I blog di Alessioempoli

Data 1 maggio 2019

IL SANGUE – 2

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Indice di Katz

 

Generalità

L’indice di Katz (IK) è un parametro ematico correlato alla velocità di eritrosedimentazione (VES).

Il calcolo dell’indice di Katz si basa sulla determinazione della VES dopo un’ora e dopo due ore dal prelievo del campione di sangue (in pratica: si somma il valore di lettura della prima ora alla metà di quello della seconda ora, quindi si divide il tutto per due).

 

L’indice di Katz contribuisce a segnalare un’infiammazione in atto. Se risulta elevato, questo parametro può indicare la presenza nell’organismo di infezioni, malattie autoimmuni e neoplasie.

L’indice di Katz diminuisce, invece, in caso di policitemia e di alcune forme di anemia.

 

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Cos’è

L’indice di Katz è l’espressione numerica della velocità di sedimentazione dei globuli rossi misurata dopo un’ora e dopo due ore dal prelievo del campione di sangue.  In termini più pratici, questo parametro ematologico si ottiene sommando il valore della VES letto alla prima ora con la metà del valore alla seconda ora, quindi dividendo il tutto per due.

Occorre segnalare che l’indice di Katz è ormai poco utilizzato, in quanto è stato riscontrato che la misura del sedimento dopo due ore non fornisce ulteriori informazioni diagnostiche rispetto alla VES determinata al termine della prima ora dal prelievo.

 

Cosa si intende per sedimentazione degli eritrociti?

– La velocità di eritrosedimentazione è condizionata essenzialmente dalle caratteristiche del plasma (in particolare dalla sua composizione proteica) e da quelle dei globuli rossi (forma, numero, tendenza ad aggregarsi ecc.).

– Nel sangue, i globuli rossi tendono a rimanere in sospensione, separati gli uni dagli altri grazie alla carica negativa di membrana che ostacola la formazione di aggregati (rouleaux). In condizioni normali, la componente proteica del plasma è tale da preservare la carica di superficie delle emazie.

– Al contrario, quando si instaurano dei processi flogistici, l’aumentata concentrazione ematica di proteine tipiche dell’infiammazione (tra cui il fibrinogeno e la proteina C reattiva) porta ad un indebolimento delle forze repellenti. I globuli rossi, di conseguenza, tendono ad aggregarsi in rouleaux, i quali presentano un’alta tendenza a precipitare. Quanto più grossolani risultano tali ammassi, tanto più rapida è la sedimentazione.

 

Perché si Misura

L’indice di Katz è un test di laboratorio che fornisce informazioni generali relative alla presenza o all’assenza di un’infiammazione e misura indirettamente il grado di questo stato nell’organismo.

Nota. L’infiammazione è una reazione del sistema immunitario che può svilupparsi rapidamente (forma acuta; ad esempio, dopo un trauma o nel corso di un’infezione) o si protrae nel tempo (forma cronica; come accade in presenza di patologie autoimmuni o certi tumori).

L’indice di Katz consente di monitorare, inoltre, il decorso di una malattia già diagnosticata.

 

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Esami di laboratori associati all’indice di Katz

L’indice di Katz non è un test specifico: risultati elevati di questo parametro segnalano la presenza di un’infiammazione, senza indicare al medico la sede di tale processo e da cosa è provocato.

Nell’inquadramento di malattie a patogenesi infiammatoria, l’indice di Katz è solitamente utilizzato in combinazione con la valutazione di:

 

– Proteina C reattiva (PCR);

– Anticorpi antinucleo (ANA);

– Fattore reumatoide;

– Fibrinogeno;

– Pannello metabolico totale;

– Emocromo con formula.

 

Valori normali

Per il calcolo dell’indice di Katz, viene determinata la velocità di eritrosedimentazione due volte:

 

– Dopo un’ora (VES della prima ora);

– Dopo due ore (VES della seconda ora).

Il valore è considerato normale quando è compreso nei seguenti intervalli di riferimento:

 

Donne: 4-15;

Uomini: 4-10;

Persone anziane: inferiore a 20.

A differenza della VES, l’indice di Katz non viene espresso in mm.

