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Data 18 marzo 2019

IPERTENSIONE – 2

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IPERTENSIONE – 2

 

L‘ipertensione arteriosa è uno stato, costante e non occasionale, in cui la pressione arteriosa a riposo risulta più alta rispetto agli standard fisiologici considerati normali.

L’ipertensione è una tra le malattie più diffuse nei Paesi industrializzati; colpisce, infatti, circa il 20% della popolazione adulta e rappresenta uno dei maggiori problemi clinici dei tempi moderni.

L’ipertensione arteriosa è conosciuta anche come “killer silenzioso”, perché non comporta alcun sintomo e agisce nell’ombra, degenerando in complicanze severe, talvolta dall’esito mortale.

La terapia dell’ipertensione si fonda sull’importante obiettivo di riportare nella norma i livelli pressori alterati.

Per conseguire tale obiettivo, è fondamentale: ridurre il consumo di sale, praticare regolarmente l’attività fisica, seguire una dieta sana ed equilibrata, seguire una terapia farmacologica appropriata (se i rimedi precedenti non sono sufficienti) e curare in modo specifico la causa (se ce n’è una) dell’innalzamento patologico della pressione arteriosa.

 

Breve ripasso di cos’è la pressione arteriosa

La pressione arteriosa, o pressione arteriosa sanguigna, è la forza che il sangue esercita contro le pareti dei vasi sanguigni, a seguito dell’azione di pompa svolta dal cuore.

Il suo valore dipende da vari fattori, tra cui:

 

– La forza di contrazione del cuore;

– La gittata sistolica, ossia la quantità di sangue in uscita dal cuore a ogni contrazione ventricolare;

– La frequenza cardiaca, cioè il numero di battiti cardiaci al minuto;

Le resistenze periferiche, ossia le resistenze opposte alla circolazione del sangue dallo stato di costrizione dei piccoli vasi arteriosi (arteriole);

– L’elasticità dell’aorta e delle grandi arterie (la cosiddetta compliance vascolare);

– La volemia, cioè il volume totale di sangue circolante nel corpo.

Misurata in millimetri di mercurio (mmHg), con il paziente in stato di riposo, la pressione sanguigna è solitamente definita attraverso i valori di pressione sistolica o “massima” (è la pressione arteriosa di quando il cuore si contrae) e di pressione diastolica o “minima” (è la pressione arteriosa di quando il cuore è in fase di rilassamento).

Un individuo in salute a riposo può mostrare valori di pressione sistolica compresi tra 90 e 129 mmHg, e valori di pressione diastolica compresi tra 60 e 84 mmHg.

Secondo la comunità medico-scientifica, la pressione arteriosa ottimale a riposo è pari a 120 (p. sistolica)/80 (p. diastolica) mmHg.

 

Cos’è l’ipertensione?

L’ipertensione è uno stato in cui la pressione arteriosa a riposo è costantemente superiore alla norma.

In termini numerici, una persona soffre di ipertensione (cioè è ipertesa), quando:

 

– La pressione arteriosa minima (o pressione diastolica) supera “costantemente” il valore di 90 mm/Hg e

– La pressione arteriosa massima (o pressione sistolica) supera “costantemente” il valore di 140 mm/Hg.

Nel gergo comune, l’ipertensione è quella condizione definita con il termine “pressione alta”.

Quindi, ipertensione, ipertensione arteriosa e pressione alta sono tre modi diversi per esprimere la stesso stato di alterazione della pressione arteriosa.

 

Perché è importante l’aggettivo costante, quando si parla di ipertensione?

Nel descrivere l’ipertensione arteriosa, l’aggettivo “costante” e gli avverbi derivati sono fondamentali, dato che nel corso della giornata la pressione arteriosa può subire delle variazioni transitorie, legate per esempio a:

 

– L’ora del giorno: la pressione è oggetto di una crescita costante subito dopo il risveglio dal sonno notturno (in cui è particolarmente bassa) e raggiunge il suo apice a mezzogiorno; dopodiché, si abbassa (in genere a causa del pranzo) per poi risalire nuovamente e raggiungere valori discretamente elevati nel tardo pomeriggio.

– L’attività fisica: durante l’esercizio fisico, la pressione arteriosa aumenta; l’entità dell’aumento varia in relazione al tipo e all’intensità dell’esercizio fisico.

– Lo stato emotivo: intense emozioni, stress e ansia possono aumentare temporaneamente la pressione arteriosa; di contro, il rilassamento e i momenti di relax hanno l’effetto opposto, cioè comportano una riduzione temporanea della pressione arteriosa.

– In alcuni soggetti e in particolari circostanze, il controllo della pressione arteriosa è fonte di ansia e agitazione; quest’ansia e quest’agitazione possono comportare un innalzamento temporaneo dei livelli pressori, tale per cui i risultati del suddetto controllo sono poco attendibili.

Del resto, riporterebbero un aumento della pressione arteriosa che dal punto di vista medico-clinico è di scarsa rilevanza.

 

Gradi di ipertensione

Esistono diversi gradi di ipertensione:

 

– Quando l’aumento pressorio supera i 130/85 mmHg ma è inferiore ai 139/89 mmHg, il grado di ipertensione è lieve e la condizione in atto è detta più propriamente pre-ipertensione;

– Quando l’incremento pressorio supera i 140/90 mmHg ma è inferiore ai 159/99 mmHg, il grado ipertensione è tra il lieve e il moderato, e la condizione risultante prende il nome di ipertensione allo stadio 1;

– Quando l’incremento pressorio oltrepassa i 160/100 mmHg ma rimane al di sotto dei 179/109 mmHg, il grado di ipertensione è tra il moderato e l’elevato e la condizione in corso è conosciuta come ipertensione allo stadio 2;

– Infine, quando l’incremento pressorio è maggiore o uguale a 180/110 mmHg, il grado di ipertensione è elevato e la condizione che risulta assume il nome di ipertensione allo stadio 3 o crisi ipertensiva.

Maggiore è il grado di ipertensione e più lo stato di salute del paziente interessato è preoccupante.

 

Forme particolari di ipertensione

Accanto alla forma di ipertensione più tradizionale, in cui sia la pressione arteriosa minima che quella massima superano costantemente i valori normali, esistono forme di ipertensione che potrebbero rientrare alla voce “casi particolari”.

Tra questi “casi particolari”, figurano:

 

# L’ipertensione labile: è la condizione caratterizzata da passaggi improvvisi e imprevedibili della pressione arteriosa da livelli normali a livelli elevati. In altre parole, l’ipertensione labile è la circostanza in cui la pressione arteriosa è protagonista di aumenti improvvisi rispetto alla norma.

# L’ipertensione diastolica pura: è la condizione in cui l’aumento pressorio riguarda soltanto la pressione minima.

# L’ipertensione sistolica pura: è la condizione in cui l’incremento pressorio interessa soltanto la pressione massima.

 

L’ipertensione è il contrario dell’ipotensione

L’ipertensione è l’esatto opposto dell’ipotensione (o ipotensione arteriosa o pressione bassa).

L’ipotensione è la condizione contraddistinta da valori di pressione arteriosa a riposo inferiori a 90/60 mmHg.

Rispetto all’ipertensione, l’ipotensione è una condizione decisamente meno preoccupante dal punto di vista medico-clinico; addirittura, in alcune particolari circostanze, rappresenta una condizione benigna, che preserva dalle malattie cardiovascolari.

 

Cause

I medici distinguono l’ipertensione principalmente in due grandi tipologie: l’ipertensione essenziale o primaria e l‘ipertensione secondaria.

 

Ipertensione essenziale o primaria

Nell’ipertensione essenziale, l’innalzamento costante della pressione arteriosa non è imputabile a una precisa malattia, ma dipende da una molteplicità di fattori, alcuni sconosciuti, altri di natura genetica e altri ancora di natura ambientale.

