I blog di Alessioempoli

Data 15 agosto 2019

PHISHING – 3A

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Gli attacchi alle banche

 

Gli enti più ambiti dagli hacker sono le banche. Gli ultimi esempi in ordine temporale sono quelli che hanno visto come vittime BNL o ING Direct. In questi casi gli utenti hanno ricevuto una email, con tanto di logo di ING, in cui veniva chiesto di inserire i propri dati per evitare la sospensione del conto corrente. La email sollecitava inoltre l’utente ad agire con urgenza per evitare sanzioni economiche. Diverse banche, per arginare il problema del phishing, hanno creato delle sezioni dedicate e pagine sui propri siti, dove forniscono consigli su come comportarsi in caso di attacco informatico, e dove raccolgono gli avvisi e le segnalazioni ricevute. Consultando quelle pagine si possono trovare chiarimenti sull’autenticità o meno di certe email.

 

 

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Data 15 agosto 2019

PHISHING – 3

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Phishing, la guida per capire cos’è e come riconoscerlo

 

Il phishing è la truffa 2.0: una frode telematica che si concretizza principalmente attraverso messaggi di posta ingannevoli con lo scopo di sottrarre agli utenti dati sensibili.

Il termine phising è una variante di “to fish”, che in inglese significa “pescare”. Si tratta nella maggior parte dei casi, ma come vedremo più avanti non esclusivamente, di email che hanno il solo scopo di ingannare gli utenti e convincerli a fornire i propri dati.

Assecondando le richieste contenute nella email si consegnano a siti fraudolenti i propri contatti, l’accesso ai profili digitali e, nel peggiore dei casi, le chiavi d’accesso ai propri conti bancari.

Tutto ciò può comportare furti d’identità o pagamenti non autorizzati.

 

Come funziona il phishing?

L’attacco di phishing funziona così: arriva una email o un messaggio da una fonte apparentemente affidabile che invita l’utente a compiere un’ azione come l’apertura di link o di file allegati. Il messaggio di solito segnala una mancata fatturazione, l’imminente rinnovo di un servizio, la chiusura di un conto bancario o, in altri casi, annuncia la vincita di un premio. I tipi di attacchi e di messaggi sono sempre più sofisticati e credibili, per questo sempre più difficili da riconoscere, ma tutti hanno in comune una richiesta, fornire uno o più dati personali: username, password, codice fiscale, data di nascita, fino alle coordinate bancarie.

 

Classificazione del phishing per canali di attacco

Non esiste un solo tipo di attacco di phishing, oltre ai messaggi possono essere diverse anche le piattaforme e i canali utilizzati.

 

# Il phishing informatico:  il phishing informatico è il caso “classico”. Attraverso una normale email, sotto forma di messaggio spam che sembra provenire da aziende, siti autorevoli (di e-commerce, servizi online, operatori telefonici o banche) o addirittura da enti pubblici (es. Poste Italiane, Agenzia delle Entrate ecc.), si cerca di entrare in possesso dei dati sensibili dell’utente. Questa è la tecnica più diffusa per portare a termine un attacco di phishing, ma ne esistono altre, meno frequenti ma pur sempre efficaci. Ad esempio lo spear phishing, realizzato mediante l’invio di email fraudolente ad una specifica organizzazione o persona. Lo scopo di questi attacchi è ottenere l’accesso ad informazioni riservate di tipo finanziario, segreti industriali, di stato, o militari.

# Il Phishing via WhatsApp e Facebook: data la popolarità dei social network, anche WhatsApp e Facebook sono diventati terreno fertile per tentativi di phishing. Le più comuni si nascondono dietro a finti buoni sconto per il supermercato, abbonamenti per poter continuare utilizzare la stessa applicazione di WhatsApp o usufruire di servizi premium. Rispetto a quelle via email, queste truffe possono trarre in inganno con più facilità, perché condivise nelle chat di conoscenti, amici e persone fidate. Aprendo i link fasulli, il cellulare può essere infettato da un virus che inoltra il link compromesso a tutti i contatti. È meglio non fidarsi dei messaggi sospetti che circolano nelle chat, e al limite chiedere conferma della sua autenticità a chi l’ha inoltrato.

# Il Phishing telefonico o via SMS: quando si ricevono chiamate, o SMS, da numeri sconosciuti che chiamano per conto di un’azienda e si riceve la richiesta di fornire dei dati, molto probabilmente si tratta di phishing telefonico. Se il motivo della telefonata può sembrare plausibile, il consiglio è di riagganciare e chiamare il numero ufficiale dell’azienda, per chiedere conferma di quanto avvenuto.

 

Come riconoscere un phishing

Gli attacchi di phishing avvengono in modo sempre più sofisticato e credibile, con nomi di mittenti riconoscibili e loghi imitati alla perfezione, ma ci sono alcuni segnali che possono farvi riconoscere un attacco in corso:

# Occhio agli errori. Nei casi di phishing più grossolano le email contengono errori ortografici, o piccole storpiature, nel nome del presunto mittente, ma in ogni caso il reale indirizzo da cui provengono queste email è differente da quello ufficiale.

# Non credere alle urgenze. È uno dei fattori sui quali il phishing fa maggiormente leva: un pagamento in sospeso da saldare immediatamente, un premio da ritirare a breve o il rischio di perdere un account se non si paga subito. Quando una email punta a mettere fretta, il rischio che sia una truffa è alto.

# Controllare le richieste di rinnovo. Un dominio in scadenza o il termine di un abbonamento: se si riceve l’avviso dell’imminente rinnovo di un servizio, è meglio non farsi prendere dall’ansia. Prima di aprire qualsiasi link, o fornire i propri dati al sito sbagliato, è meglio controllare sul sito del servizio in questione se effettivamente c’è un rinnovo in corso.

# Attenzione agli allegati. Quando sono presenti allegati con estensione dei file inusuale – cioè allegati non previsti – bisogna prestare molta attenzione. In questo caso, oltre al semplice phishing, potrebbero nascondersi virus dietro quei file.

# Nessuno regala niente. Le email che annunciano vincite di denaro, o di qualsiasi tipo di premi, sono quasi sempre fasulle. Uno smartphone in regalo, l’eredità di un lontano parente o la vincita alla lotteria dovrebbero suonare sempre come campanelli d’allarme.

Non è così difficile finire vittima di un attacco di phishing ben fatto, tanto che gli hacker, solo negli ultimi mesi, sono riusciti a impossessarsi dei dati di privati cittadini, ma  anche di quelli di istituti bancari, enti pubblici e governativi.

 

Attacchi di phishing

# Gli attacchi alle banche.

Gli enti più ambiti dagli hacker sono le banche. Gli ultimi esempi in ordine temporale sono quelli che hanno visto come vittime BNL o ING Direct. In questi casi gli utenti hanno ricevuto una email, con tanto di logo di ING, in cui veniva chiesto di inserire i propri dati per evitare la sospensione del conto corrente. La email sollecitava inoltre l’utente ad agire con urgenza per evitare sanzioni economiche. Diverse banche, per arginare il problema del phishing, hanno creato delle sezioni dedicate e pagine sui propri siti, dove forniscono consigli su come comportarsi in caso di attacco informatico, e dove raccolgono gli avvisi e le segnalazioni ricevute. Consultando quelle pagine si possono trovare chiarimenti sull’autenticità o meno di certe email.

 

# Il caso del phishing di Poste Italiane.

Uno dei casi di phishing più noti (e più pericolosi) in Italia è quello che ha riguardato Poste Italiane. Si è diffuso sia via SMS sia via email, con lo scopo di sottrarre agli utenti i numeri delle carte di credito e i dati di accesso ai conti correnti. I messaggi dietro i quali si nasconde questa frode sono molteplici: in alcune email viene comunicato alle vittime che il loro conto corrente sta per essere disattivato, in altre che c’è un accredito in sospeso o che è in corso la manutenzione delle misure di sicurezza. In ogni caso è richiesto di inserire i propri dati, numeri delle carte di credito e codici di accesso a conti online. In questo caso si può fare affidamento sul CERT (Computer Emergency Response Team), l’organo di Poste Italiane dedicato alla cyber security, ma talvolta anche questo acronimo è stato utilizzato dai phisher per rendere le loro email più credibili.

 

# I server dell’Unione Europea.

Gli attacchi hanno coinvolto anche enti governativi. Nel dicembre 2018 un’inchiesta del New York Times ha rivelato che, tramite un attacco phishing che ha colpito alcuni diplomatici di Cipro, gli hacker sono riusciti ad entrare nei server del sistema di comunicazione dell’Unione Europea. Per anni sono stati sottratti migliaia di dispacci e documenti sensibili che svelano le strategie diplomatiche internazionali.

 

# Collection #1: il più grande furto di dati della storia.

È stato definito “il più grande furto di dati della storia”: 773 milioni di indirizzi email e 22 milioni di password violate, un file di 87Gb scoperto dal ricercatore informatico Troy Hunt. Si tratta di una gigantesca banca dati, che ha preso il nome Collection #1, in mano ad hacker che possono usarli, o rivenderli, per attacchi di phishing o furti d’identità. La diffusione di questa notizia ha avuto una vasta eco su stampa e tv, anche la trasmissione “Le Iene” ha dedicato a Collection #1 un servizio per sensibilizzare gli utenti al tema dell’uso consapevole delle password. Temete di essere finiti anche voi nella rete di Collection #1?

Collegandosi al sito di Have I Been Pwned e inserendo il proprio indirizzo email, il portale è in grado di verificare se quell’account è stato “bucato”.

 

# Il phishing attraverso Google Docs.

Tra le email di Collection #1 ci sono anche gli indirizzi di Gmail. Nel 2017 più di un milione di utenti sono stati coinvolti dall’attacco phishing portato tramite la condivisione di un finto Google Doc. Una email proveniente dall’indirizzo mascherato “hhhhhhhhhhhhhhhh@emailinator.com” e impaginata con le stesse grafiche usate da Google invitava a visualizzare un Google Doc condiviso. Seguendo i passaggi descritti dalla email, si finiva per fare login su un sito fittizio che non aveva niente a che vedere con l’account di posta di Google. In questo modo gli hacker sono riusciti a impossessarsi delle chiavi di accesso alle caselle email di centinaia di migliaia di utenti e a diffondere ulteriormente il loro attacco.

In questo tweet trovate la descrizione dell’attacco; la risposta di Google è arrivata tramite questo tweet.

Data 15 agosto 2019

PHISHING – 2A

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Google Safe Browsing

 

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6.6 Protocollo SPF (Sender Policy Framework)

Al fine di arginare la ricezione di email di SPAM, sono stati sviluppati alcuni protocolli che stabiliscono la legittimità dei messaggi di posta, tra i quali il protocollo SPF.

Il protocollo SMTP (Simple Mail Transfer Protocol), infatti, può essere sfruttato per l’invio di email con mittente “falsificato”, poiché consente di far apparire come mittente di un messaggio di posta elettronica qualsiasi indirizzo email; questa caratteristica, nel corso degli anni, ha favorito il diffondersi dello SPAM.

Il protocollo SPF definisce, per un dato dominio, quali indirizzi IP sono autorizzati all’invio di messaggi di posta elettronica (aventi come mittente caselle di quel determinato dominio) e come questi devono essere gestiti dal server destinatario. Questa restrizione viene applicata aggiungendo un record SPF di tipologia TXT nella zona DNS del dominio.

 

Come funziona il controllo SPF

Se il server destinatario prevede il controllo SPF, a seguito della ricezione di un messaggio di posta elettronica effettuerà una query DNS sul dominio mittente, ovvero quello che risulta nel “MAIL FROM/return-path” (che può in alcuni casi differire dal from visualizzato nelle email) per verificare l’esistenza di un record SPF.

Una volta eseguita la verifica dal record SPF, l’email verrà accettata dal server destinatario se l’IP dell’SMTP mittente risulta tra quelli autorizzati, ovvero nella lista di IP presenti nel record SPF. In caso contrario, ovvero l’ip dell’SMTP non è presente nella lista di IP autorizzati, il controllo SPF fallirà, quindi il messaggio in ingresso sarà trattato in base a come il server destinatario opera quando si trova di fronte al controllo fallito ed alla policy scelta dal mittente (inserita nel record SPF -hard, soft, neutra-).

 

Come impostare il record SPF

Il record può essere impostato nelle seguenti modalità:

SOFT (~all)

HARD (-all)

NEUTRA(?all)

Il controllo SPF risulta essere più efficace quando viene impostato in modalità hard sia in uscita tramite l’inserimento del relativo record TXT nel pannello di Gestione DNS, che in entrata aprendo apposita Richiesta di Assistenza al nostro staff.

I clienti con i servizi di Hosting e Gestione DNS possono provvedere in modo autonomo ad inserire i record TXT per la loro posta in uscita.

 

Esempio di record SPF

v=spf1 ip4:62.149.128.0/19 –all

v=spf1 include:_spf.aruba.it –all

 

Note:

V: Versione protocollo

ipv4: indica la classe ip legittimata

-all: indica che tutti gli altri server non sono autorizzati all’invio di messaggi per il dominio

~all: indica che tutti gli altri server non sono autorizzati all’invio di messaggi, ma che il messaggio può essere comunque accettato anche se inviato da server non autorizzati purché non risulti contrassegnato dai filtri spam

?all: indicazione neutra, la gestione del messaggio è a discrezione del destinatario

 

Per tutti i domini con un servizio di posta è attivo per i messaggi in ingresso un controllo SOFT sul dominio mittente, se non soddisfatto, restituisce un errore temporaneo solo nel caso di sessioni con più messaggi. È possibile comunque richiedere aprendo una Richiesta di Assistenza l’inserimento del controllo in ingresso in modalità hard.

 

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Data 15 agosto 2019

PHISHING – 2

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Phishing, come difendersi e cosa fare dopo

 

Il phishing è una truffa digitale, un tentativo fraudolento di impossessarsi dei dati sensibili degli utenti. Avviene principalmente tramite email ingannevoli che, utilizzando il nome o il logo di aziende note, richiedono l’inserimento di username, password, codici fiscali o addirittura codici di accesso ai conti bancari. Se si assecondano queste richieste, i dati inseriti entreranno in possesso di hacker che li utilizzeranno per furti d’identità o pagamenti non autorizzati.

Il phishing può avvenire su diverse piattaforme e con modalità sempre nuove. Tuttavia, ci sono dei tratti distintivi che ci aiutano a identificarlo. In questo articolo abbiamo analizzato come funziona il phishing e come riconoscerlo. Ora concentreremo l’attenzione su come contrastarlo.

Il phishing è un problema che riguarda tutti i browser e i provider di servizi email. La stessa Google ha messo a punto un sistema di sicurezza – chiamato Google Safe Browsing. Questo servizio analizza le pagine web alla ricerca di quelle contenenti programmi o script potenzialmente pericolosi: ogni URL infetto viene quindi registrato nel database di Google ed entra a far parte di una sorta di libro nero e resta virtualmente inaccessibile.  Ma oltre al software del colosso americano esistono altri accorgimenti che posso consentirvi di navigare più sicuri:

 

# mantenere il browser aggiornato. Installando le ultime versioni e inserendo dei filtri anti-spam, il browser riuscirà a prevenire un maggior numero di tentativi di phishing;

# controllare il dominio. Una società o un ente scriveranno sempre con il proprio dominio, controllate che corrisponda a quello ufficiale. Questa verifica non dà la massima garanzia di autenticità ma rappresenta un primo controllo da poter fare. Nel caso poi venga richiesto il click su un link, è utile verificare il dominio al quale il link fa riferimento;

# prima di cliccare “Unsubscribe” pensaci. In ogni caso, prima di cliccare è meglio pensarci due volte. Nelle email di SPAM, se compare un link con su scritto “Unsubscribe” o “Annulla Iscrizione” nel corpo dellla email, molto probabilmente si tratta di phishing, e aprire quel link potrebbe essere una scelta sbagliata;

# evitare le scorciatoie. Se viene richiesto di rinnovare un servizio in scadenza, è meglio non usare i link presenti nella email per farlo. Nel caso in cui la email dovesse sembrare plausibile, ci si può collegare al sito in questione direttamente dal browser, senza usare le scorciatoie proposte. Entrati nel portale, si potrà controllare se i propri abbonamenti vadano rinnovati o meno;

# utilizzare più indirizzi email. Quando ci si iscrive a servizi, o siti web, di dubbia affidabilità, è preferibile utilizzare email secondarie, in modo da non rischiare di contaminare la nostra casella email principale;

# contattare il servizio clienti. Se arriva una email ambigua, e non si capisce con certezza se sia una frode o meno, è meglio contattare il servizio clienti dell’azienda. Sapranno sicuramente chiarire ogni dubbio.

 

Si consiglia l’attivazione sulla propria casella di posta dei protocolli SPF e DMARC sulla posta in ingresso (e in uscita).

 

Cosa fare dopo un attacco phishing

# Bloccare gli account. Se si cade vittima di un attacco phishing, la prima cosa da fare è bloccare immediatamente l’account vittima dell’attacco.

# Cambiare la password. Nel caso di portali online, bisogna cambiare la password o chiudere direttamente il profilo prima che gli hacker possano accedervi.

# Contattare il servizio clienti. Qualora l’account sia già stato compromesso e non sia più possibile fare il login con i propri dati, è necessario contattare il servizio clienti per ripristinare manualmente i vostri dati d’accesso.

# Contattare la banca. Nel caso di furto di dati bancari invece, va contattato l’istituto di credito per bloccare i servizi coinvolti nella truffa (carte di credito, conti correnti, bancomat, …).

# Avvisare gli enti colpiti. Oltre al recupero dei dati personali, è opportuno segnalare l’attacco phishing agli enti che ne sono stati colpiti, cosicché possano prendere provvedimenti e contrastare la truffa.

 

Il passo successivo invece, è informare le autorità competenti.

 

Come segnalare un phishing in corso

Il phishing, seppur possa sembrare una semplice email ingannevole, è un reato vero e proprio, e come tale va considerato.

Nonostante non sia previsto dall’ordinamento penale, il phishing oggi viene giudicato come frode informatica e furto d’identità digitale.

