può designare invero un partner sottomesso accettabile e non necessariamente ragazzino appena adolescente; vi si può leggere inoltre che il piacere sublime consiste nel trasferire il proprio seme in un’altra persona, molto meglio in un ragazzo che in una donna.

 

A testimoniare il fatto che il fenomeno omosessuale stava divenendo sempre più un rapporto di desiderio e amore, interviene anche Publio Virgilio Marone, il quale racconta nell’Eneide le storie di due coppie di guerrieri, gli appartenenti al popolo dei troiani Eurialo e Niso e i latini Cidone e Clizio, che nel reciproco amore trovano la forza per combattere da autentici eroi (soltanto Cidone scamperà alla morte); sono due giovani uniti da un tenero legame omoerotico.

 

Di Clizio Virgilio ci dice che è ancora un giovinetto, solo una leggerissima barba bionda incornicia il suo bellissimo volto; su Cidone invece il poeta non dà una descrizione fisica: scrive invece che prima di Clizio ha amato altri adolescenti, sicché è da ritenere che rispetto al compagno egli abbia un’età leggermente superiore (Eneide, libro X, vv.324-330).

 

Il particolare rapporto che lega Eurialo e Niso è definito dall’autore “amore”, ciò che nel contesto dell’epoca va inteso come serena manifestazione di continuità tra l’amicizia fraterna e l’affettuosità omoerotica. Qui il poeta si avvale della tradizione dell’omosessualità militare nell’antica Grecia, ritraendo apertamente il rapporto amoroso esistente tra questi giovani il cui valore militare li segna solidamente come autentici uomini romani (viri). Virgilio descrive la loro relazione come “pius”, collegandola alla virtù suprema della “pietas”, in egual modo posseduta dallo stesso eroe Enea e avallandola come “onorevole, dignitosa e collegata ai valori della centralità di Roma”.

 

Ancora nelle Bucoliche il poeta latino canta e descrive numerosi amori omosessuali e riconducibili alla pederastia greca, come la vicenda riguardante il giovane schiavo Alessi che viene concupito sia dal suo padrone Iolla che dal bel pastore Coridone descritta nell’Ecloga II, o quella di un altro pastore di nome Menalca il quale elogia la bellezza di Aminta.

 

Temi omoerotici appaiono anche nelle opere di altri poeti del periodo augusteo (vedi Storia della letteratura latina (31 a.C. – 14 d.C.)): Albio Tibullo, Sesto Properzio e Quinto Orazio Flacco fra tutti. A schierarsi invece decisamente a favore dell’amore femminile sarà Publio Ovidio Nasone: avere una relazione sessuale con una donna è più piacevole perché, a differenza delle forme di comportamento omosessuale ammesse all’interno della cultura romana, qui il piacere è reciproco. Non mancano comunque anche in questo autore innumerevoli descrizioni di amori omosessuali, tutti appartenenti alla tradizione della mitologia greca: Ati e Licabas, il dio Apollo con Giacinto e Ciparisso. Thomas Habinek ha fatto infine notare che il significato di rottura presentato da Ovidio nella categorizzazione delle preferenze sessuali è stata oscurata nella storia della sessualità umana dal concetto di eterosessualità (considerata normale e innata) sopravvenuto nella più tarda cultura occidentale.

 

Nella letteratura del primo periodo dell’impero romano un posto privilegiato spetta al Satyricon di Petronio Arbitro; la narrazione è talmente permeata da riferimenti al comportamento omosessuale che nei circoli letterari europei del XVIII secolo il nome dell’opera finì col divenirne un sinonimo.

 

Anche il poeta ed autore di epigrammi Marco Valerio Marziale spesso deride le donne come uniche partner sessuali preferendogli di gran lunga i bei ragazzi-pueri.

 

Atti sessuali

 

Oltre al sesso anale, che viene frequentemente descritto sia nell’arte figurativa sia in quella letteraria, era comune anche il sesso orale. Uno dei graffiti di Pompei è in questo caso inequivocabile: “Secundus felator rarus” (Secundus è un fellatore di rara abilità).

 

A differenza che nell’antica Grecia, il pene di grandi dimensioni era un importante elemento d’attrattiva, Petronio ne descrive uno veduto in un bagno pubblico. Molti imperatori vengono raffigurati circondati da uomini con grandi sessi.

 

Il poeta Ausonio fa una battuta su un trio sessuale maschile in cui “quello che sta nel mezzo compie il doppio dovere”.

 

Impudicitia

 

Il sostantivo astratto impudicitia (aggettivo impudicus) raffigura la negazione assoluta dellapudicitia(morale sessuale, castità); come caratteristica dei maschi spesso implica la volontà e il desiderio di essere penetrati sessualmente. Ballare era espressione, per un maschio, di impudicitia (la danza era difatti caratteristica della prostituta e dell’effeminato).

 

L’impudicitia può anche essere associata a comportamenti in quegli uomini giovani che avevano conservato un certo grado di fascino da ragazzini, ma che erano comunque abbastanza grandi da esser tenuti a comportarsi secondo le ferree regole maschili e a sottostare alle sue normative. Giulio Cesare fu accusato di portare l’infamia su di sé perché quando aveva circa 19 anni assunse per un certo periodo di tempo il ruolo passivo in una relazione pederastica con Nicomede IV re di Bitinia e in seguito anche per i molti “affari sessuali” avuti con donne adultere. Lucio Anneo Seneca il giovane (il tutore di Nerone) ha osservato che “l’impudicitia è un crimine per colui che è nato libero, una necessità in uno schiavo, un dovere per il liberto”.

 

Come già detto la pratica omosessuale a Roma affermò il potere del cittadino sopra gli schiavi, confermandone al di sopra di ogni dubbio la propria mascolinità.

 

Ruoli sessuali

 

Un uomo o un ragazzo che assumeva il ruolo passivo all’interno della relazione omosessuale poteva venir denominato in vari modi, tra cui i più comuni e frequenti erano cinaedus, pathicus, exoletus, concubinus (prostituto), spintria (marchetta), puer (ragazzo), pullus (pulcino), puso, delicatus (specialmente come puer delicatus-ragazzino squisito), mollis (molle, utilizzata in genere come qualità estetica in contrapposizione alla naturale aggressività maschile), tener (tenero, in opposizione alla durezza mascolina), debilis (debole), effeminatus (effeminato), discintus (discinto, volgare come una prostituta) e morbosus (malato).

 

Come si può notare il significato del termine moderno gay (ma neanche di quello omosessuale) non è contemplato in quest’elenco, in quanto nel pensiero antico non v’era alcun’idea di identità sessuale, la persona era invece definita solo dal ruolo svolto all’interno dell’atto sessuale (attivo=maschio; passivo=femmina).

 

Alcuni di questi termini, come exoletus, vengono a riferirsi specificamente a un adulto: per gli antichi romani, fra cui vigeva il valore sociale contrassegnato come mascolinità, limitavano genericamente la penetrazione anale ai prostituti maschi o agli schiavi di età inferiore a 20 anni (chiamati ragazzi).