In sostanza, l’ipertensione essenziale è il risultato di una combinazione di situazioni diverse.

Secondo gli studi più attendibili (ma c’è ancora molto da capire), tra i possibili fattori implicati nella comparsa dell’ipertensione essenziale, figurano:

 

– La predisposizione genetica alla pressione alta;

– La familiarità alla pressione alta;

– Certe abitudini alimentari, come per esempio l’utilizzo di troppo sale per condire i cibi, il consumo di grandi quantità di caffè e il ridotto apporto di vitamina D;

– L‘età avanzata;

– Il sovrappeso;

– La sedentarietà;

– Alcuni squilibri ormonali;

– La depressione. L’influsso della depressione sui livelli di pressione arteriosa è, attualmente, in fase di studio.

 

L’ipertensione essenziale caratterizza ben il 95% dei casi di pressione alta nella popolazione adulta e anziana, risultando la forma di ipertensione arteriosa più comune.

 

Ipertensione secondaria

L’ipertensione secondaria è l’aumento costante della pressione arteriosa, alla cui origine c’è una precisa circostanza/condizione, che può essere:

– Una grave malattia renale, come per esempio la malattia renale cronica e la glomerulonefrite;

– Una grave malattia cardiaca;

– Una malattia endocrina, come la sindrome di Cushing, il feocromocitoma, l’ipotiroidismo, l’iperaldosteronismo, l‘iperparatiroidismo, l‘ipertiroidismo, l’acromegalia e la sindrome di Conn;

– Il diabete;

– La sindrome delle apnee notturne;

– La gravidanza;

– Un grave difetto congenito a carico dei vasi arteriosi più grandi (es: coartazione dell’aorta);

– La stenosi delle arterie renali;

– L’impiego di certi farmaci, come la pillola anticoncezionale, i decongestionanti nasali, alcuni antitussivi, i FANS, i corticosteroidi, i preparati naturali contenenti liquirizia, gli antidepressivi appartenenti alla categoria degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina ecc.;

– Il lupus eritematoso sistemico;

– La sclerodermia;

– L’uso di droghe, come la cocaina e le anfetamine;

– L’abuso di sostanze alcoliche (alcolismo);

– L’eccessiva assunzione di liquirizia.

L’ipertensione secondaria è poco diffusa e, di fatto, costituisce il rimanente 5% dei casi che non copre la sopraccitata ipertensione essenziale.

 

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Fattori di rischio dell’ipertensione

Nell’elenco dei fattori che favoriscono l’insorgenza dell’ipertensione, i medici includono:

 

– L’età avanzata;

– Una predisposizione familiare all’ipertensione;

– L’appartenenza alla razza Africana, Afro-Americana e Caraibica;

– L’eccesso di sale nella dieta;

– La carenza di vitamina D;

– La sedentarietà;

– Il sovrappeso e l’obesità;

– Il consumo regolare di grandi quantità di alcol;

– Il fumo;

– L’insonnia e un numero ridotto di ore dedicate al sonno notturno;

– Lo stress;

– La presenza di malattie croniche, come il diabete, alcune patologie renali o la sindrome delle apnee notturne.

Come si può notare da questo elenco, molti dei fattori di rischio dell’ipertensione sono comportamenti contrari a uno stile di vita sano. Quindi, non bisogna stupirsi se una delle principali norme di prevenzione dell’ipertensione è la conduzione di uno stile di vita all’insegna della buona salute.

 

Epidemiologia

Nel 2014, l’ipertensione riguardava circa un miliardo di persone in tutto il mondo (ossia quasi il 22% della popolazione globale).

Secondo un attendibile studio del 2010, l’ipertensione avrebbe avuto un ruolo determinante nel 18% delle morte globali.

Il problema dell’ipertensione è più diffuso tra gli uomini, riguarda soprattutto i ceti economicamente meno agiati e interessa prevalentemente le persone anziane.

In Italia, più di 10 milioni di persone soffrono di ipertensione, ma solo la metà circa di queste ne è consapevole.

 

Sintomi e complicanze

L’ipertensione è una condizione subdola, in quanto, a dispetto delle gravi complicanze a cui può dare luogo, è quasi sempre asintomatica, cioè priva di sintomi. Non è un caso che per descrivere l’ipertensione sia in uso la definizione di “killer silenzioso”.

 

Alcuni dei possibili sintomi

In rarissime occasioni, l’ipertensione può dar luogo a sintomi, quali: mal di testa, dispnea e sangue dal naso. Tuttavia, come si può notare, sono disturbi così poco specifici, che non aiutano il diretto interessato a preoccuparsi di quanto gli sta accadendo.

 

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Complicanze

L’ipertensione prolungata o non trattata in modo adeguato comporta un danno a carico dei vasi sanguigni; identificato principalmente nell‘aterosclerosi, questo danno vascolare si ripercuote negativamente sull’irrorazione sanguigna degli organi del corpo, i quali, proprio per effetto dell’inefficiente irrorazione sanguigna, sono a loro volta vittime di un danneggiamento.

Ecco allora che da una prolungata presenza di ipertensione possono derivare gravi complicanze, quali:

 

Attacco di cuore e ictus. Sono due gravi condizioni mediche frutto dell’indurimento e dell’ispessimento delle arterie, due fenomeni caratteristici dell’aterosclerosi.

– Formazione di aneurismi. La rottura di un aneurisma è una condizione altamente letale;

Insufficienza cardiaca. L’ipertensione richiama il cuore a un maggiore lavoro. Questo maggiore lavoro da parte del cuore comporta l’ispessimento del miocardio (ipertrofia). L’ispessimento del miocardio compromette in maniera definitiva la funzionalità cardiaca, instaurando lo stato di insufficienza cardiaca;

– Indebolimento e stenosi delle arterie che conducono il sangue ai reni (nefropatia ipertensiva). Questi due eventi compromettono la funzionalità renale;

Restringimento dei vasi sanguigni che conducono il sangue agli occhi, retina in particolare (retinopatia ipertensiva). Da ciò derivano problemi di vista;

Gravi deficit di memoria e problemi cognitivi. L’ipertensione altera le capacità mnemoniche e di pensiero, favorendo l’insorgenza di condizioni come per esempio la demenza.

 

Quando rivolgersi al medico?

L’ipertensione è una condizione che merita un trattamento immediato e appropriato. Pertanto, il suo eventuale riscontro deve suonare come un campanello d’allarme e indurre il diretto interessato a contattare al più presto il proprio medico curante e a seguire scrupolosamente tutte le cure del caso.

 

Diagnosi

L’ipertensione è facilmente diagnosticabile attraverso la semplice misurazione della pressione arteriosa, mediante sfigmomanometro.

Tuttavia, una diagnosi accurata di pressione alta non può limitarsi alla semplice constatazione degli elevati livelli pressori a riposo, ma deve concentrarsi anche sulla ricerca delle cause scatenanti e sui connotati della problematica in corso. Ciò spiega per quale motivo i medici, di fronte a un caso di ipertensione, sottopongano il paziente a un accurato esame obiettivo e a una precisa anamnesi, arrivando a prescrivere anche:

 

Esami del sangue, per analizzare i livelli di glucosio, di certi ormoni, dei trigliceridi ecc. e vedere se sussiste una relazione tra i suddetti elementi e l’elevata pressione arteriosa;

Esami delle urine, per studiare principalmente la funzionalità renale;

– Un elettrocardiogramma, un ecocardiogramma e un test da sforzo, per la valutazione della salute del cuore e la ricerca di patologie cardiache;

Esami radiologici, quali TAC al torace o radiografia al torace, per studiare ulteriormente la salute del cuore;

– L’holter pressorio, per vedere se il grado di ipertensione varia durante un’intera giornata.