In quanto reato informatico inoltre, va comunicato alla Polizia Postale, che sul suo sito ha disposto uno spazio per le segnalazioni di questo tipo.

La stessa Polizia Postale, sul suo portale, raccoglie gli avvisi ricevuti e classificati come phishing. Consultando quella pagina è possibile farsi un’idea sui tentativi di frode in corso, ed eventualmente avere la conferma che le email ricevute fanno parte di quella categoria.

 

Come ottenere il rimborso

Anche se dovessero riuscire a sottrarre dati bancari alle loro vittime, non è comunque facile, per gli hacker, spostare somme di denaro dal conto corrente di cui si sono impossessati. Questo perché, le credenziali di accesso agli account di home banking, spesso non sono sufficienti per disporre transazioni. Per quelle operazioni servono ulteriori codici e password.

Qualora dovesse verificarsi la peggiore delle ipotesi, ovvero un furto di denaro, non è ancora detto che la situazione sia irreparabile. Alcuni istituti di credito tutelano i loro risparmiatori tramite una copertura assicurativa sulle transazioni commesse da terzi, e possono quindi garantire un rimborso della cifra derubata.

Il primo passo da fare, quindi, è informarsi sulle garanzie offerte a riguardo dalla propria banca e, nel caso sia possibile, procedere con la richiesta di risarcimento. Per fare ciò è necessario attendere la contabilizzazione dell’operazione, denunciare l’accaduto alle autorità di pubblica sicurezza e successivamente compilare un modulo di contestazione per dichiarare che non si riconosce alcun addebito a partire dalla data del furto.

 

Un rischio che si può evitare con semplici accorgimenti

In conclusione, esiste una grossa mole di attacchi, ma grazie alle possibili contromisure da adottare – a partire dall’essere consapevoli del phishing, all’impostazione di avvisi anti-phishing, all’education sulla tematica, al monitoraggio e alla verifica dei log, degli abuse ed ulteriori – la percentuale di richieste maliziose intercettate, bloccate e non andate a buon fine supera l’80%.

Sul restante 20% è necessaria una consapevole collaborazione fra i fornitori di servizi e i clienti: leggendo attentamente le email che si ricevono, inserendo i propri dati solo su siti affidabili e evitando di aprire link sospetti, il phishing è un problema che può essere evitato.

Data 14 agosto 2019

PHISHING – 1

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Phishing: tipologie e caratteristiche degli attacchi

 

Abbiamo già affrontato il tema attraverso una classificazione del phishing per canali di attacco,  ma il fenomeno continua a mutare forma, strategia e obiettivi.

Anche se si possono tracciare elementi riccorrenti negli attacchi di phishing che lo rendono riconoscibile, la natura degli attacchi si è evoluta con campagne che, a seconda del target e della strategia scelta, utilizzano infrastrutture informatiche diverse, variano il volume delle mail inviate e la durata di attività dell’attacco.

Nel suo annuale Security Intelligence Report, Microsoft ha analizzato i trend in atto sottolineando come, nel 2018, il phishing sia ancora il metodo di attacco preferito e – si legge nel report – lo resterà in futuro perché “implica decisioni e giudizi umani di fronte agli sforzi persistenti da parte dei criminali informatici per far cadere le vittime nelle loro esche”.

 

Classificazione del phishing in base alle tipologie di attacco:

 

# Domain Spoofing:  consiste nel falsificare la propria identità a partire da un dominio originale (e legittimo) del quale il sito fraudolento prende le sembianze. Attraverso una copia ombra del sito web oggetto di spoofing l’utente viene dirottato su una applicazione creata ad hoc. Il domain spoofing è un fenomeno che colpisce non solo gli utenti, ma anche l’industria della pubblicità e dell’editoria. L’autore dell’attacco si pone come filtro fra l’inserzionista e il sito che dovrebbe ospitare la pubblicità, devia l’inserzione su un portale terzo comunicando al fornitore la buona riuscita della delivery.

L’inserzione sarà quindi posizionata in un sito che non garantisce lo stesso traffico e quindi la stessa visibilità. Uno dei casi più eclatanti di spoofing è stato scoperto nel 2017 dal Financial Times che – indagando sul fenomeno – ha scoperto che  il suo stesso sito era stato oggetto di spoofing e che annunci display su spazi mascherati da FT.com erano stati venduti per un valore di 1,3 milioni di dollari al mese. Questo tipo di attacco è particolarmente efficace nelle piattaforme in progammatic, ovvero le piattaforme automatizzate e danneggia sia gli advertiser che sprecano budget pubblicitario per un sito dagli scarsi contenuti, sia l’organizzazione che concede lo spazio pubblicitario, privata dei guadagni di tale campagna.

# Domain Impersonation:  si differenzia dal domain spoofing solo perché il dominio del messaggio email è simile, ma non perfettamente uguale all’originale. E’ questo il caso del phishing più grossolano e “di massa”: le email contengono errori ortografici o piccole storpiature, nel nome del presunto mittente; in ogni caso il reale indirizzo da cui provengono queste email è differente da quello ufficiale.

# User Impersonation : questo metodo consiste nel camuffare l’indirizzo email del mittente dietro un’identità ben nota a chi riceve il messaggio. In questo modo è più facile convincere l’utente a fornire dei dati o a visitare determinati link. Ad essere presi di mira sono soprattutto le banche, ma anche enti governativi e istituzioni.

# Tex Lures:  è il messaggio “esca” con cui gli hacker cercano di convincere a compiere l’azione necessaria per il furto dei dati. Il canale dell’attacco può essere molteplice, dalle email alle telefonate, ai messaggi sms, il fine è sempre lo stesso: indurre l’utente a inviare le proprie informazioni personali e dati, o compiere un determinato compito con l’attrattiva di una proposta allettante. Altre volte invece l’esca fa leva sulla fretta o sulla paura dell’utente: il messaggio con la richiesta di rinnovare un servizio in scadenza, l’imminente chiusura di un conto o di un account inducono la vittima a inserire le proprie credenziali.

# Credential Phishing Linksl’email ricevuta contiene il link a pagine che somigliano ad alcuni siti web legittimi, come social network, provider o istituti di credito. Aprendo quel link, si aprirà una finestra in cui viene richiesto di eseguire il login con le proprie credenziali. Si tratta però di una trappola, in quanto gli hacker copieranno le chiavi d’accesso al sito e le potranno riutilizzare per furti d’identità o transazioni bancarie.

​# Phishing Attachments:  questa tipologia prevede degli allegati alla mail che, se aperti, si installano sul dispositivo. Scaricare il file allegato può aprire le porte a malware di phishing che permetteranno agli hacker di avere accesso alle informazioni personali contenute nel device. Se non si è consapevoli di questi rischi può anche capitare di non accorgersi di ciò che è successo.

# Links to fake cloud storage locations:  anche le piattafiorme cluod vengono utilizzate da attacchi di phishing: in questo caso l’email sembra arrivare da una fonte legittima e incoraggia l’utente a rilasciare il permesso – e i relativi dati personali – per accedere. Per evitare di essere vittima di questi tentativi di truffa è opportuno saper riconoscere il phishing, dubitare di ogni email la cui provenienza non è chiara e installare filtri anti-spam sul proprio computer. Qui di seguito la guida che illustra alcuni esempi di email sospette e come muoversi quando le riceviamo.

 

9.1 Email sospette: cos’è il phishing?

 

Il phishing è una truffa informatica effettuata inviando un’email con il logo contraffatto di un istituto di credito, di una società di commercio elettronico o di un rivenditore di servizi spesso conosciuta dal destinatario, in cui lo si invita a fornire dati riservati (numero di carta di credito, password di accesso ai servizi, etc), motivando tale richiesta con ragioni di ordine tecnico.

Tale metodo prevede quindi l’invio di email con un mittente falsificato, il quale però corrisponde a indirizzi esistenti, spesso conosciuti dal destinatario. Lo scopo è indurre in errore chi riceve l’email riguardo la reale provenienza del messaggio. Considerandolo affidabile, infatti, il destinatario è persuaso ad eseguire le procedure indicate nel messaggio. A tal proposito è buona prassi prestare sempre attenzione al mittente dell’email, identificando eventuali incongruenze tra il nome (1) e l’email indicata (2), come nell’esempio riportato di seguito:

 

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Oltre a recare un mittente “mascherato”, le email di phishing imitano nell’aspetto e nel contenuto messaggi legittimi di fornitori di servizi, compresi loghi e formattazione dei testi. In alcuni casi è però possibile scorgere nei testi di tali comunicazioni errori di sintassi, ripetizioni o parti di testo scritte con caratteri diversi dal resto dell’email. Tutti segnali che probabilmente ci troviamo in presenza di un’email fraudolenta.

 

L’indicazione inequivocabile che ci troviamo di fronte a un’email di phishing è rappresentata dal fatto che la comunicazione presenta sempre un link o un pulsante sul quale cliccare. Tale link rimanda ad una pagina graficamente simile a quella dei rivenditori di servizi imitato, ma la cui URL è molto articola e reca spesso numeri e lettere in lunghe sequenze.

 

Cosa fare in caso di ricezione di un’email sospetta

Nel caso si abbia il sospetto di trovarsi in presenza di un’email di phishing si consiglia di:

 

– non rispondere all’email;

– non eseguire, in generale, le operazioni indicate;

– non aprire eventuali file allegati;

– non cliccare sul pulsante o sui link indicati.

 

Come segnalare la ricezione dell’email

Per tentare di individuare i reali mittenti dei messaggi fraudolenti e bloccare gli invii, è necessario poter visualizzare gli header del messaggio originale, ovvero le intestazioni che contengono le informazioni relative alla “vita” dell’email, dal momento in cui viene inviata all’accettazione da parte del server destinatario, oltre alle informazioni che riguardano l’autore del messaggio stesso.

 

Per permettere tali controlli invitiamo chiunque abbia ricevuto un’email sospetta a salvare la stessa in locale sul proprio pc in formato .eml, .msg oppure .txt e inviarla in allegato al sito interessato.

 

Cosa fare nel caso si sia stati vittime di un’email di phishing

Nel caso in cui si sia ricevuta un’email di phishing e, senza riconoscere il tentativo di truffa, si sia proceduto ad inserire i propri dati o le proprie credenziali di accesso dove richiesto, è possibile agire come indicato di seguito:

1) Se sono state inserite le credenziali di accesso è necessario effettuare un cambio password con urgenza. Inoltre, al fine di aumentare la sicurezza del proprio account, è consigliabile effettuare a titolo preventivo un’approfondita scansione con sistemi antivirus/antimalware/antikeylogger di tutti i dispositivi (anche eventuali smartphone o tablet) ed effettuare un cambio password degli account non solo della posta, ma anche per quelli non necessariamente collegati con la posta (ad esempio banca, Facebook, ecommerce online ecc…).

2) Se sono stati inseriti i dati di pagamento è necessario contattare il proprio istituto bancario con urgenza e bloccare la carta di credito di cui sono stati inseriti i dati. Si ricorda infatti che un sito  non può in alcun modo intervenire in tal senso, ma soltanto accogliere la segnalazione di phishing dell’utente e provvedere eventualmente a bloccare invii futuri di email fraudolente.

Data 12 agosto 2019

TAVI

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TAVI

 

L’impianto valvolare aortico transcatetere (TAVI) in inglese transcatheter aortic valve implantation, o transcatheter aortic valve replacement (TAVR), è una tecnica della cardiologia interventistica che permette l’impianto della valvola aortica con approccio percutaneo in alternativa alla sostituzione con intervento cardiochirurgico. L’accesso arterioso è generalmente per via transfemorale, seguito da quello per via trans-succlavia.

Qualora vi fossero difficoltà nell’accesso arterioso, in una minoranza di casi, è possibile effettuare un impianto per via trans-apicale del ventricolo sinistro o direttamente con tecnica mininvasiva, per via trans-aortica con incisione sulla parete aortica.

 

Tra le valvole al momento in commercio ricordiamo la Corevalve’e la Evolut Medtronic, la Boston Scientific Lotus, la St Jude Medical Portico e la Jenavalve.

 

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Data 10 agosto 2019

LA RETINA

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LA RETINA  (e altro)

 

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Data 30 maggio 2019

ESOFAGITE

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ESOFAGITE

 

l’esofagite è caratterizzata dalla infiammazione dell’esofago per:

– reflusso gastroesofageo

– malattie infettive (pazienti immunocompromessi)

radiazioni ionizzanti

allergie (esofagite eosinofila)

– ingestione di farmaci

– sostanze corrosive

 

SINTOMI

disfagia (difficoltà alla deglutizione)

odinofagia ( dolore alla deglutizione)

– dolore retrosternale

– nausea

– vomito

– dolore di stomaco

– rigurgito di saliva

– calo di appetito

 

Esofagite da Reflusso

Nel punto di congiunzione tra stomaco ed esofago esiste un restringimento chiamato sfintere gastroesofageo. Normalmente socchiusa, questa speciale valvola si apre durante la masticazione per consentire il passaggio del bolo deglutito e, ovviamente, durante l’eruttazione ed il vomito. L‘incontinenza dello sfintere gastroesofageo e la sua apertura in momenti inopportuni, determinano la risalita in esofago del contenuto gastrico che, in virtù della spiccata acidità, finisce coll’irritarne fortemente la mucosa. Quando simili episodi si ripetono con una frequenza abnorme, si parla di malattia da reflusso gastroesofageo, la cui cronicità vede proprio nell’esofagite una delle più importanti complicanze.

 

Esofagite da Eosinofila

Il nome ricorda quello della popolazione di globuli bianchi deputata al controllo della reazione infiammatoria ed allergica. Alte concentrazioni di queste cellule nei tessuti esofagei, insieme all’inevitabile stato infiammatorio che comportano, sono generalmente conseguenti ad una o più allergie di origine alimentare (al latte, alla soia, al grano, alle arachidi ecc.); l’esofagite eosinofila può comunque comparire in risposta ad allergie non alimentari, come quelle da inalazione di polline.

 

Esofagite da Farmaci

Il problema si manifesta quando una pillola – assunta con quantità insufficienti di acqua – o i suoi residui, rimangono a lungo a contatto con la mucosa esofagea. Tra i farmaci potenzialmente implicati in questo tipo di esofagite, ricordiamo i FANS (aspirina, ibuprofene, naproxene ecc.), alcuni antibiotici (tetraciclina e doxiciclina), il cloruro di potassio ed i bifosfonati (usati nel trattamento dell’osteoporosi).

 

Esofagite infettiva

Questo tipo di esofagite è causata da agenti infettivi e si verifica prevalentemente in soggetti immunocompromessi.

La sua incidenza è aumentata negli ultimi anni a causa del progressivo aumento dell’uso di farmaci immunosoppressori (utilizzati per trapianto di organi, malattie infiammatorie croniche, chemioterapia) e in seguito all’epidemia di AIDS.

Gli agenti patogeni maggiormente responsabili dello sviluppo di esofagite infettiva sono:

Funghi:

Candida,

Virus:

Herpesvirus,

Citomegalovirus.

 

La Candida è un microrganismo comunemente presente all’interno della cavità orale e in altri distretti del corpo, in quantità tali da non compromettere lo stato di salute generale; nel caso in cui riesca a prendere il sopravvento sul sistema immunitario, evento spesso favorito da una concomitante terapia antibiotica, può dare origine alla candidosi orale o mughetto. Nel caso in cui la candidosi si estenda anche all’esofago si parla di candidosi esofagea.

Questa infezione si manifesta con la presenza di chiazze bianche sulla lingua e nel resto della bocca. La terapia prevede l’utilizzo di farmaci antimicotici.

 

Le esofagiti infettive di origine virale sono causate prevalentemente da Herpes simplex virus di tipo 1 e 2, virus della varicella e Citomegalovirus.

 

Le forme erpetiche sono caratterizzate dalla presenza di piccole vescicole e ulcerazioni visibili all’endoscopia esofagea; lesioni simili possono presentarsi allo stesso tempo su naso e labbra.

 

Anche l’esofagite da Citomegalovirus presenta delle ulcere, in particolare nell’ultima porzione dell’esofago, ed è tipica dei soggetti che sottoposti a trapianto.

In questi casi vengono prescritti dei farmaci antivirali come l’aciclovir (per le forme da Herpes virus) o il ganciclovir (per il Citomegalovirus).

 

Esofagite da radiazioni

Rappresenta una complicanza della radioterapia eseguita a livello del torace per il trattamento di patologie neoplastiche, tra cui il tumore della mammella e del polmone.

Il rischio di sviluppare esofagite da radiazioni è proporzionale alla dose di radiazioni ricevuta; si manifesta con una sensazione di fastidio al passaggio del cibo all’interno della cavità orale e con difficoltà alla deglutizione.

 

 Complicanze

– stenosi esofagea

– esofago di Barret  

 

una condizione in cui l’epitelio esofageo subisce una trasformazione strutturale, al fine di aumentare la propria resistenza agli insulti acidi; purtroppo, tale modificazione aumenta da 30 a 150 volte il rischio di sviluppare una neoplasia esofagea rispetto alle persone con mucosa normale.

 

Diagnosi

– esame endoscopico

– Biopsia

 

 Farmaci

bicarbonato di sodio (NaHCO3) questa sostanza agisce rapidamente neutralizzando gli acidi gastrici, ma comporta effetti collaterali spiacevoli (alcalinizzazione delle urine, gonfiore, ipersodemia). L’utilizzo del bicarbonato di sodio non dev’essere una prassi comune, piuttosto può essere utilizzato per ridurre temporaneamente l’esofagite, previo consulto medico.

 

Idrato di magnesio Mg(OH)2 e idrato di alluminio Al(OH)3 (es. Maalox plus): presentano una maggior durata d’azione ed un ridotto assorbimento rispetto al bicarbonato di sodio. È preferibile associare insieme i due principi attivi, visto che esercitano effetti collaterali opposti (l’idrossido di magnesio è un lassativo, l’idrossido di alluminio è responsabile di stipsi). Assumere 2-4 compresse al giorno (500-1500 mg) con abbondante acqua, 20-60 minuti prima dei pasti e prima di coricarsi.