 

Alcuni uomini più anziani potevano a volte preferire il ruolo passivo; Marco Valerio Marziale descrive ad esempio, nella sua solita maniera molto schietta, il caso di un uomo che aveva assunto il ruolo passivo facendo occupare al suo giovane schiavo quello attivo:

 

(LAT)

« Mentula cum doleat puero, tibi, Naevole, culus

Non sum divinus, sed scio quid facias. »

 

(IT)

« Se al tuo schiavetto fa male l’uccello; mentre tu, Nevolo, hai il culo dolorante

Non è necessario essere un mago per indovinare quel che è accaduto. »

(Epigrammi (Marziale) liber III-LXXI)

 

Il desiderio di un maschio adulto di essere penetrato sessualmente veniva considerato un morbus-un morbo, una malattia; il desiderio di penetrare un bel ragazzo era invece considerato del tutto normale.

 

Cinaedus

 

Cinedo è una parola dispregiativa che denotava un maschio con una identità di genere considerata deviante dalla norma, per la sua scelta di determinati atti sessuali o per la preferenza di certi partner sessuali; tali preferenze erano percepite come una carenza di virilità. Catullo definisce cinedo (cioè un effeminato senza attributi virili) il collega poeta Marco Furio Bibaculo che si trova in compagnia d’un suo amico, nel famoso Carme osceno numero 16, in cui afferma senza tanti giri di parole che “pedicabo ego vos et irrumabo” (io ve lo metto prima nel didietro e poi direttamente in bocca).

 

Anche se in alcuni contesti il cinedo può denotare l’omosessuale passivo, ed è il termine più frequentemente usato per indicare un maschio che si è lasciato penetrare analmente, un uomo chiamato cinedo poteva bensì, in certi determinati casi, anzi esser considerato molto attraente e desiderabile per le donne (non necessariamente quindi equivale al termine dispregiativo inglese faggot o agli italiani frocio-checca, tranne per il fatto che tutti questi termini vengono usati per deridere e insultare un uomo considerato carente di virilità): con caratteristiche così ambiguamente androgine che le donne possono trovare sessualmente anche molto eccitanti).

 

L’abbigliamento, l’uso di cosmetici e i manierismi (atteggiamenti, movimenti, modi di parlare) di un cinedo lo contrassegnavano inequivocabilmente come un effeminato: ma la stessa effeminatezza che gli uomini romani potrebbero trovare allettante in un puer, diventa assolutamente poco attraente nel maschio adulto e anziano. I cinaedus rappresentano quindi l’assenza generalizzata fatta persona di quello che i Romani consideravano un vero uomo, e la parola rimane di fatto intraducibile nelle lingue moderne.

 

In origine un cinaedus (parola derivante dal Greco Kinaidos) era un ballerino professionista generalmente poco più che adolescente, di origini persiane o comunque orientali, la cui performance era caratterizzata da una danza accompagnata dal suono di tamburelli e timpani e da movimenti ancheggianti del sedere che mimavano il rapporto anale.

 

Concubinus

 

Alcuni uomini romani tenevano un concubinus (concubina maschio) in casa fino a quando non si sposavano con una donna: Eva Cantarella ha descritto questa forma di concubinato come “una relazione sessuale stabile, non esclusiva ma privilegiata”. All’interno della gerarchia degli schiavi domestici, il concubinus sembra essere stato considerato in possesso di uno status speciale o comunque abbastanza elevato, e che veniva minacciato con l’arrivo di una moglie.

 

In uno dei suoi inni nuziali (Ephitalamium) Catullo il concubinus dello sposo si ritrova ansioso per il suo futuro e con la paura d’esser abbandonato: i suoi lunghi capelli saranno tagliati e dovrà d’ora in poi ricorrere alle schiave per la sua gratificazione sessuale, il che indica ch’egli prevedeva di dover presto cambiare ruolo sessuale da passivo a attivo. Al concubino poteva poi anche capitare di intrattener relazioni sessuali con le donne della casa, diventando magari anche padre di qualche bambino, questo almeno a seguir le invettive di Marziale (Epigrammi 6.39.12-4).

 

I sentimenti e la situazione del concubino sono trattati nella citata poesia matrimoniale di Catullo e occupano 5 strofe: egli svolge un ruolo attivo durante la cerimonia, distribuendo le noci tradizionali che poi i ragazzi dovevano lanciare in segno di buon augurio (un po’ come il riso nella tradizione occidentale moderna).

 

Il rapporto di un cittadino romano col proprio concubino poteva essere sia discretamente tenuto nell’ombra sia manifestato in modo più aperto: i concubini maschi a volte partecipavano anche alle cene (convivium) indette dal padrone di casa e rappresentar ufficialmente la parte di compagno, un ruolo particolarmente ambito e pregiato. Marziale sembra anche suggerire che il concubino del padrone di casa poteva esser ereditato dal figlio alla morte de padre. Un ufficiale poteva anche essere accompagnato durante le campagne militari dal proprio concubino.

 

Come il catamite e il puer delicatus (vedi sotto) il ruolo del concubino è stato regolamentato ispirandosi al mito greco di Ganimede (il cui nome in latino diventa Catamitus), il principe adolescente troiano rapito da Zeus affinché lo servisse sull’Olimpo come coppiere.

 

La concubina femminile, che poteva anche essere una donna libera, manteneva uno status legale tutalato dal diritto romano, ma i concubinus no dal momento che erano tipicamente degli schiavi.

 

Pathicus

 

Pathicus era una parola un po’ soft per indicare l’uomo che è stato penetrato sessualmente, deriva dall’aggettivo Greco phatikos (verbo paskhein) ed equivalente al Latino patior-pati-passus (subire, sottomettersi, sopportare e soffrire): il termine passivo deriva proprio dal Latino passus.

 

Pathicus e cinaeudus non sono spesso così distinti nell’uso che ne fanno gli scrittori latini, ma cinedo può essere indicativamente il termine più generale per indicare un maschio non conforme al suo ruolo di vir-vero uomo; mentre pathicus denota precisamente un maschio adulto che ha assunto il ruolo passivo da donna all’interno di un rapporto, che desidera essere usato così.

 

Nella cultura romana sodomizzare un altro maschio adulto esprime quasi sempre disprezzo e desiderio d’umiliazione, il pathicus può essere interpretato allora, ancor più che come omosessuale passivo, come un masochista a cui piace farsi umiliare (da un uomo o da una donna indifferentemente): potrebbe anche esser penetrato da una donna tramite un dildo o essere costretto a eseguire cunnilingus, senza dimostrare alcun desiderio di assumere un ruolo attivo o alcuna eccitazione sessuale.

 

Puer

 

Con la parola puer s’indicava sia un ruolo nell’ambito sessuale sia uno specifico gruppo d’età. Sia puer sia il suo equivalente femminile puella-ragazza possono riferirsi al partner sessuale di un uomo. Il cittadino romano nato libero all’età di 14 anni assumeva la toga virile e questo era il primo rito di passaggio oltre l’infanzia, ma doveva attendere poi fino a 17-18 anni prima di poter cominciare a prender parte attivamente alla vita pubblica. Uno schiavo, che non veniva mai considerato un vir, un uomo vero, sarebbe stato chiamato puer-ragazzo per tutta la vita.

 

I pueri venivano utilizzati come alternativa sessuale alle donne, cosa che non si poteva assolutamente fare con gli adolescenti maschi nati liberi: accusare un uomo romano d’essere un puer era un insulto contro la sua virilità, soprattutto in campo politico. Un cinedo anziano un omosessuale passivo potevano anche voler presentare se stessi come puer.