Perché ricercare le cause scatenanti l’ipertensione?

L’individuazione delle cause e dei fattori favorenti l’ipertensione è importante, perché permette la pianificazione della terapia più adeguata.

 

Perché ricercare le cause scatenanti l’ipertensione?

L’individuazione delle cause e dei fattori favorenti l’ipertensione è importante, perché permette la pianificazione della terapia più adeguata.

 

Ogni quanto è bene misurare la pressione sanguigna?

In virtù delle possibili conseguenze dell’ipertensione e della sua natura subdola, i medici raccomandano la misurazione della pressione sanguigna arteriosa ogni due anni, a partire dai 18 anni di età, e ogni anno, a partire dai 40 anni.

 

Terapia

 

La terapia dell’ipertensione si fonda sull’importante obiettivo di riportare i livelli pressori nella norma.

Per conseguire tale scopo, sono fondamentali:

 

– L’adozione di una dieta sana ed equilibrata;

– La pratica regolare di esercizio fisico, ai pazienti con ipertensione, i medici raccomandano almeno 30 minuti di attività fisica aerobica (quindi camminata a passo spedito, corsa, nuoto, ciclismo) dalle 5 alle 7 volte a settimana.

Ridotto apporto di sale. La quantità di sale introdotta giornalmente da un iperteso non deve superare i 5-6 grammi;

– Ridotto apporto di grassi saturi. Nella dieta ideale per un iperteso, i grassi saturi devono rappresentare meno del 7% delle calorie totali;

– Ridotto apporto di grassi animali;

– Consistente apporto di fibre alimentari, attraverso un consumo cospicuo di frutta fresca, verdura fresca, legumi (preferibilmente quelli non in scatola, perché contengono il sale come conservante) e cereali integrali;

– Mangiare pesce almeno un paio di volte a settimana. Il pesce è ricco di omega-3, un grasso per così dire “buono” per la salute dell’essere umano;

– Preferire latte e derivati a basso contenuto di grassi;

– Rispettare il fabbisogno calorico giornaliero, senza sgarri e senza eccessi. Questo principio è indispensabile per mantenere nella norma il peso corporeo.

– In presenza di ipertensione, è fondamentale evitare tre cattive abitudini: fumare, abusare di sostanze alcoliche e dormire poche ore alla notte.

– La riduzione del consumo di liquirizia, in presenza di ipertensione dovuta all’eccessivo consumo di quest’ultima;

– I pazienti con ipertensione possono trarre giovamento da tecniche di rilassamento, come per esempio lo yoga, che insegnano a controllare le situazioni di stress.

Imparare a controllare lo stress è importante, soprattutto quando contribuisce all’innalzamento patologico della pressione arteriosa.

 

Farmaci

Quando è particolarmente elevata e quando fatica a rispondere in maniera soddisfacente ai precedenti rimedi, l’ipertensione richiede l’impiego di farmaci specifici.

 

Prognosi

L’ipertensione è una condizione molto pericolosa, il cui mancato trattamento aumenta drasticamente il rischio di sviluppare complicanze dalle conseguenze letali (es: attacco di cuore, ictus, aneurisma ecc.).

Curiosità

Tra coloro che sanno di essere ipertesi, solo il 25% riesce a tenere la malattia sotto controllo e a riportare la propria pressione nella norma.

 

Età e ipertensione

Età e ipertensione sono connesse tra loro, ma, come si vedrà , il loro rapporto varia a seconda che si considerino i giovani, gli adulti e gli anziani.

Punto fondamentale da tenere sempre presente

Nell’arco della vita dell’essere umano, la pressione arteriosa è soggetta a fisiologici cambiamenti.

 

Ipertensione  nel passato e ipertensione nel presente

In passato, i medici descrivevano l’ipertensione come una malattia fortemente legata all’invecchiamento. A conferma di ciò, vi era il metodo di calcolo della pressione massima ideale in uso a quei tempi, che prevedeva l’addizione a 100 dell’età del paziente espressa in anni (es: la pressione massima ideale per un individuo di 30 anni si calcolava attraverso l’operazione 100+30=130).

Oggi, dopo anni di studi approfonditi, le conoscenze in merito all’ipertensione sono migliorate e i medici sono giunti alla conclusione che il rapporto consequenziale età avanzata-ipertensione non è più così esclusivo come si credeva. Infatti, se un leggero incremento pressorio (10-20 mmHg) è tutto sommato accettabile e giustificabile per via dei naturali cambiamenti indotti dall’invecchiamento, altrettanto non può dirsi per incrementi maggiori, sui quali sembra che incidano fattori aggiuntivi. In altri termini, l’invecchiamento comporta sì un aumento della pressione arteriosa, ma questo aumento non è così marcato, salvo non incidano altre componenti.

Occorre poi sottolineare la scoperta abbastanza recente della diffusione non proprio trascurabile dell’ipertensione  tra i giovani e i giovanissimi dei Paesi più industrializzati, diffusione che, tra i più pessimisti, fa temere a future epidemie di pressione alta tra gli adulti.

 

Ipertensione e infanzia

Alla nascita, l’essere umano presenta una pressione arteriosa pari a circa 70/40 mmHg; con la crescita e il passare degli anni, questa pressione tende a salire progressivamente, fino a raggiungere, intorno al diciottesimo anno di età, il valore considerato normale di 120/80 mmHg.

Per verificare che, in un individuo giovane, l’innalzamento pressorio parallelo alla crescita stia avvenendo con le giuste modalità, i pediatri fanno riferimento a dei dati standard calibrati in base ai percentili di crescita.

Sebbene sia un fenomeno in crescita, l’ipertensione nei bambini e nei giovani in generale è sempre meno frequente rispetto alla popolazione adulta e anziana.

Diversamente da quanto accade per le fasce di età maggiore, l’ipertensione arteriosa nei giovani è più spesso di tipo secondario (cioè legata a una malattia o una condizione ben specifica), piuttosto che di tipo essenziale (cioè dipendente da una molteplicità di fattori e non da una specifica condizione).

Occorre, tuttavia precisare, che, negli ultimi decenni, il fenomeno dell’ipertensione essenziale giovanile è in aumento e, proprio per questo, sta acquisendo sempre maggiore interesse. Secondo gli esperti – i quali si basano su studi attendibili – a motivare questo aumento dell’ipertensione essenziale giovanile sarebbe la diffusione crescente, tra i più giovani, di due problematiche dalle conseguenze drammatiche, soprattutto sul lungo periodo: si sta parlando del sovrappeso e dell’obesità giovanile.

Secondo alcune stime, l’ipertensione giovanile è secondaria in almeno l’80% dei casi clinici ed è da imputarsi a una malattia ormonale, una grave malattia renale o una grave anomalia cardiaca.

 

Da quanto evidenziano numerose ricerche, le problematiche di sovrappeso e obesità nei soggetti più giovani sono dovute al pericoloso binomio tra alimentazione scorretta e mancanza di attività fisica.

Di fronte al numero sempre maggiore di ragazzi obesi e in sovrappeso, gli esperti temono, per i prossimi 15-20 anni, una vera e propria epidemia di malattie cardiovascolari (delle quali l’ipertensione è uno dei principali fattori di rischio). Infatti, statistiche alla mano, i bambini grassi hanno, rispetto ai coetanei normopeso, una più elevata probabilità di diventare ipertesi (e obesi) in età post-adolescenziale.

In base a un’allarmante statistica italiana, riferita chiaramente all’Italia, il 25-30% dei bambini in sovrappeso soffre di ipertensione più o meno severa.

 

Come intervenire?