 

Alginati (es. Gaviscon advance): gli antiacidi contenenti alginati sono in grado di ridurre il reflusso gastroesofageo e, nel contempo, di proteggere la mucosa dell’esofago; inoltre, l’associazione antiacidi-alginati aumenta la viscosità del contenuto gastrico proteggendo, così, la mucosa dell’esofago dal reflusso gastrico. Il farmaco in esame è una sospensione orale da 100 mg di sodio alginato associato a 20 mg di potassio bicarbonato (per millilitro di prodotto); assumere 5-10 ml di sospensione orale dopo i pasti e prima di coricarsi.

 

Antagonisti dei recettori H2 dell’istamina (antisecretivi): ad esempio, la Nizatidina (es. Nizax, Cronizat, Zanizal, compresse da 150 mg) è un principio attivo assai utilizzato per il trattamento dell’esofagite: assumere una compressa due volte al dì per la cura dell’esofagite erosiva e per il trattamento delle malattie da reflusso gastroesofageo in genere.

Altro farmaco ampliamente utilizzato nella cura dell’esofagite è la Cimetidina (es. Ulis, Biomag, Tagamet): si raccomanda di assumere una compressa da 800 mg per os una volta al giorno, oppure due compresse da 400 mg quattro volte al dì. Possibile anche la somministrazione del farmaco per via parenterale: 300 mg e.v o i.m. ogni 6 ore. La durata della cura va stabilita dal medico.

 

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Inibitori della pompa protonica: inibitori della pompa protonica (eventualmente associati a procinetici): in genere sono prescritti quando il paziente non risponde positivamente alla cura con un inibitore dei recettori H2. In questa categoria, l’Esomeprazolo (es. Ariliar, Lucen, Nexium) rientra tra i farmaci utilizzati preferenzialmente per la cura dell’esofagite. Assumere 20-40 mg di farmaco per os (o per via endovenosa) una volta al dì per un periodo variabile dalle 4 alle 8 settimane.

Dexlansoprazolo (es. Dexilant): in caso di esofagite erosiva, si consiglia la somministrazione iniziale di 60 mg al dì per 8 settimane, per poi proseguire con la terapia di mantenimento assumendo 30 mg di principio attivo al giorno per sei mesi. In questo modo, si previene l’esofago di Barrett, la complicanza più pericolosa. In modo analogo, in caso di malattia da reflusso gastroesofageo con possibile degenerazione in esofago di Barrett, è consigliata la somministrazione di 30 mg di principio attivo una volta al dì per 4 settimane.

Pantoprazolo (es. Peptazol, Pantorc, Nolpaza, Gastroloc): anche questo farmaco viene consigliato per tenere sotto controllo i sintomi da reflusso gastroesofageo, al fine di evitare una possibile degenerazione in esofago di Barrett. In tal senso, somministrare 40 mg di principio attivo al dì per un periodo variabile dai 7 ai 10 giorni (per via endovenosa per un periodo di 15 minuti). Nel caso il paziente sia in grado di deglutire, il farmaco può essere assunto anche per os  (40 mg per 8 settimane).

 

Stimolanti la motilità intestinale: questi farmaci sono utili come coadiuvanti nell’esofagite: accelerando lo svuotamento gastrico, il farmaco migliora la funzionalità dello sfintere gastroesofageo.

Metoclopramide (es. Plasil, Isaprandil): assumere 10-15 mg di principio attivo non più di 4 volte al giorno, 30 minuti prima dei pasti e di coricarsi. Non prolungare la terapia oltre le 12 settimane.

Domperidone (es. Motilium, Peridon): assumere una compressa (10 mg) 3-4 volte al dì prima dei pasti, per non più di 4 settimane.

 

– Assunzione di steroidi per via orale o inalatoria per attenuare l’infiammazione legata alla reazione allergica (esofagite eosinofila): in questo caso, il medico deve individuare l’allergene responsabile dell’esofagite e prescrivere la cura più indicata per il paziente.

 

Antibiotici: in caso di esofagite infettiva, è consigliabile la somministrazione di antibiotici attivi verso il patogeno che ha scatenato il danno. In simili frangenti, sarà il medico a prescrivere il farmaco più adatto e la modalità d’uso, dopo aver identificato il battere responsabile dell’esofagite ed averne testato la sensibilità agli antibiotici.

 

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Cibi da evitare

– bevande alcoliche,tè, cacao,

– bevande gassate

– peperoncino, pepe, rafano, cipolla, aglio, zenzero

– menta

 

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Esofago di Barret

Si parla di esofago di Barrett quando il normale tessuto che riveste questo condotto muscolare, situato tra la faringe e la bocca dello stomaco, viene sostituito con un epitelio simile a quello che tappezza internamente le pareti del duodeno (tratto iniziale dell’intestino tenue).

Per descrivere questa modifica cellulare i medici parlano semplicemente di “metaplasia dell’epitelio esofageo“. Affinché si possa parlare a tutti gli effetti di esofago di Barret, però, la metaplasia dev’essere evidenziata sia endoscopicamente (tramite un tubicino munito di telecamera fatto scendere lungo l’esofago), che istologicamente (prelevando per via endoscopica piccoli campioni tissutali da esaminare al microscopio ottico).

Tale complicanza è considerata pre-cancerosa, poiché l’epitelio anomalo può andare incontro ad una incontrollata replicazione (cancro).

 

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Dati alla mano, l’esofago di Barrett si riscontra nel 15-20% dei pazienti affetti da malattia cronica da reflusso gastroesofageo (GERD), soprattutto negli uomini caucasici e con età maggiore o uguale a 50 anni.

 

Secondo recenti studi epidemiologici il rischio di sviluppare un adenocarcinoma in presenza di esofago di Barrett è stimabile nello 0,4 – 0,5% per anno per paziente, mentre il tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di adenocarcinoma (tumore dell’esofago) è molto basso (inferiore al 10%). Alla luce di questi dati, anche se il rischio è tuttosommato modesto, è auspicabile l’esecuzione di un esame endoscopico in tutti i pazienti affetti da reflusso, in modo da escludere con certezza la presenza di esofago di Barrett.

 

– La metaplasia è, sostanzialmente, la trasformazione di una cellula di un tipo (ad es. esofagea) in una cellula di un altro tipo (ad es. intestinale).

– La displasia è la proliferazione anomala di un gruppo di cellule che hanno perso le caratteristiche tipiche del tessuto a cui appartengono, ritornando alla forma più primitiva e riproducendosi rapidamente; si tratta di una proliferazione localizzata che, specie quando di alto grado, può evolversi in carcinoma in situ.

 

La terapia dell’esofago di Barrett deve mirare sia al controllo dei sintomi del reflusso gastroesofageo che alla guarigione dell’esofagite, ma soprattutto deve mirare al ripristino del normale epitelio squamoso esofageo nelle aree di precedente metaplasia intestinale. A tal proposito si utilizzano i cosiddetti inibitori della pompa protonica, farmaci in grado di ridurre significativamente e per lungo tempo (18-24 ore) l’acidità gastrica. Sebbene questi medicinali siano molto efficaci nell’eliminare l’insulto acido ed attutire i sintomi associati alla malattia da reflusso, in molti casi non riescono a produrre una significativa regressione del tessuto displasico.

 

Nel caso in cui l’esofago di Barrett sia caratterizzato da un basso grado di displasia, la situazione viene monitorata periodicamente attraverso esami endoscopici ogni 12-36 mesi. Viceversa, nel caso in cui sia presente una displasia di grado elevato, può essere necessario asportare o distruggere il tessuto anomalo (attraverso appositi strumenti endoscopici o con ablazione tramite radiofrequenze o laser); assai più raramente si esporta l’intera porzione colpita da esofago di Barrett ed in tal caso il tratto residuo viene ricucito con la bocca dello stomaco.

 

Terapie alternative per curare l’esofago di Barrett

Quando l’esofago di Barrett è caratterizzato da displasia (anche di lieve entità), la terapia farmacologica non risulta sufficiente; pertanto è necessario ricorrere a terapie alternative (in base alla gravità del problema):

 

asportazione chirurgica del tessuto anomalo

– laser

– ablazione con radiofrequenza

– asportazione del tessuto danneggiato con strumenti endoscopici

terapia fotodinamica

Asportazione dell’intera porzione affetta da esofago di Barrett (e successiva cucitura della porzione rimanente con la bocca della cavità gastrica)

 

Esofagite da reflusso gastro-esofageo

 

– La PEPSINA è il maggiore fattore lesivo della mucosa esofagea

 

MRGE = Malattia da Reflusso gastro-esofageo

GERD = Gastro-Esophageal Reflux Disease

EGDS = esofagogastroduodenoscopia

LES = Lower esophageal sphincter (sfintere esofageo inferiore)

I.P.P = Inibitori  della Pompa Protonica

AGA = American Gastroenterological Association

NERD = nonerosive reflux disease ( malattia da reflusso non erosiva)

 

La risalita dell’acido cloridrico  può causare:

 

Laringospasmo

contrazione dei muscoli laringei con senso di soffocamento,in genere dura pochi secondi,ma è terrificante,il respiro può essere quasi impossibile

Aumento della carie

per aumentata corrosione dello smalto dei denti che viene intaccato dalle particelle di acido che risalgono fino alla bocca

Dolori retroauricolari

per irritazione nervosa sempre ad opera dell’acido

Asma

le particelle di acido che risalgono lungo l’esofago e che giungono fino alla cavità orale possono essere “respirate” e passare nei bronchi dove vanno a causare una flogosi dell’epitelio che riveste le varie diramazioni dei bronchi. A questa irritazione corrisponde una maggiore sensibilità al rilascio di istamina ed una maggiore tendenza ad avere bronco-costrizione .

Faringodinia

dolore alla fonazione e alla deglutizione,

Vellicchio

sensazione di doversi schiarire in continuazione la voce,la gola

Aumento delle secrezioni mucose

questo è un meccanismo di difesa delle prime vie aeree per “neutralizzare” le particelle di acido

– Sensazione di eruttazioni acide

– Sensazione di reflusso acido

nella cavità orale,con percezione dei gusti dei cibi ingeriti e reflusso in misura variabile degli stessi

– l’Anziano  è più predisposto al reflusso gastro-esofageo ed alle sue conseguenze perchè la mucosa esofagea è meno resistente ,la clearance esofagea è ridotta,lo svuotamento gastrico è ridotto

Rigurgito acido

è diverso dal vomito perchè avviene senza sforzo,non si associa a nausea,si ha la sensazione di amaro in gola

Ipersalivazione

il materiale rigurgitato arriva in gola e stimola la secrezione di saliva che contiene bicarbonato per neutralizzare l’acido risalito

Tosse cronica

che non scompare e non si riesce a curare con le classiche terapie,è dovuta al fatto che il materiale risalito in gola entra nelle vie respiratorie e le infiamma,si verifica specie di notte

Dolore toracico

che coinvolge collo e spalle si verifica nel 20-30% dei casi e simula un dolore cardiaco

Odinofagia

svegliarsi con il mal di gola senza causa apparente,è spesso segno di reflusso gastro-esofageo

Bronchite cronica,broncopolmoniti ricorrenti

possono essere dovuti  a reflusso

Laringite,raucedine,alitosi

possono essere dovuti a reflusso

 

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Data 5 maggio 2019

IL SANGUE – 3

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PLASMA

 

Funzioni del Plasma

 

Il plasma è la componente liquida del sangue, nella quale sono sospesi gli elementi corpuscolati (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine).

Formato soprattutto da acqua, che rappresenta approssimativamente il 92% del suo peso, il plasma è costituito da molte sostanze, tra cui:

 

proteine (7%);

molecole organiche (glucosio, aminoacidi, lipidi, ormoni, composti di scarto azotati come urea ed urati);

ioni (sodio, potassio, cloro, idrogeno, calcio e bicarbonato);

sostanze gassose (ossigeno ed anidride carbonica);

oligoelementi e vitamine

 

Il 55% del sangue totale circolante è costituito dal plasma.

La concentrazione della componente acquosa viene mantenuta entro un range di valori costanti grazie all’assunzione di liquidi con la dieta e tramite il controllo della loro escrezione a livello renale.

La frazione proteica del sangue è costituita principalmente da albumine (4,5 grammi per 100ml), globuline (2,7 grammi per 100 ml) e fibrinogeno (2,25 grammi per 100ml).

 

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Donazione di plasma

Il plasma sanguigno, per la ricchezza dei suoi componenti, può essere usato, al posto del sangue intero, nelle situazioni in cui si è determinata una rapida perdita di liquidi con riduzione del volume circolante (ustioni, traumi). L’operazione di prelievo è chiamata plasmaferesi ed è utile anche per sostituire un plasma ricco di sostanze nocive con quello sano di un donatore; quest’ultimo può anche essere utilizzato dalle industrie farmaceutiche per isolarne le varie componenti ed utilizzarle nella cura di numerose patologie (immunologiche, epatiche, renali ed emorragiche).

 

Indice di aterogenicità del plasma (AIP)

 

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Come vedi,basta inserire i valori di colesterolo e trigliceridi ed il calcolo sarà automatico. Ci sono anche altri calcolatori disponibili.

 

Interpretazione dei risultati

 

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L’indice di aterogenicità del plasma è un parametro predittivo di rischio cardiovascolare, specie in alcune categorie di pazienti (è stato studiato soprattutto nei diabetici).

Il costo praticamente irrisorio (si tratta di una semplice formula di calcolo operata su due comuni parametri ematochimici) ed i potenziali risvolti clinici, suggeriscono una maggiore diffusione dell’indice di aterogenicità del plasma nella popolazione generale.

 

 

PIASTRINE

 

Introduzione

Le piastrine o trombociti sono i più piccoli elementi figurati del sangue, con forma discoidale e diametro compreso tra i 2 ed i 3 µm. Al contrario dei globuli bianchi (o leucociti) e rossi (o eritrociti), le piastrine non sono vere e proprie cellule, ma frammenti di citoplasma dei megacariociti localizzati nel midollo rosso. Questi, a loro volta, derivano da precursori chiamati megacarioblasti e si presentano come grosse cellule multinucleate (diametro dai 20 ai 15 nm), che dopo varie fasi di maturazione subiscono fenomeni di frammentazione citoplasmatica, originando dalle 2000 alle 4000 piastrine. I trombociti, di conseguenza, sono privi di nucleo (come i globuli rossi) e di strutture quali il reticolo endoplasmatico e l’apparato di Golgi; sono tuttavia delimitati da una membrana, che rende ogni piastrina indipendente dalle altre, e possiedono granuli, vari organelli citoplasmatici ed RNA.

Come anticipato, le dimensioni delle piastrine sono particolarmente contenute; nonostante ciò la loro struttura interna è estremamente complessa, dal momento che intervengono in un processo biologico di primaria importanza chiamato emostasi [haima, sangue + stasis blocco]. In sinergia con gli enzimi della coagulazione, le piastrine permettono il passaggio del sangue dallo stato fluido a quello solido, formando una specie di tappo (o trombo) che ostruisce i punti lesi dei vasi.

 

Valori normali nel sangue

In un millilitro di sangue sono normalmente presenti dalle 150.000 alle 400.000 piastrine. La loro vita media è di 10 giorni (contro i 120 dei globuli rossi), al termine dei quali vengono fagocitate o distrutte dai macrofagi, soprattutto nel fegato e nella milza (in quest’ultima è presente circa un terzo della massa piastrinica totale). Ogni giorno sono prodotte dalle 30.000 alle 40.000 piastrine per mm3; in caso di necessità, tale sintesi può aumentare 8 volte.

 

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PLT

 

PLT è un indice di laboratorio che esprime il numero di piastrine per volume di sangue. In un individuo adulto, in buono stato di salute, questo numero si aggira tra le 150.000 e le 450.000 unità per microlitro di sangue.

Bassi valori di PLT sono indice di piastrinopenia, mentre elevate concentrazioni ematiche di piastrine sono un indice di trombocitosi (o piastrinosi).

Solitamente, il rischio di emorragia spontanea è molto contenuto in presenza di un conteggio piastrinico superiore a 40.000 piastrine/µl, risulta frequente ma non costante per valori inferiori, e diviene costante e piuttosto grave quando PLT scende sotto le 10.000 piastrine/µl.

Se avviene un’emorragia spontanea per valori superiori a 40.000 piastrine/µl, invece, si devono considerare altre concause, come una debolezza delle pareti vasali, o un difetto della funzionalità piastrinica o dei vari fattori della coagulazione.

 

Quando viene prescritto l’esame?

 

La valutazione di PLT è parte dell’esame emocromocitometrico e viene indicata dal medico quando il paziente manifesta sanguinamenti prolungati o altri sintomi attribuibili a una conta piastrinica alta o bassa, come:

 

– Facilità nella formazione di lividi;

Epistassi ricorrenti;

Perdita ematica abbondante, eccessiva e prolungata durante le mestruazioni;

Sanguinamenti gastrointestinali (che possono essere rivelati in un campione di feci);

– Comparsa di puntini o macchie cutanee rossastre (petecchie e porpora) e sanguinamento dalle mucose.

 

Valori normali

 

La conta piastrinica è normalmente compresa tra 150.000 e 450.000 unità per µl di sangue.

Tale valore può variare lievemente in base alle fasi del ciclo mestruale, diminuisce nelle ultime fasi della gravidanza (trombocitopenia gestazionale) e aumenta in risposta a citochine infiammatorie (trombocitosi secondaria o reattiva).

 

PLT Alto – Cause

 

5-

 

PLT Basso – Cause

 

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7-

8-

 

Come si misura

 

Per la valutazione del numero di piastrine per volume di sangue, basta sottoporsi a un esame emocromocitometrico completo (emocromo). Al paziente viene prelevato, quindi, un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino ed a digiuno.

Il conteggio può essere effettuato automaticamente dai contatori elettronici o mediante l’osservazione al microscopio ottico (striscio di sangue).

 

Preparazione

 

Per sottoposi al prelievo di sangue, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

 

Interpretazione dei risultati

 

PLT Basso

Un PLT basso dipende generalmente da condizioni patologiche nelle quali:

Il midollo osseo non riesce a produrre abbastanza piastrine;

Le piastrine sono consumate o distrutte a livello splenico più velocemente del normale.