Nota bene: l’intervallo di riferimento dell’esame può cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i range riportati direttamente sul referto. Occorre ricordare, inoltre, che i risultati delle analisi devono essere valutati nell’insieme dal medico di base che conosce il quadro anamnestico del proprio paziente.

 

Indice di Katz Alto – Cause

Come anticipato, un indice di Katz elevato suggerisce la presenza di un’infiammazione in corso, anche se non fornisce informazioni sulla sua natura. Di conseguenza, l’incremento del parametro è proporzionale a quella della flogosi, ma non è necessariamente correlato alla gravità della malattia.

 

Va segnalato, poi, che l’attenuazione delle cariche negative eritrocitarie, per mezzo delle cosiddette proteine della flogosi, non è immediata, ma richiede alcuni giorni. Pertanto, la normalizzazione dei valori della VES e dell’indice di Katz è tardiva (in altre parole, questi parametri possono risultare alti se l’infiammazione è in atto o quando ormai si è già guariti).

 

Indice di Katz moderatamente elevato

L’indice di Katz può risultare elevato nelle seguenti condizioni:

 

– Anemia;

– Lupus eritematoso sistemico;

– Artrite reumatoide;

– Endocardite;

– Malattie renali;

– Osteomielite;

– Febbre reumatica;

– Malattie della tiroide;

– Infezioni (tra cui sifilide, tubercolosi e mononucleosi).

 

Indice di Katz molto alto

Un rialzo eccessivo dell’indice di Katz rispetto alla norma può essere indicativo della presenza di:

 

– Infezioni sistemiche (setticemia);

– Arterite a cellule giganti;

– Mieloma multiplo;

– Iperfibrinogenemia;

– Macroglobulinemia;

– Vasculiti necrotizzati;

– Polimialgia reumatica

 

Indice di Katz Basso – Cause

L’indice di Katz può risultare ridotto in presenza delle seguenti condizioni:

 

– Anemia drepanocitica;

– Insufficienza cardiaca;

– Policitemia;

– Iperviscosità;

– Ipofibrinogenemia;

– Malnutrizione;

– Basso livello di proteine nel plasma, secondario a danni epatici;

– Allergia;

– Disidratazione;

– Alcuni farmaci (tra cui aspirina, cortisone e chinino).

 

Come si misura

Per l’analisi dell’indice di Katz occorre effettuare un prelievo di sangue da una vena del braccio.

 

Come si calcola l’indice di Katz?

Il calcolo dell’indice di Katz si basa sulla determinazione della velocità di eritrosedimentazione dopo un’ora e dopo due ore dal prelievo.

 

La VES misura, in particolare, sul tempo che gli eritrociti (globuli rossi) impiegano a precipitare (sedimentare) in un campione di sangue posto in una provetta lunga e stretta, di altezza standard.

 

Il risultato è riportato in millimetri di fluido (plasma) che sono presenti nella porzione superiore del tubo dopo un’ora. Quando un campione di sangue è posto nella provetta, normalmente le cellule sedimentano relativamente piano, lasciando il plasma più chiaro.

 

I globuli rossi sedimentano più velocemente in presenza di un’aumentata concentrazione di proteine della flogosi nel sangue, in particolare di quelle chiamate “di fase acuta” (come la proteina C reattiva ed il fibrinogeno).

 

L’indice di Katz si ottiene sommando al valore di lettura alla prima ora la metà del valore di lettura alla seconda ora, quindi dividendo il tutto per due.

 

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Preparazione

Il paziente può sottoporsi al prelievo di sangue, utile al calcolo dell’indice di Katz, dopo un digiuno di almeno 3 ore. Di solito, i farmaci non influiscono in modo significativo sul risultato, ma è sempre consigliabile informare il medico su un’eventuale terapia in corso.

 

Fattori che influenzano l’indice di Katz

Nell’interpretazione dell’indice di Katz occorre tenere in considerazione i seguenti fattori:

 

Invecchiamento. L’indice di Katz può aumentare con l’età, anche nei soggetti sani.

Sesso femminile. Nelle donne, l’indice di Katz può risultare leggermente superiore rispetto agli uomini. Inoltre, le mestruazioni e la gravidanza possono causare un temporaneo rialzo del parametro.

Anemia. La VES è inversamente proporzionale all’ematocrito, per cui l’indice di Katz risulta elevato in condizioni di anemia.

