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Data 20 gennaio 2020

GRAMMATICA ITALIANA – 8

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I VERBI E LE CONIUGAZIONI

 

IL VERBO

Il verbo è la parola che designa un’azione, un avvenimento, uno stato, una qualità o proprietà, l’esistenza del soggetto.

Le determinazioni essenziali del verbo sono le seguenti:

1-

 

Tutti i verbi si distinguono in due grandi classi: transitivi ed intransitivi. Si dice transitivo il verbo la cui azione passa direttamente dal soggetto al complemento oggetto (Giuseppe legge un libro), mentre è intransitivo il verbo che esprime un modo di essere del soggetto o un’azione che non passa su un complemento oggetto (Giuseppe legge; Luigi corre a casa).

 

Attenzione: per riconoscere un verbo transitivo, in alcuni casi non è necessaria la presenza del complemento oggetto, poiché quest’ultimo può essere sottinteso. Ad esempio, nella frase Giuseppe legge, il verbo leggere viene usato in forma assoluta e continua a conservare la sua classe transitiva anche se non viene esplicitato il complemento oggetto (cioè “un libro). In sostanza, la frase evidenzia comunque l’azione compiuta dal soggetto: è implicito che un oggetto esista, poiché è impensabile una lettura priva di un elemento su cui concretizzarla.

 

Per quanto attiene ai verbi intransitivi, si può aggiungere che spesso sono riferiti ad uno stato del soggetto o ad una sua azione pienamente definita senza dover aggiungere un complemento.

Ecco alcuni esempi con verbi intransitivi:

1) Giuseppe impallidisce;

2) la roccia frana;

3) l’acqua gorgoglia;

4) Giuseppe è distratto;

5) il treno parte;

6) arriva la primavera (ovviamente, la “primavera” è il soggetto dela frase).

 

Nei periodi sopra elencati, vengono descritti stati d’animo, situazioni, condizioni che non necessitano di ulteriori elementi (cioè di complementi oggetto) per avere un senso compiuto; qualora essi venissero aggiunti, servirebbero soltanto a specificare, a precisare meglio il concetto o la circostanza.

Altri esempi di verbi intransitivi sono aderire, rinunciare, giovare, ecc.; il riferimento dell’azione esiste, ma è espresso da un complemento indiretto: aderisco ad un’iniziativa; rinuncio alla partenza; giova alla salute.

L’ausiliare ‘essere’ si riscontra di solito nei tempi composti di parecchi verbi intransitivi, mentre l’ausiliare ‘avere’ è caratteristico dei tempi composti dei verbi transitivi. Va però sottolineato che non si tratta di una regola fissa, di una peculiarità discriminante, poiché può accadere che un verbo intransitivo richieda l’ausiliare “avere”, come nel caso dei verbi “parlare”, “esclamare”, “riflettere“.

Inoltre, va ricordato che la distinzione tra verbi transitivi ed intransitivi non è assoluta. Talvolta, alcuni verbi intransitivi diventano transitivi, prendendo come complemento oggetto una parola ricavata dalla loro stessa radice o dal loro significato (è il complemento oggetto interno): vive una vita di stenti; ha pianto tutte le sue lacrime.

Altre volte sono i verbi transitivi che diventano intransitivi, cambiando di significato: la valanga rovinò sulle case; lo spettacolo è già cominciato; “attendere una risposta” può divenire “attendere ad un compito“.

I verbi intransitivi hanno solo la forma attiva, poiché l’azione compiuta in sé non ricade su un complemento oggetto, cioè non “esce” dalla sfera del soggetto; i verbi transitivi, invece, possono avere tre forme: attiva, passiva, riflessiva.

2-

 

Nell’esempio di forma passiva sopra citato, l’elemento che compie l’azione e che agisce è “il maestro” e non il “bravo scolaro” (soggetto). Di conseguenza, nell’analisi logica della frase, si parla di complemento di agente e di complemento di causa efficiente quando si tratta di agente inanimato (ad esempio, “I turisti vennero sorpresi dalla tempesta).

 

La forma passiva si può avere anche quando il complemento d’agente o il complemento di causa efficiente non sia specificato: ad esempio, il colpevole è stato punito, la nave è stata affondata, gli ordini non sono stati rispettati.

 

Il significato di una frase di forma attiva è sostanzialmente identico a quello della stessa frase resa in forma passiva. Riprendendo gli esempi dello schema iniziale, non si riscontreranno differenze di significato nelle frasi “Il maestro loda il bravo scolaro” (forma attiva) e Il bravo scolaro viene lodato dal maestro“.

A cambiare sono gli elementi grammaticali e la focalizzazione dell’attenzione: nel primo esempio, si mette in risalto il ruolo del maestro (soggetto) nei confronti dello scolaro (complemento oggetto); nel secondo, si evidenzia l’alunno (soggetto) che riceve le lodi dall’insegnante (complemento di agente).

 

Un verbo transitivo può diventare passivo in tre modi:

 

a) premettendo al suo participio passato le voci corrispondenti del verbo essere: io sono lodato; tu eri lodato; che essi siano lodati,

b) premettendo al suo participio passato, nei tempi semplici, le voci corrispondenti del verbo venire: io vengo chiamato; egli veniva lodato; che egli venga punito; voi verreste licenziati,

c) premettendo alle sue voci attive, ma solo per le terze persone singolari e plurali dei tempi semplici, la particella pronominale si, che in questo caso prende il nome di si passivante: questo libro si legge molto volentieri; si attraversò un’ampia pianura; si vedevano molte luci sulla collina.

 

La proposizione  attiva può essere sempre trasformata in passiva, e quest’ultima in attiva: ad esempio, La mamma allatta il bimbo; il bimbo è allattato dalla mamma. Nel trasformare la proposizione attiva in passiva, si fa diventare soggetto il complemento oggetto (il bimbo) e si cambia il soggetto (la mamma) in complemento  di agente, facendolo precedere dalla preposizione da. Come già spiegato, quando il complemento di agente è espresso da un nome di cosa, è detto complemento di causa efficiente.

 

La forma attiva si cambia in passiva in uno dei tre modi sopra ricordati.

 

La forma riflessiva

 

La forma riflessiva del verbo non è altro che il verbo nella sua forma attiva , accompagnato dalle particelle pronominali  mi, ti, si, ci, vi, si che precedono immediatamente il verbo nei modi finiti o lo seguono encliticamente nell’imperativo e nei modi infiniti. Le particelle rappresentano il soggetto, ma fanno da complemento oggetto  del verbo: ad esempio, io mi lavo (io lavo me), tu ti lavi, egli si lava, noi ci laviamo, voi vi lavate, essi si lavano.

Non si ha dunque forma riflessiva quando le particelle svolgono la funzione del complemento di termine : ad esempio, Io mi lavo il fazzoletto (io lavo il fazzoletto a me); Noi ci prepariamo la colazione (noi prepariamo la colazione a noi stessi). Questa forma con la particella pronominale che non fa da complemento oggetto si dice riflessiva apparente.

 

Simile alla forma riflessiva è poi la forma reciproca che, nelle sole voci plurali del verbo, esprime con le particelle pronominali ci, vi, si un’azione scambievole tra due o più persone: ad esempio, Noi ci aiutiamo; Voi vi salutate; Essi si lodano a vicenda.

Per distinguere con sicurezza la forma riflessiva da quella reciproca, bisogna vedere se nel senso della frase nuoccia o no l’aggiunta delle parole a vicenda, fra loro, l’un l’altro o simili.

 

La forma pronominale

 

La forma pronominale è quella in cui alcuni verbi intransitivi  sono accompagnati dalle particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, si che hanno solo funzione pleonastica e formano una cosa sola col soggetto: ad esempio, io mi dolgo; egli si pente; noi ci accorgemmo dell’errore.

In questi casi è evidente che le particelle pronominali non hanno valore di complemento oggetto  o di termine ; non si può cioè dire:io dolgo me stesso o a me stesso“; “egli pente se stesso o a se stesso“; “noi accorgemmo noi stessi o a noi stessi”. In tal modo si può agevolmente distinguere questa forma da quella riflessiva.

Tra le forme pronominali del verbo è da notare l’uso comunissimo di rafforzare alcuni verbi intransitivi  con le particelle pronominali raggruppate me ne, te ne, se ne, ce ne, ve ne, se ne, che sono adoperate in senso puramente pleonastico : ad esempio, me ne infischio, te ne cadi, ve ne dispiacete.

Tra i verbi pronominali figurano alcuni che, separati dalle particelle pronominali, cambiano di significato, come abbocarsi (venire a colloquio con uno), abboccare (prendere con la bocca); apporsi (indovinare, non ingannarsi), apporre (aggiungere); sovvenirsi (ricordare), sovvenire (soccorrere).

 

Altri invece non cambiano affatto il significato:

3-

4-

 

LA CONIUGAZIONE DEL VERBO

La coniugazione del verbo consiste nella variazione della desinenza in rapporto a 4 elementi:

5-

Il verbo varia secondo uno schema, che è fisso per i verbi regolari e che si articola nelle varie forme.

In una voce verbale distinguiamo i seguenti elementi:

6-

I verbi che non seguono nella variazione il paradigma delle tre coniugazioni regolari si dicono irregolari.

 

Le coniugazioni sono tre, distinte dalla terminazione dell’infinito presente: -are per la prima coniugazione; -ere per la seconda;ire per la terza. A queste bisogna aggiungere le coniugazioni dei due verbi ausiliari, essere e avere.

 

Gli ausiliari

Gli ausiliari essere ed avere ci “aiutano” a formare i tempi composti degli altri verbi.

 

L’ausiliare essere si usa:

7-

L’ausiliare avere si usa:

8-

In conclusione, si può dire che l’uso dei due ausiliari  obbedisce a regole fisse quando si tratta di verbi transitivi nella forma attiva o di verbi passivi, impersonali o riflessivi; quando invece si tratta di verbi intransitivi occorre consultare il vocabolario.

 

I verbi servili volere, potere, dovere, ecc., quando sono usati in modo assoluto senza un verbo infinito che li accompagni, vogliono tutti – tranne solere – l’ausiliare avere: ad esempio, ho voluto, ho potuto, ho dovuto, ecc. Quando invece svolgono la funzione di verbo servile, prendono di regola l’ausiliare richiesto dall’infinito del verbo che servono: non è voluto restare, non ha potuto dormire, è dovuto partire. Tuttavia la lingua contemporanea ammette di regola, in simili casi, anche l’ausiliare avere, specie quando si vuol dare particolare rilievo al verbo servile nei confronti dell’altro: ad esempio, non ha voluto restare, ha dovuto partire.

 

Quando ad un ausiliare seguono più participi, che richiedono tutti lo stesso ausiliare, si può evitare di ripeterlo dinanzi ad ogni participio: ad esempio, Furono arrestati, gettati in carcere, spogliati dei loro vestiti, messi a giacere su un pagliericcio e sfamati di solo pane.

 

 Quando l‘infinito dipendente è un riflessivo, sono ammessi due costrutti:

a) Non s’era voluto lavare. – Non aveva voluto lavarsi.

b) Vi siete dovuti accontentare. – Avete dovuto accontentarvi.

 

Oltre ai due ausiliari essere e avere, in alcuni casi speciali possono svolgere la funzione di ausiliari i seguenti verbi:

9-

 

TEMPI E MODI DEL VERBO

 

Modi finiti

 

L‘indicativo è il modo della realtà e della certezza ed esprime un fatto reale o supposto come tale.

Ha 8 tempi, di cui 4 semplici (presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice) e 4 composti (passato prossimo, trapassato prossimo, trapassato remoto, futuro anteriore).

Si usa nelle proposizioni principali enunciative, nelle secondarie soggettive ed oggettive (specie con i verbi affermativi), nelle causali, consecutive, temporali, locative, avversative, modali, ecc.

 

Il presente, oltre ad indicare un’azione o uno stato che si svolge nel momento in cui si parla, può essere usato anche:

a) nei proverbi, nelle sentenze e negli aforismi, per indicare che l’azione continua sempre: ad esempio, il sole riscalda la terra; la fortuna aiuta gli audaci; chi va al mulino s’infarina. Tuttavia, negli aforismi e nei proverbi si usa a volte il passato remoto: ad esempio, un bel tacere non fu mai scritto;

b) al posto di un tempo passato, per dare maggior vivacità al racconto (cosiddetto presente “storico”): ad esempio, Cesare giunge in Egitto ed è informato dell’uccisione di Pompeo;

c) per esprimere un’azione o uno stato abituale o che si ripete con regolarità (cosiddetto presente iterativo): ad esempio, Natale cade in dicembre; tutti gli anni andiamo in vacanza ad Ischia; il Parlamento fa le leggi;

d) per indicare un fatto che si avvera sempre, in tutti i tempi: ad esempio, la terra gira intorno al sole;

e) per riferire passi di autori: Dante dice: Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui”. Socrate afferma: “Conosci te stesso”;

f) per dare maggiore insistenza al fatto (cosiddetto presente “modale“, usato soprattutto nei titoli giornalistici): Il Presidente del Consiglio convoca i ministri; Spara al rapinatore e lo uccide;

g) per indicare cose e fatti futuri, quando essi sono certi e si vogliono esprimere con maggior sicurezza: ad esempio, domani parto per Milano; questa estate vado a Venezia.

 

L’imperfetto indica:

a) un’azione o uno stato nella sua durata in rapporto al passato: pioveva quando uscimmo; Giuseppe dormiva quando lo andai a trovare; era già sera, quando rientrammo in casa;

b) un’azione ripetuta nel passato (imperfetto “iterativo“): tutti gli anni passavamo l’estate al mare; ogni anno erano rimandati a settembre;

c) azioni o stati descrittivi o narrativi: C’era una volta…; una fitta nebbia copriva la vallata.

 

Usi particolari dell’imperfetto:

al posto del condizionale passato per esprimere un’irrealtà nel passato, specie con i verbi servili: Dovevi salutare il tuo maestro (per significare: avresti dovuto salutare); Volevamo avvisarvi del nostro arrivo (per significare: avremmo voluto avvisarvi).

come espressione di cortesia o di modestia: Desidera, signore? – Volevo un chilo di pane (meno categorico di: voglio); Ci premeva conoscere il referto medico (per significare: desidereremmo conoscere);

in funzione di passato remoto (imperfetto storico): Nel 1959 si apriva il Concilio ecumenico Vaticano II;

come imperfettocronistico“: Nel sorpassare un autocarro l’auto sbandava e andava a sbattere contro il guard-rail;

come imperfettoincidentale“, per riprendere il filo del discorso: Quella malattia, come ti dicevo poco fa, si risolse con una operazione ben riuscita.

 

Il futuro semplice si usa per indicare:

a) un’azione o uno stato che si realizzerà in un tempo futuro, prossimo o non: Domani verrò a trovarti; Non sapremo mai la verità;

b) in luogo dell’imperativo, di un comando assoluto o attenuato: Tu non te ne andrai; Imparerete a memoria questa poesia;

c) un dubbio, un’incertezza, una congettura: Sarà vero, ma ho i miei dubbi; Il maestro ti dirà che sono arrivato tardi a scuola;

d) una concessione: Potrai dire quel che vorrai, ma io resto con le mie idee.

 

 Il passato prossimo indica:

a) un’azione avvenuta in passato, ma i cui effetti durano ancora: E’ nato nel 1950 ed è tuttora vivente; Manzoni ha scritto “I Promessi Sposi”;

b) un’azione compiuta in un tempo non ancora interamente trascorso: Oggi sono invitato a pranzo da un amico; Stasera non ho telefonato ancora a mia moglie;

c) un fatto avvenuto nello stesso giorno in cui parliamo: Oggi mio figlio è partito per la Spagna; Avete udito ciò che ha detto? – Sì, ma non ci ha convinto.

 

Il passato remoto indica un’azione conclusa, staccata dal presente. E’ il tempo proprio della narrazione: Mecenate aiutò gli artisti; Tu Venisti con molto ritardo.

Si usa anche nei proverbi: Un bel tacer non fu mai scritto.

 

Il trapassato prossimo indica un’azione interamente compiuta quando ne è sopravvenuta un’altra: Era già uscito, quando andai a trovarlo; Avevamo appena finito di pranzare, quando arrivò la notizia della promozione di nostro figlio.

 

Il trapassato remoto indica un’azione portata a termine prima di un’altra, pure passata, espressa dal passato remoto: Appena lo ebbe salutato, partì; Dopo che ebbero cenato, andarono al cinema.

 

Il futuro anteriore indica un’azione anteriore ad un’altra futura: Dopo che avrai esaminato bene la questione, potrai darmi il tuo parere; Andremo in montagna, dopo che avremo finito le scuole. Il futuro anteriore viene usato talvolta per indicare fatti passati, sui quali si voglia esprimere dubbio, incertezza, supposizione: Sarà stato attento, ma non lo dimostrava; Avrà incontrato una pattuglia e sarà stato preso (Calvino).

 

Il congiuntivo è il modo che esprime una azione possibile, incerta o desiderata. Ha 4 tempi: presente, imperfetto (tempi semplici), passato, trapassato (tempi composti).

Si usa nelle proposizioni principali volitive, suppositive e meditative ed in numerose proposizioni secondarie: soggettive e oggettive introdotte dai verbi indicanti un’opinione, un’affermazione incerta o una testimonianza dei sensi (credo, spero, suppongo, sento, mi pare), una volontà o un sentimento (voglio, mi auguro, sono lieto, mi dispiace); nelle proposizioni interrogative indirette, relative e nel discorso indiretto.

Esempi: Magari mi fossi attenuto ai consigli di mio padre!; Possa tu stare sempre in salute!; Caschi il mondo, voglio tentare la sorte (volitive); Si dice che voi abbiate marinato la scuola; Il tuo lavoro pare sia stato molto apprezzato (soggettive); Credo che tu debba partire; Desidero che mia madre sia rispettata (oggettive); Non capisco perché tu te ne sia andato; Le chiesi che cosa facesse (interrogative indirette); Cercavo una persona che mi parlasse dello stato di salute di mia madre; Chi l’avesse visto in quelle condizioni, si sarebbe spaventato (relative); Il comandante ordinò ad alcuni militari che andassero in avanscoperta e non si facessero scoprire (discorso indiretto).