La piastrinopenia (o trombocitopenia) può causare difetti nella coagulazione del sangue e manifestazioni emorragiche di vario tipo (nota: il rischio di sanguinamento è inversamente proporzionale alla conta piastrinica).

Un PLT basso si può osservare nel corso di malattie infettive (es. epatite, rosolia, mononucleosi e infezione da HIV), patologie autoimmuni (es. lupus eritematoso sistemico), anemia aplastica ed alcuni processi neoplastici (leucemie e linfomi).

Altre possibili cause comprendono: cirrosi epatica (con ipertensione portale e aumento di volume della milza), problemi di sanguinamento cronico (es. ulcere allo stomaco), ustioni e sepsi.

 

Un PLT basso può essere la conseguenza dell’azione di varie sostanze tossiche (es. abuso di alcool o agenti chimici, come pesticidi, arsenico e benzene) e farmaci (chinino, agenti chemioterapici ecc.) che producono una mielosoppressione dose-dipendente o innescano una distruzione immuno-mediata delle piastrine.

 

PLT Alto

L’aumento del numero di piastrine circolanti rispetto al tasso normale (trombocitosi) si può osservare in corso di sindromi mieloproliferative (policitemia vera e trombocitopenia essenziale) e varie patologie ematologiche (tra cui leucemia mieloide cronica, anemia sideropenica e mielodisplasia).

Un PLT alto può essere riscontrato anche in presenza di neoplasie (come linfomi, mesoteliomi e carcinomi del polmone, dello stomaco, della mammella e dell’ovaio), disordini infiammatori acuti (es. infezioni, allergie e morbo di Kawasaki) e cronici (artrite reumatoide, enteropatie croniche, sarcoidosi, osteomielite, osteoporosi e tubercolosi).

Altre cause comprendono splenectomia e trombosi splenica, emorragie acute da traumi, coagulopatie, anemie emolitiche congenite o acquisite, poliglobulia secondaria a patologia renale o cardiaca e necrosi tissutali da fratture ossee, interventi chirurgici o infarti d’organo.

La trombocitosi si può riscontrare anche in certi stati fisiopatologici, come ipossia, esercizio fisico intenso, stress post-operatorio, ovulazione, gravidanza e puerperio.

In presenza di trombocitosi, la funzione piastrinica è generalmente normale e non aumenta il rischio di complicanze trombotiche e/o emorragiche, salvo nei casi in cui i pazienti non abbiano una grave patologia arteriosa o si trovino in uno stato di immobilità prolungata.

 

 

MPV

 

MPV è l’acronimo di Mean platelet volumevolume piastrinico medio; in pratica, quindi, tale parametro ci dice quanto grandi sono mediamente le nostre piastrine:

tanto più elevato è l’MPV e tanto maggiori sono le dimensioni piastriniche medie.

 

Se relazionato alla conta piastrinica (PLT = numero di piastrine per volume di sangue), MPV può dare un’idea del grado di efficienza dei meccanismi di coagulazione del sangue; questi, infatti, dipendono da molti fattori e comunque non solo dal numero di piastrine, ma anche dal relativo volume e dalla sua uniformità (PDW).

 

Cos’è

 

Le piastrine (o trombociti) sono piccole cellule del sangue, di forma discoidale e diametro compreso tra i 2 e i 3 µm, prodotte dal midollo osseo. Questi elementi sono fondamentali per l’emostasi, nonché per la coagulazione del sangue. Nel caso in cui un vaso sanguigno dovesse danneggiarsi, le piastrine si preoccupano di aderire alla parete, aggregandosi e andando a formare un tappo che in modo provvisorio limiterà i danni e fermerà il flusso di sangue verso l’esterno.

Le piastrine sopravvivono nel torrente ematico per circa 8-10 giorni e il midollo osseo deve produrre continuamente nuovi elementi per rimpiazzare quelli degradati, consumati e/o persi durante il sanguinamento.

Il volume piastrinico medio (MPV) è un parametro che indica la dimensione media di queste cellule ed è tipicamente incluso nelle analisi del sangue come parte dell’emocromo.

A modificare le normali dimensioni delle piastrine possono intervenire diversi fattori:

 

Nel caso in cui il midollo osseo sia soggetto a delle disfunzioni, il volume delle piastrine prodotte potrebbe essere ridotto;

Nel caso in cui la quantità di piastrine sintetizzate sia, invece, insufficiente, il midollo osseo può cercare di sopperire a questa carenza andando a produrre piastrine di dimensioni più grandi.

Bisogna, inoltre, tenere conto del fatto che le piastrine appena prodotte sono di volume maggiore, mentre quelle che sono ormai in circolo da qualche giorno tendono a diventare di dimensioni più piccole. In altre parole, le piastrine giovani sono caratterizzate da un volume medio aumentato (> MPV) rispetto a quelle anziane.

 

Perché si Misura

 

Il volume medio (MPV) è un calcolo effettuato da uno strumento automatizzato che riflette la grandezza delle piastrine presenti nel sangue del paziente. L’MPV viene valutato dal medico per ottenere informazioni addizionali circa i trombociti e/o definire la causa di una conta bassa o alta di queste cellule del sangue.

Questo parametro contribuisce a diagnosticare e/o a monitorare patologie, come disordini dell’emostasi, sindromi mieloproliferative e malattie infiammatorie.

 

Esami associati

 

Il volume medio (MPV) dev’essere necessariamente valutato insieme agli altri indici piastrinici, come il numero totale (PLT) e la concentrazione ematica delle piastrine (PCT).

 

Il parametro può essere rapportato anche a uno o a più test di funzionalità piastrinica e/o ad altre analisi per la valutazione della coagulazione, come PT (Tempo di protrombina) e PTT (Tempo di Tromboplastina Parziale).

 

Valori normali

Non esiste un MPV normale per tutti, ma l’MPV normale per un determinato numero di piastrine; infatti, tanto più rallentato è il tasso di produzione delle piastrine, tanto più basso è l’MPV.

In effetti, la piastrina giovane ha un volume cellulare più grande di una piastrina adulta, per cui in presenza di un’aumentata sintesi si assiste a un generale aumento del volume piastrinico medio (MPV).

Dal momento che il volume medio delle piastrine è superiore quando il corpo aumenta la sintesi piastrinica, il test dell’MPV può essere utilizzato per ottenere informazioni sulla produzione di piastrine da parte del midollo osseo.

Un tipico range di normalità per l’MPV è compreso tra 9,7 e 12,8 fL (femtolitri), che equivalgono a sfere di 2,65 – 2,9 µm di diametro.

 

MPV  Alto – Cause

 

Tra le possibili cause di MPV alto rientrano:

 

– Piastrinopatie;

– Sindromi mieloproliferative;

– Porpora trombocitopenica idiopatica;

– Infarto miocardico;

– Arteriopatie;

– Macrotrombocitosi mediterranea;

– Asportazione della milza;

– Diabete;

– Sindrome di Bernard-Soulier;

– Ipoplasia midollare transitoria;

– Preeclampsia;

– Malattie infiammatorie intestinali.

 

 

MPV  Basso – Cause

 

Bassi valori di MPV si registrano in caso di:

 

– Sindrome di Wiscott Aldrich;

– Anemia aplastica;

– Depressione della piastrinopoiesi midollare (carenza di B12 e folati, chemioterapia, infiltrazione neoplastica, ipersplenismo).

 

Conseguenze

 

Bassi valori di MPV predispongono alle emorragie.

Vari studi, infatti, suggeriscono come le piastrine di maggiori dimensioni siano funzionalmente più attive nei processi di coagulazione.

 

Come si misura

 

L’MPV viene misurato tramite uno strumento automatizzato per l’analisi emocitometrica. Al paziente viene prelevato, quindi, un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino e a digiuno.

Inoltre, considerato che le piastrine possono tendere a raggrupparsi, andando a falsare i risultati “automatici”, può essere necessario analizzare il campione al microscopio.

 

Preparazione

 

Per sottoposi al prelievo di sangue, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

 

Interpretazione dei Risultati

 

Per individuare eventuali disfunzioni e patologie, il valore del volume piastrinico medio dev’essere necessariamente confrontato con il conteggio totale delle piastrine. Tipicamente, a un basso MPV si associa una produzione minore di trombociti, sia dal punto di vista della frequenza, che della quantità. Al contrario, invece, a valori alti si associa una produzione frequente e quantitativamente rilevante di piastrine.

Un aumento del numero di piastrine grandi (MPV alto) in una persona con una bassa conta delle piastrine suggerisce che il midollo osseo sta producendo trombociti e li rilascia in circolo molto rapidamente. Per contro, l’MPV può essere basso in persone con bassa conta piastrinica in seguito ad una patologia del midollo osseo.

Tra le più importanti cause determinanti un basso valore di MPV rientrano anemia aplastica, carenze di vitamina B12 e di acido folico, ipersplenismo e sindrome di Wiskott-Aldrich.

 

Un aumento del volume piastrinico medio può dipendere, invece, da fenomeni di coagulazione intravascolare, diabete e disordini mieloproliferativi.  L’abitudine al fumo e l’obesità possono influenzare l’esito dell’esame.

 

MPV e rischio cardiovascolare

 

Elevati valori di MPV aumentano il rischio di ictus e infarto miocardico, quindi si associano a un’aumentata mortalità cardiovascolare e cerebrovascolare. Il rischio diviene concreto per valori di MPV superiori a 12,0 fL. Infatti, un’eccessiva tendenza all’aggregazione piastrinica aumenta il rischio di trombosi ed embolia.

MPV è più alto nelle persone obese ed in quelle che presentano altri fattori di rischio cardiovascolare, come il diabete o l’abitudine al fumo.

– Gli acidi grassi essenziali della serie omega tre possono contribuire a ridurre l’MPV e la tendenza all’aggregazione piastrinica in soggetti sani.

 

 

PCT

 

PCT, comunemente noto come piastrinocrito o ematocrito piastrinico, è un parametro di laboratorio che esprime la frazione percentuale della massa di sangue intero occupata dalle piastrine; in altre parole, il PCT ci dice quanto volume di sangue è occupato dalle piastrine.

Il PCT viene rilevato insieme ad altri indici piastrinici, come:

 

 PLT: conta piastrinica, numero di piastrine per volume di sangue;

MPV: volume medio delle piastrine;

PDW: ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (indice di anisocitosi piastrinico).

 

allo scopo di valutare la dimensione e l’omogeneità della popolazione piastrinica.

Un po’ come per i globuli rossi, infatti, non è importante sapere solo quante piastrine ci sono in un determinato volume di sangue, ma anche ottenere indicazioni sulla loro dimensione e forma.

Il PCT è in stretta correlazione con il PLT e il MPV, dato che il volume di sangue occupato dalle piastrine dipende dal loro numero e dalla loro dimensione.

 

Cos’è

 

Le piastrine (o trombociti) sono piccoli elementi del sangue importanti per la normale coagulazione. Queste cellule sono prodotte dal midollo osseo e sono rilasciate nel circolo sanguigno.

Le piastrine sopravvivono in circolo per 8-10 giorni e il midollo osseo deve produrre continuamente nuove cellule per rimpiazzare quelle degradate, consumate e/o perse durante il sanguinamento.

Il piastrinocrito (PCT) è un parametro analogo all’ematocrito. Nello specifico, PCT indica il rapporto tra il volume totale delle piastrine e il volume totale del sangue.

In condizioni fisiologiche, la quantità di piastrine nel sangue viene mantenuta in uno stato di equilibrio mediante rigenerazione ed eliminazione.

 

Perché si Misura

 

L’ematocrito piastrinico (PCT) indica il volume del sangue occupato dalle piastrine. Questo parametro è dunque un efficace strumento di screening per rilevare le anomalie quantitative delle piastrine.

I valori di PCT variano a seconda del volume medio di questi elementi del sangue e forniscono indicazione della presenza di trombociti normali, piastrinopenia e trombocitosi.

 

Esami associati

La misura del piastrinocrito dev’essere effettuata insieme a volume medio (MPV), conta delle piastrine (PLT), ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) e test di funzionalità piastrinica.

 

Segni e sintomi

 

Un basso o alto PCT può associarsi alle seguenti manifestazioni:

 

– Comparsa di lividi senza ragioni apparenti;

Sanguinamenti al naso, alla bocca o al retto, senza evidenti ferite;

Mestruazioni eccessive o prolungate;

Difficoltà a fermare il sanguinamento da una piccola ferita, entro un periodo di tempo ragionevole.

 

Valori normali

 

L’ematocrito piastrinico (PCT) è un parametro riportato come percentuale (%). L’intervallo di riferimento è compreso tra 0,20 e 0,36%. Tuttavia, occorre sempre considerare che questo range può cambiare in funzione della strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i valori associati a normalità riportati direttamente sul referto.

 

– Esempio: quando il valore di PCT risulta pari a 0,20%, significa che lo 0,20% del volume totale del sangue è costituito dalle piastrine.

 

PCT Alto – Cause

Tra le cause di un aumento del piastrinocrito rientrano:

 

Cancro (polmoni, tratto gastrointestinale, ovaie, seno o linfoma);

Patologie infiammatorie croniche, come malattie infiammatorie intestinali o artrite reumatoide;

Anemia (in particolare, le forme sideropeniche ed emolitiche);

Disordini mieloproliferativi (es. trombocitopenia essenziale);

– Malattie infettive come tubercolosi;

Rimozione chirurgica della milza

 

PCT Basso – Cause

Una riduzione di PCT può dipendere da:

 

Infezioni virali (mononucleosi, epatiti, HIV o rosolia);

Trombocitopenia idiopatica (TIP);

– Cirrosi;

– Sepsi;

– Leucemia, linfoma o altri tipi di tumore che si diffondono (metastatizzano) al midollo osseo;

– Anemia aplastica;

– Mielodisplasia;

– Patologie autoimmuni, come LES;

Coagulazione intravascolare disseminata (CID);

Porpora trombocitopenica;

– Alcuni farmaci (acetaminofene, chinino, sulfamidici ecc.);

Chemioterapia o radioterapia;

– Esposizione ad agenti chimici, come pesticidi, arsenico o benzene.

 

Come si misura

 

Il piastrinocrito (PCT) è un calcolo effettuato da uno strumento automatizzato per l’analisi emocitometrica.

Al paziente viene prelevato un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino e a digiuno, che verrà poi inserito nell’apposito macchinario.

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

 

Interpretazione dei Risultati

 

L’ematocrito piastrinico (PCT) indica il volume del sangue occupato dalle piastrine. Un PCT basso si traduce in una condizione di piastrinopenia, mentre un valore alto è correlato a una trombocitosi.

In ogni caso, i risultati anomali richiedono ulteriori accertamenti, che andranno discussi e interpretati con il proprio medico curante.

 

 

Fattore  Rh

 

Gruppi sanguigni e fattore Rh

 

Ricerche successive agli studi di Landsteiner misero in luce l’esistenza di altri antigeni di cui è importante tener conto nella pratica delle trasfusioni. Tra questi il più importante è il cosiddetto fattore Rh, un antigene scoperto da un gruppo di ricercatori capitanati dallo stesso Landsteiner, intorno al 1940.

La scoperta del fattore Rh fu resa possibile dagli studi condotti su un gruppo di macachi Rhesus, da cui derivò il nome Rh.

Nel torrente circolatorio, indipendentemente dal gruppo sanguigno, l’antigene Rh può esserci o essere del tutto assente. Nel primo caso si parla di Rh positivo (Rh+), nel secondo di sangue Rh negativo (Rh-).

A differenza di quanto accadeva per i gruppi sanguigni A, B e 0 un individuo Rh- non ha nel suo sangue gli anticorpi per il fattore Rh positivo. Questi anticorpi si formano non appena il paziente riceve una trasfusione di sangue Rh positivo. Il processo è all’inizio molto lento e non causa problemi nell’immediato.

Le complicazioni insorgeranno soltanto nel caso di una seconda trasfusione da un donatore incompatibile, quando il sangue del paziente sarà già ricco di anticorpi anti-Rh che andranno ad aggredire i globuli rossi trasfusi provocandone l’agglutinazione.

Il fattore Rh positivo è un carattere dominante e per questo motivo, un soggetto Rh- è sicuramente omozigote per quel carattere (un Rh- ricevuto dal padre ed un Rh- ricevuto dalla madre). Al contrario un individuo Rh+ può essere sia omozigote (Rh+ Rh+) sia eterozigote (Rh+ Rh-).

Un caso particolare è rappresentato dall’incrocio tra una donna con gruppo sanguigno Rh- ed un uomo portatore del gene Rh+. Le possibili combinazioni sono riportate in tabella:

 

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Mentre nel caso A nasceranno sicuramente figli Rh positivi, nel caso B vi è una probabilità del 50% che la donna dia alla luce un figlio Rh negativo.

Dato che la mamma ha gruppo sanguigno Rh- si crea una incompatibilità tra il suo sangue e quello del bambino Rh+ che porta in grembo. Durante la gravidanza questa incompatibilità non crea alcun problema in quanto i globuli rossi del feto non vengono in contatto con il sangue materno. Tale contatto si verifica invece al momento del parto ed in particolare durante il distacco della placenta. Il sangue materno, come visto precedentemente nel caso in cui il paziente Rh- riceva una trasfusione di sangue da un Rh+, comincia a produrre gli anticorpi anti-Rh.

I problemi, anche in questo caso, non si manifestano nell’immediato ma insorgono solo in caso di una seconda gravidanza. Se anche il secondo figlio sarà portatore del fattore Rh+ gli anticorpi materni aggrediranno i globuli rossi del feto causando gravi menomazioni a carico del sistema nervoso del nascituro..

Oggi fortunatamente i medici hanno a disposizione dei test molto precisi per valutare tale ipotesi che, nel caso venga confermata, potrà essere allontanata semplicemente somministrando subito dopo il primo parto farmaci in grado di distruggere gli anticorpi anti-Rh.