 

Puer delicatus

 

Il puer delicatus era uno “squisito” schiavo giovanissimo scelto appositamente dal padrone per la sua bellezza come giovane amante, citato anche al plurale come deliciae (dolcetti-delizie) A differenza dell’eromenos Greco, che era protetto dal costume sociale, il Romano delicatus rimaneva sempre invece, sia fisicamente sia moralmente, inferiore rispetto all’adulto che ne disponeva. La relazione spesso coercitiva, di sfruttamento e non certo alla pari, tra il padre famiglia e il delicatus (il quale poteva benissimo anche essere un minore di 12 anni), può essere definita come pedofila a differenza della pederastia greca.

 

Il ragazzino, appena compiuti 13 anni, veniva a volte castrato nel tentativo di preservare intatte nel tempo i suoi caratteri giovanili: l’imperatore Nerone fece questo nei confronti del suo puer Sporo, che fece evirare per poterlo poi sposare.

 

Vari pueri delicati sono stati idealizzati nella poesia latina: nelle Elegie erotiche di Tibullo il delicatus di nome Marathus indossa abiti sontuosi e molto costosi. La bellezza che doveva caratterizzare il delicatus è stata misurata mediante le norme e misure apollinee, soprattutto per quanto riguardava i lunghi capelli i quali avrebbero dovuto sempre essere ondulati e profumati.

 

Il tipo mitologico per eccellenza del delicatus era rappresentato da Ganimede, il principino troiano rapito da Zeus per diventare il proprio compagno divino nonché coppiere alla corte olimpica. Nel Satyricon il ricco liberto Trimalcione parla del puer delicatus come di un bambino-schiavo al servizio sia del padrone sia della padrona di casa.

 

Pullus

 

Il termine pullus indicava genericamente un piccolo animaletto e in particolare il pulcino: era una parola affettuosa usata tradizionalmente per un ragazzo-puer che era stato amato da qualcuno in senso osceno.

 

Il lessicografo Sesto Pompeo Festo ne fornisce la definizione illustrandola con un aneddoto comico: Quinto Fabio Massimo Eburno, console nel 166 a.C. e poi censore era molto noto per il suo rigore morale, tanto da guadagnarsi il soprannome (Cognomen) di Eburno che significa avorio (l’equivalente moderno più simile potrebbe essere anche porcellana); questo a causa del suo candido e avvenente aspetto. Si diceva fosse stato colpito tempo addietro da un fulmine proprio sulle natiche (riferimento a una voglia che aveva sul sedere). Si scherzò quindi sul fatto che fosse stato contrassegnato da Zeus signore dei fulmini che s’era accorto della sua bellezza tanto da farne il proprio pullus/pulcino pensando anche al rapporto esistente tra il re degli Dèi col giovanissimo coppiere catamite Ganimede.

 

Anche se l’inviolabilità sessuale dei cittadini maschi minorenni era di solito molto ben sottolineata, quest’aneddoto è una prova che anche i giovani romani di buona famiglia avrebbero potuto passare attraverso una fase in cui potevano esser veduti come “oggetti sessuali” Forse colpito dal destino, questo stesso membro della illustre Gens Fabia ha dovuto concludere la sua vita in esilio come punizione per aver ucciso suo figlio dopo averlo incolpato di impudicitia.

 

Nel IV sec il poeta Ausonio registra la parola pullipremo e dice che per primo tale termine è stato utilizzato dal poeta satirico Lucilio.

 

Pusio

 

Etimologicamente relazionato a puer, anche pusio significa ragazzetto; spesso aveva una connotazione spiccatamente sessuale e umiliante. Giovenale indica che il pusio era desiderabile in quanto più compiacente e al contempo meno impegnativo di quanto fosse una donna.

 

Scultimidonus

 

Questo è un relativamente raro termine gergale tra i più volgari (equivalente a pezzo di m.. o buco di c..) che appare in uno dei frammenti di Lucilio e glossato come: “coloro che elargiscono gratuitamente il proprio orifizio anale-scultima” (cioè la parte corporea più intima di sé, come fosse la parte interna di una prostituta/scortorum intima).

 

 

Sottoculture

 

Il mondo e la cultura latina hanno avuto una tale ricchezza di parole per indicare gli uomini al di fuori della norma maschile-vir, che alcuni studiosi sostengono l’esistenza di una vera e propria sottocultura di tipo omosessuale a Roma. Plauto menziona una strada che era conosciuta come luogo d’incontro con giovani che praticavano la prostituzione maschile, e anche i bagni pubblici sono indicati come uno dei luoghi più usuali quando si voleva andar in cerca di partner sessuali maschi: Giovenale indica il grattarsi la testa con l’indice come segno di riconoscimento reciproco (nella II° delle sue Satire).

 

Apuleio dice che i cinaedi formavano una vera e propria alleanza sociale allo scopo di realizzar il piacere generale, soprattutto organizzando banchetti e feste: nelle Metamorfosi (Auleio) (o Asino d’oro) descrive un gruppo che ha acquistato e condiviso un concubinus; mentre in un’altra occasione hanno invitato un giovane molto ben dotato (rusticanus iuvenis) alternandosi subito dopo nel sesso orale su di lui.

 

Altri studiosi, soprattutto quelli che sostengono il punto di vista del costruttivismo socio-culturale, sostengono invece che non vi è mai stato un gruppo sociale identificabile di maschi che si sarebbero auto-identificati come appartenenti ad una qualche “comunità omosessuale”.

 

Matrimonio omosessuale

 

(LA)

« Liceat modo vivere; fient, fient ista palam, cupient et in acta referri »

 

(IT)

« Vivi ancora per qualche tempo e poi vedrai, vedrai se queste cose non si faranno alla luce del sole e magari non si pretenderà che vengano anche registrate. »

 

(Giovenale, Satira II, vv 135-136.)

 

Anche se, in generale, i romani consideravano il matrimonio come unione eterosessuale al fine di generare figli, durante il periodo imperiale si sono verificati episodi in cui coppie maschili hanno celebrato il rito tradizionale del matrimonio romano in presenza di amici; queste forme di matrimonio tra persone dello stesso sesso sono riportati da fonti che ne deridono gli intenti, non ne vengono registrati invece i sentimenti dei partecipanti.

 

Il primo riferimento nella letteratura latina di un matrimonio avvenuto tra uomini si trova nelle Filippiche di Marco Tullio Cicerone il quale si trova ad insultare Marco Antonio per essere stato in gioventù “la sgualdrina” di Gaio Scribonio Curione e di aver “stabilito con lui un matrimonio vero e proprio (matrimonium), come se avesse indossato una stola (l’abito tradizionale di una donna sposata) da matrona”. Anche se le implicazioni sessuali a cui vuole alludere Cicerone sono chiare, il punto fondamentale del passaggio oratoriale del filosofo stoico latino è quello è di gettare discredito su Antonio indicandolo nel ruolo di sottomesso all’interno del rapporto omosessuale, mettendo così in tal maniera in dubbio la sua virilità di cittadino; non vi è alcun motivo di pensare che siano stati effettivamente eseguiti riti matrimoniali ufficiali.

 

Sia Marziale che Giovenale – nelle sue Satire – si riferiscono al matrimonio tra uomini come ad un fatto che non accade di rado, cioè come qualcosa di usuale e diffuso, abbastanza ricorrente all’interno della società dell’epoca, anche se poi i due autori citati si ritrovano a disapprovarlo. Il diritto romano non ha mai ufficialmente riconosciuto il matrimonio tra uomini, ma uno dei motivi principali di disapprovazione espressi nella satira datata alla prima metà del II secolo è che continuare a celebrarne i riti avrebbe anche potuto condurre ad un’aspettativa di registrazione ufficiale per tali unioni.