Per preservare dall’ipertensione i giovani di oggi (e gli adulti di domani), i medici raccomandano alle famiglie di confrontarsi costantemente con il pediatra di fiducia, valutare con quest’ultimo le abitudini alimentari del/dei figlio/i e, infine, chiedere (sempre al pediatra, ovviamente) i punti chiave della corretta alimentazione in età giovanile.

Inoltre, non bisogna trascurare il ruolo importantissimo dell’attività fisica, la quale rappresenta, senza dubbio, il modo migliore per prendersi cura della salute fisica e psichica dei giovani:

 

Fisica, per il rischio già ampiamente discusso di sviluppare ipertensione e obesità in età adulta;

Psichica, perché il sovrappeso e l’obesità nei giovani hanno anche importanti ripercussioni psicologiche, soprattutto nella società odierna che tende a valorizzare sempre più “i corpi di serie A” e a deridere chi è di “taglia forte”.

 

Ipertensione ed età adulta

In età adulta, se lo stile di vita è all’insegna della buona salute, la pressione arteriosa tende a rimanere uguale al valore raggiunto al 18esimo anno di vita circa.

Purtroppo, però, è un dato di fatto che molte persone adulte faticano a controllare certi cattivi comportamenti (es: fumo di sigaretta, sedentarietà, troppo sale nella dieta ecc.), complici tanti motivi, tra cui stress lavorativo, poco tempo per cucinare o praticare attività fisica ecc., e sono vittime di aumenti pressori più o meno marcati.

Negli uomini adulti, questi aumenti della pressione arteriosa riguardano soprattutto i soggetti di 35-40 anni; nelle donne adulte, invece, interessano prevalentemente i soggetti di età superiore ai 45-50 anni, ossia dopo quell’evento tipico del sesso femminile chiamato menopausa.

Se nelle persone anziane (come si vedrà) l’aumento pressorio riguarda soprattutto la cosiddetta pressione massima (o sistolica), nelle persone adulte dai 20 ai 55 anni l’eventuale incremento pressorio interessa sia la pressione massima che la pressione minima.

A prescindere dal sesso, l’aumento della pressione arteriosa in età adulta comporta – come accennato – un incremento nel rischio cardiovascolare; incremento che è tanto più elevato quanto più è marcato il sopraccitato aumento della pressione arteriosa.

 

Perchè nelle donne adulte il rischio di ipertensione inizia dopo la menopausa?

Gli uomini di 35-40 anni sono maggiormente a rischio di ipertensione e malattie cardiovascolari, rispetto alle donne della stessa età, perché quest’ultime – salvo particolari circostanze – godono dell’azione protettiva esercitata dagli estrogeni nei confronti degli innalzamenti patologici della pressione arteriosa.

In altre parole, le donne in età fertile sono meno a rischio di ipertensione e complicanze associate, rispetto agli uomini coetanei, perché possono contare sugli estrogeni, i quali proteggono dalla pressione alta.

Alla luce di ciò, il motivo per cui la menopausa determina un aumento del rischio di ipertensione è facilmente spiegabile e, per i lettori con più conoscenze sull’argomento, facilmente intuibile: tra gli sconvolgimenti ormonali che l’evento fisiologico della menopausa produce, c’è anche il calo drastico della produzione di estrogeni, il che comporta una serie di effetti a catena, compresa la ridotta protezione dagli aumenti patologici dei livelli pressori.

– Negli uomini di 35-40 anni, la pressione arteriosa può innalzarsi di un 20-30%, mentre nelle donne dopo i 45-50 anni (ma sarebbe più appropriato dire dopo la menopausa), la pressione può aumentare anche del 50%;

– Complici l’aumento della pressione arteriosa post-menopausale e il conseguente incremento del rischio cardiovascolare, le malattie di natura cardiovascolare rappresentano la più frequente causa di malattia e morte nelle donne che hanno da poco superato la menopausa;

– Da alcuni studi è emerso che il rischio cardiovascolare legato all’ipertensione post-menopausale è tanto maggiore, quanto più la menopausa è comparsa precocemente.

 

Ipertensione e terza età

Dopo i 60 anni, ossia con l’entrata nella cosiddetta terza età o età anziana, i valori di pressione arteriosa subiscono una sorta di aumento fisiologico, soprattutto per quanto concerne la pressione massima o sistolica.

Secondo medici ed esperti, questo fenomeno è dovuto, con tutta probabilità, all’inevitabile aumento della rigidità dei vasi arteriosi che consegue i processi di invecchiamento dell’organismo umano.

 

Esiste un modo per limitare l’aumento pressorio in età adulta?

Sulla scorta di quanto emerso dagli studi più recenti, i medici ritengono che mantenere la pressione nella norma in età adulta e in giovane età è uno dei modi migliori per proteggersi da un’ipertensione esagerata durante la vecchiaia.

 

Pressione normale o alta?

A seguito delle nuove scoperte in campo medico-scientifico, per quanto riguarda l’ipertensione, l’odierno range di valori pressori considerati normali è mutato in modo non trascurabile rispetto a un tempo.

Infatti, se in passato un individuo adulto possedeva una pressione normale quando la pressione minima era di 90 mmHg e la pressione massima di 130-140 mmHg, attualmente un individuo adulto è normoteso (cioè gode di pressione normale) quando la pressione massima è inferiore a 120 mmHg e la pressione minima è inferiore a 80 mmHg (il valore ideale sarebbe 115/75 mmHg).

 

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Motivi della riduzione del range pressorio corrispondente alla normalità

A giustificare la scelta, da parte dei comitati e delle organizzazioni mediche competenti, di ridurre da 140/90 mmHg a 120/80 mmHg il livello di pressione arteriosa corrispondente alla normalità, sono stati alcuni autorevoli studi che hanno rilevato due cose:

 

– Come le arterie inizino a subire i primi lievi danni già a pressioni superiori a 115/75 mmHg

e

– Come il rischio di mortalità da malattia cardiaca e ictus raddoppi, a partire da pressioni maggiori di 115/75 mmHg, per ogni incremento pressorio di 20/10 mmHg.

 

La pre-ipertensione è grave?

Introdotta successivamente alla nuova classificazione dei valori di pressione arteriosa (si veda la precedente tabella), la pre-ipertensione non deve suscitare particolari allarmismi, ma deve semplicemente fungere da avvertimento che segnala la necessità di regolarizzare lo stile di vita, facendo attenzione a:

 

L’alimentazione;

Lo stress;

Il fumo;

L’alcol;

L’attività fisica.

Quindi, i soggetti “pre-ipertesi” non sono veri e propri malati e non necessitano di trattamenti farmacologici, soprattutto se hanno superato i 50 anni.

 

Quando anche un rialzo pressorio minimo deve allarmare?

Come si diceva in precedenza, un’ipertensione lieve non deve allarmare oltre misura, ma deve richiamare “all’ordine” il diretto interessato, il quale deve assumere comportamenti in linea con uno stile di vita più sano.

Tuttavia, esistono delle particolari circostanze di salute, in cui anche il minimo rialzo pressorio oltre la norma è da considerarsi estremamente pericoloso e da trattare anche con farmaci; tra queste circostanze di salute particolari, figurano:

 

– La presenza di diabete;

– Una storia passata di ictus;

– La presenza di insufficienza renale;

– La presenza di problemi cardiovascolari quali angina pectoris o storia passata di infarto del miocardio, ipercolesterolemia ecc.

 

Sintomi di pressione alta

I sintomi della pressione alta sono, purtroppo, una vera rarità. Infatti, a partire dagli esordi e in genere fino a quando non ha dato luogo a complicanze, l’ipertensione è del tutto asintomatica, cioè non provoca alcun disturbo al paziente che ne soffre.