 

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Il Gruppo Sanguigno

 

La pratica delle trasfusioni di sangue era già in voga nella vecchia Europa del XVII secolo. I primi risultati furono però deludenti, dato che la trasfusione si rivelava molto spesso un vero e proprio veleno letale per il paziente. Per questo motivo prima della fine del ‘600 tale pratica venne messa al bando da Francia e Inghilterra.

 

I medici dovettero attendere l’inizio del ventesimo secolo per capire il reale motivo di quest’alternanza di successi ed insuccessi.

Nel 1901 gli studi dell’austriaco Karl Landsteiner lo portarono a scoprire i gruppi sanguigni. Tale scoperta, che gli valse il premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1930, rivoluzionò la credenza diffusa a quei tempi in base alla quale il sangue era un tessuto identico in tutti gli individui.

In particolare Landsteiner individuò la presenza di quattro diversi gruppi sanguigni, che denominò A, B, AB e 0. Il motivo di questa differenziazione fu scoperto in seguito quando si notò l’esistenza dei cosiddetti antigeni eritrocitari.

 

Che cos’è un gruppo sanguigno?

Quando l’organismo viene aggredito da un agente patogeno (virus, batteri ecc.), innesca un meccanismo di difesa che aggredisce e neutralizza tali antigeni grazie alla presenza di proteine plasmatiche chiamate anticorpi.

Sulla superficie dei globuli rossi si possono distinguere due diversi antigeni: l’antigene A e l’antigene B. Allo stesso modo nel plasma possono esistere anticorpi anti-A ed anticorpi anti-B. Entrambi neutralizzano ed uccidono i globuli rossi portatori dell’antigene corrispondente. In base a questa informazione:

 

# in un individuo non possono coesistere anticorpi anti-A ed anticorpi anti-B.

# in un individuo non possono coesistere antigeni eritrocitari di tipo A ed anticorpi anti-A

# in un individuo non possono coesistere antigeni eritrocitari di tipo B ed anticorpi anti-B

 

Ogni gruppo sanguigno si caratterizza quindi per la presenza di specifici antigeni e dei corrispondenti anticorpi:

 

# il gruppo A contiene antigeni A e anticorpi anti-B

# il gruppo B contiene antigeni B e anticorpi anti-A

# il gruppo AB contiene antigeni A, antigeni B e nessuno degli anticorpi plasmatici corrispondenti

# il gruppo 0 è privo di antigeni ma contiene entrambi gli anticorpi anti-A e anti-B

 

Di conseguenza:

 

# il soggetto portatore del gruppo sanguigno AB è il più fortunato dato che, essendo privo di anticorpi specifici, può ricevere sangue sia da donatori di tipo A, B, AB e 0 (ricevitore universale)

# discorso contrario per chi ha sangue di tipo 0 che può ricevere soltanto sangue analogo (donatore universale)

# l’individuo di gruppo A può invece ricevere sangue dai gruppi A e 0; mentre il sangue di tipo B è compatibile soltanto con gruppi B e gruppi 0

 

Nel caso non si rispettino tali combinazioni gli anticorpi presenti nel plasma (agglutinine) aggrediscono i globuli rossi del sangue trasfuso, neutralizzandoli (reazione di agglutinazione) e formando piccoli grumi che occludono i vasi sanguigni causando danni molto seri all’organismo.

 

Il gruppo sanguigno di appartenenza viene ereditato dai genitori ed è immutabile dalla nascita alla morte. La frequenza di tali gruppi varia in base all’etnia della popolazione: in Inghilterra circa il 40% degli individui è di gruppo A e solo il 10% è di gruppo B; in India il gruppo A è presente nel 27% dei casi ed il gruppo B nel 50%. Il gruppo sanguigno AB è il più raro in Europa.

 

Calcolare il gruppo sanguigno

 

1) Il primo schema ci permette di stabilire il possibile gruppo sanguigno di un figlio conoscendo il gruppo sanguigno della madre e del presunto padre.

Per consultare la tabella trova la colonna corrispondente al gruppo sanguigno del padre e cerca tra le varie righe che la costituiscono quella relativa al gruppo sanguigno della madre.

 

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Se per esempio il gruppo sanguigno del padre è 0 e quello della madre è B, il figlio avrà gruppo sanguigno B o 0.

In alcuni casi (madre con gruppo sanguigno A e padre con gruppo B) la capacità del test di stabilire la paternità è molto bassa (il figlio potra avere ognuno dei 4 possibili gruppi sanguigni).

 

2) Il secondo schema consente di risalire al gruppo sanguigno del padre conoscendo quello del figlio e della madre.

Per consultare la tabella cerca la colonna corrispondente al gruppo sanguigno del figlio e scegli tra le varie righe che la compongono quella che interseca il gruppo sanguigno della madre.

Alcune caselle sono state oscurate poiché tali combinazioni non sono possibili (un bambino non può avere gruppo sanguigno AB se la madre è portatrice di gruppo 0).

 

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NOTA BENE: solo in alcuni casi specifici il test del gruppo sanguigno può confermare o escludere inequivocabilmente una presunta paternità. Soltanto l’analisi del DNA pòtra quindi fornire un risultato sicuro al 100%. Anche se molto raramente, mutazioni genetiche possono cambiare le regole per cui anche figli “impossibili” (ad es. gruppo A o B da genitori 0) possono divenire “possibili”.

 

Queste tabelle potrebbero sollevare qualche dubbio su alcuni casi specifici. Qualcuno potrebbe chiedersi, per esempio, come mai due genitori portatori di gruppo sanguigno A possano dare origine ad un figlio con gruppo sanguigno A o 0. Per rispondere a questa domanda occorre chiarire alcuni concetti base della genetica mendeliana.

Il gruppo sanguigno di una persona è determinato dalla presenza di due alleli. Un allele è una forma alternativa di un determinato gene. Ad esempio, un gene che controlla il carattere “colore del pelo” in un animale può esistere in due alleli: l’allele “pelo chiaro” e l’allele “pelo scuro“.

Se due alleli sono uguali tra loro l’individuo è omozigote per quel carattere, se sono diversi è eterozigote. A questo punto è lecito chiedersi di quale colore sia la pelliccia di un topo portatore di due diversi alleli per il carattere “colore del pelo“. La risposta è legata al concetto di carattere dominante.

Si definisce carattere dominante quel carattere che viene espresso prevalentemente rispetto ad un altro chiamato carattere recessivo. Il carattere dominante è quindi “più forte” ed in grado di oscurare il manifestarsi del carattere più debole. Se per esempio il carattere “pelo scuro” è dominante rispetto al carattere “pelo chiaro” il topo portatore di entrambi gli alleli avrà per forza di cose la pelliccia scura.

Nonostante sia apparentemente nascosto dalla presenza del carattere dominante, il carattere recessivo è comunque contenuto nel codice genetico dell’individuo e come tale può essere trasmesso alle generazioni future.

 

Quando si parla di gruppi sanguigni il carattere B e il carattere A sono dominanti rispetto allo 0.

Significa pertanto che se è presente la coppia AA o la copia A0, il risultato dell’analisi del gruppo sanguigno sarà comunque A e lo stesso discorso vale nel caso la coppia di alleli sia uguale a B0 e BB.

 

Un carattere dominante è quello che si manifesta e che impedisce la comparsa dell’altro carattere. Il gruppo sanguigno A è un carattere dominante perché impedisce al gruppo sanguigno 0 di comparire.

 

Anche il gruppo Sanguigno B è un carattere dominante:

 

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Solo se il gene del gruppo sanguigno possiede entrambi gli alleli 0 (coppia allelica 00) l’analisi del suo sangue darà come risultato “gruppo 0″.

# Lo stesso discorso è valido se si considera il fattore Rh, poiché Rh+ è dominante rispetto a Rh-. Una persona con fattore Rh positivo potrà essere portatrice della coppia allelica (Rh+ Rh+ o Rh+ Rh-). I soggetti con Rh- sono invece necessariamente portatori di entrambi gli alleli Rh-.

 

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Quest’ultimo punto ci permette di aprire una piccola parentesi, essenziale al fine della comprensione del test sul gruppo sanguigno. Le cellule germinali (ovulo e spermatozoo) sono infatti dotate di un solo allele per il carattere gruppo sanguigno. Un padre con coppia allelica A0 produrrà il 50% di spermatozoi con allele A ed il 50% di spermatozoi con allele 0. Se invece il padre ha gruppo 00, AA o BB, tutti i suoi gameti saranno rispettivamente portatori dell’allele 0, A o B. Analogo discorso può essere fatto per la madre.

 

Al momento della fecondazione l’unione delle due cellule darà luogo ad un individuo con un profilo genetico ereditato per metà dal padre e per il rimanente 50% dalla madre.

Vediamo un esempio:

due genitori di gruppo A possono avere sia un figlio di gruppo A che uno di gruppo 0;

 

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se uno o entrambi i genitori presentano la coppia allelica AA tutta la discendenza avrà gruppo sanguigno A

Una volta capito il meccanismo potete divertirvi a calcolare i singoli casi.

 

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1) Una madre con gruppo sanguigno 0 deve avere necessariamente la coppia allelica 00, di conseguenza tutte le cellule uovo prodotte avranno l’allele 0.

2)  Se una mamma con gruppo sanguigno 0+ e un papà con gruppo sanguigno A- aspettano un bambino, quale gruppo sanguigno porterà il nascituro?

A+

 0+

 A-

 0-

 Tutte le risposte sono corrette

 

3) Se una mamma con gruppo sanguigno B- e un papà con gruppo sanguigno A+ aspettano un bambino, quale gruppo sanguigno porterà il nascituro?

 

 A+, B+, AB+, 0+

 A-, B-, AB-, 0-

in linea teorica il bambino potrà avere qualsiasi gruppo sanguigno e fattore Rh

 0-, 0+, A+, B-, AB

Tutte le risposte sono corrette

 

4)  Se una mamma con gruppo sanguigno B- e un papà con gruppo sanguigno A- aspettano un bambino, quale gruppo sanguigno porterà il nascituro?

 

 A-, B-, AB-, 0-

in linea teorica il bambino potrà avere qualsiasi gruppo sanguigno e fattore Rh

 0-, A+, B+, A-, B-, AB+

 AB-

nessuna delle precedenti risposte sembra corretta

 

 

VES: Velocità di Eritrosedimentazione

 

La velocità di eritrosedimentazione (VES) è un indice infiammatorio.

Come ricorda il suo stesso nome, questo esame misura la velocità con cui gli eritrociti (globuli rossi) – presenti in un campione di sangue reso incoagulabile – sedimentano sul fondo della provetta che li contiene. Il paramento viene espresso in millimetri di sedimento prodotto in un’ora.

Molti processi patologici possono determinare un aumento della velocità di eritrosedimentazione: infezioni di vario genere, anemia, infiammazioni e alcuni processi tumorali.

Occorre precisare che la VES è un indice aspecifico (cioè generico) e dev’essere interpretata nel contesto di altre indagini cliniche mirate. In altre parole, se gli altri parametri risultano nella norma, il riscontro di un valore elevato di VES non deve indurre preoccupazione.

 

Cos’è

 

VES è l’acronimo di “velocità di eritro-sedimentazione”, un esame del sangue introdotto in diagnosi intorno agli anni ’20 del secolo scorso.

Nel sangue, i globuli rossi tendono a rimanere in sospensione, separati gli uni dagli altri grazie alla carica negativa di membrana che ostacola la formazione di aggregati (rouleaux).

 

In condizioni normali, la componente proteica del plasma è tale da preservare la carica di superficie delle emazie. Al contrario, quando nel corpo si instaurano processi flogistici, l’aumentata concentrazione ematica di proteine tipiche dell’infiammazione (tra cui il fibrinogeno e la proteina C reattiva) porta a un indebolimento delle forze repellenti. I globuli rossi, di conseguenza, tendono ad aggregarsi, con formazione di rouleaux ad alta tendenza a precipitare. Tanto più grossolani risultano tali ammassi, tanto più rapida è la sedimentazione.

La VES, per l’appunto, misura la velocità di sedimentazione delle emazie nel plasma, in mm per ora, quando il campione di sangue viene lasciato riposare in un’apposita pipetta.

Per quanto detto, la VES rappresenta un indice aspecifico di flogosi; non stupisce, quindi, che essa aumenti nelle malattie reumatiche, nelle infezioni croniche e nelle patologie a decorso infausto, come i tumori maligni con metastasi.

 

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Perché si Misura

 

La velocità di eritrosedimentazione (VES) è un test semplice, che fornisce informazioni generali circa la presenza o l’assenza di un’infiammazione e che ne misura indirettamente l’entità.

L’andamento della VES permette anche di monitorare il decorso di una malattia già diagnosticata.

 

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La VES è un test non specifico: risultati elevati indicano spesso la presenza di infiammazione senza indicare al medico esattamente dov’è situata tale infiammazione e da cosa è provocata.

Per questa ragione, è solitamente utilizzata in combinazione ad altri test, come il dosaggio della proteina C reattiva (PCR), gli anticorpi antinucleo (ANA), il fattore reumatoide, il fibrinogeno ed altri esami generici, come il pannello metabolico totale o l’emocromo con formula.

 

Valori normali

In condizioni normali, il valore della VES è di circa 10-20 mm all’ora.

 

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Preparazione

Il paziente può sottoporsi al prelievo di sangue dopo un digiuno di almeno 3 ore.

Solitamente, i farmaci non influiscono sul risultato, ma è sempre consigliabile informare il medico su un’eventuale terapia in corso, in modo che possa avere un’idea globale dello stato di salute in cui si trova la persona.

Quando una patologia viene monitorata nel tempo, l’aumento di VES può indicare un aumento dell’infiammazione o una scarsa risposta alla terapia; una VES normale o diminuita può indicare una risposta appropriata al trattamento.

 

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EMOCROMOEsame Emocromocitometrico

 

Generalità

 

L’EMOCROMO è una delle analisi del sangue più richieste, poiché i suoi risultati contribuiscono a tenere sotto controllo lo stato di salute generale di una persona.

Detto anche esame emocromocitometrico, questo test consiste nella valutazione dei diversi parametri che si riferiscono ai principali componenti del sangue:

 

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Valori normali

I valori normali, nell’adulto, sono riportati nella seguente tabella:

 

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I valori di riferimento dell’emocromo possono comunque variare lievemente in base al laboratorio che effettua l’analisi.

 

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In patologia il globulo rosso va incontro ad alterazioni dovute a quattro cause principali:

 

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RETICOLOCITI

 

I reticolociti sono globuli rossi non ancora maturi. Di conseguenza, la conta reticolocitaria rappresenta il principale indicatore dell’entità di produzione dei globuli rossi.

Quest’analisi è importante per valutare la funzionalità del midollo osseo e la sua capacità di produrre un numero adeguato di eritrociti (sinonimo di globuli rossi).

 

I reticolociti sono gli elementi di transizione tra eritroblasti nucleati (proeritroblasti) e globuli rossi. Queste cellule della linea eritroide sono prodotte nel midollo osseo e, quando vengono rilasciate nel circolo ematico, assumono le caratteristiche proprie dell’eritrocita, dopo una maturazione di un giorno circa (nota: l’intero processo di differenziazione dura 10 giorni).

I reticolociti si definiscono per la presenza di materiale citoplasmatico, costituito prevalentemente da mitocondri e residui di materiale genetico (acido ribonucleico ribosomiale), evidenziabili come granuli e filamenti alla colorazione sopravitale, come il blu brillante di cresile.

I globuli rossi sopravvivono in circolo circa 120 giorni; di conseguenza, il midollo osseo è continuamente impegnato nella produzione di nuovi eritrociti, che vadano a sostituire quelli vecchi o degradati. In questo modo, nel sangue viene mantenuto sempre un numero costante di globuli rossi.

 

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Nell’adulto vengono prodotti circa 2 milioni di globuli rossi al secondo. Durante la maturazione della cellula, c’è uno stadio in cui il nucleo viene espulso, e che dura 1-2 giorni. Questo stadio corrisponde al reticolocita; esso diventerà poi eritrocito maturo (che avrà una vita di 120 giorni circa). Quindi, i reticolociti sono i globuli rossi giovani, ancora immaturi, e sono lo 0,5% – 2,5% dei globuli rossi circolanti. Per esempio, in un soggetto che ha 5 milioni di globuli rossi per μl, i reticolociti saranno all’incirca 40-100 mila per μl.

 

Reticolociti  Alti – Cause

 

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I reticolociti aumentano fisiologicamente nel corso della gravidanza. Anche i neonati presentano livelli elevati di questi precursori dei globuli rossi, che si normalizzano entro pochi giorni dalla nascita.

Un aumento del numero di reticolociti in circolo può verificarsi anche quando una persona si reca ad altitudini più elevate rispetto a quelle in cui vive. Anche i fumatori possono presentare un incremento del numero dei reticolociti.

 

Reticolociti  Bassi – Cause

 

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Reticolociti (%) = [numero dei reticolociti/numero dei globuli rossi totali] x 100

 

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ERITROPOIESI INEFFICACE

Pazienti con difetti di maturazione degli eritrociti o di produzione di emoglobina, presentano talvolta un’eritropoiesi (maturazione dei globuli rossi) inefficace. In queste condizioni, la popolazione degli eritrociti è molto aumentata (iperplastica), ma il conteggio dei reticolociti è sproporzionatamente basso, poiché molte cellule non maturano mai a sufficienza per entrare in circolo. L’anemia perniciosa e la talassemia sono ottimi esempi di patologie associate ad eritropoiesi inefficace.

 

EMORRAGIE E RISPOSTA TERAPEUTICA

Un aumento nel numero di reticolociti che si verifichi dopo una perdita di sangue, o in certe anemie come quelle da carenza di ferro, dopo che sia stata instaurata una cura adeguata, indica che il midollo osseo sta rispondendo con un’aumentata produzione di globuli rossi.

 

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Nel deficit di ferro, in particolare nelle anemie causate da perdite croniche di sangue, la somministrazione di ferro induce un aumento dei reticolociti entro 4-7 giorni ed il loro conteggio rimane elevato finché non si raggiungono concentrazioni di emoglobina normali. Anche la terapia con vitamina B12 nell’anemia perniciosa induce una pronta e persistente reticolocitosi.