 

Giovenale si scaglia contro la diffusione dei rapporti omosessuali, identificati dal poeta con l’effeminatezza e il vizio in generale; passa a descrivere coloro che mascherano i propri vizi sotto il mantello della filosofia greca: i pervertiti si vestono effeminatamente in pubblico, vi è poi chi difende la sua causa in vesti trasparenti, chi giunge fino al punto di sposare un qualche “suonatore di corno”… ma peggio ancora sono coloro che partecipano ai misteri della Bona Dea vestiti e truccati come fossero delle donne (II satira).

 

Nerone

 

Varie fonti antiche (tra cui Svetonio, Tacito, Dione Cassio, e Aurelio Vittore) affermano che l’imperatore romano del I secolo Nerone abbia celebrato ben due matrimoni pubblici con degli uomini, una volta assumendo per sé il ruolo della moglie (questo accadde col liberto chiamato Pitagora), un’altra volta invece prendendo il ruolo del marito (con l’eunuco Sporo); vi sono poi indizi su un terzo caso in cui sembra aver avuto ancora la parte della moglie.

 

Le cerimonie neroniane includevano elementi tradizionali come la dote e l’indossare il velo da sposa romana. Anche se le fonti al riguardo si trovano ad essere nella loro generalità pregiudizialmente ostili, lo stesso Dione Cassio fa implicitamente notare che gli atti pubblici e politici di Nerone venivano considerati molto più scandalosi dei suoi matrimoni con degli uomini.

 

Sporo rimase accanto a Nerone fino all’ultimo giorno, e si tramanda che fu presente anche alla sua morte (Vita di Nerone 48, 1; 49, 3), e, addirittura, secondo Sesto Aurelio Vittore (Epitome de Caesaribus 5, 7), sarebbe colui che resse il gladio con cui egli si dava la morte. Un ruolo di rilievo al suo personaggio compare viene dato anche in varie opere teatrali che descrivono tale evento (ad esempio Martello 1735). Alcuni studiosi considerano quella effettuata su Sporo come la prima operazione di cambiamento di sesso storicamente descritta.

 

Eliogabalo

 

Agli inizi del III secolo il giovanissimo imperatore di origini siriache Eliogabalo è indicato per esser stato la sposa in un matrimonio che ha voluto celebrare col suo partner maschile; ma anche molti altri uomini maturi della sua corte sembra avessero dei mariti ufficiali, facendo per lo più notare che ciò era fatto ad imitazione dei “matrimoni imperiali”.

 

L’orientamento sessuale di Eliogabalo e la sua identità di genere sono stati origine di controversie e dibattiti; va notato, però, che in Eliogabalo l’aspetto religioso e quello sessuale erano profondamente intrecciati, come normale nella cultura orientale, ma la società romana non comprese questo aspetto a essa alieno e dunque considerò stravaganti e scandalose le pratiche sessuali del proprio imperatore, tra cui le orge, i rapporti omosessuali e transessuali, la prostituzione, all’interno delle quali va intesa la ricerca – nella figura dell’androgino – del desiderio di castrazione.

 

Stando a quanto ne dice il membro del senato romano e storico contemporaneo Cassio Dione Cocceiano, la sua relazione più stabile sarebbe stata quella con un auriga, uno schiavo biondo proveniente dalla Caria di nome Ierocle, al quale l’imperatore si riferiva chiamandolo suo marito,. La Historia Augusta, scritta un secolo dopo i fatti, afferma che sposò anche un uomo di nome Zotico, un atleta di Smirne, con una cerimonia pubblica svoltasi nella capitale.

 

Cassio Dione scrisse inoltre che Eliogabalo si dipingeva le palpebre, si depilava e indossava parrucche prima di darsi alla prostituzione nelle taverne e nei bordelli di Roma, e persino all’interno del palazzo imperiale:

 

« Infine, riservò una stanza nel palazzo e lì commetteva le sue indecenze, standosene sempre nudo sulla porta della camera, come fanno le prostitute, e scuotendo le tende che pendevano da anelli d’oro, mentre con voce dolce e melliflua sollecitava i passanti. »

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, lxxx.13)

Erodiano commenta che Eliogabalo sciupò il suo bell’aspetto naturale facendo uso di troppo trucco. Venne spesso descritto mentre «si deliziava di essere chiamato l’amante, la moglie, la regina di Ierocle», e si narra che abbia offerto metà dell’Impero romano al medico che potesse dotarlo di genitali femminili. Di conseguenza, Eliogabalo è stato spesso descritto dagli scrittori moderni come transgender, molto probabilmente transessuale.

 

Proibizioni legali chiare e nette contrarie al matrimonio omosessuale cominciarono ad apparire durante il IV secolo, via via che la popolazione dell’impero romano stava sempre più convertendosi al cristianesimo.

 

Lo stupro omosessuale

 

Il diritto romano ha affrontato la questione relativa allo stupro di un cittadino di sesso maschile già nel II secolo a.C.[154], quando venne emessa una sentenza all’interno di una causa che potrebbe aver coinvolto un maschio di orientamento omosessuale. È stato stabilito che anche un uomo “disdicevole e discutibile” (infamis e suspiciosus) aveva lo stesso diritto appartenente a tutti gli altri uomini liberi che il proprio corpo non fosse sottoposto al sesso forzato.

 

Nella “Lex Julia de vi publica”, registrata nei primi anni del III secolo ma con tutta probabilità risalente al tempo del dittatore romano Gaio Giulio Cesare lo stupro viene definito come un forzare al rapporto sessuale un ragazzo o una donna e lo stupratore era oggetto di esecuzione capitale, una sanzione abbastanza rara nel diritto romano.

 

Gli uomini che erano stati stuprati venivano esentati dalla perdita dello status giuridico e sociale subita da coloro che concedevano volontariamente il proprio corpo per dare piacere agli altri (soprattutto attraverso il sesso anale e la fellatio); un giovane che si dedicava alla prostituzione maschile o che comunque intratteneva sessualmente altri uomini era sottoposto a infamia e pertanto escluso dalle protezioni legali di regola concesse ed estese a tutti gli altri cittadini. Considerata come una questione di diritto, uno schiavo o una schiava non avrebbero potuto essere violentati ma in quanto oggetto di proprietà e non in qualità di persona giuridica; il proprietario dello schiavo poteva tuttavia perseguire l’eventuale violentatore per danni alla proprietà.

 

Il timore di stupri di massa a seguito di una sconfitta militare si estendeva anche a tutte le potenziali vittime di sesso maschile (in primis i bambini) oltre che alle donne. Secondo il giurista Pomponio qualunque cosa l’uomo abbia subito (compresa la violenza sessuale a causa della forza soverchiante dei ladri o da parte del nemico in tempo di guerra, è una cosa che si deve sopportare senza alcuna stigmatizzazione.

 

La minaccia di un uomo di sottoporne un altro alla “pedicatio” (rapporto anale) o “irrumatio” (rapporto orale) è un tema assai frequente delle invettive poetiche, particolarmente famosa quella espressa da Catullo nel suo “Carmen 16″ ed è stata anche una forma comune di millanteria maschile; lo stupro è stato inoltre una delle punizioni tradizionali inflitte su un uomo adultero da parte del marito offeso, anche se orse più come fantasia di vendetta che effettivamente realizzato nella pratica.