Questa mancanza di sintomi è la ragione per cui, spesso, un individuo si accorge di essere iperteso durante una visita medica di routine o un controllo medico svolto per altre ragioni.

L’unico aspetto positivo dell’intera questione appena proposta è il fatto che le complicanze derivanti dal mancato trattamento dell’ipertensione non sono immediate, ma insorgono dopo qualche anno dalla comparsa della malattia, con una severità strettamente correlata all’entità dell’eccesso pressorio (più è grave l’ipertensione, più sono gravi le complicanze derivanti).

Per esempio, secondo le stime più attendibili, i danni della pressione alta non trattata a carico del sistema cardiocircolatorio e del compartimento cerebrale insorgono, rispettivamente, dopo circa 10 anni e dopo circa 20 anni dall’inizio dello stato ipertensivo.

 

La pressione alta dà segni di sé solo in specifiche situazioni. Una di queste situazioni – forse la più nota e importante – è la cosiddetta crisi ipertensiva, la quale consiste in un innalzamento brusco ed eccessivo della pressione arteriosa, seguito da una serie di disturbi, tra cui:

 

Mal di testa improvviso, pulsante e a carico di tutto il capo;

– Sensazione di testa pesante;

Ronzii alle orecchie (acufeni);

Vertigini;

Sudorazione fredda;

Sangue da naso;

Dispnea e cardiopalmo;

Senso d’ansia opprimente;

Nausea e vomito;

Problemi di vista (offuscamento visivo, fosfeni scintillanti, amaurosi puntiforme ecc.).

 

Gli episodi di crisi ipertensiva sono circostanze che richiedono l’immediato intervento del medico, in quanto possono degenerare in serie complicazioni, alcune delle quali dall’esito mortale.

Tra le complicazioni di una crisi ipertensiva, rientrano: la perdita di coscienza, la perdita di memoria, l’angina pectoris, l’edema polmonare, l‘ictus, l’attacco di cuore, il danno a occhi e reni, la perdita della funzione renale, la dissecazione aortica ecc.

 

Complicanze

– aterosclerosi

– infarto del miocardio

– scompenso cardiaco

Lo scompenso cardiaco, o insufficienza cardiaca, è la grave condizione morbosa caratterizzata dall’incapacità del cuore di pompare il sangue in maniera efficace e con la giusta pressione.

In presenza di ipertensione, la condizione di scompenso cardiaco nasce dal maggior carico di lavoro, a cui è sottoposto il cuore dell’iperteso per spingere il sangue in circolo; nel lungo periodo, infatti, questo maggior carico di lavoro a cui è chiamato il cuore comporta l’ispessimento patologico del miocardio (ipertrofia) di quest’ultimo.

L’ipertrofia del miocardio – in particolare l’ipertrofia ventricolare – è un mutamento della normale anatomia cardiaca che altera la funzionalità del cuore, pregiudicandone l’azione di pompa (insufficienza cardiaca).

Lo stato di scompenso cardiaco si manifesta generalmente con spossatezza, mancanza di respiro durante sforzi fisici e nel corso della notte (dispnea a riposo), edema agli arti inferiori, tachicardia, polso irregolare, tosse persistente ecc.

dissecazione aortica (o dissezione aortica)

I medici parlano di dissezione aortica quando lo strato più interno della parete dell’aorta – che è la principale arteria del corpo umano – subisce una piccola lacerazione, tale per cui il sangue penetra tra il suddetto strato interno e gli strati più esterni.

Ciò che risulta da un episodio di dissezione aortica è una sorta di falso canale, la cui parete è decisamente più debole di una normale parete vascolare, quindi anche più facilmente soggetta a rotture.

La pericolosità della dissezione aortica è legata proprio alla possibilità di rottura del falso canale, rottura che comporta la fuoriuscita di sangue dall’aorta, con conseguenze spesso mortali per la persona interessata.

aneurisma

Un aneurisma è un’anomala dilatazione di un vaso sanguigno – generalmente un’arteria – dal carattere permanente.

Simili a piccole sacche, gli aneurismi possiedono una parete molto fragile e, per questo, a elevato rischio di rotture; la rottura degli aneurismi comporta gravi emorragie interne, che hanno spesso esito fatale per l’individuo interessato.

Le più comuni sedi di formazione degli aneurismi sono il cervello (aneurisma cerebrale) e l‘aorta (aneurisma dell’aorta addominale e aneurisma dell’aorta toracica).

arteriopatia periferica

L’arteriopatia periferica è un’affezione delle arterie che conducono il sangue agli arti, in particolare quelli inferiori.

Dovuta principalmente alle conseguenze dell’aterosclerosi, l’arteriopatia periferica comporta la riduzione del flusso sanguigno attraverso i vasi arteriosi interessati, da cui consegue un’insufficiente irrorazione dei tessuti che i suddetti vasi dovrebbero provvedere a ossigenare.

L’inadeguata irrorazione sanguigna, indotta dall’arteriopatia periferica, è responsabile di una sofferenza a carico degli arti interessati.

 

Complicanze renali

La pressione alta compromette la funzione dei reni, perché:

 

– Causa l’indebolimento e la stenosi (restringimento) delle arterie renali, ossia i vasi arteriosi che conducono il sangue ai reni.

Il restringimento delle arterie renali comporta un ridotto apporto di sangue alle varie componenti dei reni, i quali, proprio per questo, entrano in uno stato di sofferenza.

Altera le capacità renali di filtraggio, con conseguenti accumuli di sostanze indesiderate nei reni o perdite di sostanze utili con le urine.

Le capacità di filtraggio dei reni risentono della pressione alta, in quanto quest’ultima produce, nel tempo, danni ad alcune strutture renali fondamentali, quali: glomeruli, tubuli ecc.

Nel loro insieme, le conseguenze dell’ipertensione a livello renale prendono il nome di nefropatia ipertensiva; a lungo andare, la nefropatia ipertensiva può condurre all’insufficienza renale, una grave condizione medica caratterizzata dalla completa incapacità dei reni di adempiere alle proprie funzioni.

 

Complicanze cerebrali

Le complicanze a carico del cervello, indotte dall’ipertensione, sono legate principalmente a fenomeni aterosclerotici e consistono in:

 

Ictus emorragico. In medicina, il termine ictus indica l’interruzione parziale o completa dei rifornimenti di sangue a una certa area cerebrale, a cui può far seguito, in assenza di trattamenti tempestivi, la morte della suddetta area di cervello.

L’ictus è detto emorragico, quando l’interruzione dei rifornimenti sanguigni è dovuta alla rottura di un vaso arterioso del cervello, rottura da cui dipende una pericolosa perdita di sangue (emorragia cerebrale).

Restringimento dei vasi arteriosi del cervello. Tale restringimento conduce le cellule cerebrali a uno stato di ipossia, da cui scaturisce una lenta e graduale alterazione delle funzioni del cervello.

I soggetti che sono vittime di tale complicanza manifestano, dapprima, deficit di concentrazione, perdita di memoria e ridotta capacità di pensiero, e, successivamente, forme più o meno gravi di demenza ( demenza vascolare).

 

Complicanze visive

A livello degli occhi, anni di ipertensione possono determinare il restringimento delle arterie che riforniscono di sangue la retina oculare. Tale restringimento comporta gravi problemi di vista, tra cui visione offuscata e calo delle capacità visive.

Nel loro complesso, le complicanze visive indotte dalla pressione alta prendono il nome retinopatia ipertensiva.

 

Complicanze all’apparato riproduttivo

Le complicanze dell’ipertensione a livello degli organi riproduttivi consistono in disfunzione erettile, per l’uomo, e calo della libido, nella donna. L’insorgenza di siffatti disturbi è dovuta ai danni che la pressione alta determina a carico dei vasi arteriosi della zona pelvica del corpo umano, deputati all’irrorazione sanguigna dell’apparato riproduttivo, sia nell’uomo che nella donna.