 

Il condizionale è il modo dell’incertezza e dell’irrealtà. Ha 2 tempi: presente e passato.

Si usa:

1) soprattutto nell’apodosi, cioè nella proposizione principale dei periodi ipotetici di tipo potenziale e irreale;

2) per esprimere un desiderio o un’asserzione incerta;

3) per indicare un’azione futura nelle proposizioni dipendenti.

Esempi: Vorrei che tu sapessi ogni cosa; Avrei voluto che avessi appreso subito la notizia (desiderio o asserzione attenuata); Eravamo sicuri che avreste detto la verità (posteriorità); Se potessi, ti aiuterei ben volentieri (periodo ipotetico).

 

l’imperativo è il modo del comando, dell’esortazione, della preghiera. Esso ha 2 tempi: presente e futuro.

Non ha, naturalmente, la prima persona singolare, perché colui che parla non rivolge un comando, un invito o una preghiera a se stesso. Quando si vuole esprimere un comando a se stessi, si usa il verbo dovere: ad esempio, Debbo studiare; Debbo onorare i miei genitori.

In frasi negative ci si serve dell‘infinito per formare la seconda persona del singolare: Non parlare!; Non arrabbiarti!.

Si può usare l‘infinito anche nelle ammonizioni e nelle esortazioni al posto dell’imperativo: Lavorare, lavorare!; Tenere la destra!.

L’imperativo può venire espresso anche mediante espressioni ellittiche: Silenzio!; Attenzione!; Avanti!; All’erta!; Su!.

 

L’imperativo si rafforza coi modi avverbiali :  orsù, via, una buona volta, andiamo e simili; e si attenua invece con un po’, di grazia e simili: ad esempio, Orsù, sbrighiamoci, siamo già in ritardo. Diamoci da fare una buona volta. Di grazia, dimmi che cosa ti fa piacere. Dammi un po’ di tempo.

 

Modi infiniti (o indefiniti)

 

L’infinito è uno dei modi indefiniti del verbo ed esprime genericamente l’idea del verbo senza determinazione di persona e di numero. Ha 2 tempi: il presente e il passato. Si usa in funzione di un sostantivo, di un’intera proposizione soggettiva (infinito soggettivo) od oggettiva (infinito oggettivo), con valore di congiuntivo o di indicativo, nelle proposizioni infinitive ed in altre secondarie.

Quando svolge la funzione di proposizione soggettiva  od oggettiva , l’infinito suole essere costruito con la preposizione di, specialmente con i verbi parere, avvenire, toccare: ad esempio, Mi pare di sognare. Speravo di aver trovato la soluzione giusta. Talvolta avviene di sbagliare.

Esso si costruisce senza preposizione con i verbi potere, dovere, volere, usare, lasciare, desiderare, preferire, fare, vedere, sentire e simili: ad esempio, Desidererei partire subito. Non voglio disturbarla. Gradirei sapere se hai esaminato la questione. Uso alzarmi di buon mattino. Preferisco andare in bicicletta.

Quando il soggetto dell’infinito è un pronome personale, quest’ultimo si pospone al verbo nella forma soggettiva (io, tu), se si tratta delle prime due persone; e nella forma oggettiva (lui, lei, loro), se si tratta della terza persona: ad esempio, Credevo essere io il più fortunato. Credevano essere stati loro a provocare i danni.

10-

Il participo è così detto perché partecipa della funzione nominale come un aggettivo e si usa in funzione attributiva, predicativa e verbale.

Ha 2 forme temporali: presente e passato.

Il participio presente si usa sia come aggettivo o sostantivo, sia in funzione verbale:

a) Ha ottenuto un brillante successo; E’ una scuola eccellente; Ha un’industria fiorente (attributi);

b) E’ ormai un mendicante; Fu nominato docente in una scuola superiore (sostantivi);

c) Ho acquistato una cartolina raffigurante (che raffigura) il Colosseo; Inseguimmo i nemici fuggenti (che fuggivano); Il quadro rappresentante (che rappresenta) la Gioconda si trova al Louvre (funzione verbale).

In funzione verbale il participio presente può sostituire solo un costrutto relativo.

 

Alcune parole hanno ormai perduto l’originaria funzione verbale e sono adoperate come sostantivi: l’insegnante, il contribuente, il veggente, l’assistente, il comandante, il tenente, il rappresentante, il dirigente, il docente, ecc.

 

Il participio passato si adopera in funzione attributiva e predicativa:

a) Si riteneva un giovane colto; Abbiamo forzato un passaggio proibito; Ricordo con piacere i tempi passati (funzione attributiva);

b) L’avaro teneva nascosto il suo tesoro; Vide il proprio sogno infranto; Alzatosi, uscì subito di casa; Ti credevo interessato al problema (funzione predicativa).

 

Alcuni participi passati possono assumere valore sostantivale: un laureato, un ferito, un morto, una spremuta di limone, il selciato, la Traviata, ecc.

 

La funzione più importante del participio passato è quella di formare con l’ausiliare essere o con l’ausiliare avere  tutti i tempi composti degli ausiliari stessi e dei verbi attivi, e formare con l’ausiliare essere tutti i tempi del verbo passivo.

Il participio passato unito all’ausiliare essere si accorda nel genere e nel numero con il soggetto: Io sono arrivato; Essa è soddisfatta; Essi sono partiti. Unito all’ausiliare avere resta generalmente invariato: Io ho bevuto; Voi avete bevuto; Esse hanno bevuto.

Il participio passato di un verbo transitivo attivo può accordarsi con il complemento oggetto, specie se quest’ultimo precede il verbo oppure è espresso da una particella pronominale  atona (mi, ti, si, ci, vi, la, le, lo, ne): Le spese le ha pagate la ditta; I libri li ho letti con interesse (oppure Io ho letto i libri, o anche Io ho letti i libri); Noi abbiamo chiuse le finestre, oppure Noi abbiamo chiuso le finestre (Le finestre l’abbiamo chiuse noi).

 

Anche il participio passato, usato nelle proposizioni implicite concessive , modali , temporali, relative , ecc., può essere risolto sempre in una proposizione esplicita introdotta dalla congiunzione che: Giuseppe, superato l’esame (dopo che aveva superato l’esame) telefonò ai genitori.

 

Il participio passato o presente che rappresenta una proposizione incidentale , e che è pertanto separato dalla proposizione principale in cui si trova, si dice participio assoluto: ad esempio, Regnante Luigi XIV, si compirono in Francia molte opere insigni: Vinti i nemici, Cesare tornò in patria.

 

Il gerundio esprime un complemento di mezzo, di modo o di maniera, di coincidenza (simultaneità), in genere un’azione secondaria rispetto alla principale.

Ha 2 tempi: presente e passato.

 

Il gerundio presente è molto usato per la forma implicita di proposizioni secondarie, temporali, modali, condizionali, causali, ecc.: ad esempio, Sbagliando s’impara (mezzo); Parla balbettando (modale); Camminando, gli mostravo le bellezze della città (temporale).

Il verbo Andare con il gerundio esprime la ripetizione o la progressione successiva; stare con il gerundio denota la durata dell’azione: ad esempio, Andò lamentandosi tutta la notte; Va arricchendo il suo patrimonio; Sta raccogliendo fiori nel suo giardino; I miei figli stanno studiando.

In certi casi, il gerundio presente serve a determinare meglio o a specificare il significato del verbo principale o reggente: ottenere lottando, guadagnare lavorando, apprendere studiando.

 

Il gerundio passato esprime un fatto avvenuto nel passato in relazione ad un altro avvenuto posteriormente o che avviene o che avverrà: Avendo ricevuto un invito, lo accettai ben volentieri; Avendo sbagliato, rimedierò quanto prima all’errore; Essendo stati promossi, andremo in vacanza premio.

Talvolta la costruzione gerundiva viene sostituita da quella participiale: Sparsasi la notizia (che sta per: essendosi sparsa), tutta la famiglia era in grande apprensione; Avuti i disegni tecnici (che sta per: avendo avuto i disegni), furono iniziati i lavori.

 

Anche il gerundio, come i participi, può essere usato nella costruzione assoluta, e si chiama gerundio assoluto: Domani, tempo permettendo, verremo a trovarti; Essendo piovuto, non potemmo uscire.

 

Verbi Impersonali,Irregolari,Difettivi, Sovrabbondanti

 

I verbi impersonali

I verbi impersonali sono quelli che vengono usati soltanto all’infinito e alla terza persona singolare di tutti i tempi e modi, senza che sia espresso un soggetto determinato.

Tali sono i verbi che indicano fenomeni atmosferici, come:

11-

 

Tutte queste forme impersonali semplici o composte si usano nei tempi composti con l’ausiliare essere : ad esempio, E’ piovuto, era nevicato; ma si trova anche avere, specie per indicare un’azione continuata: ad esempio, Ha piovuto tutta la notte. Aveva nevicato tutto il giorno.

I predetti verbi impersonali possono usarsi anche personalmente, se usati in senso figurato: ad esempio, Gli piovvero addosso tante proteste. Intorno a lui grandinavano le pallottole. Gli balenò davanti una lama. Il professore tuonò dalla cattedra. Lo folgorò con lo sguardo.

12-

13-

14-

 

I verbi irregolari

I verbi irregolari sono quelli che si allontanano dalla coniugazione regolare per uno dei seguenti motivi:

o modificano il tema: togli-ere, tolg-o, tol-si

o modificano la desinenza: ven-ni invece di ven-ii

o mutano totalmente il tema: and-are, vad-o, v-a, and-ava.

 

La prima coniugazione ha solo tre verbi irregolari (andare, dare, stare); mentre la 2a coniugazione è quella che ne ha il maggior numero e la 3a ne ha un numero limitato.

 

I verbi difettivi

I verbi difettivi mancano di parecchie voci, o perché non sono mai esistite, o perché sono cadute in disuso.

 

I verbi sovrabbondanti

I verbi sovrabbondanti sono quelli che, pur avendo una sola radice, appartengono a due coniugazioni diverse, avendo due diverse desinenze all’infinito, sia che conservino lo stesso significato in entrambe, sia che prendano un significato diverso in base alla diversa desinenza.

Data 18 gennaio 2020

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Data 18 gennaio 2020

GRAMMATICA ITALIANA – 7

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PREPOSIZIONE E CONGIUNZIONE

 

LA PREPOSIZIONE

La preposizione (dal latino prae, avanti; e positionem, posizione) è quella particella invariabile del discorso che si prepone a nomi , aggettivi , pronomi , avverbi  e infiniti  per formare i complementi , cioè per stabilire un rapporto tra le parole.

La preposizione può essere formata da una sola parola, oppure da più parole; in quest’ultimo caso si chiama locuzione prepositiva.

 

Le preposizioni si possono distinguere in tre tipi:

 

preposizioni proprie: quelle che nel discorso hanno solo valore di preposizione. Esse sono: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra. Queste preposizioni semplici si uniscono spesso con l’articolo, formando le preposizioni articolate;

preposizioni improprie o avverbiali: quelle costituite da altre parti del discorso (avverbi, aggettivi, participi  e anche nomi o forme verbali) che possono acquistare valore di preposizione;

locuzioni prepositive: sono nessi formati da avverbi e preposizioni, da sostantivi e preposizioni o da gruppi preposizionali.

 

Preposizioni proprie

Alcune preposizioni proprie si uniscono spesso con l’articolo  in una sola voce, formando le preposizioni articolate:

1-

 

Anche le preposizioni con e per si fondono incontrandosi con gli articoli  il e i, formando le preposizioni articolate col, coi, pei.

Non si fondono bene, invece, con gli articoli lo, la, gli, le, e pertanto è da evitare di scrivere collo, colla, cogli, colle; pello, pella, pegli, pelle.

 

Le preposizioni tra e fra si usano indifferentemente, badando però a non collocare l’una o l’altra forma dove possa generare cacofonia: ad esempio, fra tre persone, tra fratelli.

Queste preposizioni indicano separazione nello spazio o nel tempo, una posizione di mezzo e vari tipi di relazione tra due termini. Introducono quindi i seguenti complementi:

a) – luogo: vive fra (tra) quattro muri;

b) – tempo: partirò fra cinque giorni; tra poco sorgerà il sole;

c) – relazione: ci accordammo tra noi soci; fra amici si va d’accordo;

d) – partizione: tra loro due non so chi scegliere; era il migliore tra tutti noi.

 

Le due forme, quando reggono un pronome personale , si uniscono alla preposizione  di, ma non obbligatoriamente: tra di noi, fra di loro (ma anche: tra noi, fra loro).

 

Si ricorda che le preposizioni articolate  seguono le norme dell’elisione  e del troncamento degli articoli.

 

Preposizioni improprie

2-

Non tutte le preposizioni improprie o avverbiali reggono il termine direttamente; molte hanno bisogno della cooperazione delle preposizioni proprie.

Le preposizioni sopra, sotto, dentro, dietro, presso, dopo, avanti, contro, senza, quando reggono un pronome personale o dimostrativo, vanno di regola unite alla preposizione di: sopra di noi, dentro di me, dietro di voi, ecc.

Alcune preposizioni avverbiali si possono unire alla preposizione a, qualunque sia la parola che reggono: dentro al cestello, avanti al negozio, rasente al recinto.

Si vedano nella sottostante tabella alcuni usi più frequenti:

3-

 

Locuzioni prepositive

 

Le locuzioni prepositive sono nessi formati dall’unione di avverbi  e preposizioni, di sostantivi e preposizioni o di gruppi preposizionali.

Si veda la seguente tabella:

4-

5-

 

Uso della preposizione

L’uso delle preposizioni non è sempre facile, come dimostra il seguente elenco:

6-

 

Preposizioni e suffissi

 

Tra preposizioni e suffissi c’è una grande affinità. La derivazione aggettivale è, infatti, spesso il risultato di trasformazione di costrutti con preposizioni.

Ecco alcuni esempi:

 

a) suffissi di correlazione:ale, -are, -ico, -ario

– comunale = del comune

– familiare = della famiglia

– toracico = del torace

– ferroviario = della ferrovia

 

b) suffissi indicanti proprietà:oso

– oleoso = che ha le proprietà dell’olio

 

c) suffissi indicanti provenienza:ese, -ino

– bolognese = di Bologna

– perugino = di Perugia

 

d) suffissi indicanti modo:esco

– militaresco = tipico dei militari

 

 

Preposizioni e avverbi

 

Osserviamo le frasi: abita sopra, abita sopra il negozio.

Nella prima frase sopra è avverbio, perché precisa solo il significato del verbo abita e non ha dopo di sé alcun complemento; nella seconda frase, sopra è invece preposizione, perché mette in relazione tra loro le parole abita e negozio.

Così: il cane è sotto (preposizione) la tavola e lo zio abita sotto (avverbio); ci andremo insieme (avverbio), ci andremo insieme con (locuzione prepositiva) voi.

 

Come distinguere i casi in cui parole quali sopra, sotto, davanti, dietro, insieme, ecc. sono usate come avverbi o come preposizioni? Basterà ricordare che sono avverbi quando non hanno nessun complemento, sono preposizioni quando hanno dopo di sé un complemento, quando cioè precedono un nome, un pronome, o un infinito.

7-

 

LA CONGIUNZIONE

La congiunzione è quella parte invariabile del discorso che serve ad unire due o più elementi simili di una proposizione  o più proposizioni in un periodo.

Le congiunzioni si distinguono secondo la forma e secondo la loro funzione.

 

1) Secondo la forma sono:

a) semplici, quando sono costituite da una sola parola semplice: e, o, ma, né, anzi, ecc. se, come, che, quando;

b) composte, se sono formate da una parola composta: oppure (o-pure), perché (per-che), poiché (poi-che), purché (pur-che), affinché (al-fine-che), siccome (sì-come), ecc.

c) locuzioni congiuntive, quando sono espresse con più parole distinte: dopo che, prima che, sino a che, ogni volta che, tutte le volte che, non appena che, per il fatto che, nonostante che, per la qual cosa, in modo che, anche se,

 

2) Secondo la funzione si dividono in coordinative e subordinative.

 

 

Le congiunzioni coordinative

Le congiunzioni coordinative uniscono due o più elementi di una proposizione o due proposizioni, senza fissarne un raporto di dipendenza. Si distinguono in:

8-

 

9-

 

Le congiunzioni subordinative

Le congiunzioni subordinative mettono in relazione di dipendenza le proposizioni subordinate rispetto alle reggenti . Si distinguono in:

10-

 

Attenzione a non confondere il che congiunzione  con il pronome relativo di eguale forma . Per distinguerli, basta sostituire la parola che con il quale, la quale, i quali, le quali. Se la sostituzione non è possibile, vuol dire che si tratta di una congiunzione. Ad esempio, Stai attento che non ti faccia male; qui si tratta della congiunzione, poiché non avrebbe senso la frase stai attento il quale non ti faccia male.

Occorre ricordare che fanno ufficio di congiunzione anche gli avverbi locali relativi dovunque, dove, onde, donde.

 

 Quando si debbano congiungere due termini di una proposizione negativa, o due proposizioni negative tra loro, invece della congiunzione e si deve adoperare la congiunzione né. Ad esempio, non è la prima né la seconda volta; ha raccomandato di non fiatare né muoversi per nessuna ragione; il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate (Manzoni).

 

La congiunzione che può essere sottintesa nelle proposizioni soggettive  od oggettive . Ad esempio, Mi dicono tu sia laborioso ed onesto; il tuo lavoro pare sia stato apprezzato; credo non ci sia più nulla da fare; credevo si fosse ravveduto.

 

La maggior parte delle congiunzioni deve stare sempre all’inizio della proposizione che servono ad introdurre. Le congiunzioni anzi, però, ancora, bensì, dunque, infatti, al contrario, almeno, non di meno, tuttavia si possono mettere anche dopo le prime parole di tali proposizioni. Ad esempio, dicevamo dunque… ; sarebbe bene tuttavia… ; potremo dire almeno… ; le passioni al contrario…, ecc.