 

In una raccolta di dodici aneddoti che si occupano di “assalti subiti dalla castità” lo storico Valerio Massimo dispone le vittime di sesso maschile a parità di numero se confrontate con le donne. In un caso di processo farsa (esempio processuale) descritto da Seneca il Vecchio, un “adulescens” (un giovane che non ha ancora formalmente iniziato la propria vita da adulto) viene violentato da dieci suoi coetanei; anche se il caso è ipotetico Seneca qui presuppone che la legge contempli la possibilità effettiva di un tal accadimento. Un’altra ipotesi immagina un caso estremo in cui la vittima di stupro venga indotta al suicidio; qui il maschio nato libero (appartenente agli ingenui) che ha subito violenza si uccide: i romani consideravano lo stupro su un ingenuus come uno tra i peggiori crimini che potevano essere commessi, assieme col parricidio, la violenza su una ragazza ancora in condizione di verginità e il furto all’interno di un tempio romano.

 

Relazioni omoerotiche nelle forze armate

 

Il soldato romano, come ogni altro cittadino maschio libero e rispettoso dello stato, avrebbe dovuto mostrare autodisciplina anche in materia sessuale. Augusto aveva vietato ai militari di sposarsi e questa proibizione è rimasta in vigore per l’esercito romano imperiale per quasi due secoli; le forme di gratificazione sessuale a disposizione dei soldati rimanevano quindi la prostituzione e l’utilizzo di persone ridotte in schiavitù, lo stupro di guerra e le relazioni tra persone dello stesso sesso.

 

Il Bellum Hispaniense, narrante gli eventi della guerra civile romana (49-45 a.C.) nella Spagna romana, cita un ufficiale che tiene con sé un concubinus/prostituto durante tutta la campagna militare. Il sesso tra commilitoni tuttavia violava il decoro romano, contrario ad ogni tipo di rapporto sessuale tra cittadini liberi; di primaria importanza per un soldato era mantenere intatta la propria virilità (da vir, la sua condizione di uomo) non permettendo mai quindi che il suo corpo potesse venir utilizzato da altri per soddisfare scopi sessuali.

 

In guerra lo stupro simboleggiava la sconfitta, un motivo che rendeva il corpo del soldato costantemente vulnerabile sessualmente. Durante il periodo della repubblica romana gli atti omosessuali tra commilitoni erano soggetti a sanzioni severe, che potevano comprendere anche la condanna capitale, in quanto violazione della disciplina militare; Polibio (II secolo a.C.) riferisce che la punizione per un soldato che volontariamente avesse acconsentito ad essere sottomesso sessualmente, quindi sottoposto a penetrazione, era il fustuarium (ossia la bastonatura a morte).

 

Gli storici romani registrano racconti cautelativi di ufficiali che abusano del loro potere per costringere i propri sottoposti a compiere atti sessuali e quindi a subire conseguenze disastrose. Agli ufficiali più giovani, che ancora potevano mantenere alcune delle caratteristiche attrattive adolescenziali favorite maggiormente nelle relazioni tra maschi, era consigliato di rinforzare le proprie qualità maschili e non usare profumi, né tagliarsi i peli alle narici e non radersi le ascelle.

 

Un episodio riferito da Plutarco nella sua biografia di Gaio Mario illustra il dovere del soldato di mantenere la propria integrità sessuale nonostante le pressioni che potevano provenire dai suoi superiori. Una bella e giovane recluta di nome Trebonio aveva subito molestie sessuali per un certo periodo di tempo dal suo ufficiale superiore, che si trovava anche ad essere il nipote di Mario, Gaio Luscius. Una notte, dopo essersi nuovamente difeso, in una delle numerose occasioni in cui era stato sottoposto alle attenzioni indesiderate dell’uomo, Trebonio è stato convocato alla tenda di Luscius. Incapace di disobbedire al comando del suo superiore, si trova così ad esser improvvisamente l’oggetto di una violenza sessuale e, a questo punto, sfoderata la spada uccide Luscius.

 

La condanna per l’uccisione di un ufficiale tipicamente provocava l’esecuzione immediata. Quando è stato portato a processo, il ragazzo è stato però in grado di produrre testimoni per dimostrare che aveva ripetutamente dovuto respingere Luscius, e che “non aveva mai prostituito il suo corpo a nessuno, nonostante le profferte di regali costosi”. Marius non solo ha assolto Trebonio dall’accusa di aver assassinato un suo parente, ma gli ha consegnato una corona (vedi ricompense militari romane) per il coraggio dimostrato.

 

Lesbismo

 

I riferimenti al sesso tra donne non sono frequenti nella letteratura latina della repubblica romana e dell’inizio del principato (storia romana). Ovidio, che è uno dei massimi sostenitori d’uno stile di vita generalmente rivolto all’amore per le donne, descrive e nota poi con partecipazione la storia di Ifi (o Ifide, cresciuta ed allevata come fosse un maschio) che s’innamora di Iante e in seguito anche di Anassarete: si tratta di uno dei pochissimi miti lesbici presenti nella tradizione classica.

 

In epoca imperiale successiva le fonti riguardanti relazioni omosessuali tra donne divengono via via più abbondanti, in forma di ricette mediche, incantesimi e pozioni d’amore, tesi di astrologia e interpretazione dei sogni. Un graffito rinvenuto nei muri di Pompei antica esprime il desiderio di una donna nei confronti di un’altra: “vorrei poter tenerla stretta al collo, abbracciandola ed accoglier tutti i suoi baci sulle mie labbra.

 

Parole di lingua greca indicanti una donna che preferisce la compagnia intima di un’altra donna includono hetairistria (in parallelo ad hetaira-compagna (l’etera o cortigiana), tribas (tribade, da cui deriva tribadismo) e lesbia (dall’isola di Lesbo patria della poetessa Saffo). Alcuni termini della lingua latina sono tribas (per prestito linguistico, fricatrix-colei che strofina o sfrega (i propri genitali su quelli di un’altra) e virago (da vir-uomo, quindi una donna-maschio).

 

Un primo riferimento ai rapporti omosessuali tra donne definito come lesbismo si trova nello scrittore greco del II secolo Luciano di Samosata: “dicono che ci sono donne come quelle di Lesbo, di aspetto maschile e che si prendono come consorti altre donne, proprio come se fossero uomini”.

 

Dato che il modo di pensare romano nei riguardi del rapporto sessuale era eminentemente fallocratico e richiedeva in ogni caso un partner attivo dominante gli scrittori uomini immaginavano che nella sessualità tra lesbiche una delle due donne avrebbe dovuto utilizzare un fallo finto (dildo) oppure avere un clitoride eccezionalmente grande tanto da consentire con esso la penetrazione sessuale; per entrambe sarebbe stata un’esperienza piacevole proprio in quanto si verificava l’atto penetrante.

 

Raramente menzionati nelle fonti romane, oggetti a forma di fallo da utilizzare al posto del reale pene maschile sono un popolare elemento di comicità nella letteratura greca e nell’arte in genere, anche attraverso la tradizione del simbolismo fallico; esiste invece una sola raffigurazione nota nell’arte romana di una donna che penetra con questo sistema un’altra donna, mentre l’utilizzo di un fallo artificiale da parte di donne è più comune nella pittura vascolare greca.