 

Conclusioni

Per il fatto di essere una condizione responsabile di gravi complicanze quasi sempre in assenza di precedenti sintomi, l’ipertensione è conosciuta anche con l’appellativo di “killer silenzioso”.

 

 

TERAPIA

 

1) Punti chiave dell’approccio terapeutico non farmacologico dell’ipertensione

Entrando nei dettagli, i punti chiave dell’approccio terapeutico non farmacologico dell’ipertensione sono:

 

– Riduzione/mantenimento nella norma del peso corporeo;

– Adozione della cosiddetta dieta DASH;

– Riduzione dell’apporto di sale nella dieta, non più di 6 grammi al giorno,

– Riduzione dell’apporto di grassi saturi nella dieta, cioè di origine animale: burro,insaccati,carni rosse,latticini ecc. essi devono rappresentare meno del 7% delle calorie totali

– Limitazione del consumo di alcolici;

– Pratica regolare di attività fisica aerobica,es. marcia 30 minuti al giorno,corsa,ciclismo,Jogging,nuoto

– Abolizione del fumo di sigaretta e droghe.

– Aumentare i grassi polinsaturi: pesce,semi di lino,olio di lino,ecc. e grassi monoinsaturi: olio di oliva

 

2) Farmaci

 

Quali sono i farmaci per l’ipertensione?

Attualmente, la cura farmacologica dell’ipertensione può contare su varie classi di farmaci, tra cui:

 

– Diuretici;

– Beta-bloccanti;

– Calcio-antagonisti;

– Inibitori dei sistema renina-angiotensina (o ACE-inibitori);

– Vasodilatatori ad azione diretta;

– Antagonisti del recettore dell’angiotensina II (o sartani);

– Farmaci per la cosiddetta emergenza ipertensiva.

 

Differenti tra loro per il meccanismo con cui riducono la pressione arteriosa, i sopraccitati farmaci antipertensivi presentano un tempo di risposta terapeutica ottimale che varia dalle 2 alle 6 settimane. Ciò significa, in termini più semplici, che i farmaci per l’ipertensione impiegano tra i 15 e i 45 giorni per esercitare al massimo i loro effetti ipotensivi (e risultare benefici per il paziente).

Alla luce dei tempi d’azione dei farmaci per l’ipertensione, quindi, è inutile  (come lo era nel caso della terapia non farmacologica) precipitarsi dal medico pochi giorni dopo l’inizio della terapia farmacologica antipertensiva, lamentandone la mancanza di efficacia. Al contrario, è giustificabile interpellare immediatamente un medico, se, dopo 5-6 settimane, i controlli della pressione non rilevano alcun calo pressorio o rilevano una diminuzione limitata.

Di fronte all’inefficacia di un farmaco antipertensivo, i medici possono scegliere di:

Prescrivere al paziente un ulteriore farmaco antipertensivo;

Cambiare farmaco. Il cambio del farmaco richiede, ovviamente, una valutazione accurata dei possibili effetti collaterali, rispetto a quello che è lo stato di salute generale del paziente.

 

Punto fondamentale

La dose efficace di un farmaco contro l’ipertensione varia da paziente a paziente.

L’individuazione di tale dose è fondamentale non solo per ottenere il calo pressorio desiderato, ma anche per evitare lo spiacevole inconveniente della cosiddetta crisi ipotensiva, ossia la circostanza in cui la pressione arteriosa cala in modo brusco e particolarmente severo al di sotto dei valori considerati normali.

Alla luce di ciò, si sottolinea l’importanza di attenersi alle indicazioni del medico, in merito al dosaggio dell’antipertensivo prescritto, senza attuare variazioni in autonomia (soprattutto durante le prime settimane di terapia, in cui la risposta al sopraccitato farmaco non è ancora apprezzabile al 100%).

 

DIURETICI

I diuretici sono sostanze farmacologiche che aumentano la diuresi, cioè l’espulsione di urina dal corpo.

Essi rappresentano degli antipertensivi in quanto, incrementando il volume delle urine (attraverso la riduzione del riassorbimento di sodio e acqua a livello renale), riducono la volemia (cioè il volume totale di sangue circolante nel corpo).

Esempi più importanti di diuretici: diuretici tiazidici, clortalidone e indapamide.

Principali effetti collaterali: vertigini quando ci si alza, necessità di recarsi spesso al gabinetto, rash cutaneo e aumento del senso di sete.

 

ACE-INIBITORI

Nel corpo umano, circola un ormone chiamato angiotensina II, che ha un effetto vasocostrittore (cioè restringe i vasi) e ipertensivo (ossia alza la pressione arteriosa).

Gli ACE-inibitori abbassando la pressione arteriosa, perché inibiscono l’enzima deputato alla conversione della forma non attiva dell’angiotensina II nella forma attiva. In altre parole, gli ACE-inibitori riducono la pressione, perché impediscono la formazione di un ormone – l’angiotensina II – che ha un effetto ipertensivo.

La sigla ACE, non a caso, è l’acronimo di “Angiontesin-Converting Enzyme”, ossia “Enzima di Conversione dell’Angiotensina” (N.B: gli ACE-inibitori sono quindi gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina).

Esempi più importanti di ACE inibitori: lisinopril, enalapril, perindopril e ramipril

Principali effetti collaterali: tosse secca, cefalea, rash cutaneo e vertigini.

 

ANTAGONISTI DEL RECETTORE DELL’ANGIOTENSINA II

Gli antagonisti del recettore dell’angiotensina II sono farmaci che esplicano i loro effetti ipotensivi attraverso un meccanismo molto simile a quello degli ACE-inibitori. Pertanto, agiscono anche loro a livello del sistema biologico che porta alla formazione dell’ormone angiotensina II.

Esempi più importanti di antagonisti del recettore dell’angiotensina II: candesartan, irbesartan, valsartan e olmesartan.

Principali effetti collaterali: vertigini, cefalea e sintomi influenzali.

 

CALCIO-ANTAGONISTI

I calcio-antagonisti, o bloccanti dei canali del calcio, riducono la pressione arteriosa, perché, interferendo con i canali del calcio presenti sulla parete dei vasi sanguigni, hanno un effetto vasodilatatorio.

Del resto, come si è potuto capire anche dalla descrizione del funzionamento degli ACE-inibitori, se la vasocostrizione ha un effetto ipertensivo, la vasodilatazione ha un effetto opposto, ossia ipotensivo.

Esempi più importanti di calcio-antagonisti: amlodipina, felodipina, nifedipina, verapamil e diltiazem.

Principali effetti collaterali: stipsi, cefalea, vertigini, confusione, palpitazioni, tachicardia, edema polmonare ed edema alle caviglie.

 

Curiosità: chi fa uso di calcio-antagonisti deve evitare di bere il succo di pompelmo, perché l’associazione tra quest’ultimo e i bloccanti dei canali del calcio può comportare gravi effetti collaterali.

 

BETA-BLOCCANTI

Appartenenti alla categoria dei cosiddetti simpaticomimetici ad azione intrinseca, i beta-bloccanti riducono la pressione arteriosa, perché, agendo sui vasi della muscolatura scheletrica, sono responsabili di vasodilatazione e di un conseguente calo delle resistenze pressorie a livello periferico.

Esempi più importanti di beta-bloccanti: bisoprololo e atenololo.

Principali effetti collaterali: vertigini, cefalea, stanchezza, nausea, vomito, diarrea e insonnia.

 

FARMACI PER L’EMERGENZA IPERTENSIVA

L’emergenza ipertensiva è un tipo di crisi ipertensiva. In medicina, “crisi ipertensiva” è il termine che indica un innalzamento brusco e severo della pressione arteriosa.