 

LEUCOCITI  o Globuli bianchi

 

I leucociti o globuli bianchi sono cellule coinvolte nella risposta immunitaria. Grazie al loro intervento il corpo umano si difende dagli attacchi di microorganismi ostili, come virus, batteri, miceti e parassiti, e da corpi estranei che penetrano al suo interno.

Il sangue contiene cinque tipi di leucociti maturi:

 

– Linfociti

– Monociti (precursori dei macrofagi)

– Neutrofili

– Eosinofili

– Basofili (chiamati mastociti a livello tissutale)

 

Un sesto tipo di leucociti, le cellule dendritiche, non si trova nel circolo sanguigno.

 

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Leucociti nelle Urine

 

La presenza di leucociti nelle urine è spia di una probabile infezione delle vie urinarie. Può quindi essere visivamente segnalata dall’aspetto torbido dell’urina, a causa della presenza, non solo di leucociti, ma anche di muco, pus, sangue e cellule di sfaldamento.

 

I leucociti, detti più comunemente globuli bianchi, sono un gruppo eterogeneo di cellule, preposte alla difesa dell’organismo dagli attacchi di microorganismi ostili (virus, batteri, miceti e parassiti) e da corpi estranei che penetrano al suo interno. Di conseguenza, la presenza di leucociti nelle urine può essere dovuta a processi infiammatori di varia natura.

 

Tra tutti i globuli bianchi, la maggior parte dei leucociti presenti nelle urine appartiene alla categoria dei neutrofili, facilmente identificabili al microscopio per la forma rotondeggiante e l’aspetto lobulato del nucleo; sono inoltre più grandi degli eventuali eritrociti presenti nell’urina.

I leucociti o globuli bianchi sono cellule del sangue preposte alle difese immunitarie dell’organismo.

 

Questi “elementi” sono raramente presenti all’interno delle nostre urine (di norma, la loro concentrazione è abbastanza trascurabile, essendo inferiore a 5-10 unità per millilitro di urina). Se tutto funziona correttamente, i reni non permettono il passaggio dei leucociti nelle urine, se non in quantità esigue.

La quantità,  non deve superare i 10 per millimetro di urina.

 

Tuttavia, in seguito all’infezione o all’infiammazione di uno degli organi dell’apparato urinario, il numero dei leucociti espulsi mediante l’urina può aumentare in misura considerevole.

La semplice identificazione della presenza dei globuli bianchi nelle urine non caratterizza in maniera univoca una specifica problematica. Per questo, è fondamentale sottoporsi a una visita accurata e ricorrere alle terapie specifiche indicate dal medico.

Pertanto, l’eccesso di globuli bianchi nel campione dev’essere approfondito poi con l’urinocoltura e lantibiogramma, per individuare quale tipo di batterio è responsabile dell’eventuale infezione e capire qual è l’antibiotico più efficace.

 

Aumento moderato

 

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Aumento massivo

Un aumento massivo dei leucociti è generalmente indice di un’infezione acuta. Questo fenomeno può essere collegato a un numero di fattori diversi (il processo infettivo potrebbe avere origine, ad esempio, dai reni) e stati particolari (come la gravidanza).

 

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Come si misura

 

Il dosaggio dei leucociti nelle urine si effettua mediante la raccolta di un campione della prima minzione del mattino (o almeno 3 ore dopo l’ultima minzione). L’urina del mattino è infatti più concentrata e può fornire con maggiori probabilità delle indicazioni utili alla diagnosi.

La ricerca di leucociti nelle urine si esegue al microscopio, oppure sfruttando metodiche automatizzate di recente introduzione (citofluorimetria a flusso); si considera normale la presenza di 1-2 leucociti per campo microscopico (40x), mentre si parla di leucocituria (eccessiva presenza di leucociti nelle urine) quando si evidenziano almeno 10 leucociti per campo microscopico (tale numero varia, in base alle fonti consultate, da 5 a 20). Se invece viene utilizzato un citofluorimetro, i valori di riferimento corrispondono ai limiti forniti dallo strumento (per esempio, più di 20 leucociti per microlitro di urina possono essere indice di leucocituria).

 

Oltre alle metodiche menzionate, esiste un ulteriore esame, eseguibile anche a domicilio, che valuta l’attività esterasica dei leucociti; si tratta di un test rapido basato sull’utilizzo di striscette reattive da immergere nell’urina, che cambiano colore e intensità cromatica in base alla presenza e alla concentrazione di leucociti. Anche in questo caso, comunque, esiste il rischio di falsi positivi e falsi negativi.

 

Preparazione

 

Le urine vanno raccolte in un contenitore monouso sterile. Questo va richiuso accuratamente subito dopo e dovrebbe essere portato in laboratorio entro due ore.

Prima di effettuare il prelievo, è bene lavare accuratamente le mani con acqua e sapone, e pulire i genitali, in quando i batteri e le cellule che li circondano possono contaminare il campione e interferire con l’interpretazione dei risultati dei test.

Nel caso delle donne, anche il flusso mestruale e le secrezioni vaginali possono essere causa di alterazioni. Da un punto di vista pratico, si esclude il primo getto di urina, per poi iniziare a raccogliere il campione subito dopo, fino a riempire provetta o bicchierino.

 

 

TIBCCapacità Totale Legante Ferro

 

La capacità totale legante il ferro (TIBC, dall’inglese “Total Iron Binding Capacity”) è un parametro che indica quanto le proteine plasmatiche sono in grado di legare quest’elemento e trasportarlo nel torrente circolatorio.

Dal momento che la transferrina (Tf) è la principale proteina plasmatica con capacità legante per il ferro, i valori di TIBC possono essere stabiliti per determinarne indirettamente i livelli nel sangue.

La determinazione della capacità totale legante il ferro viene prescritta con il dosaggio della ferritina e con le analisi dei valori di sideremia, laddove si sospettino anomalie del metabolismo del minerale.

 

La transferrina è la principale proteina di trasporto nel sangue del ferro ossidato (Fe3+).

 

Nel sangue, la Tf può trovarsi sia in forma libera (transferrina insatura, ossia non legata al ferro), sia in forma legata al ferro (transferrina satura). La quota di quest’ultima coincide con il valore della sideremia.

La quantità di transferrina disponibile al legame e al trasporto del ferro si riflette nella misura della capacità totale di legare il ferro (TIBC), della capacità ferro-legante latente o della saturazione della transferrina.

Più nel dettaglio, la TIBC è la misura indiretta della capacità della transferrina di legare il ferro. Nonostante la trasferrinemia e la TIBC siano due esami differenti, essi hanno un andamento sovrapponibile ed essenzialmente lo stesso significato clinico. Pertanto, a discrezione del medico, può essere sufficiente effettuare solo uno dei due esami.

 

Perché si Misura

 

La capacità totale legante il ferro (TIBC) è un esame prescritto in pazienti in cui si sospettano delle anomalie a carico del metabolismo del ferro.

Quest’analisi serve a determinare la capacità del corpo di trasportare il minerale. Essendo la transferrina la principale proteina legante il ferro, la misura della TIBC è una buona approssimazione della misura di Tb disponibile.

La TIBC viene generalmente valutata insieme alla determinazione di sideremia e ferritina, per avere un quadro più completo del metabolismo del ferro.

 

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TIBC  Alta – Cause

 

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TIBC  Bassa – Cause

 

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– trasfusioni

– cirrosi epatica

– cortisone

 

Preparazione

Il prelievo di sangue venoso utile a determinare la TIBC si esegue in genere al mattino. Prima di sottoporsi all’esame, il paziente deve osservare un digiuno di almeno 8 ore. Durante questo periodo, è ammessa l’assunzione di una modica quantità di acqua. Inoltre, è raccomandata la sospensione degli integratori di ferro nei due giorni che precedono le analisi.

 

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Data 1 maggio 2019

IL SANGUE – 2

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Indice di Katz

 

Generalità

L’indice di Katz (IK) è un parametro ematico correlato alla velocità di eritrosedimentazione (VES).

Il calcolo dell’indice di Katz si basa sulla determinazione della VES dopo un’ora e dopo due ore dal prelievo del campione di sangue (in pratica: si somma il valore di lettura della prima ora alla metà di quello della seconda ora, quindi si divide il tutto per due).

 

L’indice di Katz contribuisce a segnalare un’infiammazione in atto. Se risulta elevato, questo parametro può indicare la presenza nell’organismo di infezioni, malattie autoimmuni e neoplasie.

L’indice di Katz diminuisce, invece, in caso di policitemia e di alcune forme di anemia.

 

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Cos’è

L’indice di Katz è l’espressione numerica della velocità di sedimentazione dei globuli rossi misurata dopo un’ora e dopo due ore dal prelievo del campione di sangue.  In termini più pratici, questo parametro ematologico si ottiene sommando il valore della VES letto alla prima ora con la metà del valore alla seconda ora, quindi dividendo il tutto per due.

Occorre segnalare che l’indice di Katz è ormai poco utilizzato, in quanto è stato riscontrato che la misura del sedimento dopo due ore non fornisce ulteriori informazioni diagnostiche rispetto alla VES determinata al termine della prima ora dal prelievo.

 

Cosa si intende per sedimentazione degli eritrociti?

– La velocità di eritrosedimentazione è condizionata essenzialmente dalle caratteristiche del plasma (in particolare dalla sua composizione proteica) e da quelle dei globuli rossi (forma, numero, tendenza ad aggregarsi ecc.).

– Nel sangue, i globuli rossi tendono a rimanere in sospensione, separati gli uni dagli altri grazie alla carica negativa di membrana che ostacola la formazione di aggregati (rouleaux). In condizioni normali, la componente proteica del plasma è tale da preservare la carica di superficie delle emazie.

– Al contrario, quando si instaurano dei processi flogistici, l’aumentata concentrazione ematica di proteine tipiche dell’infiammazione (tra cui il fibrinogeno e la proteina C reattiva) porta ad un indebolimento delle forze repellenti. I globuli rossi, di conseguenza, tendono ad aggregarsi in rouleaux, i quali presentano un’alta tendenza a precipitare. Quanto più grossolani risultano tali ammassi, tanto più rapida è la sedimentazione.

 

Perché si Misura

L’indice di Katz è un test di laboratorio che fornisce informazioni generali relative alla presenza o all’assenza di un’infiammazione e misura indirettamente il grado di questo stato nell’organismo.

Nota. L’infiammazione è una reazione del sistema immunitario che può svilupparsi rapidamente (forma acuta; ad esempio, dopo un trauma o nel corso di un’infezione) o si protrae nel tempo (forma cronica; come accade in presenza di patologie autoimmuni o certi tumori).

L’indice di Katz consente di monitorare, inoltre, il decorso di una malattia già diagnosticata.

 

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Esami di laboratori associati all’indice di Katz

L’indice di Katz non è un test specifico: risultati elevati di questo parametro segnalano la presenza di un’infiammazione, senza indicare al medico la sede di tale processo e da cosa è provocato.

Nell’inquadramento di malattie a patogenesi infiammatoria, l’indice di Katz è solitamente utilizzato in combinazione con la valutazione di:

 

– Proteina C reattiva (PCR);

– Anticorpi antinucleo (ANA);

– Fattore reumatoide;

– Fibrinogeno;

– Pannello metabolico totale;

– Emocromo con formula.

 

Valori normali

Per il calcolo dell’indice di Katz, viene determinata la velocità di eritrosedimentazione due volte:

 

– Dopo un’ora (VES della prima ora);

– Dopo due ore (VES della seconda ora).

Il valore è considerato normale quando è compreso nei seguenti intervalli di riferimento:

 

Donne: 4-15;

Uomini: 4-10;

Persone anziane: inferiore a 20.

A differenza della VES, l’indice di Katz non viene espresso in mm.

Nota bene: l’intervallo di riferimento dell’esame può cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i range riportati direttamente sul referto. Occorre ricordare, inoltre, che i risultati delle analisi devono essere valutati nell’insieme dal medico di base che conosce il quadro anamnestico del proprio paziente.

 

Indice di Katz Alto – Cause

Come anticipato, un indice di Katz elevato suggerisce la presenza di un’infiammazione in corso, anche se non fornisce informazioni sulla sua natura. Di conseguenza, l’incremento del parametro è proporzionale a quella della flogosi, ma non è necessariamente correlato alla gravità della malattia.

 

Va segnalato, poi, che l’attenuazione delle cariche negative eritrocitarie, per mezzo delle cosiddette proteine della flogosi, non è immediata, ma richiede alcuni giorni. Pertanto, la normalizzazione dei valori della VES e dell’indice di Katz è tardiva (in altre parole, questi parametri possono risultare alti se l’infiammazione è in atto o quando ormai si è già guariti).

 

Indice di Katz moderatamente elevato

L’indice di Katz può risultare elevato nelle seguenti condizioni:

 

– Anemia;

– Lupus eritematoso sistemico;

– Artrite reumatoide;

– Endocardite;

– Malattie renali;

– Osteomielite;

– Febbre reumatica;

– Malattie della tiroide;

– Infezioni (tra cui sifilide, tubercolosi e mononucleosi).

 

Indice di Katz molto alto

Un rialzo eccessivo dell’indice di Katz rispetto alla norma può essere indicativo della presenza di:

 

– Infezioni sistemiche (setticemia);

– Arterite a cellule giganti;

– Mieloma multiplo;

– Iperfibrinogenemia;

– Macroglobulinemia;

– Vasculiti necrotizzati;

– Polimialgia reumatica

 

Indice di Katz Basso – Cause

L’indice di Katz può risultare ridotto in presenza delle seguenti condizioni:

 

– Anemia drepanocitica;

– Insufficienza cardiaca;

– Policitemia;

– Iperviscosità;

– Ipofibrinogenemia;

– Malnutrizione;

– Basso livello di proteine nel plasma, secondario a danni epatici;

– Allergia;

– Disidratazione;

– Alcuni farmaci (tra cui aspirina, cortisone e chinino).

 

Come si misura

Per l’analisi dell’indice di Katz occorre effettuare un prelievo di sangue da una vena del braccio.

 

Come si calcola l’indice di Katz?

Il calcolo dell’indice di Katz si basa sulla determinazione della velocità di eritrosedimentazione dopo un’ora e dopo due ore dal prelievo.

 

La VES misura, in particolare, sul tempo che gli eritrociti (globuli rossi) impiegano a precipitare (sedimentare) in un campione di sangue posto in una provetta lunga e stretta, di altezza standard.

 

Il risultato è riportato in millimetri di fluido (plasma) che sono presenti nella porzione superiore del tubo dopo un’ora. Quando un campione di sangue è posto nella provetta, normalmente le cellule sedimentano relativamente piano, lasciando il plasma più chiaro.

 

I globuli rossi sedimentano più velocemente in presenza di un’aumentata concentrazione di proteine della flogosi nel sangue, in particolare di quelle chiamate “di fase acuta” (come la proteina C reattiva ed il fibrinogeno).

 

L’indice di Katz si ottiene sommando al valore di lettura alla prima ora la metà del valore di lettura alla seconda ora, quindi dividendo il tutto per due.

 

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Preparazione

Il paziente può sottoporsi al prelievo di sangue, utile al calcolo dell’indice di Katz, dopo un digiuno di almeno 3 ore. Di solito, i farmaci non influiscono in modo significativo sul risultato, ma è sempre consigliabile informare il medico su un’eventuale terapia in corso.

 

Fattori che influenzano l’indice di Katz

Nell’interpretazione dell’indice di Katz occorre tenere in considerazione i seguenti fattori:

 

Invecchiamento. L’indice di Katz può aumentare con l’età, anche nei soggetti sani.

Sesso femminile. Nelle donne, l’indice di Katz può risultare leggermente superiore rispetto agli uomini. Inoltre, le mestruazioni e la gravidanza possono causare un temporaneo rialzo del parametro.

Anemia. La VES è inversamente proporzionale all’ematocrito, per cui l’indice di Katz risulta elevato in condizioni di anemia.

Forma e volume dei globuli rossi. L’indice di Katz risente della presenza di microciti (globuli rossi di dimensioni inferiori alla norma) nel campione di sangue, in quanto sedimentano più lentamente; il parametro potrebbe così risultare ridotto. Al contrario, valori elevati si possono riscontrare in caso di MCV elevato (macrociti).

Farmaci. Alcuni medicinali possono aumentare l’indice di Katz. Questi comprendono il destrano, la metildopa, i contraccettivi orali, la penicillamina procainamide, la teofillina e la vitamina A.

 

Interpretazione dei Risultati

Variazioni dell’indice di Katz si possono avere per diverse cause.

Essendo un marcatore non specifico d’infiammazione, il risultato dell’indice di Katz deve essere rapportato ad altri reperti clinici, ai sintomi del paziente ed ai risultati di altre indagini di approfondimento.  Dopo aver valutato il quadro completo, il medico sarà in grado di confermare o scartare la diagnosi sospettata.

 

Indice di Katz Alto

Un aumento dell’indice di Katz è spia di flogosi, pur senza assumere un significato preciso e specifico ai fini diagnostici. Un incremento del parametro si può avere, infatti, indifferentemente nel corso di malattie infettive (acute, subacute o croniche), molte emopatie, epatopatie, infarto miocardico e neoplasie maligne.

 

Pertanto, l’indice di Katz può contribuire alla diagnosi se associato ad altri esami, ma fornisce soprattutto un valido supporto durante la terapia.

 

Indice di Katz elevato, senza alcun sintomo indicativo di una specifica patologia: di solito, l’indice di Katz non fornisce abbastanza informazioni per effettuare decisioni mediche. Inoltre, un risultato normale non può escludere infiammazioni o altre condizioni. Un rialzo da lieve a moderato dell’indice di Katz, non riconducibile a particolari malattie, dovrebbe indurre a ripetere il test dopo qualche mese.

Indice di Katz moderatamente elevato: si riscontra in caso di gravidanza oppure nel corso di un’infezione causata da batteri (come, per esempio, la faringite) o di un’anemia, ma anche in età avanzata.

Indice di Katz molto alto: può essere determinato da uno stato infiammatorio come l’artrite reumatoide, un’epatopatia, un’insufficienza renale, un trauma e via dicendo, fino a far sospettare la presenza di un tumore.