11-

12-

 

Aspetti funzionali della congiunzione

Fra gli aspetti funzionali della congiunzione va segnalato il caso di preposizioni col compito di congiunzioni subordinative:

13-

 

L’INTERIEZIONE

L’interiezione o esclamazione non è propriamente una parte del discorso, ma è una sua parte invariabile che serve ad esprimere sentimenti e sensazioni improvvisi di meraviglia, di allegria, di dolore, di sdegno, di ironia, di desiderio, di preghiera e simili. Il suo valore si comprende dal contenuto, dal tono della voce, dalla mimica di chi parla.

 

Le interiezioni (o esclamazioni) possono essere:

a) semplici, e sono quelle formate da vocale seguita dalla lettera h o da due vocali con in mezzo la h, sempre con il punto esclamativo (ah! ahi! eh! ehi! ih! oh! ohe! òhi! uh! uhi!). Sono pure interiezioni semplici quelle costituite da vocali e consonanti o da parole semplici: ad esempio, ah! èh! éh! ih! oh! uh!; ahi! èhi! ohi uhi!; olè! de mah! ehm! auff! urrà! puah!; magari! capperi! caspita! peccato! bene! bravo! viva!, ecc.

b) composte, e sono quelle formate da una parola composta: ad esempio, ahimè! ohimè! orsù! suvvia! addio! perdinci! perbacco! eccome!, ecc.

c) locuzioni esclamative, e sono quelle formate da più parole: ad esempio, Povero me! Beato te! Alto là! Al ladro! All’armi! Che guaio! Dio mio! Corpo di bacco!, ecc.

 

Di solito, l’interiezione è seguita dal punto esclamativo, che può anche essere collocato alla fine della frase: Cattivo!, non hai pietà neppure di tua madre. Ahimè, in che stato sono ormai ridotto! (forma preferibile).

Va tenuto presente che, se l’interiezione o esclamazione è formata da una sola vocale oppure da una consonante, la lettera h va posta dopo la vocale o la consonante (ad esempio, oh!). Se essa è formata da due vocali, la lettera h va collocata in mezzo (ad esempio, ahi!).

Inoltre, se l’interiezione o l’esclamazione è seguita da un punto esclamativo , non sempre è necessario far seguire la lettera maiuscola, soprattutto quando il discorso continua e l’esclamazione ne è parte integrata organicamente (ad esempio, Perbacco! non ci avevo pensato., frase che può essere scritta anche sostituendo il punto esclamativo con la virgola).

Per una corretta ortografia e pronuncia, non va dimenticato che – come si nota negli esempi sopra citati – le interiezioni ahimè, ohibò, ohimè richiedono l’accento grave (cioè quello che scende dall’alto verso il basso).

 

La funzione di interiezione o di esclamazione viene svolta anche dai nomi , dagli aggettivi , dai verbi , dagli avverbi :

i nomi: ad esempio, coraggio! animo! accidenti! silenzio! diavolo! guai! peccato!

gli aggettivi: ad esempio, bravo! zitto!

gli avverbi: ad esempio, bene!, ecco! abbasso! presto! via!

i verbi: ad esempio, viva! evviva!

 

Un tipo particolare di interiezioni è costituito dalle forme onomatopeiche, che imitano i versi degli animali o i suoni: miau, miao, gnao, bau bau, gre gre, chicchirichì, piopio; patatrac!, tic-tac, bum-bum, pan-pan, din don, din din, tuf-tuf.

Per quanto il valore delle esclamazioni non possa essere fissato convenzionalmente, nella tabella seguente sono riportate alcune interiezioni assai diffuse, con i significati più frequenti:

14-

Data 12 gennaio 2020

GRAMMATICA ITALIANA – 6

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Le tipologie del Pronome

 

Il Pronome Personale

Il pronome è parte variabile del discorso che fa le veci del nome . Esso si distingue in personale, possessivo, dimostrativo, relativo, indefinito.

Vi sono pertanto pronomi di prima, seconda e terza persona singolare, e pronomi di prima, seconda e terza persona plurale.

 

In merito al genere, si nota che non è necessario specificare se le prime due persone sono uomini o donne. Perciò i pronomi di prima e di seconda persona hanno una sola forma che vale tanto per il maschile, quanto per il femminile. Invece, per evitare ogni confusione sul genere della persona di cui si parla, la quale può anche essere lontana, il pronome di terza persona ha due forme: una maschile e una femminile.

 

Infine le forme del pronome personale sono di due tipi:

forme soggettive che servono per il soggetto (io, tu, egli, ecc.);

forme oblique che servono per i complementi diretti e di termine (me, te; mi, ci, ecc.).

Tra le forme oblique o complementari si distinguono poi le voci toniche che di solito seguono un verbo (ha chiamato me), da quelle atone che di solito lo precedono (mi ha chiamato).

 

Ecco una tabella con i vari pronomi personali:

1-

 

Egli serve come pronome di persona, esso sostituisce un nome di animale o cosa; invece fra ella ed essa non si osserva più la stessa netta differenza. La forma essa viene sempre più adoperata per accennare a persone: ad esempio:

 Ho parlato con la segretaria; essa (o ella) mi ha assicurato che la mia domanda è stata accolta.

Lui, lei, loro si possono usare nei seguenti casi.

a) Quando si vuol dare uno speciale rilievo al soggetto ; in questo caso il pronome è collocato abitualmente dopo il verbo :

 l’ha detto lui; ho chiamato proprio lei; sono state loro a chiamarmi

Quando svolgono una funzione soggettiva; in questo caso, i pronomi personali si preferiscono dopo anche, neanche, nemmeno, pure, neppure (anche loro, neppure lui, nemmeno lei). Inoltre, sempre in funzione soggettiva, ai pronomi personali si ricorre spesso nell’uso quotidiano e familiare (lui mi ha detto che verrà, lei non ha parlato, loro sostengono di non sapere nulla).

b) Quando svolgono la funzione di predicato , dopo i verbi essere, sembrare, parere e simili: non sembra più lui.

c) Quando vi sia opposizione tra due soggetti: lui dice di sì, e lei di no; loro studiano, e lui si diverte.

d) Dopo come, quanto (a cui segue un secondo termine di paragone): siete distratti come lui; sono soddisfatta quanto lei.

e) Quando il pronome sta da solo: Chi è stato? – Lui.

f) Nelle esclamazioni: beato lui! felice lei! fortunati loro!

 

– Il pronome personale soggetto può essere rafforzato al singolare ed al plurale da stesso, stessi: io stesso, tu stesso, egli stesso, ella stessa, noi stessi, ecc.; solo al plurale da altri, in unione con noi, voi (noi altri, voi altri).

 

– Le particelle pronominali mi ti, si,ci, vi,si – quando si accompagnano a verbi la cui azione si riflette sullo stesso soggetto, si chiamano pronomi riflessivi: ad esempio, io mi lodo, tu ti lodi, egli si loda ecc.

– Le particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, seguite dalle forme atone lo, la, li, le, ne diventano: me lo raccomandò, te lo prometto, me ne disse di tutti i colori, ce lo siamo dimenticati, se ne sono scordati, gliele ho cantate chiare, gliene disse tante e poi tante; diglielo, dacceli subito, eccotele, non posso dirvelo, dagliene tante, desideriamo informarcene, possiamo dircelo francamente.

Ecco i principali di questi accoppiamenti:

2-

 

Non voglio dirtelo – non te lo voglio dire

Posso dirtela – Te la posso dire

Devo farcela – Ce la devo fare

Voglio farti un favore – Ti voglio fare un favore

Presto saprò informarvi – Presto vi saprò informare

Domani andrò a trovarle – Domani le andrò a trovare

 

– Le forme soggettive del pronome personale io, tu, egli, ella, noi, voi, essi, esse si omettono quando possono essere sottintese senza creare confusione: ad esempio, studio, mangiamo, lavorate.

– Tuttavia devono essere espresse:

a) per dare maggiore rilievo alla persona: ad esempio, Ah, Piero, tu mi rovini tutto il ben fatto! Ve lo dico io, e basta! E siete voi che dite queste cose, proprio voi?

b) quando è sottinteso il verbo : ad esempio, io ricco, io sano;

c) se la voce del verbo è tale da poter creare equivoco sulla persona: ad esempio, che io sia, che tu sia, che egli sia; che io fossi, che tu fossi.

 

– nelle comparazioni: Egli è bravo quanto te; Franco è alto come me.

– Per rafforzare il pronome io, si aggiunge ad esso l’espressione per me: ad esempio, Io, per me, sono contrario a certe manifestazioni.

– A noi ed a voi si aggiunge l’aggettivo altri o altre, per separare una classe di persone da altre: ad esempio, Noi altri abruzzesi siamo forti e gentili. Voi toscani avete un dolce parlare.

–  La mamma lo volle con sé; Sembravano usciti fuor di sé; Piero parlava tra sé e sé; invece: La mamma volle che il bambino andasse con lei; Se lo incontro mi confiderò con lui; Vidi che gli amici parlavano tra loro.

– Lei, signor professore, è molto benevolo verso di me. Mi avevano detto, signorina, che lei era partita.

– Nel caso si usino Eccellenza, Altezza, Maestà, Santità e termini simili, la concordanza va fatta con il titolo e non con la persona reale: Vostra Maestà è molto cara al suo popolo. Vostra Santità è generosa e magnanima.

– Un sovrano o altro potente, parlando di se stesso, usa il plurale Noi (Plurale maiestatis, cioè Plurale di maestà): Noi, Re d’Italia, decretiamo… ; Noi, Benedetto XVI, eleviamo a Dio il pensiero.

– Il plurale può essere usato anche con riferimento ad una sola persona, con ironia (Plurale di ironia): Come siamo eleganti!

– Il plurale usato a volte da oratori, scrittori, scienziati, ecc. può assumere valore di modestia (Plurale di modestia): Noi avvertiamo i lettori…

– Sempre riferito a una persona sola, esso può essere utilizzato con un diverso intento, cioè con benevolenza (Plurale di benevolenza): L’abbiamo fatta franca!

 

Il Pronome Possessivo

I pronomi possessivi indicano l’appartenenza di un oggetto (o essere) e contemporaneamente il possessore. Hanno le stesse forme degli aggettivi  mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, altrui, proprio che, invece di essere accompagnati da un nome, ne fanno le veci.

Essi si declinano come gli aggettivi possessivi corrispondenti: i nostri libri e i vostri; distinguere il mio dal tuo.

– Va notato che, mentre l’aggettivo possessivo in alcuni casi può fare a meno dell’articolo, il pronome possessivo richiede sempre l’articolo , soprattutto quando si vuol far rilevare un contrasto e quando il pronome, usato in forma assoluta, ha valore di sostantivo:

tu ami tua madre ed io la mia, tuo padre si è incontrato col mio; il mio (ciò che posseggo) è a tua disposizione, non desidero il tuo danaro perché mi basta il mio.

– I pronomi possessivi possono riferirsi a persone oppure a cose sottintese generalmente note:

 in risposta alla tua (lettera), essere dalla mia (parte), è uno dei nostri (compagni, amici), vive del suo (avere), salutami i miei (familiari).

 

Il pronome dimostrativo

1) Quelli che hanno forme eguali agli aggettivi dimostrativi , dai quali si distinguono per il fatto di non essere accompagnati dai nomi. Le forme uguali a quelle dei corrispondenti aggettivi sono: questo, codesto, quello, stesso, medesimo, tale, quale, cotale, siffatto.

Questi pronomi si declinano come i corrispondenti aggettivi e, per quanto attiene alla differenza tra questo, codesto e quello, vale ciò che è stato detto a proposito degli aggettivi di uguale forma; cioé che questo indica persona o cosa vicina a chi parla, codesto indica persona o cosa vicina a chi ascolta, e quello indica persona o cosa lontana da chi parla e da chi ascolta. Bisogna soltanto aggiungere che, quando questo e quello sostituiscono nomi già indicati nel discorso, questo si riferisce al nome indicato per ultimo e quello si riferisce al nome indicato per primo: ad esempio, ho in casa un cane e un gatto: questo è di razza siamese, quello è un alano.

 

2) Quelli non comuni agli aggettivi, che si usano soltanto nelle veci di nomi di persona. Essi sono: questi, quegli, costui, costei, costoro, colui, colei, coloro, ciò.

Questi e quegli si adoperano soltanto in funzione di soggetto; in tutti gli altri casi si useranno le forme questo, quello: ad esempio, Carlo e Giuseppe sono dei bravi ragazzi: questi è più estroso, quegli più studioso; a questo piace la scienza, a quello l’arte.

Costui, costei, costoro si riferiscono a persona vicina a chi parla o a chi ascolta; colui, colei, coloro a persona lontana da chi parla o ascolta.

Costui e colui talvolta assumono significato dispregiativo, oppure di lode e di soggezione: ad esempio, Non voglio avere niente a che fare con costui. Solo Colui che ci guarda dall’alto potrà salvarci (cioè Dio).

Il pronome ciò è invariabile, ha valore neutro e significa “questa cosa”, “queste cose”; “quella cosa”, “quelle cose”. Esso si usa tanto come soggetto, quanto come complemento: Ciò mi piace; Ho sentito ciò che hai detto.

Quando non è usato come soggetto, il pronome può essere sostituito dalle forme atone lo, ci, ne, che in questo caso significano questa o quella cosa, queste o quelle cose: ad esempio, Lo dissi a lui; Gliene parlai; Io non ci ho creduto.

3-

 

Il Pronome relativo

Il pronome relativo mette in rapporto due proposizioni.

Le sue forme sono di due specie: invariabili (che, cui) e variabili (quale).

4-

 

Chi si riferisce soltanto a persona, significa colui il quale o colei la quale e può essere usato sia come soggetto, sia come complemento : ad esempio, chi rompe paga; ammiriamo chi aiuta; va pure con chi vuoi; sii riconoscente a chi ti ha salvato; dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Può anche significare:

a) uno che: non c’è chi mi ascolti;

b) se uno: chi mi vuol bene mi segua;

c) l’uno…l’altro: chi va e chi viene; chi suona e chi balla; chi piange echi ride.

 

Che si può riferire indifferentemente a persona o a cosa, di qualunque genere  e di qualunque numero, significando il quale, la quale, i quali, le quali; e può essere usato solo come soggetto o complemento oggetto: il ragazzo che gioca; il giocatore che ha segnato più reti; le donne che hai offeso; i prigionieri che sono stati liberati. Per gli altri complementi si devono usare le forme del pronome relativo il quale, la quale, cui, i quali, le quali. Tuttavia, si può usare ancora che per indicare una circostanza temporale: Nell’anno che (= in cui) sei nato; Nel tempo che (= in cui) voi eravate all’estero; Era il giorno che (= in cui) si festeggiava il tuo compleanno.

Il che è poi ammesso in talune locuzioni proverbiali: Paese che (= in cui) vai, usanze che trovi; forma anche varie locuzioni: Non c’è di che; Che è, che non è; Sento un certo non so che; A mio avviso non è un gran che.

Un uso particolare del pronome che è quello in cui, preceduto dall’articolo  o da preposizioni semplici  o articolate , è adoperato in senso neutro, con il significato di ciò, la qual cosa: Ti sei messo a lavorare: il che è giusto, del che mi rallegro, al che dovrai abituarti, con che migliorerai la tua posizione.

L’uso del che può talvolta generare confusione o ambiguità; è bene, quindi, sostituirlo con le forme il quale, la quale, ecc.: La moglie del dottore che mi hai presentato (la moglie o il dottore?). Non vi sarà più ambiguità se si dirà: La moglie del dottore, alla quale mi hai presentato. Talvolta occorrerà cambiare la costruzione della frase allo scopo di evitare ambiguità: ad esempio, Il figlio che più stima la mia famiglia è Giuseppe (è la famiglia che stima Giuseppe o viceversa?). Più esattamente si dovrà dire: Il figlio che la mia famiglia stima di più è Giuseppe.

 

Cui è pronome relativo, invariabile nel genere e nel numero; si usa soltanto come complemento diverso dal complemento oggetto e significa: al quale, del quale, dal quale, col quale, ecc. secondo la preposizione dalla quale è preceduto: ad esempio, Ecco la persona di cui (= della quale) ti ho parlato. Sono cose a cui (= alle quali) non penso. E’ un uomo con cui (= col quale) puoi parlare liberamente. La casa in cui (= nella quale) abito si trova in via Carducci. Ti dico il motivo per cui (per il quale) son venuto.

Quando il pronome cui dovrebbe essere preceduto dalla preposizione a, questa si può tralasciare: ad esempio, Questo è il libro cui accennavo.

Se invece cui è preceduto dalla preposizione di, questa non può mai essere tralasciata, eccetto quando cui, con valore di specificazione, è usato prima del nome ed è preceduto dall’articolo determinativo: ad esempio, Ecco il pittore i cui quadri (oppure: i quadri del quale) sono ora esposti in una galleria d’arte. E’ un progetto la cui esecuzione (l’esecuzione del quale) richiede molto tempo.

 

Il quale è declinabile (il quale, la quale, al quale, del quale, i quali, le quali, ecc.) può riferirsi indifferentemente a persona o a cosa, fungere da soggetto o da complemento  oggetto oppure da complemento indiretto . Esso occupa il primo posto nella proposizione  di cui fa parte, talora anche nel periodo: ad esempio, Le automobili, delle quali mi hai parlato, sono molto belle. Angela, alla quale mi avevi presentato, è una signora molto elegante. Il compagno, col quale vai di solito a passeggio, è amico di mio fratello. L’appartamento, nel quale abitiamo, è stato ristrutturato di recente.

 

I Pronomi Interrogativi

Alcuni pronomi relativi possono essere usati per rivolgere una domanda diretta o indiretta. Essi sono chi, che, che cosa, quale e l’ indefinito quanto.

Chi? si usa per le persone, sia come soggetto che come complemento, sempre singolare e valevole per entrambi i generi; Che? Che cosa? si usano per indicare cose, oggetti, idee. Per la qualità si usa Quale?, per la quantità Quanto?