Ritornando all’emergenza ipertensiva, questa grave condizione medica richiede il ricovero ospedaliero e la somministrazione per via endovenosa di particolari farmaci per l’ipertensione, quali: nitroprussiato di sodio, fenoldopam, nicardipina o labetalolo.

 

IPERTENSIONE E GENETICA

 

Tra i numerosi ormoni prodotti dal nostro organismo ne esiste uno chiamato ANGIOTENSINA II risultante dalla conversione di un altro ormone (angiotensina I) per opera di un enzima di conversione chiamato ACE.

L’angiotensina II favorisce l’ipertensione inducendo vasocostrizione ed aumento delle resistenze circolatorie periferiche. Tale ormone espleta le sue funzioni anche grazie allo stimolo sulla sintesi di ALDOSTERONE (un altro ormone che favorisce la ritenzione idrica e salina aumentando la quantità di sangue circolante e, di conseguenza, la pressione arteriosa).

Nella popolazione esiste una grandissima variabilità nei livelli dell’enzima ACE, principalmente riconducibile a fattori genetici. In particolare esistono tre possibili genotipi:

 

DD: questi soggetti hanno una maggiore attività enzimatica ACE, hanno quindi una pressione cardiaca superiore alla norma

ID: si tratta di soggetti eterozigoti, che dal punto di vista genetico si collocano tra le due forme ed hanno pertanto caratteristiche intermedie

II: in questo caso l’attività dell’enzima ACE è inferiore, quindi vi è una minor sintesi di angiotensina II e, di conseguenza, la pressione arteriosa di questi soggetti è tendenzialmente inferiore.

 

Riassumendo:

 

GENOTIPO DD = pressione superiore rispetto alla norma

GENOTIPO ID = pressione nella norma

GENOTIPO II = pressione inferiore alla norma

 

I tre genotipi hanno frequenze diverse in gruppi etnici diversi:

 

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PRESSIONE ARTERIOSA

 

La pressione arteriosa è quella forza con cui il sangue viene spinto attraverso i vasi.

Essa dipende dalla quantità di sangue che il cuore spinge quando pompa e dalle resistenze che si oppongono al suo libero scorrere

La pressione può essere espressa tramite diverse unità di misura (Pascal, Torr, Atmosfera, Bar, ata).

Quando si parla di pressione arteriosa la scala di riferimento è il millimetro di mercurio (sigla mmHg)

 

Ogni volta che questo muscolo si contrae (sistole) il sangue viene messo in circolo con una notevole velocità (circa 50 cm/secondo). Le pareti dell’aorta, il principale vaso arterioso che esce dal cuore, vengono distese con forza dal passaggio del sangue. Fortunatamente queste pareti non sono rigide ma hanno la possibilità di dilatarsi e contrarsi in relazione alla quantità di sangue che le attraversa. Tale meccanismo consente di regolare efficacemente la pressione del sangue.

La pressione massima dipende quindi dall’efficienza della pompa cardiaca (quantità di sangue espulso ad ogni contrazione) e dall’elasticità delle pareti delle arterie. In condizioni normali la pressione massima o sistolica è pari a 120 mmHg. Quando il lume delle arterie si restringe o diminuisce l’elasticità delle pareti, il sangue incontra maggiori difficoltà a scorrere e la pressione massima aumenta oltre i valori normali.

Quando lo svuotamento del cuore termina inizia la fase di riempimento (diastole). In questo periodo il flusso del sangue nelle arterie diminuisce così come la pressione che raggiunge il suo valore minimo (pressione diastolica o minima) un attimo prima dell’inizio della nuova sistole.

La pressione arteriosa minima dipende quindi dalla resistenza che il sangue incontra nei tessuti periferici. Tanto più il flusso viene ostacolato e tanto più lentamente la pressione scende. In questa situazione il valore minimo che si raggiunge prima della successiva sistole è superiore al valore normale di 80mm Hg.

 

Pressione arteriosa = portata cardiaca x resistenze periferiche.

 

La portata cardiaca è la quantità di sangue espulsa ad ogni sistole dal ventricolo sinistro moltiplicata per il numero di battiti al minuto.

La pressione arteriosa è quindi determinata da tre fattori principali:

 

– la quantità di sangue che viene immessa in circolo durante la sistole e sua viscosità (ematocrito)

– la forza di contrazione del cuore

– le resistenze offerte dai vasi (arterie e vene) al passaggio del flusso sanguigno;

 

Questi tre elementi subiscono un controllo esterno mediato soprattutto da stimoli ormonali e nervosi. Il nostro corpo è infatti in grado di regolare autonomamente lapressione cardiaca in base alle esigenze metaboliche dei vari organi. A causa dei ritmi circadiani la pressione arteriosa varia durante la giornata, raggiungendo i valori massimi durante la prima mattinata e nel tardo pomeriggio

 

Così per esempio mentre saliamo le scale la pressione aumenta sia perché i muscoli e l’apparato respiratorio hanno bisogno di più ossigeno (aumento della gittata sistolica e della frequenza cardiaca) sia perché la contrazione muscolare tende ad occludere i vasi aumentando le resistenze periferiche. Al contrario mentre dormiamo la pressione si abbassa in quanto le richieste metaboliche dei vari organi sono inferiori.

Anche un bagno caldo, grazie all’effetto dilatatorio del calore è in grado di diminuire la pressione arteriosa.

La pressione del sangue deve rimanere entro un range di valori prestabiliti per assicurare ossigeno e nutrienti a tutti i tessuti. Tale intervallo varia dai 75 agli 80 mmHg per la pressione minima e dai 115 ai 120 mmHg per la pressione massima.

 

Al di sotto di questi valori il sangue non viene immesso in circolo in maniera efficace ed i tessuti periferici tendono a ricevere meno ossigeno e nutrienti. Il senso di vertigini, vista annebbiata e svenimento avvertito da chi soffre di pressione bassa è proprio dovuto al ridotto apporto di ossigeno alle cellule del cervello. Anche le persone “sane” si accorgono di questi effetti quando, per esempio, si alzano di colpo dalla posizione coricata (ipotensione ortostatica). In questi casi si verifica un brusco calo di pressione dovuto alla forza di gravità che richiama il sangue nei vasi inferiori determinando al tempo stesso un temporaneo iperflusso di sangue a livello locale. In condizioni normali i vasi rispondono a questo fenomeno contraendosi ed ostacolando quindi il flusso verso il basso; allo stesso tempo l’aumento di pressione è favorito dall’accelerazione del battito cardiaco.

 

Quando un soggetto soffre di ipertensione le pareti vasali sono costrette a sopportare forti sollecitazioni che, quando diventano particolarmente elevate, possono provocarne la rottura. Ciò predispone l’individuo all’arteriosclerosi e ai pericolosi danni d’organo che coinvolgono generalmente reni, cuore, vasi, cervello ed in alcuni casi anche l’occhio. Il cuore, tanto per citare un esempio si trova costretto a contrarsi contro una resistenza elevata e può “cedere” (infarto) per l’eccessivo sforzo.

 

MISURA DELLA PRESSIONE

 

Gli apparecchi di misurazione della pressione arteriosa sono molteplici e tra questi il più tradizionale ed affidabile è lo sfigmomanometro, inventato nel 1896 dall’italiano Scipione Riva-Rocci.

Oggi in commercio esistono numerosi strumenti elettronici che consentono una rilevazione facile e veloce della pressione arteriosa anche a chi non è esperto nell’uso dello sfigmomanetro. L’affidabilità di queste apparecchiature è tendenzialmente buona, ma si consiglia di acquistare esclusivamente prodotti testati e certificati dalla comunità europea.  Bisogna inoltre ricordare di effettuare dei controlli periodici per correggere eventuali starature dello strumento (orientativamente ogni sei mesi rivolgendosi ad un negozio di sanitari).