Forma e volume dei globuli rossi. L’indice di Katz risente della presenza di microciti (globuli rossi di dimensioni inferiori alla norma) nel campione di sangue, in quanto sedimentano più lentamente; il parametro potrebbe così risultare ridotto. Al contrario, valori elevati si possono riscontrare in caso di MCV elevato (macrociti).

Farmaci. Alcuni medicinali possono aumentare l’indice di Katz. Questi comprendono il destrano, la metildopa, i contraccettivi orali, la penicillamina procainamide, la teofillina e la vitamina A.

 

Interpretazione dei Risultati

Variazioni dell’indice di Katz si possono avere per diverse cause.

Essendo un marcatore non specifico d’infiammazione, il risultato dell’indice di Katz deve essere rapportato ad altri reperti clinici, ai sintomi del paziente ed ai risultati di altre indagini di approfondimento.  Dopo aver valutato il quadro completo, il medico sarà in grado di confermare o scartare la diagnosi sospettata.

 

Indice di Katz Alto

Un aumento dell’indice di Katz è spia di flogosi, pur senza assumere un significato preciso e specifico ai fini diagnostici. Un incremento del parametro si può avere, infatti, indifferentemente nel corso di malattie infettive (acute, subacute o croniche), molte emopatie, epatopatie, infarto miocardico e neoplasie maligne.

 

Pertanto, l’indice di Katz può contribuire alla diagnosi se associato ad altri esami, ma fornisce soprattutto un valido supporto durante la terapia.

 

Indice di Katz elevato, senza alcun sintomo indicativo di una specifica patologia: di solito, l’indice di Katz non fornisce abbastanza informazioni per effettuare decisioni mediche. Inoltre, un risultato normale non può escludere infiammazioni o altre condizioni. Un rialzo da lieve a moderato dell’indice di Katz, non riconducibile a particolari malattie, dovrebbe indurre a ripetere il test dopo qualche mese.

Indice di Katz moderatamente elevato: si riscontra in caso di gravidanza oppure nel corso di un’infezione causata da batteri (come, per esempio, la faringite) o di un’anemia, ma anche in età avanzata.

Indice di Katz molto alto: può essere determinato da uno stato infiammatorio come l’artrite reumatoide, un’epatopatia, un’insufficienza renale, un trauma e via dicendo, fino a far sospettare la presenza di un tumore.

Quando una patologia viene monitorata nel tempo, l’aumento dell’indice di Katz può indicare un aumento dell’infiammazione o una scarsa risposta alla terapia; quando lo stesso parametro è normale o diminuito può significare che il trattamento è appropriato.

 

Indice di Katz Basso

Un indice di Katz basso può essere osservato in quelle patologie in cui la normale sedimentazione dei globuli rossi è inibita, come nel caso di: policitemia, leucocitosi ed alcune malattie epatiche.  Anche nelle malattie caratterizzate da anomalie della forma dei globuli rossi (come nell’anemia falciforme, in cui le emazie hanno una forma a falce) si può riscontrare un indice di Katz basso.

Un indice di Katz basso si riscontra anche in presenza allergie e disidratazione.

 

 

IMMUNOGLOBULINE – ANTICORPI

 

Cosa sono?

Anche se può suonare strano, il termine immunoglobuline non è altro che un sinonimo di anticorpi; si tratta, in sostanza, di proteine globulari coinvolte nella risposta immunitaria, cioè nella lotta contro microrganismi considerati estranei (detti antigeni).

Le immunoglobuline sono talvolta chiamate gamma-globuline per via della loro particolare conformazione a Y.

 

Sintesi e Meccanismo d’Azione

Le immunoglobuline vengono secrete dai linfociti B maturi, che le ospitano nella propria membrana cellulare (più di 100.000 per ogni linfocita B). A questo livello agiscono come delle antenne, o meglio come recettori specifici di membrana che al contatto con l’antigene attivano il linfocita; una parte dei linfociti attivati viene stimolata a riprodursi, differenziandosi in plasmacellule capaci di sintetizzare e secernere un numero impressionante di nuovi anticorpi (fino a 2.000 immunoglobuline al secondo).

Gli anticorpi liberati dalle plasmacellule, solubili nel plasma, non distruggono direttamente l’ospite estraneo, ma si legano ad esso per renderlo maggiormente visibile e suscettibile all’azione degli altri attori del sistema immunitario (fagociti e cellule citotossiche).