Esempi: Chi è? A che pensi? Che cosa vuole? Quale abito preferisci? Quanto costa la tua auto? Queste sono tutte interrogazioni dirette, mentre le interrogazioni indirette sono quelle in cui riferiamo le domande indirettamente, cioè usando parole nostre: ad esempio, gli domandò chi fosse; gli chiese che cosa volesse; le chiese quale libro preferisse.

Nella lingua parlata si usa semplicemente cosa?: Cosa volete? Le chiese cosa avesse comprato. Ma è un uso da eviare, specie negli scritti.

 

I pronomi chi, che o che cosa possono essere usati anche con un’esclamazione: ad esempio, Senti chi parla! Che dici mai! Che cosa mi tocca sentire!

A questo proposito va notato l’uso erroneo del che esclamativo dinanzi ad un solo aggettivo non accompagnato da alcun nome: ad esempio, Che bello! Che strano! Che bravo! Invece, si dovrebbe dire: Che bella cosa! Che fatto strano! Che bravo figlio!

 

Il Pronome Indefinito

I pronomi indefiniti possono essere distinti in due categorie:

 

1) La maggior parte degli aggettivi indefiniti diventano pronomi quando fanno le veci del nome; essi sono: alcuno, ciascuno, altro, alquanto, altrettanto, molto, parecchio, poco, troppo, tanto, quanto, tutto, certo, nessuno, veruno. Ad esempio, vedemmo alcuni piangere, ciascuno faccia il suo dovere, altri la pensano diversamente da te, molti passeggiano lungo la riva del mare, pochi sanno tacere, troppi sono i sofferenti, certi pensano che tu menta, nessuno conosce il futuro, tutto è perduto fuorché l’onore.

Non possono essere pronomi indefiniti gli aggettivi ogni, qualche, qualsivoglia, qualsiasi, qualunque, perché non si possono usare senza un nome che li accompagni.

I pronomi indefiniti che indicano quantità, come poco, molto, parecchio, troppo, tutto, tanto, quanto, nel singolare acquistano un senso neutro con il significato di poche cose, molte cose, troppe cose, tante cose, quante cose: ad esempio, mi contento del poco, mi basta poco, ho ricevuto troppo, ho dato molto, diteci tutto.

 

2) Alcuni pronomi indefiniti non hanno alcun corrispondente tra gli aggettivi della stessa specie; essi sono:

Uno, qualcuno o qualcheduno, ognuno, che non hanno plurale e che si usano come soggetto e come complemento: ad esempio, è venuto a casa con uno; qualcuno mi darà l’informazione giusta; ognuno per sé; qualcheduno m’ha indicato la via.

Certuni si usa esclusivamente al plurale, si riferisce per lo più a persona e si adopera tanto come soggetto quanto come complemento: ad esempio, certuni sanno queste cose; non è come pensano certuni.

 

Chiunque è indeclinabile e comune ai due generi, si riferisce soltanto a persona ed è contemporaneamente pronome indefinito e relativo, significando qualunque persona la quale; di conseguenza, può essere usato soltanto come congiunzione tra due proposizioni: ad esempio, chiunque di noi è disposto a rinunciare alla sua parte; a chiunque di voi spetta la ricompensa.

In funzione di pronome relativo, chiunque si costruisce con il congiuntivo: ad esempio, chiunque voglia, può richiedere le fatture; accoglieremo chiunque si offra di aiutarci; chiunque venga, sarà ben accolto.

 

Chicchessia (forma pedantesca) si riferisce soltanto a persona, vale tanto per il maschile quanto per il femminile, può essere usato come soggetto e come complemento, e significa qualunque persona. Essendo pronome puramente indefinito e non anche relativo, si può usare al posto di chiunque quando non si debbano congiungere due proposizioni : ad esempio, non m’importa di chicchessia; non lo dirò a chicchessia.

 

Checché indeclinabile, si riferisce solamente a cosa e significa qualunque cosa: ad esempio, checché ne dicano gli altri, io la penso così; checché tu dica, ormai la decisione è stata presa.

 

Altri si riferisce solo a persona, è indeclinabile (perciò non va confuso con il declinabile altro) e significa un’altra persona: ad esempio, Altri dirà che tu hai torto. Viene pure adoperato in correlazione con “taluno”, “alcuno“: ad esempio, Taluno sostiene questa tesi, altri è di diverso avviso. L’espressione non altri che significa: nessuno fuor che. Ad esempio: Non c’è altri che lui che possa aver detto queste cose.

 

Niente, nulla sono indeclinabili e significano nessuna cosa. Se precedono il verbo , conferiscono un significato negativo alla proposizione : ad esempio, niente può farlo recedere dalla sua posizione; nulla è stato deciso sulle cose da fare.

Se invece sono posposti al verbo, richiedono avanti allo stesso verbo la negazione non: ad esempio, non ha voluto niente; non devono sapere nulla.

Nelle proposizioni interrogative o condizionali, niente e nulla hanno il significato di qualcosa: ad esempio, Ti serve niente? Sai nulla?; Se niente ti occorre, io son disposto ad aiutarti.

Data 5 gennaio 2020

GRAMMATICA ITALIANA – 5

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Aggettivo e sue particolarità

 

L’aggettivo (dal latino adiectivus «che aggiunge») è quella parte variabile del discorso che si aggiunge al nome per qualificarlo o per determinarlo meglio.

A seconda della loro funzione, gli aggettivi si distinguono in qualificativi e determinativi.

 

Aggettivo qualificativo _____________

 

Declinazione

Per la declinazione , l’aggettivo qualificativo si distingue in due classi:

 

a) prima classe:

maschile singolare e plurale  o – i

buono, buoni – bello, belli

femminile singolare e plurale  a – e

buona, buone – bella, belle

b) seconda classe:

maschile e femminile singolare: e

prato verde, collina verde

maschile e femminile plurale: i

prati verdi, colline verdi

Pari, dispari, impari  sono invariabili

 

Gradi

 

I gradi dell’aggettivo qualificativo sono tre:

 

a) grado positivo quando l’aggettivo esprime una semplice qualità (bello);

b) grado comparativo quando esprime un confronto tra due termini (più bello, meno bello, tanto bello quanto…);

c) grado superlativo quando esprime il grado massimo di una qualità (bellissimo, il più bello).

 

B) Il comparativo indica un confronto di uguaglianza, di superiorità o di inferiorità fra due termini.

Si hanno dunque 3 specie diverse di comparativo:

 

# comparativo di uguaglianza, quando la qualità espressa dall’aggettivo è uguale nei due termini messi a confronto, e si forma con le particelle così…come, tanto…quanto o altre simili.

Ad esempio: Sonia è così buona come Giovanna; Luglio è tanto caldo quanto Agosto.

Si può omettere la prima particella correlativa, facile a sottindendersi: ad esempio, Stefano è forte quanto gentile; il diamante è prezioso come raro.

# comparativo di maggioranza, quando la qualità espressa dall’aggettivo è posseduta in grado maggiore dal primo termine di paragone, e si forma con le particelle più…di, più…che: ad esempio, Paolo è più buono di Sandro; Egli era più astuto che intelligente;

# comparativo di minoranza, quando la qualità espressa dall’aggettivo è posseduta dal primo termine di paragone in grado minore, e si forma con le particelle meno…di, meno…che: ad esempio, Egli è meno bravo di te; il tentativo è meno utile che rischioso.

 

I comparativi di maggioranza e di minoranza possono essere rafforzati da avverbi come molto, assai, troppo o attenuati da un po’, alquanto: ad esempio, Luigi è molto più intelligente della sorella; Umberto è un po’ meno bravo del fratello.

 

C) Il superlativo esprime il grado massimo di una qualità, e si distingue in 2 tipi:

# il superlativo assoluto, quando il massimo grado della qualità è espresso senza alcun paragone. Esso si forma aggiungendo al tema dell’aggettivo il suffisso -issimo: bellissimo, carissima, velocissimi, graziosissime;

# il superlativo relativo (di maggioranza e di minoranza), quando il massimo grado è espresso con un paragone. Esso si forma premettendo l’articolo  al comparativo di maggioranza o di minoranza: ad esempio, Carlo è il più bravo della classe; Elisa è la meno dotata tra le compagne.

 

Il superlativo assoluto può essere formato anche:

 

a) premettendo alla parola avverbi quali molto, assai, oltremodo, sommamente, enormemente, estremamente, infinitivamente e simili: ad esempio, molto idoneo, assai vasto, oltremodo utile, sommamente valido, enormemente rischioso, ecc.

b) per mezzo dei prefissi arci, stra, ultra, super, extra: arcinoto, straricco, ultrarapido, supersonico, extrapotente;

c) ripetendo l’aggettivo: bello bello, bagnato bagnato, scuro scuro, ecc.: se ne andava bello bello; Carlo era bagnato bagnato; il padre tornò a casa scuro scuro in volto;

d) rafforzando l’aggettivo con un altro aggettivo che dia rilievo alla qualità: bagnato zeppo, ubriaco fradicio, stanco morto, ricco sfondato, ecc.

 

quelli che, per loro natura, hanno un significato superlativo ,non possono avere gradazione: eterno, enorme, immenso, infinito, colossale, gigantesco, immortale, sublime, eccezionale, unico, straordinario.

 

# I seguenti aggettivi formano il superlativo assoluto alla maniera latina:

1

Nel linguaggio comune però, al posto delle predette forme, si usa la circonlocuzione con un avverbio : ad esempio, molto celebre, molto benefico, ecc.

# Per alcuni aggettivi la forma del comparativo e del superlativo si ricava da una analoga forma del latino. Essi sono:

2

I primi quattro aggettivi hanno anche le forme regolari del comparativo e del superlativo: più buono – buonissimo, più cattivo – cattivissimo, più grande – grandissimo, più piccolo – piccolissimo.

 I seguenti comparativi e superlativi, di derivazione latina, mancano del grado positivo:

3

– Oggi è assai diffuso l’uso di superlativi di sostantivi, e perfino di nomi propri: campionissimo, finalissima, veglionissimo, Fernandissima, Vandissima, ecc.

 

– Anche l’aggettivo qualificativo può, al pari del nome, avere forme alterate mediante suffissi: piccolino, piccoletto, pigrone, pigraccio, biancastro, nerastro, ecc.

 

Aggettivo determinativo ____________

 

Aggettivi possessivi

Gli aggettivi possessivi indicano l’appartenenza di un oggetto (o di un essere) e contemporaneamente il possessore; essi sono:

4

Proprio

Tra gli aggettivi possessivi si colloca proprio (propria, propri, proprie) :

–  Egli ha scontato la propria colpa. Sono tornati alla propria casa.

Talvolta, però, “proprio” può unirsi a possessivi di tutte le persone per rafforzarli: L’ho udito con le mie proprie orecchie. Si è rovinato con le sue proprie mani.

 

Aggettivo dimostrativo

Indica un essere o una cosa nel suo rapporto di vicinanza o di lontananza nello spazio e nel tempo. I più comuni sono:

5-

Altri aggettivi dimostrativi, con valore propriamente di qualità, sono: tale, quale, cotale, siffatto, cosiffatto :

 Tali cose non si fanno; Non si dimenticano tali torti; Quale regalo sceglie?; Con gente siffatta è inutile discutere.

 

Quello

può fare:

quel libro, quel grido

quello scritto, quello zaino

quegli animali, quegli scolari,

–  quei ragazzi scapestrati, quei libri sono rovinati.

 

Aggettivi numerali

Gli aggettivi numerali determinano la serie naturale dei numeri (cardinali) o l’ordine di successione (ordinali).

 

I Secoli:

il Duecento (secolo XIII); il Trecento (sec. XIV); il Quattrocento (sec. XV); il Cinquecento (sec. XVI); il Seicento (sec. XVII); il Settecento (sec. XVIII), ecc.

 

Ordinali

primo, secondo, terzo, ecc.

 

– Gli ordinali che corrispondono ai cardinali undici e dodici hanno tre forme diverse: undicesimo, undecimo, decimoprimo; dodicesimo, duodecimo, decimosecondo.

– Quelli che corrispondono ai cardinali dal tredici al diciannove hanno due forme: tredicesimo, decimoterzo; quattordicesimo, decimoquarto, ecc

– Le decine venti, trenta, quaranta, ecc. hanno pure due forme:

 ventesimo, vigesimo; trentesimo, trigesimo; quarantesimo, quadrigesimo; ecc.

– Per indicare in cifre gli ordinali, si usano i numeri romani, ma si può anche far uso delle cifre arabe con la desinenza del genere come esponente (1°, 2°…10° rispettivamente 1^, 2^…10^):

2° battaglione o II battaglione, 3^ lezione (o II lezione o lezione II).

– Ma si trova posposto nelle successioni di regnanti e di papi:

 Federico II, Luigi XVI; Giovanni XXIII, Benedetto XVI. In questo caso si adoperano unicamente le cifre romane.

– Gli ordinali vengono spesso sostantivati:

frequenta la quinta (classe), aspetta un secondo (un minuto secondo), ha ingranato la prima (marcia), ho bevuto un quarto (di litro) di vino.

 

1) I moltiplicativi sono quelli che moltiplicano una quantità:

doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, sestuplo, e anche: duplice, triplice, quadruplice, quintuplice, sestuplice), ecc.

2) Una metà o un mezzo sono invariabili quando seguono il nome:

 un’ora e mezzo, due sterline e mezzo, alle sei e mezzo.

Ma:  una mezza sterlina; due mezze giornate di lavoro vanno scritti in questa forma.

3) I collettivi indicano un insieme numerico di persone o di cose. Sono ambo, entrambi, ambedue, che significano tutti e due.

Ambo e ambedue sono invariabili. Entrambi fa al femminile entrambe: ad esempio, ambo le braccia, ambedue le ragazze; entrambi i fratelli, entrambe le sorelle.

4) I distributivi sono locuzioni formate dall’unione dei numeri cardinali con le preposizioni a e per:

 ad uno ad uno, uno per uno, a due a due, due per due, ecc. Oppure:

uno per volta, uno alla volta, due alla volta, ecc.: ad esempio,

 Marciavano in fila per tre. Uscire a due a due. Distribuire tre cioccolatini per uno.

 

Aggettivi indefiniti

Indicano la qualità e la quantità in modo indeterminato.

Ecco le principali forme:

6-

 

Particolarità nell’uso dell’aggettivo

L’aggettivo si pospone :

 

#  con i nomi propri, quando è un appellativo d’onore o quando serve a distinguere un personaggio da altri con lo stesso nome:

 Filippo il Bello, Ludovico il Moro, Alessandro il Grande, Carlo il Temerario;

# Taluni aggettivi assumono un significato diverso se sono collocati prima o dopo il sostantivo:

 

esempi:

 

buon uomo – uomo buono;

libero docente – docente libero;

numerose famiglie – famiglie numerose;

certa notizia – notizia certa;

buona società – società buona;

puro latte – latte puro.

 

 

Tipologie e uso dell’ avverbio ___________

 

L‘avverbio (dal latino ad verbum, al verbo) è quella parte invariabile del discorso che determina, modifica e specifica il significato del verbo , dell’aggettivo  o di un altro avverbio ai quali è riferito.

7-

Per quanto riguarda la formazione, gli avverbi si dividono in:

8-

Avverbi di luogo

9-

Altri avverbi di luogo sono:

 su, giù, lassù, laggiù, ivi, ove, dove, donde, dovunque; vicino, lontano, davanti, dietro, altrove, fuori, dentro, presso, oltre, dappertutto, ecc.

 Sono locuzioni avverbiali di luogo:

di qui, di qua, di lì, di là. di su, di giù, di sopra, di sotto, in qua, in là, ecc.

 

Avverbi di tempo

I principali avverbi di tempo sono:

 ora, adesso, subito, tosto, testé, allora, prima, dapprima, poi, dopo, poscia, oggi, ieri, domani (posdomani, dopodomani, avantieri, ecc.), spesso, sovente, sempre, mai, presto, tardi, poi, già, ancora, talora, finora, ecc.

quando, allorquando, allorché, qualora

 

L’avverbio mai significa propriamente una volta, una qualche volta, quando che sia; ed è errore usarlo con valore negativo, se la negazione non sia espressa: ad esempio,

 verrà mai non vuol dire che non verrà mai, ma che verrà una qualche volta. Infatti si dice: verrà mai quel giorno che tanto attendiamo?

 

 Avverbi di modo o di qualità

– caramente, raramente, amaramente, magnificamente, ecc.

– singolarmente, celermente, platealmente, civilmente, piacevolmente, inferiormente, ecc.

– correntemente, perdutamente, ecc.

– bocconi, ginocchioni, ciondoloni, tastoni, carpone, ecc.

– bene, male, peggio, meglio, volentieri, così, ecc.

 

Gli avverbi qualificativi hanno i gradi di comparazione come i rispettivi aggettivi:

più velocemente, meno velocemente, velocissimamente, veloce veloce, assai o molto velocemente, il più velocemente.

10-

11-

– Alcuni avverbi ammettono anche l’alterazione :

 bene, benino, benone; male, maluccio, malaccio; poco, pochino, pochetto; presto, prestino, ecc.

– Infine, tra le molte locuzioni avverbiali di modo ricordiamo le più frequenti:

 in fretta, in fretta e furia, a poco a poco, per l’appunto, man mano, pian piano, di tanto in tanto, bel bello, niente affatto, in mezzo, poco fa, fino ad ora, d’ora in poi, terra terra, di corsa, di sbieco, alla carlona, a bizzeffe, ecc.

 

Avverbi di quantità

– I principali avverbi di quantità sono: nulla, niente, poco, alquanto, parecchio, abbastanza, molto, assai, troppo, tanto, quanto, appena, più, meno, affatto (= del tutto), ecc.

anche, almeno, altresì, pure, inoltre, ancora, neanche, neppure, perfino, circa, quasi, ecc.

– Le più comuni locuzioni avverbiali di quantità sono: di più, di meno, a un di presso, all’incirca, press’a poco o presso a poco, né più né meno, per nulla, ecc.