 

Marco Valerio Marziale descrive le lesbiche come aventi appetiti sessuali fuor di misura che, prese da quest’esagerazione di desiderio, potevano giungere ad eseguire atti sessuali con penetrazione su altre donne, ma anche su bambini; i ritratti imperiali di donne che sodomizzano ragazzi, che bevono e mangiano come i maschi e che s’impegnano in vigorosi regimi fisici, possono riflettere in parte le ansie culturali circa la crescente indipendenza delle donne romane.

 

Travestitismo e crosdressing

 

Il crossdressing appare nell’arte e nella letteratura latina in vari modi per contrassegnare l’incertezza nell’identità di genere:

 

come invettiva politica, quando un uomo pubblico è accusato di indossare abiti eleganti e seducenti al modo degli effeminati.

come tropo mitologico, come nella storia di Ercole e Onfaleche si scambiano gli abiti e con essi anche i ruoli sessuali.

come una forma di investitura religiosa, ad esempio nel sacerdozio degli adoratori di Cibele

molto raramente come feticismo di travestimento

 

Ulpiano categorizza l’abbigliamento romano sulla base di coloro che possono più opportunamente indossarlo: l’abbigliamento virilia-da uomo e caratteristico dei paterfamilias-i capo famiglia; puerilia è invece l’abbigliamento che marca chi lo indossa come bambino o minore; muliebria sono i capi d’abbigliamento della materfamilias; communia quelli che possono essere indossati da entrambi i sessi; infine i familiarica ovvero gli abiti per i famigli, i subalterni e gli schiavi di una casa.

 

Un uomo che volesse indossare abiti adatti alle donne, osserva sempre Ulpiano, rischierebbe di farsi oggetto di scherno: le prostitute erano le uniche donne a cui era concesso d’indossare a piacere anche la toga maschile, essendo loro di fatto al di fuori della categoria sociale e legale normativa indicante la donna.

 

Un frammento del commediografo Accio sembra riferirsi a un uomo che indossava segretamente “fronzoli più adatti a una vergine”. Un esempio di travestitismo è riferito in una causa legale, in cui “un certo senatore era abituato a indossare di sera vestiti da donna”. In una delle lezioni di diritto lasciateci da Seneca un giovane-adulescens viene violentato mente indossava abiti da donna in pubblico, ma il suo abbigliamento è spiegato come atto di sfida compiuto davanti agli amici, non come una scelta basata sulla ricerca del pacere erotico.

 

L’ambiguità di genere era una caratteristica dei sacerdoti della Dea Frigia Cibele: conosciuti come Galli, il loro guardaroba rituale comprendeva capi di abbigliamento femminile. Essi sono a volte considerati come un’autentica casta sacerdotale transgender o transessuale: durante la celebrazione più importante in onore della Dea, a imitazione di Attis si auto-eviravano presi da smania e follia sacra. La complessità della religione e del mito di Cibele e Attis viene esplorata in una delle poesie più lunghe di Catullo, la numero 63.

 

Ermafroditismo e Androginia

 

Il termine ermafroditismo viene riferito a una persona nata con caratteristiche fisiche di entrambi i sessi (vedi intersessualità); nell’antichità la figura dell’ermafrodita era una delle questioni primarie riguardanti l’identità di genere. Plinio il Vecchio osserva nella sua Naturalis historia che “ci sono anche coloro che sono nati con entrambi i sessi, sono quelli che noi chiamiamo ermafroditi, un tempo detti androgini” (dal Greco Andr-uomo + Gyn-donna; un uomo che è anche una donna quindi).

 

Lo storico Diodoro Siculo del I sec a.C. scrisse che “alcuni dichiarano che il nascere di creature di questo tipo sia un evento meraviglioso (teratogenesi) in quanto, essendo un fatto molto raro, sia annunziatore del futuro, a volte con profezie benevole e altre con previsioni più malevoli”. Isidoro di Siviglia descrive in maniera abbastanza fantasiosa un ermafrodito come colui “che ha il seno destro di un uomo e quello sinistro di una donna e dopo l’atto sessuale possono diventare sia il padre sia la madre dei loro eventuali figli”.

 

Secondo il diritto romano un ermafrodito doveva essere classificato o come maschio o come femmina, non esistendo una terza possibilità all’interno della categorizzazione giuridica[201]: l’ermafrodito rappresenta così una “violazione dei confini sociali, in particolare di quelli fondamentali per la vita quotidiana, come l’essere maschio o l’essere femmina”.

 

Nella religione romana tradizionale la nascita di un ermafrodito rientrava nell’ambito del prodigium, un evento cioè che segna un’interruzione nella pace tra Dèi e umani; ma Plutarco osserva anche che mentre una volta erano considerati dei presagi divini, ora gli ermafroditi erano diventati oggetto di piacere-deliciae e venivano ampiamente contrattati e venduti al mercato degli schiavi.

 

Nella tradizione mitologica classica Ermafrodito era un ragazzino molto avvenente e grazioso figlio di Hermes (il romano Mercurio) e Afrodite (Venere). Ovidio ne ha scritto in dettaglio il racconto più famoso e influente, nelle sue Metamorfosi sottolineando che, anche se il bel giovane era nel pieno della sua bellezza e attrattiva adolescenziale, respinse l’amore che gli veniva offerto esattamente come già aveva fatto Narciso.

 

La ninfa Salmace che lo aveva scorto lo desiderò immediatamente: rifiutata lei finse di ritirarsi ma poi, appena il ragazzo cominciò a spogliarsi per poter fare il bagno nel fiume, si slanciò su di lui abbracciandolo stretto e nel contempo pregando gli Dèi di non essere mai separati. Gli spiriti benevoli accolsero la sua richiesta supplicante e così i due corpi, quello del ragazzo e quello della ninfa, si fusero in uno dando luogo a un essere fisicamente bisessuato.

 

Come risultato tutti gli uomini che andavano a bere dalle acque di quella sorgente avrebbero sentito sempre più crescere dentro sé caratteri da effeminato e il morbo dell’impudicitia.

 

Il mito di Ila, il giovane compagno e amante maschio di Ercole che venne rapito da una ninfa delle acque (Lympha), condivide con Ermafrodito e Narciso il tema dei pericoli che di affacciano sul bellissimo maschio adolescente nell’età della transizione che lo dovrebbe portare alla riconosciuta virilità adulta, e che invece ha esiti differenti per ognuno.

 

Raffigurazioni di Ermafrodito erano molto popolari tra i romani: “Rappresentazioni artistiche di Ermafrodito portano in primo piano le ambiguità concernenti le differenze sessuali costitutive di uomini e donne, nonché l’intima ambiguità esistente in tutti gli atti sessuali… Gli artisti trattano sempre Ermafrodito in qualità di spettatore di sé stesso, che scopre improvvisamente la sua più autentica identità sessuale… La figura di Ermafrodito è una rappresentazione altamente sofisticata, invadendo i confini esistenti tra i due sessi che sembra essere così chiara nel pensiero classico”.

 

Macrobio descrive infine una forma maschile della Dea Venere la quale aveva il suo culto principale nell’isola di Cipro: dotata di barba e genitali femminili, indossava invece abiti femminili. Gli adoratori di tale divinità travestita erano uomini vestiti da donna e donne vestite da uomini. Il poeta latino Laevius ha parlato dell’adorazione di una Venere che non si sapeva bene se fosse maschio o femmina (sive femina sive mas); questi è stato talvolta chiamato Afrodito e in diversi esemplari di scultura questi si tira su le vesti rivelando per l’appunto d’avere genitali maschili (gesto tradizionalmente riconducibile a un rito magico dal potere apotropaico).