 

Una differenza tra i valori pressori misurati nelle due braccia è tutto sommato fisiologica purché lo scarto sia inferiore rispettivamente a 10 mmHg per la massima e a 20 mmHg per la minima. In caso di differenza significativa tra i due arti, le successive misurazioni andrebbero effettuate sul braccio con pressione più elevata.

 

Durante i controlli bisognerebbe compiere più rilevazioni della pressione cardiaca misurandola due tre volte a distanza di un minuto e calcolandone la media (somma dei valori rilevati diviso il numero di rilevazioni effettuate). Nella prima misurazione la pressione potrebbe infatti salire a causa dell’ansia.

 

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βeta-bloccanti

 

# I farmaci beta-bloccanti – come si può facilmente intuire – sono principi attivi in grado di antagonizzare i recettori di tipo β per l’adrenalina e la noradrenalina.

Pertanto, tali farmaci esercitano un’azione simpaticolitica attraverso la diminuzione della trasmissione adrenergica e noradrenergica.

# Esistono tre diversi tipi di recettori β-adrenergici:

 

β1, localizzati a livello cardiaco, renale e oculare (l’attivazione di questi recettori aumenta il lavoro del cuore, stimola la secrezione di renina e la produzione di umor acqueo a livello oculare);

β2, localizzati a livello della muscolatura liscia arteriolare, genito-urinaria, gastrointestinale e bronchiale (l’attivazione di questo recettore ne favorisce il rilassamento); si trovano anche a livello della muscolatura scheletrica, del fegato e dei mastociti. Inoltre, questi recettori sono coinvolti anche nel rilascio d’insulina.

β3, localizzati perlopiù nel tessuto adiposo, a livello del quale stimolano la lipolisi.

 

I beta-bloccanti d’interesse terapeutico sono soprattutto quelli dotati di selettività per i recettori β1, benché in commercio vi siano anche farmaci beta-bloccanti aspecifici che interagiscono sia con recettori β1 che β2.

 

# Indicazioni terapeutiche

 

– ipertensione

– angina

– aritmie cardiache

– insufficienza cardiaca

– prevenzione secondaria dell’infarto

– glaucoma

– tireotossicosi

– ansia

– tremore essenziale

– profilassi dell’emicrania

 

# Classificazione

 

1)  Beta-bloccanti di prima generazione

interagiscono con i recettori β1 e β2 (propanololo, nadololo, timololo, pindololo ),

2)  Beta-bloccanti di seconda generazione

interagiscono preferenzialmente con i recettori β1 localizzati a livello del cuore,

ad alte concentrazioni interagiscono anche con i recettori β2,

grazie alla loro relativa selettività possono essere utilizzati anche nel diabete ,broncospasmo (come asma e BPCO)poichè non interferiscono con i recettori β2,implicati nel rilascio d’insulina e nella broncocostrizione.

In qualsiasi caso, questa categoria di pazienti necessita comunque di un attento monitoraggio durante l’utilizzo dei beta-bloccanti, anche se cardioselettivi (metoprololo, atenololo,esmololo, acebutololo, bisoprololo),

3) Beta-bloccanti di terza generazione con effetti aggiuntivi (carvedilolo, labetalolo),

agiscono sui recettori β1, β2, α1 presenti nei vasi sanguigni,per questo sono vasodilatatori.

4) β-bloccanti di terza generazione con effetti aggiuntivi e β1 selettivi: presentano selettività per i recettori β1 ( celiprololo, nebivololo, principio attivo che è anche in grado di stimolare la secrezione di ossido nitrico (NO) da parte dell’endotelio, inducendo così una vasodilatazione.

 

Inoltre, alcuni dei sopra citati principi attivi vengono raggruppati in un ulteriore grupp, quello dei farmaci beta-bloccanti ad attività simpaticomimetica intrinseca (o ISA). Fra questi, ricordiamo il pindololo e l’acebutololo.

Queste molecole non sono dei veri e propri antagonisti dei recettori beta-adrenergici, bensì sono degli agonisti parziali che – una volta legati al recettore β-adrenergico – lo stimolano parzialmente (impedendo quindi il legame dell’adrenalina o della noradrenalina), fino ad arrivare a bloccarlo del tutto.

Generalmente, questa tipologia di farmaci produce una minor depressione della funzionalità cardiaca; per tale ragione, l’utilizzo di questi principi attivi è preferibile nei pazienti bradicardici.

 

# Meccanismo d’azione

 

riducono la forza di contrazione e la frequenza cardiaca,

inibiscono la secrezione di renina,

riduzione della ritenzione idro-salina,

riduzione del volume sanguigno

riduzione delle resistenze periferiche

 

# Effetti collaterali

 

Dal momento che la classe dei farmaci beta-bloccanti comprende una vasta gamma di principi attivi, gli effetti indesiderati derivanti dal loro utilizzo possono essere di diverso tipo, in funzione del principio attivo impiegato.

Inoltre, la tipologia degli effetti avversi e l’intensità con cui possono manifestarsi dipendono anche dalla via di somministrazione scelta e dalla sensibilità di ciascun individuo nei confronti del farmaco che s’intende utilizzare.

Ad ogni modo, alcuni effetti collaterali sono comuni alla maggior parte dei farmaci beta-bloccanti. Fra questi, ricordiamo:

 

Scompenso cardiaco;

Bradicardia (si può manifestare soprattutto in caso di utilizzo di beta-bloccanti privi di attività simpaticomimetica intrinseca);

Ipotensione acuta;

Vasocostrizione periferica;

Broncocostrizione;

Ipoglicemia;

Disturbi gastrointestinali, come nausea, vomito e diarrea;

Capogiri;

Insonnia;

Depressione;

Incubi e allucinazioni;

Disturbi della vista;

Crampi muscolari;

Rash cutanei;

Porpora;

Alopecia.

 

Infine, è bene ricordare che – per scongiurare un‘iperattività dei recettori β che può degenerare in pericolose crisi ipertensive – la terapia con beta-bloccanti dev’essere interrotta gradualmente.

 

# Gravidanza e Allattamento

 

Generalmente, si sconsiglia l’utilizzo di farmaci beta-bloccanti durante la gravidanza e l’allattamento, a causa dei possibili effetti collaterali che potrebbero manifestarsi. Ad ogni modo, prima di assumere un qualsiasi tipo di farmaco, le donne in gravidanza e le madri che stanno allattando al seno devono sempre chiedere il consiglio del medico, che effettuerà un’attenta valutazione del rapporto fra i benefici attesi per la madre e i potenziali rischi per il feto o per il bambino.

 

# Controindicazioni

 

L’utilizzo dei farmaci beta-bloccanti è generalmente controindicato nei seguenti casi:

 

– In pazienti affetti da asma, da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o da altre patologie associate a broncocostrizione;

– In pazienti bradicardici;

– In pazienti affetti da diabete e trattati con insulina;

– In pazienti affetti da sindromi ipoglicemizzanti;

– In pazienti affetti da disturbi della funzionalità epatica.

 

Tuttavia, si ricorda che nei pazienti affetti da patologie associate a broncospasmo e nei pazienti bradicardici si possono somministrare, rispettivamente, farmaci beta-bloccanti cardioselettivi e farmaci beta-bloccanti ISA, purché l’impiego di questi stessi principi attivi venga effettuato con molta cautela e sotto la stretta sorveglianza del medico.

 

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Una replica a “IPERTENSIONE – 2”

  1. Violetta scrive:

    Mi hai chiarito molte cose!

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