 

Avverbi di modalità

Gli avverbi di modalità o modificanti si dividono in:

avverbi di affermazione: sì, appunto, sicuro, sicuramente, certo, certamente, già, proprio, proprio così, giusto, precisamente, naturalmente, senza dubbio, spesso usati come rafforzativi del : ad esempio, L’hai visto? Sì, certo. Mi credi? Sì, proprio.

avverbi di negazione: no, non, neanche, neppure, nemmeno, nemmanco, né

avverbi di dubbio: forse, ma, probabilmente, quasi, ecc.

– Per rafforzare il sì sono comunemente usati proprio, precisamente, per l’appunto; per rafforzare il no sono invece adoperati punto, mica, niente affatto, non mai.

 

Locuzioni avverbiali

– Una prima forma di locuzione avverbiale è quella di raddoppiare l’avverbio, sia per semplicemente rafforzarlo, sia per dargli una lieve diversità di significato: lemme lemme, ben bene, or ora, su su, sotto sotto, pian piano.

– Altre locuzioni avverbiali si formano aggiungendo una preposizione a un nome: a stecchetto, a suo tempo, a bizzeffe, a quattr’occhi, di soppiatto, di palo in frasca, in un batter d’occhio, in un lampo.

– Altre infine si formano premettendo la preposizione articolata alla a un aggettivo femminile, sottintendendo il nome femminile usanza, maniera: ad esempio, alla marinara, alla matriciana, all’italiana, alla francese, ecc.

 

 Avverbio

L’avverbio si pone dopo il verbo o prima, in base al valore che gli si vuole dare nel contesto della frase.

avverbi quantitativi più, meno, assai, abbastanza,

avverbi modali: così, dietro, avanti, dopo, meglio, peggio

avverbi sostantivati:

Mio zio, purtroppo è passato nel numero dei più; il meglio è il nemico del bene; chiacchierammo del più e del meno; in ogni risoluzione va considerato il prima e il dopo; non c’è limite al peggio.

– Gli avverbi qui, qua, lì, là spesso rafforzano i corrispondenti pronomi dimostrativi: ad esempio, questo qui, quello là, ecc.

– Quasi tutti gli avverbi si possono rafforzare raddoppiandoli: or ora, adesso adesso, giù giù, su su, lì lì, quasi quasi, ecc.

Data 29 dicembre 2019

GRAMMATICA ITALIANA – 4

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USO CORRETTO DELLE PREPOSIZIONI

Le preposizioni servono a indicare i più vari rapporti e a formare i complementi indiretti .

Nella prima colonna sono indicati i vari complementi retti dalla preposizione in argomento; nella seconda colonna figurano esempi di frasi corrispondenti all’indicazione delle singole funzioni della preposizione , semplice o articolata .

 

1-

2-

3-

4-

5-

6-

7-

8-

 

Complementi diretto ed indiretti

 

Si chiamano complementi quei nomi (o altre parti del discorso che svolgano la funzione di nome) che servono a compiere il senso di una frase, cioè a darle un senso compiuto. Essi possono completare il senso del soggetto, del predicato , dell’attributo , dell’apposizione  e di un altro complemento.

 

I complementi sono di tre specie:

a) il complemento diretto o complemento oggetto

Dante amò Beatrice. Luigi lavora i campi;

si ha con un verbo transitivo , esso risponde alla domanda: chi? che cosa?

Il complemento oggetto può essere rappresentato da un sostantivo e da qualsiasi parte del discorso che svolge la funzione del nome, e anche da un’intera proposizione  che si dice proposizione oggettiva:

egli diceva che ormai era tardi.

b) i complementi indiretti

Carlo dà lavoro agli operai. Io lavoro in fabbrica;

c) i complementi circostanziali (o di circostanza)

Il padre lo faceva venire ogni giovedì pomeriggio, su nella grande clinica ; dove i complementi ogni giovedì pomeriggio e su nella grande clinica precisano il tempo e il luogo in cui il padre faceva andare il figlio.

 

Il complemento oggetto interno è retto eccezionalmente da verbi intransitivi:

io vivo una vita serena, tu dormivi un sonno placido, ha pianto lacrime amare, abbiamo sofferto atroci dolori.

Quando il complemento oggetto è rappresentato da un verbo all’infinito , spesso si usa premettergli le preposizioni  di, a, da, le quali sono pleonastiche e quindi potrebbero essere facilmente tolte:

preferì di morire, preferì morire; chiese da bere, chiese il bere; domamdò da mangiare, domandò il mangiare.

 

Il complemento oggetto, quando indica non il tutto ma una parte, si costruisce facendolo precedere dai partitivi di, dei, dello, ecc.

Ho mangiato del (= un po’ di) riso; Ho bevuto del (= un po’ di) vino.

Ho colto dei (= alcuni) fiori; Hanno visto delle barche; Ha ascoltato delle romanze.

 

Il complemento evocativo viene usato per invocare, per chiamare, per rivolgere la parola. E’ spesso preceduto da o (oppure da “oh“):

O patria mia, mai più ti rivedrò

Il complemento esclamativo  seguito dal punto esclamativo (!)  indicante un sentimento in forma sintetica:

gran bella cosa, questa, in una donna!

il lupo, oh angoscia!,

 ah, come è bello!

 

Complementi indiretti

 

1) Complemento di specificazione

risponde alle domande: di chi? di che cosa?

Alessandro Magno era re (di chi? di che cosa?) di Macedonia

L’amore della madre (= che la madre ha) verso i figli (specificazione soggettiva)

L’amore dei figli (= amare i figli) da parte della madre, (specificazione oggettiva)

– E’ importante non confondere il complemento di specificazione con altri complementi retti dalla preposizione di, come il complemento oggetto:

ho visto dei quadri, desidero di mangiare,

– o con il complemento di causa: muoio di sete,

– o con certi casi di apposizione: la città di Roma

 

2) Complemento di termine

risponde alla domanda: a chi? o a che cosa?:

– Pensa a te stesso. Lasciò la casa alla moglie, Dar da mangiare agli affamati

– caro agli amici, idoneo allo studio

attenzione a non confondere:

– Questo libro non ti (= a te, complemento di termine) piace

– Carlo ci (= noi, complemento oggetto) ha invitati a cena

 

3) Complemento di agente

risponde alla domanda: da chi?

– Romolo e Remo furono adottati da una lupa

attenzione a non confondere:

–  Viene da nobile famiglia (complemento di provenienza);

– Arrivo da Milano (complemento di moto da luogo)

 

4) Complemento di causa efficiente

Se l’azione è causata non da una persona o da un animale ma da un essere inanimato,

– Il toro fu ucciso da un fulmine. Firenze fu allagata dallArno

 

5) Complemento di origine o provenienza

– Egli è nato da nobile famiglia, L’Arno nasce dal monte Falterona

 

6) Complemento partitivo

è uno speciale complemento di specificazione, in quanto specifica la parte di un tutto. E’ retto dalla preposizione di, fra o tra:

–  due di noi; parecchi di voi, qualcuno degli allievi deve essere interrogato.

– Qualcuno tra noi ha tradito; Pochi, fra gli allievi del corso, hanno superato l’esame

 

7) Complemento di qualità

è retto dalle preposizioni di , da, a , con:

– un uomo di carattere forte; ragazza dagli occhi azzurri, Ho acquistato una gonna a pantaloni, E’ un giovane pistard con garretti d’acciaio.

 

8) Complemento di materia

risponde alla domanda: di che cosa?

– statua di bronzo; anello d’oro

 

9) Complemento di argomento

risponde alle domande: di chi? di che cosa? intorno a chi? o a che cosa?

E’ retto dalle preposizioini di, su, circa, riguardo a, intorno a:

– parliamo di sport; un libro sulla storia antica;

– le mie osservazioni circa il progetto di nuove costruzioni; discutere intorno all’arte moderna.

 

10) Complemento di vantaggio e svantaggio

indica per chi o per che cosa avviene un’azione. E’ retto dalla preposizione per, o dalle locuzioni: in favore di, a sfavore di, nell’interesse di, a danno di, a profitto di, a svantaggio di e simili:

–  mi sacrifico per la famiglia; lavoriamo nell’interesse dell’azienda; preghiamo per i defunti; hai parlato a danno di me; quel trattamento è dannoso per le colture; è un pericolo per l’incolumità personale; ho perorato la causa a favore di tuo zio; il fumo è nocivo per i polmoni.

 

11) Complemento di abbondanza e privazione

E’ retto dalla preposizione di:

– sala piena di anziani, vite carica di grappoli, giovane ricco d’ingegno, la terra abbonda di acqua,

 

12) Complemento di limitazione

E’ retto dalle preposizioni a, da, di, in, per e dalle locuzioni in fatto di, a giudizio di, rispetto a, a parere di, riguardo a, e simili:

– bravo in matematica, generoso a parole, cieco di un occhio, stare male a quattrini, sordo da un orecchio, indegno di perdono, degno di considerazione, lodevole per il suo impegno, a mio parere sei forbito nel linguaggio, riguardo alla forma il componimento è buono, quel giocatore è abile nel dribbling

 

13) Complemento di paragone

–  Il diamante è più duro del vetro, il diamante costituisce il primo termine di paragone; mentre del vetro rappresenta il secondo termine.

a) di maggioranza: Egli è più bravo di te; il libro che mi hai regalato è più bello che

b) di minoranza:

in cui il complemento di comparazione è espresso da un aggettivo  preceduto dall’avverbio  meno; e il secondo termine di paragone da un nome o da un aggettivo preceduto dalla preposizione di o dalla congiunzione  che:

– l mio libro è meno bello del tuo.

c) di uguaglianza

in cui il complemento di comparazione è espresso da un aggettivo preceduto da tanto, così, non meno e simili; e il secondo termine di paragone da un nome o da un aggettivo preceduto dalla preposizione di o dalla congiunzione che o dagli avverbi come, quanto:

–  Tu sei tanto studioso quanto intelligente. Tu sei non meno studioso di Carlo.

 

14) Complemento di età

– Dante morì a cinquantasei anni; Gli elefanti raggiungono spesso l’età di centottant’anni;

Quando l’età è solo approssimativa si usano le preposizioni  su oppure circa, all’incirca o verso:

– Una signora sulla quarantina; Avrà avuto circa novant’anni; Un giovane diventa maturo verso i trent’anni.

 

15) Complemento di allontanamento o separazione

è retto dalla preposizione da:

–  Mi allontanai dalla famiglia; Ti separasti dai tuoi cari; Fu distolto dal suo lavoro; Furono liberati dalla prigionia; Le mie opinioni sono discordanti dalle tue; Aristide fu bandito dalla patria.

 

16) Complemento di unione

E’ retto dalla preposizione con; risponde alla domanda: con che cosa? insieme con quale cosa?

– Ho mangiato il pane con la marmellata; Ha mischiato il vino con l’acqua; Oggi si mangia la minestra con i fagioli; Sono uscito con pochi soldi.

Attenzione a non confonderlo con il complemento di mezzo: ad esempio:

–  Sono uscito con pochi soldi (complemento di unione);

–  L’ho comprato con pochi soldi (complemento di mezzo).

 

17) Complemento di luogo

a) complemento di stato in luogo

E’ retto dalla preposizione in, e anche dalla preposizione a:

–  Vivo a Roma; Noi abitiamo in città; Ha sede in Toscana; La mamma è a letto;

Pure usate sono le preposizioni su, sopra, sotto, dentro, davanti, presso:

– C’è un libro sul tavolo; E’ seduto davanti a me; Si era nascosto sotto il letto; Enzo stava dentro casa.

Abbiamo anche complementi di stato in luogo in senso figurato:

– Ho una pena nel cuore; Mi frullano strane idee nel cervello; Vive nella fiducia del prossimo.

b) complemento di moto a luogo

E’ retto dalle preposizioni a, da, su, per, sotto, verso e simili:

– Vado a Parigi; La nave giunse in porto; Verrà da te; Torno in paese; Salì sul tetto; L’attaccante si diresse veloce verso la porta; Partì per l’America; Andò a ripararsi sotto il balcone

Vi sono anche forme figurate:

–  E’ andato a finire nelle mani di un imbroglione; La maledizione è caduta sulla nostra casa; E’ precipitato nella più nera disperazione; L’ha mandato a quel paese.

 c) complemento di moto da luogo

E’ retto dalle preposizioni di, da:

–  Esco di casa; Vengo dalla scuola; Torno da Londra; Ritornavano dalla campagna; Dante fu esiliato da Firenze.

c’è anche l’uso figurato:

–  Mi è uscito dalla memoria; Se ne è andato dalla famiglia; Si è separato dalla moglie; E’ uscito dal partito; Carlo si è allontanato dalla religione; Finalmente mi sono liberato di un peso.

– Quando è chiara l’idea dell’allontanarsi o del separarsi da una persona o da una cosa, si può parlare anche di complemento di allontanamento o separazione.

– Affine al moto da luogo è anche il complemento di origine o provenienza, come si può ben osservare nei seguenti esempi:

– Quell’immigrato proviene dalla Tunisia; Luigi è di Bari; Quei vetri vengono da Murano; Ti è arrivato un regalo da tuo figlio.

d) complemento di moto per luogo

E’ retto dalle preposizioni per, attraverso, e simili:

–  Fuggì attraverso i campi; Passarono per una stretta via; Il ladro sgattaiolò in mezzo alla folla; Transitava per la via maestra;

anche qui ci può essere un uso figurato:

Attraverso lo studio si arriva alla scienza; Mi è passata un’idea per la mente; Nella vita ho attraversato un mare di guai.

 

18) Complemento di tempo

a) complemento di tempo determinato

esso risponde alla domanda: Quando?

E’ costituito da un sostantivo preceduto dalle preposizioni o locuzioni a, in, di, su, verso, circa, durante, intorno a:

–  Andrò a casa a mezzogiorno; Verranno alle sei di pomeriggio; Lavoro di notte; Ci rivedremo in estate; Andremo a cena verso le otto; Durante la guerra molte città vennero bombardate; Erano circa le sette quando lo salutai; In primavera la natura rinasce; Ci incontrammo sul far dell’alba.

b) complemento di tempo continuato

risponde alle domande: da quanto tempo? per quanto tempo?

è  preceduto dalla preposizione per,  da, durante, circa, su, intorno, verso:

–  Lo ascoltai a lungo; Ti ringrazierò eternamente; Visse lo spazio di un mattino; Pregammo per venti minuti; Ci aspettò per tutta la mattinata; La nonna visse novant’anni; Staremo qui fino a martedì; Mio padre lavorò in fabbrica per cinquant’anni; Resistemmo per circa un mese.

 

19) complemento di compagnia

è retto dalla preposizione con o dalle locuzioni insieme con, assieme con, in compagnia di:

–  Vivo con mio padre; Verrò a trovarti insieme con mia moglie; E’ uscito in compagnia del suo cane.

Se invece di un essere animato si tratta di una cosa, il complemento si dice di unione:

–  Va a scuola con la cartella sulle spalle; Mio nonno è uscito col cappello.

complemento di relazione, che indica rapporti fra le persone:

–  Giuseppe ha buoni rapporti con gli amici; Sono molto amico con Luca; L’Italia era in guerra con l’Austria.

complemento di esclusione:

–  C’erano tutti tranne Fulvio;

complemento di sostituzione:

– Comprò una rivista al posto di un giornale;

 

20) complemento di causa

risponde alla domanda: perché? per qual motivo?

E’ retto dalle preposizioni a, da, di, per o dalle locuzioni a causa di, a modo di, per motivi di, e simili:

–  Si tremava dal freddo o a motivo del freddo; Si soffre per il troppo caldo; Non sono uscito per la pioggia; Non sono andato a scuola per motivi di salute; Impallidì a quella vista; Ha dato le dimissioni per motivi personali.

 

21) complemento di fine o scopo

indica il fine per cui si compie l’azione, oppure la destinazione di un oggetto; risponde alle domande: a qual fine? per quale scopo? E’ retto dalle preposizioni a, da, per, in, che precedono il sostantivo indicante lo scopo, oppure dalle locuzioni a fine di, essere di, dare in, lasciare in, riuscire di:

Fu alzato un muro a difesa della città; I genitori lavorano per l’avvenire dei figli; Mi lasciò una foto per ricordo; E’ entrato nella sala da pranzo; Sul tavolo c’è un vino da pasto.

Una forma speciale del complemento di fine è quella di un sostantivo preceduto dalla preposizione da e unito ad altro nome per indicare a quale uso è destinata una cosa: ad esempio:

sala da ballo, camera da letto, carta da lettere.

 

22) complemento di mezzo o strumento

indica il mezzo o lo strumento con cui si compie l’azione espressa dal predicato; risponde alla domanda: per mezzo di chi o di che cosa? E’ retto dalle preposizioni con, per, di, a, in, mediante o dalle locuzioni per mezzo di, per opera di:

Il cane fu colpito con un bastone; Ci parlammo per telefono; Sollevarono mediante la gru il pesante carico; Si mise in contatto con noi tramite un amico; Per opera di tuo fratello ho salvato la barca; Partimmo tutti in macchina.

 

23) complemento di modo o maniera

indica il modo in cui si realizza una circostana; risponde alle domande: come? in che modo? in che maniera? E’ retto dalle preposizioni con, a, di, da, in, per:

Giulio mangia con appetito; Me lo disse in segreto; La mamma rimase di stucco; Gino andava di corsa; Puoi presentarti a fronte alta; Mio cugino fa una vita da principe.

Questo complemento può essere espresso anche:

a) da un avverbio o locuzione avverbiale di maniera: ad esempio:

Rispose molto cordialmente; Se ne andava lemme lemme; Sergio correva velocemente;

b) da un nome preceduto da come, a modo di, a guisa di, alla maniera di: ad esempio:

Correva come una lepre; Vestiva alla maniera di un inglese; Procedeva a modo di tartaruga; Loris portava un cappello a guisa di bombetta;

c) da un gerundio: ad esempio:

Camminava saltellando; Raccontò l’accaduto balbettando.

d) Molto spesso il complementio di modo è costituito da un’espressione complessa: ad esempio:

Passeggiava con le mani in tasca; Rispose con un gesto di stizza.