Quando una patologia viene monitorata nel tempo, l’aumento dell’indice di Katz può indicare un aumento dell’infiammazione o una scarsa risposta alla terapia; quando lo stesso parametro è normale o diminuito può significare che il trattamento è appropriato.

 

Indice di Katz Basso

Un indice di Katz basso può essere osservato in quelle patologie in cui la normale sedimentazione dei globuli rossi è inibita, come nel caso di: policitemia, leucocitosi ed alcune malattie epatiche.  Anche nelle malattie caratterizzate da anomalie della forma dei globuli rossi (come nell’anemia falciforme, in cui le emazie hanno una forma a falce) si può riscontrare un indice di Katz basso.

Un indice di Katz basso si riscontra anche in presenza allergie e disidratazione.

 

 

IMMUNOGLOBULINE – ANTICORPI

 

Cosa sono?

Anche se può suonare strano, il termine immunoglobuline non è altro che un sinonimo di anticorpi; si tratta, in sostanza, di proteine globulari coinvolte nella risposta immunitaria, cioè nella lotta contro microrganismi considerati estranei (detti antigeni).

Le immunoglobuline sono talvolta chiamate gamma-globuline per via della loro particolare conformazione a Y.

 

Sintesi e Meccanismo d’Azione

Le immunoglobuline vengono secrete dai linfociti B maturi, che le ospitano nella propria membrana cellulare (più di 100.000 per ogni linfocita B). A questo livello agiscono come delle antenne, o meglio come recettori specifici di membrana che al contatto con l’antigene attivano il linfocita; una parte dei linfociti attivati viene stimolata a riprodursi, differenziandosi in plasmacellule capaci di sintetizzare e secernere un numero impressionante di nuovi anticorpi (fino a 2.000 immunoglobuline al secondo).

Gli anticorpi liberati dalle plasmacellule, solubili nel plasma, non distruggono direttamente l’ospite estraneo, ma si legano ad esso per renderlo maggiormente visibile e suscettibile all’azione degli altri attori del sistema immunitario (fagociti e cellule citotossiche).

 

Per capire meglio

Immaginiamo una piazza gremita di persone, tra le quali si nasconde un certo numero di delinquenti (antigeni); alcuni gendarmi presenti tra la folla (le immunoglobuline) sono in grado di distinguere i cittadini comuni dai malviventi; appena ne riconoscono uno, alcuni agenti si attivano (plasmacellule) ed iniziano a sparare migliaia di speciali cartucce colorate (anticorpi), che vanno a colpire soltanto i malintenzionati; contemporaneamente i gendarmi allertano un altro gruppo di forze dell’ordine (fagociti e cellule citotossiche), i quali – giunti in massa sul posto – riescono a riconoscere ed arrestare i malintenzionati grazie alle macchie colorate sui vestiti.

 

Memoria degli Anticorpi

Quando un antigene aggredisce l’organismo per la prima volta, le immunoglobuline impiegano un po’ di tempo per accorgersi della sua pericolosità.

Tuttavia, dopo che l’estraneo è stato debellato, nel circolo sanguigno rimangono delle cellule – cosiddette “di memoria” – che conservano la capacità di riconoscere prontamente l’antigene nel caso si ripresentasse, producendo una risposta più rapida e forte; è proprio su tale principio che si basano le vaccinazioni.

 

Tipi di Anticorpi

Attualmente le immunoglobuline vengono suddivise in quattro classi generali: IgG, IgA, IgE, IgM e IgD.

 

Immunoglobuline A

Le immunoglobuline A (IgA) sono un gruppo di anticorpi presente soprattutto nelle secrezioni esterne, come saliva, lacrime, secrezioni genitourinarie, muco intestinale e bronchiale, colostro e latte materno. Rappresentano un importante mezzo di difesa contro le infezioni locali, impedendo la colonizzazione da parte dei patogeni.

Immunoglobuline D

Il ruolo delle immunoglobuline D (IgD) non è ancora stato pienamente chiarito.

Immunoglobuline E

Le immunoglobuline E (IgE) sono associate alle reazioni allergiche; il loro legame con i recettori dei mastociti provoca infatti la massiccia liberazione di mediatori dell’infiammazione, prima tra tutti listamina. Le immunoglobuline E sono estremamente importanti anche nella protezione contro le infestazioni parassitarie.

Immunoglobuline G

Le immunoglobuline G (IgG) rappresentano circa il 75% degli anticorpi plasmatici dell’adulto e costituiscono il fulcro delle risposte immunitarie secondarie (quelle che intervengono nei casi in cui vi sia già stato un precedente incontro con l’antigene). Hanno un’azione difensiva di particolare efficacia: possono neutralizzare diverse tossine, impediscono ai virus di colonizzare le cellule e facilitano la fagocitosi batterica. Durante la gravidanza, la madre trasmette al feto le proprie IgG attraverso la membrana placentare, conferendo al neonato una certa immunità durante i primi 3-4 mesi di vita.

Immunoglobuline M

Le immunoglobuline M (IgM) sono anticorpi attivi contro gli antigeni dei gruppi sanguigni e sono associati alla risposta immunitaria primaria (esposizione iniziale all’organismo estraneo); hanno quindi una bassa affinità e intervengono per prime al contatto con un nuovo organismo estraneo. I linfociti B maturi, che non sono mai stati esposti ad un antigene, sono conosciuti come “linfociti naive” e sulla propria superficie cellulare esprimono solamente l’isoforma IgM.

 

Esami del Sangue

In determinati casi, il medico può prescrivere un esame specifico delle immunoglobuline, per valutare – ad esempio – i livelli di determinati anticorpi implicati in una certa malattia. I test delle immunoglobuline possono rivelarsi utili per determinare la causa di un danno epatico e confermare il sospetto diagnostico, oppure per evidenziare la presenza di particolari auto-anticorpi implicati in una malattia autoimmune, nella diagnosi di certi tipi di cancro o di allergie.

Preparati a base di immunoglobuline possono essere anche iniettati al paziente, per aumentare la quota di anticorpi circolanti, a scopo profilattico (prevenire l’insorgenza di determinate patologie, come l’epatite A), durante il trattamento di infezioni acute o in caso di insufficienza anticorpale.

 

 

LINFOCITI

 

I linfociti sono cellule del corpo umano deputate all’immunità acquisita. Con quest’ultimo termine si sottolinea la capacità del sistema immunitario di combattere selettivamente – tramite cellule iperspecializzate, chiamate appunto linfociti – ogni diverso antigene che lo aggredisca. Alla prima esposizione immunologica i tempi di risposta sono piuttosto lunghi, ma grazie alla conservazione di una “memoria” i successivi attacchi vengono debellati in maniera assai più rapida ed efficace. E’ su questo principio che si basano le vaccinazioni.

 

Soltanto il 5% del patrimonio linfocitario dell’organismo è presente nel circolo sanguigno; la quota preponderante di linfociti si trova invece nei tessuti linfatici (milza, timo, e soprattutto linfonodi). A questo livello, i linfociti hanno la possibilità di maturare ed agire prontamente contro gli antigeni penetrati nell’organismo attraverso mucose o soluzioni di continuo della cute. In presenza di una severa infezione, i linfociti si moltiplicano velocemente, aumentando – talvolta in misura considerevole – il volume dei linfonodi.

 

Esistono tre tipi di linfociti: i linfociti B, i linfociti T e le cellule natural Killer. Dei primi abbiamo già parlato nell’articolo dedicato alle immunoglobuline (anticorpi): i linfociti B possono essere paragonati a tante sentinelle, ognuna delle quali possiede un numero esiguo di cloni capaci di riconoscere un ben preciso antigene grazie alla presenza di recettori (anticorpi) sulla propria membrana esterna. Quando durante il lungo peregrinare nel sangue, un linfocita B incontra il proprio antigene, prolifera diverse volte dando origine a cellule figlie dette cloni; una parte della popolazione clonale si attiva in plasmacellule, che sintetizzano in gran quantità gli anticorpi specifici presenti sulla membrana del loro precursore; la rimanente quota funge da serbatoio di memoria contro future infezioni, che verranno contrastate in maniera più rapida ed efficace. La produzione dei cloni linfocitari avviene sotto lo stimolo dei linfociti T helper (come vedremo in seguito). Gli anticorpi prodotti dalle plasmacellule, noti anche come immunoglobuline, si legano agli antigeni segnalandone la pericolosità alle cellule preposte alla loro distruzione.

 

Poiché l’immunità mediata dai linfociti B si giova degli anticorpi presenti nel sangue e negli altri umori dell’organismo viene chiamata immunità umorale.

 

Per quanto detto, gli anticorpi sono efficaci soltanto contro patogeni extracellulari, mentre se un antigene – ad esempio un virus – si trova confinato all’interno di una cellula, l’incontro con il linfocita B non può avvenire. Al posto delle immunoglobuline intervengono allora i linfociti T, capaci di riconoscere e distruggere le cellule infettate, prevenendo la riproduzione del patogeno e delle cellule impazzite (tumorali). Il modo in cui i linfociti T riconoscono le cellule anomale e risparmiano quelle sane è piuttosto complesso, delicato e tipico di ogni individuo (basti pensare al fenomeno del rigetto nei trapianti). Diciamo, brevemente, che il segnale è dato da marcatori, detti MHC (o complesso maggiore di istocompatibilità), che contengono frammenti di antigene riconosciuti come estranei dai recettori del linfocita T. La differenza con i recettori della linea B (detti anticorpi o immunoglobuline) è che mentre questi ultimi sono in grado di legarsi direttamente agli antigeni, le cellule T si legano soltanto ad altre cellule umane che presentano frammenti di antigene, vuoi perché infettate (MHC di classe I), vuoi perché deputate alla digestione dell’estraneo (MHC di classe II).

Nel primo caso, l’intervento dei linfociti T citotossici porta alla distruzione della cellula infettata, nel secondo l’intervento dei linfociti T helper aumenta la risposta immunitaria.

 

La popolazione linfocitaria T non è omogenea, ma conta diverse sottopopolazioni:

 

# linfociti Tc (citotossici o T killer): lisano le cellule bersaglio portandole a morte e favoriscono l’azione dei fagociti (macrofagi);

# linfociti Th (T helper, T4 o CD4): stimolano e sostengono l’azione di riconosci-mento e quella di risposta dei linfociti T e B (favorendone la differenziazione in plasmacellule e la produzione di anticorpi); costituiscono il bersaglio elettivo del virus dell’AIDS (HIV);

# linfociti Ts (T suppressor): bloccano l’attività dei linfociti T helper e citotossici;

# linfociti T DHT (T Delayed Type Hypersensitivity): sono mediatori dei fenomeni infiamamtori ed in particolare della ipersensibilità ritardata.

Al contrario dei linfociti B, la cui vita media è di pochi giorni (fatta eccezione per le “cellule della memoria”), i linfociti T sopravvivono per diversi mesi o anni.

 

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I linfociti Natural Killer intervengono nella risposta immunitaria precoce. Il loro nome ne lascia chiaramente trasparire la funzione biologica: i linfociti natural killer, infatti, inducono al suicidio la cellula bersaglio (in particolare quelle tumorali infettate da virus). Allo stesso tempo secernono varie citochine antivirali, che inducono le cellule non ancora infettate ad attuare meccanismi in grado di inibire la replicazione dei virus.

 

 

MCV

 

Il volume cellulare medioMCV – definisce il volume medio dei globuli rossi. Pertanto, questo indice di laboratorio ci informa sulla grandezza dei globuli rossi esaminati, indicando se sono normali, troppo grandi oppure troppo piccoli.

L’MCV è il parametro ematochimico più utile per classificare un eventuale anemia in normocitica, microcitica o macrocitica, a seconda della morfologia dei globuli rossi.

 

Cos’è

MCV è l’acronimo di “Mean Cell Volume” o “Mean Corpuscular Volume”. Tradotta in italiano, questa sigla indica il volume corpuscolare medio, vale a dire il volume medio dei globuli rossi.

In sostanza, l’MCV permette di sapere se i globuli rossi sono troppo piccoli, troppo grandi o – semplicemente – normali.

 

MCV e anemia

Affinché possano svolgere al meglio la propria funzione, gli eritrociti devono avere una forma a disco biconcavo, con nucleo schiacciato e dimensioni adeguate. Non a caso, i vari tipi di anemia possono essere classificati anche in base al volume cellulare medio degli eritrociti:

 

anemie microcitiche (MCV < 80 fl*)

anemie normocitiche (MCV = 80-95 fl)

anemie macrocitiche (MCV > 95 fl)

*fl (femtolitri) è l’unità di misura del volume cellulare medio ed equivale a 0,000001 miliardesimi di litro (0,000000000000001 litri); l’MCV può essere espresso anche in micrometri cubi o µm3. Ricordiamo infatti che un litro equivale ad un decimetro cubo, un millilitro a un centimetro cubo, un microlitro a un millimetro cubo e così via.

 

Perché si Misura

L’analisi dell’MCV permette di conoscere la “qualità” dei globuli rossi del sangue.

Dal punto di vista clinico, questo valore è significativo, poiché un suo valore anomalo segnala un’inefficienza a livello della produzione di eritrociti.

Il test dell’MCV può essere prescritto dal medico di base nell’ambito di esami del sangue di routine, soprattutto quando si desidera caratterizzare una sospetta anemia.

 

Valori normali

Volume cellulare medio (adulti) = 80 – 95 fl*

* tale valore può variare leggermente da laboratorio a laboratorio; si ottiene dividendo l’ematocrito per il numero di globuli rossi.

 

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Per stabilire con maggior precisione il significato patologico di un’alterazione dell’MCV, è utile incrociare tale valore con altri parametri, come il numero dei globuli rossi (RBC), il contenuto medio di emoglobina per ciascun globulo rosso (MCH) e la concentrazione media dell’emoglobina all’interno di un globulo rosso (MCHC, dato apparentemente simile al precedente, ma importantissimo perché ci dà un’indicazione del rapporto tra il volume del globulo rosso e il suo contenuto in emoglobina).

 

MCV  Alto – Cause

 

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MCV  Basso – Cause

Un valore basso di MCV (Microcitosi) può dipendere da:

 

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Come si misura

Per effettuare l’analisi dell’MCV, il paziente si deve sottoporre a un semplice prelievo di sangue.

L’MCV è un indice corpuscolare, spesso misurato insieme ad altri due valori: l’MCHC (concentrazione cellulare media di emoglobina) e l’MCH (contenuto cellulare medio di emoglobina). Questi parametri sono importantissimi per effettuare una diagnosi di anemia e possono essere dosati insieme all’emoglobina, al numero di globuli rossi ed all’RDW (ampiezza della distribuzione degli eritrociti) nell’ambito di un esame emocromocitometrico completo.

 

Preparazione

Il prelievo di sangue venoso si esegue in genere al mattino.

Prima di sottoporsi all’esame, il paziente deve osservare un digiuno di almeno 8 ore.

 

Interpretazione dei Risultati

Il valore di MCV consente di stabilire il tipo di anemia di cui si soffre:

 

# Se il valore di MCV è basso si parla di anemia microcitica, termine che indica che le cellule del sangue hanno una dimensione più piccola rispetto alla normalità.

# Se il valore di MCV è alto si parla di anemia macrocitica, per indicare che i globuli rossi hanno dimensioni maggiori rispetto alla norma.

# Se il valore di MCV è normale e il contenuto medio di emoglobina per cellula è basso, siamo dinanzi a una condizione di anemia che prende il nome di normocitica. Questa è chiamata così poiché il midollo osseo non ha ancora reagito a una variazione di volume delle cellule per sopperire alla mancanza di emoglobina. Tale condizione può manifestarsi in presenza di una riduzione significativa del numero di globuli rossi, a causa di una perdita copiosa di sangue oppure emolisi.

 

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Il valore di MCV ha importanza clinica quando interpretato alla luce di un altro parametro del sangue: l’RDW. Quest’ultimo fornisce informazioni sulla distribuzione dei globuli rossi e permette, tra l’altro, la distinzione tra anemia ipoproliferativa (caratterizzata dalla presenza di reticolociti, cioè eritrociti immaturi) e l’anemia emolitica (dovuta a un aumento della distruzione dei globuli rossi).

 

 

MONOCITI

 

I MONOCITI sono un tipo di globuli bianchi (o leucociti) che svolgono più ruoli nell’ambito delle nostre difese immunitarie. Tra questi compiti spicca la capacità fagocitaria, i cui processi di attivazione non sono solamente implicati nella classica difesa da patogeni (infezioni), ma anche nella regolazione di altre attività fisiologiche (coagulazione) e/o patologiche (aterosclerosi).

 

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I monociti hanno origine nel midollo osseo e viaggiano attraverso il flusso sanguigno verso i tessuti di tutto l’organismo, dove maturano e si differenziano in MACROFAGI. Inoltre, i monociti e i macrofagi stimolano altre cellule del sistema immunitario rilasciando enzimi, proteine del complemento e altri fattori regolatori.

I monociti possono essere valutati con la formula leucocitaria, un esame del sangue che quantifica il numero di globuli bianchi in un millimetro cubo di sangue, esprimendo anche il rapporto quantitativo e percentuale dei vari tipi di leucociti.

 

Cosa sono

I monociti sono degli “spazzini” straordinariamente efficaci, in grado di inglobare e digerire sostanze e microorganismi che potrebbero arrecare danno all’organismo.

I monociti vengono prodotti dal midollo osseo e immessi nel circolo sanguigno, dove rimangono soltanto per qualche ora, prima di migrare nei tessuti in cui è richiesta la loro azione. A questo livello, aumentano di dimensioni, si arricchiscono di lisosomi e si differenziano diventando macrofagi.

Al pari dei granulociti neutrofili, i macrofagi appartengono alla categoria dei fagociti; rispetto a questi ultimi, hanno una maggiore capacità di inglobare e digerire le particelle grandi o pesanti. Macrofagi altamente specializzati sono presenti in vari tessuti, dove assumono nomi particolari, come istiociti (cute), cellule del Kupffer (fegato), osteoclasti (ossa), microglia (cervello) e cellule reticolo-endoteliali (milza).