 

La transizione da paganesimo a cristianesimo

 

Infine non va sottovalutato il fatto che, è vero, nel tardo impero romano fu la condanna cristiana a rendere l’omosessualità un reato (cioè uno stuprum) sempre e comunque; tuttavia la terminologia usata per giustificare la condanna non è cristiana, ma è ripresa dalla filosofia greca e non dalla teologica ebraica. Il concetto di “contro natura”, per esempio, viene da Platone, non dalla Bibbia. Per l’ebraismo, l’omosessualità non è “contro natura”, ma semmai “impura”, “abominazione” (to’ebah).

 

Tuttavia è innegabile che il cristianesimo e la morale giudaica e testamentaria funzionarono da base e fulcro alle leggi che, successivamente adottate dagli imperatori cristiani come Costante, Teodosio I e Giustiniano, proibirono e punirono con la pena capitale il nuovo reato di omosessualità. Teodosio era infatti fortemente influenzato dal vescovo di Milano Sant’Ambrogio, tanto che quando promulgò la legge che condannava gli atti omosessuali passivi era sotto una penitenza assegnata dallo stesso Ambrogio in un contesto in cui si stava svolgendo una lotta tra ariani e cattolici e in cui gli “eunuchi”, molto influenti nella corte imperiale, erano schierati per la maggior parte con gli ariani affermando la natura umana di Gesù, e esercitavano pressioni nei municipi contro i cristiani niceni, cioè cattolici, che sostenevano la duplice natura, divina e umana di Gesù, figlio di Dio. Nel 389, cioè un anno prima del decreto che puniva gli atti omosessuali, un decreto di Teodosio tolse agli eunuchi neo-ariani il diritto di fare e ricevere testamento.

 

Sotto il dominio cristiano

 

Nel Basso Impero il modo di concepire l’omosessualità cambia via via in modo sempre più restrittivo, fino ad arrivare al codice Teodosiano che, recependo due leggi precedenti databili rispettivamente al 342 e 390 d.C., reprimeva l’omosessualità passiva e l’effeminatezza con la pena capitale o la mutilazione, mentre con Giustiniano (483-565 d.C.) ogni manifestazione di omosessualità, anche attiva, fu bandita perché in ogni caso offendeva Dio, con riordino del sistema della persecuzione criminale e con pena di morte per infanda libido, formulando anche un giudizio morale (“infanda” = letteralmente che non può esser detta, innominabile).

 

Le cause di questo cambiamento legislativo, di irrigidimento e intolleranza sempre più crescente verso l’omosessualità sono ancora oggi dibattute da alcuni storici e studiosi. Indubbiamente un ruolo importante fu svolto dalla morale cristiana e dal passaggio del Cristianesimo da religione segreta e proibita a religione di Stato, unica ammessa in tutto l’Impero. La morale cristiana infatti, a differenza di quella pagana greco-romana, considerava comunque peccato l’atto omosessuale, al di là del ruolo svolto, contrapponendo, alla visione maschilista tipica della società romana sul sesso, una visione più ascetica e distaccata in cui il sesso era sempre considerato un peccato e un atto impuro, al di fuori della finalità di unione nella complementarità sessuale evocata in Genesi 2-3 e della apertura alla procreazione, e quindi dividendo le pratiche sessuali in lecite (rapporto tra uomo-donna atto alla riproduzione, sacralizzato a Dio tramite il matrimonio) e in illecite (tutto il resto, cioè gli atti sessuali non atti alla riproduzione, tra cui appunto anche l’omosessualità attiva e passiva, oltre che alla masturbazione).

 

Alcuni studiosi tuttavia ritengono che l’irrigidimento fosse stato coadiuvato, senza niente togliere alla morale cristiana sempre più dominante, anche a un certo puritanesimo pagano sempre più crescente di fronte alla decadenza dei costumi tipica del Tardo Impero.

 

 

OMOSESSUALITA’  NEL MEDIOEVO

 

L’omosessualità nel Medioevo affronta due periodi che si diversificano tra loro per la visione che non solo la società e la legislazione civile, ma anche la Chiesa cattolica ed il diritto canonico, danno a questo fenomeno.

Secondo lo storico John Boswell si passa infatti da una malcelata intolleranza verso l’omosessualità, per lo più ignorata e trattata alla stregua di altri peccati come l’adulterio ed i rapporti prematrimoniali e fuori dal matrimonio, che caratterizza tutto l’Alto Medioevo (VI-XI secolo), ad una ostilità vera e propria che si trasforma in persecuzione fino alla condanna alla pena più grave, cioè la pena capitale, che caratterizza invece il Basso Medioevo (XII-XV secolo).

 

Pertanto vanno distinti i due periodi che sono caratterizzati da legislazioni, oltre che da mentalità e grado di tolleranza, diverse tra loro.

 

Alto Medioevo

 

Nel periodo successivo alla caduta dell’Impero romano d’Occidente fino alla nascita delle autonomie comunali e della società basso medioevale, sia la legislazione civile che il diritto canonico sembrano occuparsi poco dell’omosessualità. Mentre in oriente, dove l’Impero sopravvisse grazie all’Impero bizantino, continuò ad essere applicato il codice teodosiano che prevedeva la pena di morte per gli omosessuali passivi e gli effemminati, ma anzi il codice fu riformato da Giustiniano nel 533 attraverso norme più restrittive che punivano con il rogo anche gli omosessuali attivi e qualsiasi atto omosessuale paragonandolo all’adulterio, in occidente la caduta dell’Impero Romano d’Occidente provocò la perdita di molte leggi di diritto romano, tra cui anche i codici Teodosiani.

 

Nella legislazione civile il reato di omosessualità era sancito nella Spagna dei Visigoti, nel VII secolo, che lo puniva attraverso la castrazione secondo le Leges Visigothorum. L’episcopato spagnolo rifiutò di applicare la norma, anche se alla fine dovette cedere sotto la pressione della monarchia visigota, e puniva sia gli ecclesiali che i laici che commettevano atti omosessuali con la degradazione di grado, la scomunica e l’esilio se ecclesiali, cento frustate e l’esilio se laici.

 

Durante tutto l’Alto Medioevo, in Europa Occidentale, non si hanno tracce di legislazione civile contro gli omosessuali fino a Carlo Magno, eletto imperatore del Sacro Romano Impero nell’anno 800. Questi peraltro si limitò ad emanare un editto in cui esortava le autorità ecclesiastiche a impedire e sradicare questo male con ogni mezzo. L’editto non prevedeva alcuna pena, ed aveva più la sostanza di una esortazione ecclesiastica. Esortazione giustificabile dal fatto che l’omosessualità era abbastanza diffusa nelle comunità monastiche altomedioevali; il monaco San Aelredo di Rievaulx, nelle sue lettere e scritti privati, scrive della sua giovinezza come di un tempo in cui non pensava ad altro che ad amare ed essere amato da uomini.

 

I successivi editti franchi riprendono sostanzialmente l’editto di Carlo Magno, e non si hanno più leggi contro l’omosessualità fino al XIII secolo.

 

Sul fronte del diritto canonico e della dottrina della Chiesa cattolica, i principali documenti ufficiali con cui si condannava l’omosessualità sono due:

 

Concilio di Elvira (305-306 d.C.), che conteneva un canone in cui si vietatava la comunione agli stupratores puerorum, anche in punto di morte.