 

24) complemento di quantità

indica, in senso generale, una quantità: ad esempio:

Mio figlio è cresciuto troppo; Queste scarpe costano molto; Quella buca è assai profonda; Si allontanò di qualche passo; Somministrare il medicinale a piccole dosi.

 

25) complemento di misura

a) complemento di peso

Giorgio pesava cinquanta chilogrammi; Il carico pesa due tonnellate,pesava molti chili, pesava poco (molto), non pesava niente.

b) complemento di prezzo o stima

Ho comperato una penna per mille euro; La casa è stata venduta per trecentomila euro;

costa molti euro; vale pochi soldi;

costa molto, non vale niente.

La stima può essere tanto materiale quanto morale:

Il tuo romanzo è stimato molto; La diligenza è molto apprezzata

c) complemento di estensione

La pianura si estende per cinquanta chilometri; Quel campanile è alto trenta metri; Il grattacielo si innalza per venti piani; Il Po è lungo 652 chilometri; La voragine è profonda quaranta metri; la stanza è larga quattro metri.

d) complemento di distanza

E’ introdotto dalle espressioni: essere lontano, distare.

La spiaggia dista due chilometri dal paese; L’auto si è fermata a cinque metri dalla casa; Il cinema dista a cinquanta metri dalla piazza; Ostia è a pochi chilometri da Roma; Mi trovavo a poche centinaia di metri dal luogo dell’incidente.

 

26) complementi giudicativi

a) complemento di colpa

risponde alle domande: di che cosa? per che cosa?

Fu accusato di furto; I militari saranno processati per tradimento; I nazisti si macchiarono di orrendi crimini; Socrate fu processato per corruzione; Fu dichiarato colpevole di omicidio volontario; Egli fu tacciato di menzogna;

b) complemento di pena

risponde alle domande: a che cosa? con che cosa?

Socrate fu condannato a morte; L’omicida fu condannato all’ergastolo; Durante il fascismo molti oppositori vennero condannati al confino; Fu multato di cinquecento euro.

Data 22 dicembre 2019

PSA: la proteina dalle uova d’oro

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PSA: la proteina dalle uova d’oro

 

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2-

 

– quando parliamo di Ipertensione,colesterolo,glicemia ecc. parliamo di ESAMI  da effettuare  per trovare delle eventuali alterazioni relative.

– il PSA non è un esame normale,ma è bensì un marcatore tumorale,questa è la differenza abissale che non viene mai sottolineata a dovere. Quindi se la mia glicemia è alta,ho lo zucchero nel sangue,quindi ho il diabete,se la mia pressione è alta,sono iperteso,ma quando il PSA supera un certo valore,esso indica un tumore.

 

3-

 

– il valore considerato normale è 4,cioè 4 miliardesimi di gr per millesimo di litro di sangue, quindi un valore molto difficile da stabilire correttamente.

Il valore 4 è stato definito dalla comunità scientifica in maniera arbitraria,non c’è uno studio pubblicato che confermi che questo 4 è un valore di sicurezza,cioè se sto sotto 4 sono sicuro di non avere un tumore alla prostata,ebbene,questo valore arbitrario non conta assolutamente NULLA!

Quando il PSA supera 4 si accende la lampadina rossa di allarme,cioè siamo nell’ambito del tumore,quando il valore supera questo numero partono gli accertamenti,se va bene è il dito medio nel retto,se va male è una biopsia con un ago da 20 cm.

 

4-

 

La biopsia è un intervento vero e proprio ,molto spesso nascono delle infezioni gravi  perchè l’ago entra dall’ano e attraverso la mucosa intestinale preleva dei campioni della ghiandola che è grande circa 3 cm, sensibilissima,vengono eseguiti da 6 a 30 e più buchi,questo modo di intervenire comporta un rischio enorme e questo perchè più prelievi di tessuto fai e maggiore è la probabilità di prelevare del tessuto tumorale.

Inoltre bucando la parete intestinale,il rischio di introdurre batteri nella prostata è molto alto ed infatti le infezioni sono all’ordine del giorno anche se viene fatta una prevenzione antibiotica.

La prostata non tornerà mai più come prima.

 

5-

 

La realtà è che ad oggi,non esiste un valore che garantisca l’assenza di malattia!

Infatti sono stati riscontrati tumori anche con valori di PSA minori di 1.

 

6-

 

– Quindi, di cosa stiamo parlando??

– l’incidenza del cancro alla prostata confermata anche su cadavere è del 40% in uomini tra 40-49 anni,cioè 4 su 10,

– tra 60-69 anni è del 70%,cioè 7 su 10,

oltre 70 anni è dell’ 80%, cioè 8 su 10

– la realtà è che alcuni uomini muoiono DI cancro,ma quasi tutti muoiono CON il cancro alla prostata!

 

7-

 

– la Sovradiagnosi nel cancro alla prostata è un problema ENORME.

– molto spesso gli esami mettono in evidenza dei tumori in situ,cioè delle piccole formazioni che non evolvono in tumore e non danno alcun  problema di salute. Ma questi non sono problemi che ci porteranno alla tomba,ma una volta rilevati dall’esame,il medico non può far finta di non aver visto niente e “DEVE” fare degli approfondimenti,quindi la persona colpita entra nella paura e si fa fare tutto quello che gli altri le dicono!

La paura uccide più delle malattie.

Quindi è ovvio che queste diagnosi fanno aumentare i trattamenti,

 

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infatti più esami facciamo e più aumenta la possibilità di trovare qualcosa,quindi aumenta anche la sovradiagnosi cioè la diagnosi di formazioni tumorali che non sono tumori,ma che vengono visti come tali!

Quindi aumentano i trattamenti ed i sovratrattamenti,cioè trattamenti INUTILI!

Inoltre se togli una prostata ad un uomo che diventa impotente ed incontinente,gli rovini l’esistenza.

 

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10-

 

– siamo veramente nell’ORRORE,un esame che ha il 97% di sovradiagnosi non dovrebbe neppure essere considerato valido.

 

11-

 

Queste due curve rappresentano l’incidenza del tumore alla prostata e la mortalità,il test è stato scoperto nel 1986 e poi diventato codificato negli anni ’90.

 

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Come si vede,intorno al 1992 la curva dell’incidenza (superiore) è schizzata in alto paurosamente (a causa di una sovradiagnosi)e se fosse vero che “prima trovo il tumore e prima lo tratto” la curva della mortalità avrebbe dovuto scendere in modo consistente.Ma in realtà è rimasta quasi uguale,cioè ne sono stati diagnosticati e curati di più ,ma la mortalità non è scesa apprezzabilmente.

Quindi da quando è entrato il PSA l’incidenza di tumore è cresciuta in modo esponenziale.

Il 97% di questi tumori,lo ripeto,è dovuto ad una sovradiagnosi,quindi non crea nessun problema,quindi non dovrebbe essere toccato.

 

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– come vedi sopra,queste sono le parole di Richard Abli,professore universitario scopritore del  PSA e da molti anni sta avvertendo le persone di NON fare il PSA.

 

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Per questi motivi  ci sono INTERESSI INAUDITI, i danni economici per i cittadini sono stati enormi,mentre enormi guadagni sono avvenuti ovviamente per altri!

 

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Guardate che cifre enormi sono state ottenute con il PSA  ed ovviamente a danno dei cittadini,mentre tanti altri soggetti ci hanno guadagnato enormemente!

E’ evidente che i camici bianchi ,pur di guadagnare,si inventerebbero qualunque cosa! Tanto più che molti di questi interventi vengono fatti nel privato a causa delle enormi liste d’attesa ed anche perchè molti interventi non sono in regime di convenzione.

ATTENZIONE!!

Data 21 dicembre 2019

GRAMMATICA ITALIANA – 3

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ARTICOLO

L’articolo è la particella grammaticale che si premette al nome o a parti del discorso sostantivate, precisando se si tratta di un essere o di un oggetto individuato (articolo determinativo) o di un essere o di un oggetto non individuato (articolo indeterminativo).

 

L’articolo determinativo

ha due forme per il singolare maschile (il, lo) e due per il plurale maschile (i, gli); una forma per il femminile singolare (la) e una per il femminile plurale (le). L’articolo determinativo, dunque, si declina secondo il genere  e secondo il numero .

 

– lo psicologo, gli psicologi, lo pneumatico, gli pneumatici (scrivere “i pneumatici” è un errore commesso molto frequentemente), lo gnomo, gli gnomi, lo Iugoslavo, gli Iugoslavi.

– l’inno, l’odio

– gli uomini, gl’intellettuali

la età, le età e non l’età, altrimenti si confonde con il singolare).

– L’Aquila, La spezia, Il Cairo, La Valletta

La Napoli degli Angioini; La Firenze del Rinascimento; La Venezia romantica;

– E’ venuta la Titti

– Sua Maestà il Re, Vostra Altezza, Vostra Signoria, Sua Eccellenza il Ministro, Sua Eminenza il cardinale Ruini, Sua Santità.

La Sicilia, La Francia, L’Asia

il Po, il Garda, il Mar Nero, il Gran Sasso

il Petrarca, il Manzoni

– Luigi Pirandello, Giovanni Pascoli

la Serao, la Deledda, la Eliot, la Sand, ecc.

il Botticelli, il Veronese, il Parmigianino

il buon maestro; il mio affezionato cagnolino; il mio molto caro amico;

il di lui padre, la di lei sorella, il di loro amico, il cui fratello.

L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso di Dante

– Fu ammirato per la sapienza, acutezza e virtù dell’animo.

–  La grande dottrina e il grande eloquio dell’avvocato difensore sorprese tutti: giudici e giuria popolare.

gli alunni bravi e i lenti

lo stato etico e il laico

 

L’articolo indeterminativo

L’articolo indeterminativo, usato solo al singolare, ha le forme un, uno per il maschile, una per il femminile; al plurale si usano le forme del partitivo: dei, degli, delle.

uno scalpello, uno zaino, uno xilofono, uno psicologo, uno pneumatico,

una casa, una sedia, una donna

un’anima, un’elica, un’ombra.

– Anche nelle combinazioni gli uni e gli altri, le une e le altre, uni e une sono pronomi.

 

 

L’articolo si omette nei seguenti casi:

il vicendevole aiuto e affetto

– Fugge tra le spaventose e scure selve

un venditore di giornali, profumo di rose;

– a casa di don Antonio, donna Carmela, frate Girolamo, fra Galdino.

il tutto e la parte.

Il molto e il poco

Gli uni e gli altri

– Ecco i quattro giovani di cui ti ho parlato giorni fa

 Il diciassette porta sfortuna;

– è una bella ragazza tra i diciotto e i vent’anni;

–  mi suggerisce un certo che; un non so che, un che, un gran che.

 

Preposizioni articolate

L’articolo determinativo, quando è preceduto dalle preposizioni di, a, da, in, con, su, si fonde con esse, formando le preposizioni articolate , dette anche articoli composti.

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2-

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5-

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7-

 

L’articolo partitivo è formato dalle preposizioni articolate del, dello (dell’), della, dei, degli, delle con valore di un po’, alquanto, una parte, alcuni: ad esempio, Datemi del pane (= un po’ di pane); Mangiammo delle mele (= alcune mele).

 

Si omette il partitivo:

– Non ho amici. Non c’è più tempo;

– Egli mangia poca carne. Ho avuto troppi guai.

– Comprammo mele, pere e pesche. Al corteo c’erano operai, studenti e professionisti;

– avere fame, sete, sonno; provare compassione; prendere fiato, ecc.

Data 19 dicembre 2019

GRAMMATICA ITALIANA – 2

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Proposizione e suoi elementi

 

La proposizione (o frase) è l’espressione di una unità di senso compiuto, determinata sia rispetto alla modalità che rispetto al tempo.

Gli elementi essenziali di ogni proposizione sono:

1) il soggetto, cioè la persona o la cosa (concreta o astratta) di cui si parla;

2) il predicato, che esprime l’azione, lo stato, la qualità o l’esistenza del soggetto e che è costituito da un verbo .

Nella proposizione il bimbo piange il soggetto è il bimbo, mentre il predicato è piange.

 

Soggetto

può essere rappresentato da: un nome, una parte del discorso usata come nome, da un’intera proposizione.

Il cane abbaia (il soggetto è un nome: il cane)

Egli studia  (il soggetto è un pronome: Egli)

Il bello piace (il soggetto è un aggettivo sostantivato: Il bello)

Lavorare stanca (il soggetto è un verbo sostantivato: Lavorare)

Il troppo stroppia (il soggetto è un avverbio sostantivato: Il troppo)

Ahimè esprime dolore (il soggetto è un’interiezione sostantivata: Ahimè)

Dire la verità giova a tutti (il soggetto è un’intera proposizione: Dire la verità)

Giuseppe lavora ( il soggetto è unico)

Mario e Daniela si sposano (il soggetto è multiplo)

Arriverò (il soggetto è sottinteso: io) domani

State zitti (di solito il soggetto non si esprime nell’imperativo)

Piove (con i verbi impersonali non si esprime il soggetto)

E così sia ( in certe locuzioni non si esprime il soggetto)

 

Predicato

Il predicato  può essere di due specie:

 

a) predicato verbale, è quello formato da un verbo attivo, passivo, riflessivo:

–  Fabio legge; (attivo)

– Il libro è letto avidamente; (passivo)

– Ada si pettina (riflessivo)

I predicati di queste tre proposizioni sono i verbi legge, è letto, si pettina.

il verbo essere non sempre è copula,ma può formare l’ausiliare di un verbo,in un tempo composto:

– il treno è partito

– la casa fu demolita

ma anche nei casi come: esistere,stare,appartenere e simili:

io sono (=esisto)

egli è (= sta) in casa

l’auto è (=appartiene a) di mio padre

 

b) predicato nominale, formato da un nome (sostantivo o aggettivo) unito al soggetto per mezzo di una voce del verbo “essere” detta copula , o di un altro verbo copulativo e da un nome o aggettivo: ad esempio

–  Gli amici sono fedeli

il predicato è formato dal verbo “essere” e da un aggettivo, fedeli;

–  Il leone è un animale

il predicato è formato dal verbo “essere” e da un nome,un animale

 

 

Inoltre il predicato può essere:

unico: Carlo è bravo

multiplo: Carlo è bravo e studioso

sottinteso: Chi è il primo della classe? Paolo (viene sottinteso è il primo della classe).

 

Per quanto si riferisce alla struttura, una proposizione può essere:

a) semplice: se è formata solo da soggetto e predicato : Carlo legge; Carlo è buono

b) composta: se è formata da frasi semplici tra loro coordinate: Luigi studia e Nadia mangia

c) complessa: se è formata da frasi semplici e frasi subordinate: Andrea legge il libro che gli ho regalato.

 

L’ATTRIBUTO

L’attributo è un aggettivo che si unisce ad un sostantivo per determinarlo meglio o per qualificarlo.

Può riferirsi al soggetto, al predicato o ad un complemento. Secondo i casi, avremo quindi l’attributo del soggetto, l’attributo del predicato nominale, l’attributo di un complemento.

 

L’APPOSIZIONE

L’apposizione (da apporre «mettere accanto») è un sostantivo che si aggiunge ad un altro per determinarlo e per attribuirgli una proprietà particolare.

A differenza dell’attributo, che può essere necessario o accessorio, l’apposizione ha sempre una funzione accessoria

L’apposizione si dice:

a) semplice, se è formata da una sola parola (Tarquinio il Superbo; Santo Stefano martire);

b) composta, se formata da due o più parole (Gabriele D’Annunzio, poeta e soldato);

c) complessa, se è formata da un’espressione comprendente più elementi (Bologna, la città madre del diritto; Il Boccaccio, antico e famoso narratore).

 

IL NOME

 

Il nome, detto anche sostantivo, è la parte del discorso che serve a indicare (nominare) gli essere animati, le cose inanimate, le idee, i fatti, i sentimenti.

I nomi possono essere:

1) concreti

fanciullo, cane, sedia, odore, salto

2) astratti

bontà, amore, virtù, ambizione

3) propri

Carlo, Fido, Arno, Gran Sasso, Roma

I nomi propri hanno sempre l’iniziale maiuscola

4) comuni

uomo, cane, pietra, fiume, monte, città

5) collettivi

popolo, gregge, esercito, vasellame

6) genere maschile

uomo, cavallo, fuoco, tramonto, pensiero , terminano in o

eccezioni

poeta, profeta, patriarca, papa, duca  terminano in a

7) genere femminile

casa, sedia, luna, stella, alba , terminano in a

eccezioni

mano, radio, moto, auto, dinamo, Saffo, Ino, Ero  terminano in o

8) genere promiscuo

sono detti i nomi per i quali la specificazione è data dall’aggiunta dei determinanti maschio e femmina:

la rondine maschio, la rondine femmina; il topo maschio, il topo femmina.

9) singolare

uomo, bue, tavolo

10) plurale

studio,studi

tempio,templi

zio,zii

dio,dei

eccezione

ala > ali

frutta > frutta

dinamo > dinamo

 

11) invariati al plurale

l’analisi, le analisi; il brindisi, i brindisi; la virtù, le virtù; il caffè, i caffè; lo sport, gli sport

la barbarie, le barbarie; la specie, le specie,

eccezioni

moglie,mogli

superficie sia superficie che superfici

barca,barche

collega,colleghi

Belga,Belgi,Belghe

porco,porci

chirurgo,chirurghi sia chirurgi

asparago,asparagi

astrologo-astrologi, teologo-teologi; filologo-filologi-filologhi; antropofago-antropofagi-antropofaghi

 

12) invariabili

sono i nomi che hanno il singolare uguale al plurale,

2-

13) difettivi

sono i nomi che mancano del singolare o del plurale

3-

14) sovrabbondanti

I nomi con doppia forma al singolare o al plurale

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5-

6-

6A-

I nomi composti

 

I nomi composti sono formati dall’unione di due parole: ad esempio, portalettere, capostazione. Essi, di regola, formano il plurale come se fossero semplici: ad esempio, pomodoro-pomodori, guardaroba-guardarobe.