I monociti si distinguono dagli altri globuli bianchi per le elevate dimensioni e per il nucleo ovale o reniforme.

Nel corso della vita, i macrofagi sono in grado di fagocitare e uccidere per digestione più di 100 batteri; riescono inoltre a rimuovere cellule di dimensioni maggiori (come globuli rossi invecchiati e neutrofili necrotici) e particelle indesiderate, tra cui quelle di carbone ed asbesto.

I macrofagi non sono in grado di riconoscere immediatamente tutte le sostanze estranee, alcune delle quali vengono attaccate soltanto dopo che gli anticorpi si sono legati ad esse, evidenziandone la pericolosità.

I macrofagi fanno parte di una categoria di leucociti detta MHC di classe II (cellule che presentano l’antigene); in pratica, dopo aver digerito gli elementi estranei, ne elaborano dei frammenti molecolari inserendoli sulla propria membrana cellulare. Tali complessi proteici di superficie vengono riconosciuti da particolari globuli bianchi, detti linfociti T helper, che recepiscono il pericolo e aumentano la risposta immunitaria dell’organismo.

 

Funzioni dei monociti – macrofagi

 

# Fagocitosi e uccisione di numerosi agenti patogeni.

# Fagocitosi e rimozione di frammenti cellulari o cellule morte.

# Collaborazione con i linfociti T Helper nel promuovere la risposta immunitaria.

# Sintesi di numerose proteine, tra cui fattori del complemento e della coagulazione, interferone, CSA, transferrina.

 

Perché si Misurano

Il conteggio e l’analisi morfologica dei monociti-macrofagi consente di fare lo screening o la diagnosi di alcune patologie che possono colpire questi tipi di globuli bianchi, come infezioni, infiammazioni o condizioni che ne influenzano la produzione e la sopravvivenza.

La determinazione dei monociti permette, inoltre, di monitorare la progressione di patologie specifiche e di controllare la risposta dell’organismo a vari trattamenti (efficacia, conservata o alterata funzione del midollo osseo, eventuali effetti collaterali di tali terapie ecc.).

 

Valori normali

In condizioni di normalità, i monociti costituiscono l’1-6% delle cellule nucleate del sangue periferico (circa 200-600 monociti per microlitro di sangue).

 

Valori che si dovessero trovare al di fuori del range devono essere considerati anomali e indirizzare il medico verso indagini più approfondite. Queste devono necessariamente portare a stabilire la natura della patologia, allo scopo di intervenire a supporto del sistema immunitario il prima possibile.

 

Monociti Alti – Cause

Per i ridotti tempi di permanenza (circa otto ore), i monociti non sono molto abbondanti nel sangue, dove rappresentano circa l’1-6% di tutti i globuli bianchi. Decisamente più duratura, invece, risulta la permanenza dei macrofagi a livello tissutale, dove possono sopravvivere per mesi o addirittura anni.

L’aumento patologico della concentrazione ematica di monociti viene definito monocitosi e caratterizza una lunga serie di malattie.

 

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Monociti Bassi – Cause

La riduzione del numero di monociti è una condizione abbastanza infrequente; le cause determinanti possono essere infezioni acute, leucemie acute e ridotta funzionalità del midollo osseo (aplasie midollari, farmaci mielotossici ecc.).

Un basso numero di monociti nel sangue (monocitopenia) si può verificare anche per il rilascio nel sangue di tossine da parte di alcuni batteri (endotossinemia), oltre che nei soggetti che effettuano chemioterapia.

 

Come si misurano

Per stabilire il valore dei monociti, è sufficiente sottoporsi a un esame emocromocitometrico (emocromo), completo di formula leucocitaria, Al paziente viene prelevato un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino ed a digiuno.

Il conteggio può essere effettuato automaticamente dai contatori elettronici o mediante l’osservazione al microscopio ottico (striscio di sangue).

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue utile per la valutazione dei monociti o dei macrofagi, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

Il medico di base che prescrive le analisi potrà comunque fornire le informazioni utili al caso.

 

Interpretazione dei Risultati

# Le malattie che possono indurre un incremento o una riduzione dei valori dei monociti sono moltissime. Per questo, nel caso in cui le analisi del sangue restituiscano dei valori anomali di monociti nel sangue, è consigliabile rivolgersi immediatamente al proprio medico; costui è in grado di individuare la possibile causa dell’alterazione e stabilire il percorso terapeutico più corretto.

# L’aumento del numero dei monociti nel sangue (MONOCITOSI) segnala generalmente la presenza di una patologia di natura infettiva in corso.

La presenza di monociti in misura superiore rispetto alla norma si manifesta anche nelle malattie autoimmuni, nelle malattie ematologiche e in alcuni tipi di tumori. La proliferazione dei macrofagi nei tessuti si verifica in risposta alle infezioni, nella sarcoidosi e nell’istiocitosi a cellule di Langerhans.

# Un basso numero di monociti nel sangue (MONOCITOPENIA) si può riscontrare in corso di infezioni acute, leucemie acute e ridotta funzionalità del midollo osseo (aplasie midollari, chemioterapia ecc.).

 

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NEUTROFILI

 

I neutrofili sono i più numerosi globuli bianchi riscontrabili nel sangue circolante. Queste cellule proteggono l’organismo da agenti estranei, soprattutto infettivi, esercitando azioni diverse in difesa dell’organismo. Tali interventi sono concatenati e perfettamente integrati con quelli del sistema monocito-macrofagico e dei linfociti.

Per procedere alla rimozione dei microrganismi patogeni, i neutrofili:

 

# Raggiungono il luogo d’infezione con movimenti attivi (chemiotassi);

# Prendono contatto ed ingeriscono l’agente estraneo (fagocitosi);

# Procedono alla digestione di quanto fagocitato (attività microbicida).

 

Queste attività sono possibili ai neutrofili grazie:

 

# agli enzimi contenuti nei loro granuli primari e secondari,

# alla particolare struttura della membrana citoplasmatica

# alla presenza di recettori per le immunoglobuline G (anticorpi IgG) e per le proteine del complemento.

 

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In condizioni normali, i neutrofili maturi migrano nel flusso ematico, dove rimangono per un tempo piuttosto breve (6-12 ore), in rapporto a varie esigenze dell’organismo (febbre, stress, infezioni ecc.). Trascorso tale periodo, questi globuli bianchi vanno a confinarsi nei tessuti, dove permangono per qualche giorno, prima di morire.

Le alterazioni dei neutrofili possono comportare modificazioni numeriche in eccesso o in difetto e possono essere primitive o acquisite.

 

# Le forme primitive possono risultare da mutazioni genetiche che determinano un difetto nella produzione, distribuzione o funzionalità dei neutrofili.

# Le forme acquisite o secondarie possono essere conseguenti a infezioni, parassitosi, necrosi e danno di tessuti, manifestazioni allergiche ed assunzione di certi farmaci.

 

Cosa sono

I neutrofili sono i globuli bianchi più abbondanti del sangue. La loro principale caratteristica è la forma segmentata del nucleo, costituito da tre – cinque lobi, uniti da sottili ponti di materiale nucleico (vedi figura).

 

Il numero dei lobi aumenta con l’età della cellula: appena immessa nel sangue possiede soltanto due lobi, che possono arrivare a cinque nella vecchiaia. A causa di questa particolare conformazione nucleare, i neutrofili sono detti leucociti polimorfonucleati.

Prodotti nel midollo osseo come tutte le altre cellule ematiche, i neutrofili sono dotati di una notevole attività fagica, che gli permette di inglobare e uccidere da cinque a venti batteri nel corso della vita (che mediamente dura uno o due giorni).

Tale azione, simile a quella dei macrofagi tissutali, si espleta soprattutto a livello ematico; nel caso si presenti la necessità, i neutrofili sono comunque in grado di migrare nei siti extravascolari danneggiati o colpiti da un’infezione.

La digestione degli antigeni cellulari o molecolari avviene tramite il rilascio degli enzimi litici contenuti nei loro granuli. Non è dunque un caso che i principali globuli bianchi in disfacimento riscontrabili nel pus siano proprio i neutrofili.

Oltre a inglobare e digerire microorganismi, detriti e cellule senescenti, infettate o trasformate, i neutrofili rilasciano particolari sostanze chimiche, tra cui pirogeni (responsabili della febbre) e mediatori chimici della risposta infiammatoria.

Gli stessi neutrofili, grazie alla loro spiccata attività ameboide, vengono attratti da una serie di fattori chemotattici nel sito di infiammazione.

 

Perché si Misurano

L’analisi dei neutrofili è parte dell’emocromo con formula leucocitaria, eseguito nell’ambito degli esami di routine per valutare lo stato di salute del paziente.

Il conteggio e l’analisi morfologica dei neutrofili forniscono un supporto nella diagnosi di alcuni tipi di condizioni e patologie, che possono colpire questo tipo di globuli bianchi, come:

 

Infezioni causate da batteri, virus, funghi o parassiti;

Infiammazioni;

– Allergie;

– Neoplasie;

– Condizioni che ne influenzano la produzione e la sopravvivenza (disordini immunitari, malattie autoimmuni, intossicazioni da farmaci o da sostanze chimiche ecc.).

La valutazione dei neutrofili permette, inoltre, di:

 

Monitorare la progressione di patologie specifiche;

Controllare la risposta dell’organismo a vari trattamenti, specie se il protocollo terapeutico (come la radioterapia e la chemioterapia) tende a danneggiare i globuli bianchi e/o compromette la funzione del midollo osseo.

 

Valori normali

In condizioni di normalità, i neutrofili costituiscono il 40-75% delle cellule nucleate del sangue periferico.

Valori che si dovessero trovare al di fuori del range – compreso tra 1.500 e 7.000 per millimetro cubo (mm3) – devono essere considerati anomali.

Nota: i valori di riferimento relativi ai neutrofili possono cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i range riportati direttamente sul referto. Occorre ricordare, inoltre, che i risultati delle analisi devono essere valutati nell’insieme dal medico di base che conosce il quadro anamnestico del proprio paziente.

 

Neutrofili Alti – Cause

Il numero di neutrofili circolanti varia considerevolmente nella popolazione e si attesta intorno alle 4.000 cellule per mm3 di sangue (il range di normalità è compreso tra 1.500 e 7.000 per mm3).

Si parla di NEUTROFILIA quando il numero di neutrofili circolanti supera gli 8-9.000 per mm3; tale condizione si riscontra in una grande varietà di situazioni (vedi tabella).

 

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Neutrofili Bassi – Cause

In presenza di un ridotto numero di neutrofili nel sangue si parla di NEUTROPENIA. La causa può essere una malattia genetica o acquisita, come l’anemia aplastica o alcune infezioni (tifo, paratifo e brucellosi). La neutropenia può anche essere l’effetto collaterale di alcuni farmaci, in particolare dei chemioterapici antitumorali.

In generale, il problema può essere a monte (ridotta o alterata sintesi a livello del midollo osseo) o a valle (aumentata degenerazione).

Quando i neutrofili sono bassi, l’organismo è più suscettibile alle infezioni, in particolare a quelle batteriche.

Leucopenia e granulocitopenia sono spesso usati come sinonimi di neutropenia, ma a rigore non sono proprio equivalenti. Leucopenia significa infatti diminuzione dei globuli bianchi e come tale può essere dovuta anche a deficit di altri tipi di leucociti, in particolare dei linfociti; i granulociti, invece, comprendono – oltre ai neutrofili – anche eosinofili e basofili, anche se il loro contributo alla conta totale è modesto.

 

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Come si misurano

Per stabilire il valore dei neutrofili, è sufficiente sottoporsi a un esame emocromocitometrico (emocromo), completo di formula leucocitaria. Al paziente viene prelevato, quindi, un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino e a digiuno.

Il conteggio può essere effettuato automaticamente dai contatori elettronici o mediante l’osservazione al microscopio ottico (striscio di sangue).

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue utile per la valutazione dei neutrofili, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore. Il medico di base che prescrive le analisi potrà comunque fornire le informazioni utili al caso.

 

Interpretazione dei Risultati

# La neutrofilia è la forma più frequente di leucocitosi. L’aumento del numero dei neutrofili circolanti può dipendere da alterazioni primitive (causate da mutazioni genetiche, come nel caso, ad esempio, delle patologie mieloproliferative) e secondarie. Le principali cause acquisite di neutrofilia sono rappresentate dalle infezioni batteriche. Un valore alto dei neutrofili si può riscontrare anche in corso di necrosi e danno tissutale (ustioni, traumi ecc.), intossicazioni e post-interventi chirurgici.

# La neutropenia può dipendere da molteplici cause, quali, ad esempio, malattie del sangue, carenze vitaminiche, esposizione ad agenti tossici, uso di alcuni farmaci e reazioni immunitarie. Esistono anche forme a carattere familiare (associate ad alterazioni genetiche) e idiopatiche (di cui non si conosce la causa).

 

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PDW

 

PDW è l’acronimo di Platelet Distribution Width, italianizzabile in “ampiezza di distribuzione piastrinica“. Questo parametro di laboratorio esprime il grado di variabilità delle dimensioni piastriniche; di conseguenza, alti valori di PDW indicano una grossa discrepanza tra i volumi di queste “cellule”, mentre quando PDW è basso significa che le piastrine hanno dimensioni uniformi.

Considerato questo suo significato clinico, PDW è noto come indice di anisocitosi piastrinica; l’anisocitosi, infatti, si riferisce alla presenza nel sangue di globuli rossi di diversa dimensione.

 

Alti valori di PDW si registrano nelle sindromi mieloproliferative, ma anche in presenza di anemia megaloblastica e anemia refrattaria. Questo perché la trombopoiesi, cioè la sintesi di nuove piastrine, è associata alla produzione di piastrine giovani, caratterizzate da un volume medio aumentato (> MPV) rispetto a quelle anziane.

Il significato clinico del PDW dev’essere necessariamente valutato insieme agli altri indici piastrinici, come il numero totale (PLT), il volume medio (MPV) e la concentrazione ematica delle piastrine (PCT).

I valori di PDW possono essere considerati un indice di attivazione piastrinica, dato che il volume delle piastrine tende ad aumentare per l’emissione di pseudopodi durante l’attivazione dei processi di coagulazione.

 

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Cos’è

Le piastrine (o trombociti) sono piccoli elementi del sangue, con forma discoidale e diametro compreso tra i 2 e i 3 µm, fondamentali per la normale coagulazione.

Le piastrine sono prodotte dal midollo osseo e vengono rilasciate nel circolo sanguigno; qui, sopravvivono in circolo circa 8-10 giorni, pertanto il midollo osseo deve produrre continuamente nuovi elementi per rimpiazzare quelli degradati, consumati e/o persi durante il sanguinamento.

L’ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) è un parametro che indica quanto le piastrine siano uniformi nella grandezza. Di solito, le cellule più grandi sono relativamente giovani e più recentemente rilasciate dal midollo osseo, mentre quelle piccole possono essere più vecchie e rimanere in circolo ancora per pochi giorni.

 

Quando i valori di PDW sono alti, significa che c’è una grossa differenza tra i volumi delle piastrine, mentre, quando il PDW è basso, significa che le piastrine hanno dimensioni uniformi.

 

Perché si Misura

Nelle analisi del sangue, l’indice PDW corrisponde al grado di variabilità della dimensione delle piastrine. In altre parole, il parametro esprime l’uniformità o la discrepanza nella grandezza di queste cellule.

PDW può essere riportato con l’emocromo e viene considerato dal medico per ottenere informazioni addizionali circa le piastrine e/o la causa di una conta bassa o alta.

L’ampiezza della distribuzione delle piastrine (PDW) contribuisce a diagnosticare e/o monitorare patologie in cui queste cellule ematologiche non sono uniformi nella grandezza, come disordini dell’emostasi e sindromi mieloproliferative.

 

Esami associati

La misura dell’indice PDW dev’essere effettuata insieme a conta, volume medio (MPV), uno o più test di funzionalità piastrinica e/o ad altre analisi per la valutazione della coagulazione, come PT (Tempo di protrombina) e PTT (Tempo di Tromboplastina Parziale). Ad esempio, un alto numero di piastrine di grandi dimensioni in una persona con una piastrinopenia suggerisce che il midollo osseo sta producendo queste cellule e le rilascia in circolo molto rapidamente.

 

Valori normali

Un PDW normale indica che le piastrine sono tutte più o meno grandi uguali.

L’intervallo di riferimento varia da 9 a 14 fl (femtolitro, ossia un milionesimo di miliardesimo di litro).

Tuttavia, occorre sempre considerare che questo range può cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i valori associati a normalità riportati direttamente sul referto.

 

PDW  – Alto – Cause

 

Un alto PDW indica che le piastrine sono abbastanza difformi tra loro. Ciò può segnalare la presenza di una patologia che coinvolge queste cellule del sangue.

Alti valori di PDW possono dipendere, ad esempio, da:

 

– Sindromi mieloproliferative;

– Anemia megaloblastica;

– Anemia refrattaria

 

PDW  Basso – Cause

Quando il PDW è basso, significa che le piastrine hanno dimensioni uniformi. Ridotti valori non sono associati, quindi, a problemi di tipo medico e/o a conseguenze patologiche.

 

Come si misura

L’ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) è un calcolo effettuato da uno strumento automatizzato per l’analisi emocitometrica. Al paziente viene prelevato un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino e a digiuno, che verrà poi analizzato dallo strumento.

In alcune patologie, le piastrine possono ammassarsi tra loro e apparire falsamente basse nel numero e/o di elevata grandezza, perciò è necessario uno striscio di sangue per esaminare direttamente le piastrine al microscopio.

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

 

Interpretazione dei Risultati

L’ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) indica la variazione della grandezza delle piastrine.

 

# Un PDW normale indica che le piastrine sono tutte più o meno grandi uguali;

# Un PDW basso è correlato all’elevata uniformità della grandezza delle piastrine;

# Un PDW alto segnala una certa discrepanza delle dimensioni delle piastrine

 

Spesso, risultati anomali richiedono ulteriori accertamenti.

Il PDW è un parametro particolarmente utile  per distinguere tra la trombocitosi reattiva e quella associata a un disturbo mieloproliferativo.