Concilio di Ancira (314 d.C.), in cui furono emanati due canoni che punivano gli alogeusamenoi, letteralmente “coloro che avevano perso la ragione”. L’ambiguità di questo passo era già nota ai traduttori latini delle epoche successive al Concilio. Secondo Boswell il canone non si riferiva agli omosessuali, ma le interpretazioni successive dei traduttori e dei teologi, tra cui quella di Pier Damiani, vanno proprio in questo senso.

 

Non meno importanti, pur non rappresentando documenti ufficiali, sono i cosiddetti penitenziali. Questi erano dei pratici manuali che istruivano il sacerdote sul comportamento e la pena da adottare di fronte a determinate problematiche e peccati, tra cui l’omosessualità, che occupava un posto di rilievo. Sebbene i penitenziali non costituiscano un corpo compatto ed omogeneo, la loro influenza sulla legge e sui comportamenti civili non deve essere sottovalutata. In questi manuali gli atti omosessuali venivano puniti con tre anni di penitenze se si trattava di rapporti orali e femorali, 20 anni se invece si trattava di atti sodomitici. È interessante notare che nei penitenziali i riferimenti all’omosessualità femminile sono scarsi: essa viene citata in alcuni penitenziali, descrivendo l’uso di uno strumento che richiama il membro maschile in relazioni tra donne e suore nei conventi, punite con penitenze di 7 anni.

 

Basso Medioevo

 

Nel corso del XIII secolo si assiste, più o meno in tutta l’Europa Occidentale, ad un’ondata di intolleranza via via sempre più feroce nei confronti dell’omosessualità, fino a diventare una vera e propria persecuzione. Questa ondata di intolleranza e violenza si manifesta anche contro altre minoranze nella società del basso medioevo, tra cui gli eretici, le streghe e gli infedeli. Già dal punto di vista dottrinale il pensiero della Chiesa Cattolica si fa sempre più intollerante, come testimoniano l’opera del monaco Pier Damiani Liber Gomorrhianus(1049) in cui si condanna violentemente l’omosessualità e la sodomia, o il Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino in cui l’omosessualità viene descritta come un peccato orribile, ben peggiore dell’adulterio e dello stupro, assimilabile al peccato di lussuria, per alcuni teologi equiparabile alla bestiialità, anche se, secondo la risposta data da san Tommaso, non assimilabile alla bestialità vera e propria.

 

La crescente intolleranza e rifiuto dell’omosessualità non è certo prerogativa esclusiva della Chiesa, tant’è che anche ampie classi della società medioevale e comunale disprezzano e condannano l’omosessualità, tra cui l’emergente classe borghese dei mercanti. Paolo da Certaldo, nella sua opera il Libro dei buoni costumi, importante testimonianza delle consuetudini e della mentalità tipiche della nascente classe borghese e mercantile, consiglia di evitare la frequentazione di persone che hanno la fama di essere sodomiti.

 

Anche la società comunale e le leggi civili cambiano radicalmente, prevedendo pene sempre più gravi fino alla punizione con il fuoco. Già negli Statuti Bolognesi del 1259 si esortano i cittadini a denunciare i sodomiti, puniti con l’esilio, mentre chi offriva ospitalità agli omosessuali nella propria casa era punito con la morte[8]. In tutto il XIII secolo si promulgano leggi in Germania, Francia e Svizzera che puniscono gli omosessuali condannandoli al rogo[senza fonte]. Nel 1277 a Basilea l’imperatore Rodolfo fa bruciare sul rogo un omosessuale[senza fonte], e questa consuetudine viene attestata anche in alcune regioni della Francia. Nel 1293 viene attestata in Italia la prima condanna al rogo di un omosessuale, quando Carlo II d’Angiò fa impalare e bruciare sul rogo Adenolfo d’Aquino, conte di Acerra, accusato di sodomia.

 

A Siena la constitutio condannava gli omosessuali sorpresi a commettere atti contro natura alla multa di 300 lire, e all’impiccagione per i genitali in caso di inadempienza.

 

Lo Stato della Chiesa puniva anche i ruffiani, cioè coloro che offrivano ragazzi guadagnandoci soldi, con frustate e l’esilio perpetuo, mentre i sodomiti venivano bruciati sul rogo.

 

Durante tutto il XIV secolo la pena capitale tramite il rogo viene adottata in tutta Italia, e verrà mantenuta nel XV secolo, condannando, in molti comuni e signorie, anche la sodomia tra uomo e donna, oltre che tutti gli atti omosessuali. A Milano, sotto gli Sforza, chi denunciava gli omosessuali veniva ricompensato tramite denaro, tuttavia le accuse dovevano essere supportate da prove. A Venezia agli inizi del Quattrocento uno scandalo che riguardava la sodomia coinvolse la nobiltà, arrivando fino alle alte cariche della Serenissima repubblica, provocando una repressione contro l’omosessualità che prevedeva controlli notturni nelle taverne e nelle locande della città. Un caso particolare rappresenta la repubblica fiorentina, dove fino al 1400 gli omosessuali non venivano puniti con il rogo, ma con multe pecunarie associate alla castrazione e al taglio della mano destra se il reo si dimostrava recidivo. Tuttavia venivano bruciati sul rogo i forestieri che commettevano atti sodomitici durante il loro passaggio nel territorio fiorentino, e si prevedeva una censura nei confronti de “l’amor greco” nelle opere letterarie ed artistiche. Nel 1430, a seguito di un caso spiacevole che aveva scosso l’opinione pubblica, anche la legislazione di Firenze si fece più severa, con pene pecunarie più alte: tuttavia la pena capitale al rogo era prevista solo in caso di recidività, più precisamente alla quarta volta in cui veniva commesso il reato.

 

Nel cinema

 

Non esistono molti film famosi sul tema dell’omosessualità nel Medioevo.

 

L’unico film italiano famoso che tocca però i temi della condanna degli omosessuali in questo periodo è I racconti di Canterbury (1972) di Pier Paolo Pasolini, tratta dall’omonima raccolta di novelle di Geoffrey Chaucer. In una scena ambientata in una contea dell’Inghilterra un uomo (Franco Citti), che in realtà è la forma umana di Satana, coglie in flagrante due giovani che si amano in un appartamento. Immediatamente corre in un convento a denunciare il fatto e costui, sotto lauto pagamento dei monaci, fa scoprire all’Inquisizione i due amanti, che vengono colti in flagrante mentre stanno copulando. Il più anziano dei due viene trascinato a forza dalla stanza e, già torturato mentre sta per essere condotto al patibolo, viene denudato. Sempre marchiato e ustionato con dei sottili bastoni di ferro arroventati, il povero condannato, urlante dal dolore, viene arso vivo, mentre Satana assiste allegro mangiando delle ciambelle.

 

Anche in altre sequenze del film, come in quella con Ninetto Davoli, è molto presente il tema dell’omosessualità, inteso come “amicizia” (come anche ai tempi dell’Antica Grecia). I protagonisti giovani dormono nello stesso letto assieme ad una ragazza, oppure i maschi stessi giacciono a sonnecchiare placidamente sotto le lenzuola, come semplici amici. Questo è anche il caso dell’episodio relativo alla Novella del legnaiolo in cui vi sono due giovani amici in rapporti molto intimi i quali non perdono il loro legame neanche quando uno di loro s’innamora della figlia di un rozzo legnaiolo ed escogita un inganno per portarla via con sé.

 

36 Risposte a “SESSUALITA’ – 3°”

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