Questa regola generale comporta parecchie eccezioni:

a) i nomi composti da due sostantivi mettono di regola al plurale solo il secondo elemento:

7-

Altri esempi

 

capoclasse,capiclasse- capostazione,capistazione- caposquadra-capisquadra

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– capocomico, capocomici – capogiro, capogiri – capoverso,capoversi – capolavoro,capolavori – capoluogo,capoluoghi

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–  cassaforte-casseforti, terraferma-terreferme, cartastraccia-cartestracce

palcoscenico-palcoscenici, pianoforte-pianoforti

–  francobollo-francobolli, bassorilievo-bassorilievi, mezzogiorno-mezzogiorni

– mezzaluna-mezzelune, mezzanotte-mezzenotti, mezzatinta-mezzetinte;

–  il dopopranzo, i dopopranzi; la retrobottega, le retrobotteghe,ecc.

–  rompicollo-rompicolli, parasole-parasoli, parafango-parafanghi, battibecco-battibecchi;

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il purosangue, i purosangue restano invariati

–  il lustrascarpe, i lustrascarpe; il paracadute, i paracadute; il cavatappi, i cavatappi; il portaombrelli, i portaombrelli;

–  il posacenere, i posacenere; il cacciavite, i cacciavite; il battistrada, i battistrada; il bucaneve, i bucaneve; il gabbamondo, i gabbamondo;

–  il parapiglia, i parapiglia; il dormiveglia, i dormiveglia; il saliscendi, i saliscendi; il posapiano, i posapiano;

– il doposcuola, i doposcuola; il dopolavoro, i dopolavoro; il senzatetto, i senzatetto

———————————-

 

 

 

 

Nomi alterati

 

Un nome si dice alterato quando vi si aggiunge un suffisso che ne modifica in parte il significato.

I nomi alterati si distinguono in accrescitivi, diminutivi, vezzeggiativi, peggiorativi o dispregiativi.

 

L’accrescitivo serve per indicare che una persona, animale o cosa è più grande del comune; e si forma aggiungendo alla radice del nome il suffisso –one per il maschile, e –ona per il femminile: omone, ragazzone, ombrellone, librone; fanciullona, casona.

 

Il diminutivo dà il senso di piccolezza della persona o cosa, e si forma con i suffissi

 

# ino, -ello, -etto, per il maschile, e -ina, -ella, -etta, per il femminile: pensierino, gattina; pastorello, bambinella; uccelletto, fanciulletta.

# Talvolta, i suffissi del diminutivo possono dar luogo a un cambiamento di genere o di significato del nome alterato: scarpino da scarpa, tavolino da tavola; stanzino da stanza, bocchino da bocca, codino da coda;

# oppure a diminutivi spregiativi: poetino, pittorello, ometto.

# Altri suffissi, come –olino, -icello, -icciuolo, danno al nome un valore di diminutivo e di vezzeggiativo: pesciolino, venticello, festicciuola;

# mentre con i suffissi -icino, –ettino, -ottino si forma un diminutivo doppio: lume, lumino, lumicino; omo, ometto, omettino; giovane, giovanotto, giovanottino. Si può fare il diminutivo anche, ma più raramente, con suffissi come –otto, -otta, -uzzo, -uzza: leprotto, ragazzotta; labbruzzo, pietruzza.

 

Il vezzeggiativo si forma con i suffissi –uccio, -uccia e serve per indicare simpatia, affetto: ad esempio, reuccio, fratelluccio; boccuccia, sorelluccia. Ma si possono usare anche i suffissi propri del diminutivo, poiché le forme del diminutivo hanno talora un significato vezzeggiativo: ad esempio, mammina, nonnino, pesciolino, gattino.

 

Il peggiorativo o dispregiativo serve per indicare che una cosa o persona è pessima, o per esprimere verso la stessa un sentimento di disprezzo. I più comuni suffissi per il peggiorativo dei nomi sono –àccio, -àstro, -ònzolo, -iciàttolo, -ùcolo: ragazzaccio, libraccio, febbraccia, donnaccia, poetastro, giovinastro, mediconzolo, mostriciattolo, maestrucola.

 

 

Attenzione a non confondere:

burrone non è accrescitivo di burro, né montone di monte, né agone di ago; mattino non è il diminutivo di matto, né mulino di mulo o lupino di lupo; merluzzo non è il vezzeggiativo di merlo, e focaccia il peggiorativo di foca.

 

LE DECLINAZIONI

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Data 15 dicembre 2019

GRAMMATICA ITALIANA – 1

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Le lettere dell’alfabeto

 

L’ALFABETO

L’ideazione dell’alfabeto è stata la più grande invenzione della storia: non più un segno per ogni parola, ma un segno per ogni suono. Da allora, scrivere e leggere fu molto più facile di prima.

Forse furono i Sumeri i primi ad adoperare i segni per indicare nomi e numeri, ma furono i Fenici (1700-1400 a.C.) a semplificare i complicati sistemi delle prime scritture e a scegliere un solo segno per un solo suono.

Nacquero così quei 22 segni che diedero vita all’alfabeto, il codice migliore per comunicare.

Dai 22 segni dell’alfabeto fenicio ebbe origine quello greco, dal greco l’etrusco, dall’etrusco il latino, dal latino l’italiano.

La parola alfabeto vuol dire semplicemente a b, le prime due lettere, che in greco si chiamano alfa e beta. Del resto, anche in italiano diciamo «imparare l’abbicci» (cioè a, b, c) per significare «apprendere l’alfabeto».

Le seguenti 26 lettere sono i segni dell’alfabeto usati in Italia. Di essi 21 sono italiani: 5 vocali e 16 consonanti.

Tali segni sono disposti in un ordine convenzionale fisso, che viene seguito in ogni elenco alfabetico. L’ordine è il seguente:

1-

 

Quando si usa la maiuscola

Esempi

Dio mio! chi l’avrebbe detto? chi l’avrebbe immaginato?

– Il mio amico aveva detto : “Ascoltami, moglie.”

–  Marco, Giovanni, Maria; Alighieri, Garibaldi, Marconi ecc.

– l’ Italia, la Francia, la Russia; l’Abruzzo, la Liguria, il Lazio; Capri, Malta,ecc.

–  Roma, Parigi, Londra; il Tirreno, l’Adriatico, il Mediterraneo; il Gran Sasso, il Cervino, le Dolomiti; il Po, il Tevere, l’Arno; il lago di Garda, il lago Maggiore, il lago di Como

– il Natale, la Pasqua, il Risorgimento, la Resistenza

– Sirio, Venere, Orsa Maggiore, Via Lattea

–  la Terra gira intorno al Sole, eclissi di Luna,

– una festa al chiaro di luna, stare al sole, sentirsi mancare la terra sotto i piedi

– il Senato, la Camera dei deputati, lo Stato, la Chiesa, la Croce Rossa, la Banca d’Italia

–  la Divina Commedia, i Canti; la Repubblica, il Corriere della Sera; la Gioconda di Leonardo, il Gallo morente, la Primavera del Botticelli; l’Aida di Verdi, la Lucia di Donizetti, la Tosca di Puccini.

– via Mazzini, via Pascoli, piazza Roma, piazza Cavour

– Ariete, Bilancia, Vergine, ecc.

– Dio, il Signore, il Creatore, la Vergine, l’Assunta, l’Addolorata

– la casa editrice Mondadori, la Fanta, la pasta Barilla, l’anisetta Meletti

–  O.N.U., F.I.A.T., M.E.C., che si possono pure scrivere ONU, FIAT, MEC ed anche – più modernamente – Onu, Fiat, Mec

– Villa Borghese, il Pincio, Villa d’Este, il giardino di Boboli

 

LE VOCALI

Sono cinque: a, e, i, o, u e corrispondono ai suoni formati con la più semplice emissione della voce. Di queste, la vocale a ha sempre suono largo o aperto; i e u hanno sempre suono stretto o chiuso. Le altre due vocali, e ed o hanno un duplice suono: largo e stretto. In alcuni vocabolari il suono stretto viene segnato con l’accento acuto e quello largo con l’accento grave:

 

Solitamente la e ha suono largo nei seguenti casi:

2-

La e ha suono stretto:

3-

 

La o ha suono largo:

4-

La o ha suono stretto:

5-

Pronunciare esattamente la e e la o, larghe o strette a seconda dei casi, è importante perché nella lingua italiana alcuni vocaboli, composti dalle stesse lettere e detti omonimi, cambiano significato in base al suono largo o stretto di queste vocali.

6-

– chi non pronuncia esattamente il suono stretto o largo,non è un italiano,ma una CAPRA.

 

Dittonghi e Trittonghi

– L’incontro di due vocali che vengono pronunciate con una sola emissione di voce, ossia contando per una sola sillaba, si chiama dittongo.

I dittonghi possibili sono:

7-

– L’unione di due vocali deboli con una vocale forte nella stessa sillaba (che si esprime con una sola emissione di voce) forma un trittongo: ad esempio, miei, tuoi, guai, aiuole. Oggi si preferisce accorciare il trittongo iuo nel dittongo io: ad esempio, figliòlo invece di figliuòlo; fagiòlo invece di fagiuòlo.

 

CONSONANTI

Le consonanti si distinguono in:

Le doppie

–  babbo, reddito, pallido, correre; accludere, agglomerato, rabbrividire, spettro, dottrina;

– Il rafforzamento di q è cq: acqua, acquisto. Unica eccezione soqquadro.

–  sacchi, acciaio, occhiali, cuccia

– agghiacciare, raggiro

– Le consonanti g, z non si raddoppiano mai davanti alla terminazione -ione (stagione, azione)

– accanto, davvero, frapporre, raccogliere, sommesso, sussulto, sopraggiungere, sovrapporre, contraffare

–  ebbene (e bene), oppure (o pure), suvvia (su via), diciannove, fabbisogno, fallo (fa lo)

 

Diamo  di seguito un elenco di parole che acquistano significato diverso, secondo che hanno consonante semplice o doppia:

8-

SILLABE

La sillaba è la minima unità fonetica che possa essere articolata e percepita acusticamente, in cui ogni parola può essere divisa.

Una sillaba può essere formata da una vocale (a-mo-re), da un dittongo (uo-mo) o trittongo (a-iuo-la); oppure da vocale, dittongo, trittongo seguiti o preceduti da una consonante (sa-pe-re, pie-de, fi-gliuo-lo).

A seconda del numero delle sillabe che la compongono, una parola può essere:

9-

La divisione in sillabe ha assunto una particolare importanza per la divisione della parola nella scrittura e nella stampa in fine di rigo.

Alcuni esempi

– ma-re, fe-de-le, di-so-no-re-vo-le

– a-cre, so-pra, sem-pli-ce, ne-gli-gen-te, tim-bro

– al-be-ro, sem-pli-ce, pen-sie-ro, tor-ta

–  pi-sta, fe-sta, na-stro, e-sclu-so, tra-spor-to

– tet-to, bal-la-re, bi-stec-ca, car-ro, sof-fit-to, ac-qua, ac-qui-sto, an-nac-qua-re

–  so-gna-re, pa-sce-re, mo-glie, fa-scia-re, lo-zio-ne, fri-zio-ne, scien-za, sco-no-sciu-to, co-sciot-to

– ma-e-stro, a-e-re-o, vio-li-no, ri-e-sa-me, e-te-re-o

– que-st’al-be-ro, l’an-no scor-so, quel-l’uo-mo, tut-t’al-tro

 

ACCENTO

Ogni parola ha una sillaba che è pronunciata con maggiore intensità di voce rispetto alle altre. Questo modo particolare di pronunciare tale sillaba si chiama accento tonico o più semplicemente accento.

La sillaba su cui cade l’accento si chiama sillaba tonica, mentre le altre si chiamano sillabe atone.

 

In base all’accento le parole si dividono in:

10-

L’accento è di tre specie:

 

1) accento grave, si usa per i suoni aperti, e cioè sulle vocali a, e, o aperte: ad esempio, pietà, canapè, falò.

2) accento acuto, si usa per i suoni chiusi, e cioè sulle vocali i, u, e, o chiusi: morí, Corfú, saldaménte, tócco.

3) accento circonflesso, che si usa assai raramente, per indicare una sillaba contratta (tôrre per togliere; côrre per cogliere), oppure su certe i finali per indicare che una i è caduta: studî, ozî, spazî

 

–  qui, qua non si accentano mai

– su alcuni polisillabi omografi (cioè di eguale scrittura) che cambiano di significato col cambiare della sillaba tonica: ad esempio, àncora, ancóra; capitàno, càpitano; bàlia, balìa, ecc.;

– nella voce dànno  del verbo dare, per distinguerlo dal sostantivo danno

 

IL TRONCAMENTO

Il troncamento (chiamato anche apocope) consiste nella eliminazione di una vocale  o di una sillaba  finale di una parola dinanzi ad altra parola che cominci per vocale o per consonante.

Esempi

–  bel bambino, buon mattino, signor presidente

– ora (or ora), suora (suor Anna)

Il troncamento è obbligatorio nei seguenti casi:

un uomo, alcun pensiero, nessun dubbio, ciascun anno

–  un buon amico, un buon cavallo;

bel giovane, quel signore

qual governo, qual potere, tal attesa, tal cosa;

gran fardello, gran sorpresa, gran cose, gran discutere

grand‘affare, grand‘usuraio, grand‘onore o – meglio grande affare, grande usuraio, grande onore

san Carlo, san Giovanni (ma santo Stefano, ad esempio, è la forma da utilizzare);

fra Cristoforo

suor Angela, suor Teresa

volger lo sguardo, cambiar parere, parlar chiaro, non dir sciocchezze,

buon gusto (buongusto), belvedere, bel canto (belcanto), buon costume (buoncostume)

–  mal di denti, dolor di schiena, Mar Caspio, Mar Tirreno, l’imposizion delle mani, l’onor delle armi, l’ingegner Guidotti.

 

ELISIONE

L’ elisione (da elidere «eliminare») è la soppressione della vocale finale di una parola dinanzi alla vocale iniziale di un’altra: tale caduta è indicata dal segno dell’apostrofo: brav’uomo, quell‘albero.

tutt‘altro, quell‘uomo

le età e non l’età che si potrebbe confondere con il singolare

–  si può dire: pieno di entusiasmo o pieno d’entusiasmo, una ipotesi o un’ipotesi, ecc.

l’ostaggio, l‘aquila, un’anfora

dell’ovile, all’aria, nell’isola, dall’Africa, sull’insalata)

– Attenzione: l’articolo e pronome le non si elide mai, perciò si scriverà le oche, le industrie, le epoche, le incontrai

– ma non gl’atleti, gl’ultimi, ecc., bensì gli atleti, gli ultimi, ecc.

un’oca, quest’uomo, quell’arma, bell’asino, grand’olmo, buon’anima, sant’Orsola;

 m’accompagna, t’aspetto, s’allontana, v’esalta, m’ama, l’intende (ma si scrive anche: mi accompagna, ti aspetto, si allontana, ecc.);

d’aria, d’estro, d’orzo (ma si scrive anche: di aria, di estro, di orzo);

 c’esprime, c’indicò (sebbene vada precisato che in questi casi è preferibile non elidere ci);

gl’indicai, gl’inglesi (ma anche: gli indicai, gli inglesi)

–  d’altronde, d’altra parte, d’ora in poi

–  quest’ombrello, cotest’albero, quell’imbroglione;

perch’io, bench’io.

– si può scrivere l’eliche come pure le eliche, ma non l’ingenuità che si confonderebbe con il plurale le ingenuità.

 

I SEGNI DI PUNTEGGIATURA

 

La virgola

Fra i segni d’interpunzione, la virgola (,) è quello che indica la più breve pausa nel discorso.

Esempi

– In quella stanza vidi te, tuo padre, tua madre, tuo fratello; Cammina, cammina, cammina, arrivammo a un paesetto; Il panorama era bello, suggestivo, nuovo.

–  Il panorama era bello, suggestivo e nuovo

–  E corre, e si precipita, e vola; oppure O Roma, o morte

– Né l’oro né gli onori possono piegarmi; Verrò domani o dopodomani o lunedì

– di solito, la sera leggo o guardo la televisione

–  Per me, può far quel che vuole; Di soldi, ne ho speso abbastanza; Disse tutto, con acconce parole, ai suoi genitori.

–  Per me, può far quel che vuole; Di soldi, ne ho speso abbastanza; Disse tutto, con acconce parole, ai suoi genitori.

– Sì, ho una buona speranza; No, non posso venire; Bene, ce la vedremo; Laura ha l’influenza. Infatti, non uscirà.

– Mi piace la musica moderna, ma preferisco quella classica.

– Il mio amico, sebbene fosse stato ferito, non mi abbandonò mai

– Io uscivo, mentre egli arrivava

– Ti credo, giacché lo dici con tanta passione

– Poveri ma belli; Parla, ma prima rifletti; Non fiori ma opere di bene; Concluderemo l’accordo anche nel caso in cui sia poco conveniente ma ci garantisca un ritorno di immagine; Era un uomo stupido, ma onesto; Mi pregò più volte; ma come avrei potuto accontentarlo?.

–  La casa è confortevole sia d’inverno sia d’estate

–  Non sa né leggere né scrivere

– Ho portato il bambino in riva al mare, sia per farlo giocare con la sabbia sia per fargli respirare un po’ d’aria pura

–  Una sincera espressione di affetto non la trovò, né nella dolcezza sempre immutabile con cui m’accoglieva ogni volta, né nella sua cura materna con cui mi proteggeva dagli spifferi d’aria

–  Roma, 31 agosto 2011

– Che dice, Luigi? (senza la virgola Luigi sarebbe soggetto invece che vocativo, in una frase dove si dà del lei a Luigi)

– Ho consigliato a Paolo di studiare, come dicevi tu, che equivale a “ho consigliato a Paolo di studiare, come tu mi dicevi di consigliarlo”. Senza la virgola, come vorrebbe dire “nel modo in cui” e l’intero enunciato significherebbe: “Paolo ha studiato nel modo in cui tu dicevi che avrebbe dovuto studiare”

–   Nella vecchia autorimessa c’erano carcasse di copertoni, stracci di tessuto, lamiere contorte, e pezzi di vetro dappertutto (in questo caso, la virgola chiarisce che “dappertutto” erano solo i pezzi di vetro)

– Ascoltava il radiocronista che trasmetteva la partita di calcio, e annotava le reti segnate dai calciatori (se si fosse omessa la virgola, il soggetto sottinteso “egli” si sarebbe limitato ad ascoltare e non avrebbe compiuto l’azione di annotare le reti, che sarebbe stata attribuita al radiocronista)

– Disse molte parole, espose le sue idee, criticò i nostri progetti, se ne andò; Fabio si alzò, aprì la finestra, si stropicciò gli occhi, guardò fuori con stupore: i tetti erano ricoperti di neve

– Ho visto, mentre partivo, che arrivava tua madre, ma non le ho detto niente, perché era tardi

– Le fortezze furono smantellate; le città, distrutte; le campagne, devastate (in questo caso, si omette di ripetere il verbo furono

– Sei di questi libri sono miei, tre [di questi libri sono] di Laura, due [di questi libri sono] di Carlo

– Il treno di Francesco, che arriva a mezzogiorno (in questo caso, ad arrivare a mezzogiorno è il treno e non Francesco)

– Il treno che arriva a mezzogiorno da Roma (si omette la virgola perché la relativa “che” si riferisce alla parola immediatamente precedente e cioè al treno)

– Gli amici che ti amano ti aiutano (la proposizione relativa “che ti amano” ha valore specificativo, poiché determina quali amici ti aiutano e cioè quelli che ti amano)

– Gli amici, che ti amano, ti aiutano (la proposizione relativa “che ti amano” qui ha un valore incidentale, poiché indica un attributo del soggetto “gli amici”)

–  Lo seppi molto tardi che tu avevi dato le dimissioni;  /  Che tu avevi dato le dimissioni, io lo seppi molto tardi (in questo caso è usata la virgola perché viene invertito l’ordine naturale della frase)

– Era chiaro che aspettavano me;  /  Era chiaro, lo sapevano tutti, che aspettavano me (nella frase viene incluso un inciso, posto tra due virgole)

–  I filosofi discutono la questione se il mondo sia stato creato o no

– Nessuno sapeva dove si fosse cacciato

– Carlo non riusciva a trovare la soluzione del problema

 

Punto e virgola

Il punto e virgola (;) è uno dei segni di interpunzione che va scomparendo nell’uso comune. Purtroppo, l’idea di una punteggiatura affidata all’orecchio o al gusto, che dovrebbe ricalcare le pause fatte nel discorso, ha reso il ricorso ad esso problematico, poiché il punto e virgola si colloca tra la pausa breve della virgola e quella più lunga indicata dal punto (fermo). Se, invece, la punteggiatura venisse considerata nella sua funzione principale, che è quella logico-sintattica, ci si accorgerebbe che il punto e virgola assolve ad una funzione ben precisa, molto utile a rendere più chiaro e fruibile il testo scritto. In sostanza, esso va usato quando al lettore viene richiesto di compiere un piccolo salto logico, passando – ad esempio – ad un soggetto diverso, oppure quando, all’interno dello stesso concetto, se ne descrive una variante; oppure, ancora, quando si vuole evitare la proliferazione di virgole all’interno di una stessa frase.

 

Esempio del primo caso: “Giovanni mangiò una pizza che non gli piacque; Francesco ne ordinò una ai quattro formaggi”.

Esempio del secondo caso: “Mi sono chiesto tante volte chi fosse; ho anche pensato che si trattasse di una persona dalla doppia vita”.

Esempio del terzo caso: “La mia casa è molto bella, piena di comodità e con una vista stupenda; inoltre, l’ho anche pagata poco, se si considerano i prezzi di mercato”.

In sintesi, si potrebbe dire che il punto e virgola indica una pausa un po’ più lunga della virgola, che si fa dentro al periodo (?), per separare tra loro i termini di un’enumerazione, ciascuno dei quali piuttosto lungo e complesso; oppure, vi si può fare ricorso anche per segnalare che c’è una differenza tra due ordini di circostanze, o addirittura un’opposizione, ma non così marcata da escludere una certa relazione tra loro.

 

Esempio: “Senza aspettar risposta, fra Cristoforo andò verso la sacrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui” (A. Manzoni).

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I due punti

Altro segno della punteggiatura che gode sempre meno di popolarità è quello dei due punti, sebbene esso sia particolarmente utile a sintetizzare un discorso ed a sottolineare una spiegazione o una elencazione (di solito, viene usato in quest’ultimo caso). Un esempio di sintesi del discorso: Non risposi alla sua domanda: era stupida”; senza i due punti, sarebbe stato necessario aggiungere la congiunzioneperché” (o “poiché”).

Ecco un esempio con cui si sottolinea una spiegazione, accresecendone l’effetto drammatico: Aveva gli occhi scavati e rossi: nella notte, un suo amico era stato travolto da un’auto. Esempio di elencazione: “In una persona sono queste le doti che mi piacciono: sincerità, lealtà, generosità”.

Quindi, la funzione dei due punti è soprattutto esplicativa e chiarificativa di una affermazione; farvi ricorso consente di conferire espressività al testo, rendendolo più denso e intelligibile per il lettore. L’unico rischio, più frequente di quanto si immagini, è quello di abusarne, ottenendo il risultato di rendere più complicata la frase.

Per riassumere, i due punti (:) servono per introdurre un discorso diretto, una citazione testuale, una enumerazione, una frase che serve da chiarimento o da amplificazione di quanto precede: ad esempio, “L’animo dell’astuto è come la serpe: liscia, lucente, lubrica e fredda (N. Tommaseo).

I due punti si usano nei sottostanti casi:

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E’ un errore usare i due punti nei seguenti casi:

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Il punto

Nella prosa recente, soprattutto giornalistica, ma anche letteraria, si può constatare una proliferazione dell’uso del punto, una volta chiamato “punto fermo“. Quasi sempre si tratta di un utilizzo che mira ad enfatizzare un concetto, in modo da rendere la scrittura più espressiva, più diretta ed incisiva. In alcuni casi, inoltre, il punto consente di semplificare le frasi molto articolate, magari inserendolo dopo una congiunzione avversativa come “ma”. In altre circostanze, però, il suo abuso sembra evidenziare una sorta di scappatoia, un modo per trarsi d’impaccio quando non si sa bene che segno di interpunzione adottare. Quando l’uso del punto non risulta pienamente giustificato, oltre a palesare una scarsa padronanza della lingua, si corre il rischio di rendere la prosa sincopata, di conferirle un ritmo ansiogeno, eccessivamente serrato. Di conseguenza, è bene orientarsi ad un utilizzo appropriato, tenendo ben presente la funzione del punto, che è quella di separare concetti logicamente ben distinti.

 

Ecco alcuni esempi di prosa. Uso eccessivo, nel caso in cui la finalità non sia di natura espressiva: “Mangiai tutte le frittelle. Ma non avevo fame. Perché avevo cenato poco prima. Forse ero soltanto nervoso.”

La stessa frase risulta più scorrevole se scritta così: Mangiai tutte le frittelle, ma non avevo fame perché avevo cenato poco prima; forse ero soltanto nervoso” (in questo caso si potrebbe fare ricorso, in alternativa, al punto . Forse ero soltanto nervoso”). Poiché non si tratta di un periodo (?) molto lungo o articolato, la narrazione appare più scorrevole evitando il punto; inoltre, l’uso delle virgole e del punto e virgola segnalano al lettore che le frasi fanno parte di una singola unità logica.

 

Il punto (.) segna la pausa più lunga del discorso e si mette alla fine d’un periodo per significare che quanto è stato detto ha un senso compiuto. Esempio: È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie novelle. (L. Pirandello).

Il punto può essere posto nei seguenti casi:

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Ecco invece esempi di periodi  brevi continuamente interrotti dal punto fermo: “La musica è la fusione delle altre arti. Essa costruisce, scolpisce e dipinge tutte le fantasie della nostra realtà quotidiana. Del resto tutte le arti tendono alla musicalità. L’architettura è armonia di linee. La scultura è armonia di forme. La pittura è armonia di colori”.

Si possono distinguere il punto di seguito e il punto a capo.

 Dopo il primo, si continua a scrivere sulla stessa riga, implicando il fatto che si continuerà a trattare lo stesso argomento;

dopo il secondo, si va a capo, implicando che la trattazione passerà ad un argomento o ad un sottoargomento diverso. Se si volesse distinguere maggiormente il nuovo periodo, si dovrebbe andare a capo, lasciando un maggiore spazio prima della parola, nell’allineamente normale.

 

Il punto nelle abbreviazioni e nelle sigle

Nell’uso comune si ricorre spesso alle abbreviazioni ed alle sigle. Le abbreviazioni sono parole abbreviate (dott. = dottore); le sigle sono invece le iniziali di parole che formano il titolo di un ente, di un partito, di una associazione (CRI = Croce Rossa Italiana) o simili.

–  (dott., prof., avv., ing., geom., rag., cav., comm.), ed in svariate espressioni convenzionali: op.cit. (opera citata); ecc. (eccetera).

– p. (pagina); v. (verso)

 jr (junior), sr (senior), dr (dal latino doctor, ‘dottore’), cfr (dal latino confer, “confronta”), ecc.

Nelle abbreviazioni per contrazione non bisogna mettere il punto. Il punto si mette soltanto quando indica la mancanza di lettere finali e non quelle centrali.

–  ill.mo (illustrissimo); chiar.mo (chiarissimo); f.lli (fratelli)

–   prof. (professore), prof.ssa (professoressa);

–   sig. (signore), sig.ra (signora), sig.na (signorina)

–  pag./pagg. (pagina/-e); art./artt. (articolo/-i); cap./capp. (capitolo/-i); vol./voll. (volume/-i); prof./proff. (professore/-i)

p./pp. (pagina/-e); v./vv. (verso-i)

–  avv./avv.ti/avv.sse (avvocato-i/avvocatesse); dott./dott.ri/dott.sse (dottore-i/dottoresse)

– Il punto si pone anche tra le lettere di una sigla (O.N.U., O.E.C.E., C.G.I.L., N.A.T.O.), quando ciascuna lettera corrisponde all’iniziale di altrettante parole scritte per esteso; invece, quando tale stretta corrispondenza non esiste, le lettere si succedono senza interpunzione.

– Esistono casi che non rispettano questa regola: alcune sigle, infatti, sono diventate così comuni da contenere anche lettere minuscole; ad esempio, C.d.A. (Corte d’Appello, Corte d’Assise), G.d.F. (Guardia di Finanza), S.p.A. (Società per Azioni), S.r.l. (Società a responsabilità limitata). Altre sigle hanno finito per assumere il carattere di parole vere e proprie: ad esempio, Agip (Azienda generale italiana petroli), Fiat (Fabbrica italiana automobili Torino), Rai (Radio audizioni italiane). Alcune sigle si possono scrivere anche senza il punto: ad esempio, ITIS (Istituto Tecnico Industriale Statale), IVA (Imposta sul Valore Aggiunto), UCI (Unione Ciclistica Internazionale).

 

Il punto interrogativo

Il punto interrogativo  – o punto di domanda – esprime interrogazione, domanda, e serve per avvertire il lettore che deve dare alla frase una particolare inclinazione interrogativa nella pronuncia. L’interrogazione, però, deve essere diretta; altrimenti, non si deve aggiungere il punto interrogativo: ad esempio, Che ore sono?; Dimmi che ore sono; Dimmi: Che ore sono?. Il primo esempio indica un’interrogazione diretta, il secondo un’interrogazione indiretta , il terzo un’interrogazione diretta, sia pure retta da un verbo asseverativo .

– Se il punto interrogativo chiude un periodo o una frase di senso compiuto, la parola seguente si scrive con la maiuscola; se invece si succedono più interrogazioni, ogni punto interrogativo potrà essere seguito da lettera minuscola. Esempio: Dove sei stato? Ti ho cercato tutto il giorno; «Che cos’hai? hai freddo?» .

– Talvolta una frase conclusa da punto interrogativo ha, in realtà, valore esclamativo: Per questa ragione alcuni preferiscono, in casi simili, affiancare un punto esclamativo ad uno interrogativo: ?! o !? (ma sei matto?!).

 

Il punto esclamativo

Il punto esclamativo – o ammirativo(!) indica stupore, meraviglia, dolore; in generale, uno stato d’animo eccitato. Si pone alla fine della frase o della parola-frase, in sostituzione del punto per chiudere il periodo (in tal caso, la parola seguente avrà la lettera maiuscola). Esempio: Che bello spettacolo! Sono proprio contento.

Il punto esclamativo si pone anche nel mezzo della frase creando una pausa qualitativa (in tal caso, la parola seguente può essere scritta con lettera minuscola). Esempio: Il lupo, oh angoscia!, si avvicinò a noi; Alla fine, quale orrore!, li vidi precipitare tutti.

La minuscola si può usare quando il periodo continua. Esempio: Ma guarda un po’! chi l’avrebbe creduto? chi l’avrebbe immaginato?

 

Il punto esclamativo si usa nei seguenti casi

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Oh! che pena mi hai fatto!, a volte si pone una sola volta : Oh, che pena mi hai fatto!

– E’ sconsigliabile usare due o più punti esclamativi di seguito: non si dovrebbe scrivere Che bella sorpresa!!!, ma, piuttosto, Che bella sorpresa!

 

I puntini di sospensione

I puntini o punti di sospensione, detti anche di reticenza, sono costituiti da tre puntini (…; talvolta, anche in numero superiore a tre, come si può leggere nei testi di alcuni scrittori) e servono ad esprimere:

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– Inoltre, i puntini si pongono alla fine di una serie, per indicare che la stessa serie continua: Vedemmo cavalli, asini, buoi…; Primo, secondo, terzo…; 1, 2, 3, 4, 5, 6…

– Talvolta essi indicano che una parola o un numero o parte di una parola sono stati omessi o debbono essere scritti per completare la frase o la parola o la dicitura: Abitante in via… n. …; Il signore A… B… ci scrive da Torino; Della firma si legge solo Ros…; Questa è una casa… (mettere l’aggettivo).

– Dopo i puntini si usa la lettera maiuscola solo se essi indicano la fine di un periodo ; altrimenti, si può proseguire con la minuscola.

 

Le virgolette

Le virgolette basse (« ») o alte (” “) servono nei seguenti casi:

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– Nel dialogo, le virgolette sono talvolta sostituite dalla lineetta (– Andiamo! – esclamò); spesso, anche in presenza di virgolette, si ricorre alla lineetta se nel dialogo si inseriscono i commenti dell’autore «Forse – pensò – dovrei ritirarmi»

 

– Talvolta il corsivo sostituisce le virgolette, soprattutto nelle citazioni brevi, nei proverbi, nelle frasi fatte e nei titoli (La coscienza di Zeno o, più raramente, «La coscienza di Zeno»). Quest’ultimo uso andrebbe comunque evitato, mentre è largamente accettato l’impiego delle virgolette per indicare il titolo di pubblicazioni periodiche : «L’Espresso»

– Negli elenchi, ripetizioni, ecc. le virgolette basse (») sostituiscono la parola idem e sono poste sotto alla parola che non si vuol trascrivere.

 

Esempio:

 

Eugenio abita a Roma

Laura » » »

Giulio abitava a »

 

– è errato scrivere Qual è il significato di “dogma?”; mentre è corretta la forma Qual è il significato di “dogma”?

– Nel discorso diretto, invece, i segni d’interpunzione dovrebbero sempre precedere e non seguire le virgolette o lineette, come si rileva dalla prosa manzoniana: ad esempio, «Sì,» disse Lucia: « ma come…? » (Manzoni).

– In alcuni casi, le virgolette alte si usano anche semplificate (‘ ‘), specialmente nei casi di parola virgolettata all’interno di un testo già virgolettato (e disse: “io cerco il ‘cuore’ della questione”), oppure per segnalare l’accezione particolare di una parola (il ballerino ‘ parlava ‘ con le gambe mentre danzava).

– Le virgolette semplici racchiudono in genere il significato di una parola o la sua traduzione, mentre in corsivo – o, raramente, tra virgolette – si scrive di solito la parola da sottolineare, da definire o da tradurre: « onichìa » vuol dire ‘malattia delle unghie’.

 

La lineetta

La lineetta (–) sostituisce spesso le virgolette, specialmente nei dialoghi, dove segna il distacco fra le varie battute.

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Il trattino

Il trattino o tratto d’unione (-), che è più breve della lineetta, serve nei seguenti casi.

21-

E’ un errore usare il trattino tra due parole che formano un vero e proprio composto:

 

non si deve scrivere “cassa-forte, gatta-morta, pesce-spada”, ma si deve scrivere “cassaforte, gattamorta, pescespada”.

 

E’ sbagliato usare il trattino dopo ex o extra all’interno di locuzioni latine entrate nell’uso comune e di alcuni composti:

 

non si scrive ex-abrupto, ex-aequo, ex-cathedra, ex-lege, ex-novo, ex-voto, extra-moenia“, ma si scrive ex abrupto, ex aequo, ex cathedra, ex lege, ex novo, ex voto, extra moenia”;

 

non si scrive “ex-ministro, ex-giocatore“, ma si scrive “ex ministro, ex giocatore“.

 

L’asterisco

L’asterisco (*), quasi sempre ripetuto tre volte (***), può servire sei seguenti casi.

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Le parentesi tonde

Le parentesi tonde ( ) si usano nei seguenti casi.

23-

Le parentesi quadre

Le parentesi quadre [ ] si usano nei seguenti casi.

24-

La sbarretta

La sbarretta o barretta ( / ) è usata nei seguenti casi.

25-

La sbarretta viene usata spesso anche per separare i numeri di una data: (15/09/2011).