 

Per capire meglio

Immaginiamo una piazza gremita di persone, tra le quali si nasconde un certo numero di delinquenti (antigeni); alcuni gendarmi presenti tra la folla (le immunoglobuline) sono in grado di distinguere i cittadini comuni dai malviventi; appena ne riconoscono uno, alcuni agenti si attivano (plasmacellule) ed iniziano a sparare migliaia di speciali cartucce colorate (anticorpi), che vanno a colpire soltanto i malintenzionati; contemporaneamente i gendarmi allertano un altro gruppo di forze dell’ordine (fagociti e cellule citotossiche), i quali – giunti in massa sul posto – riescono a riconoscere ed arrestare i malintenzionati grazie alle macchie colorate sui vestiti.

 

Memoria degli Anticorpi

Quando un antigene aggredisce l’organismo per la prima volta, le immunoglobuline impiegano un po’ di tempo per accorgersi della sua pericolosità.

Tuttavia, dopo che l’estraneo è stato debellato, nel circolo sanguigno rimangono delle cellule – cosiddette “di memoria” – che conservano la capacità di riconoscere prontamente l’antigene nel caso si ripresentasse, producendo una risposta più rapida e forte; è proprio su tale principio che si basano le vaccinazioni.

 

Tipi di Anticorpi

Attualmente le immunoglobuline vengono suddivise in quattro classi generali: IgG, IgA, IgE, IgM e IgD.

 

Immunoglobuline A

Le immunoglobuline A (IgA) sono un gruppo di anticorpi presente soprattutto nelle secrezioni esterne, come saliva, lacrime, secrezioni genitourinarie, muco intestinale e bronchiale, colostro e latte materno. Rappresentano un importante mezzo di difesa contro le infezioni locali, impedendo la colonizzazione da parte dei patogeni.

Immunoglobuline D

Il ruolo delle immunoglobuline D (IgD) non è ancora stato pienamente chiarito.

Immunoglobuline E

Le immunoglobuline E (IgE) sono associate alle reazioni allergiche; il loro legame con i recettori dei mastociti provoca infatti la massiccia liberazione di mediatori dell’infiammazione, prima tra tutti listamina. Le immunoglobuline E sono estremamente importanti anche nella protezione contro le infestazioni parassitarie.

Immunoglobuline G

Le immunoglobuline G (IgG) rappresentano circa il 75% degli anticorpi plasmatici dell’adulto e costituiscono il fulcro delle risposte immunitarie secondarie (quelle che intervengono nei casi in cui vi sia già stato un precedente incontro con l’antigene). Hanno un’azione difensiva di particolare efficacia: possono neutralizzare diverse tossine, impediscono ai virus di colonizzare le cellule e facilitano la fagocitosi batterica. Durante la gravidanza, la madre trasmette al feto le proprie IgG attraverso la membrana placentare, conferendo al neonato una certa immunità durante i primi 3-4 mesi di vita.

Immunoglobuline M

Le immunoglobuline M (IgM) sono anticorpi attivi contro gli antigeni dei gruppi sanguigni e sono associati alla risposta immunitaria primaria (esposizione iniziale all’organismo estraneo); hanno quindi una bassa affinità e intervengono per prime al contatto con un nuovo organismo estraneo. I linfociti B maturi, che non sono mai stati esposti ad un antigene, sono conosciuti come “linfociti naive” e sulla propria superficie cellulare esprimono solamente l’isoforma IgM.

 

Esami del Sangue

In determinati casi, il medico può prescrivere un esame specifico delle immunoglobuline, per valutare – ad esempio – i livelli di determinati anticorpi implicati in una certa malattia. I test delle immunoglobuline possono rivelarsi utili per determinare la causa di un danno epatico e confermare il sospetto diagnostico, oppure per evidenziare la presenza di particolari auto-anticorpi implicati in una malattia autoimmune, nella diagnosi di certi tipi di cancro o di allergie.

Preparati a base di immunoglobuline possono essere anche iniettati al paziente, per aumentare la quota di anticorpi circolanti, a scopo profilattico (prevenire l’insorgenza di determinate patologie, come l’epatite A), durante il trattamento di infezioni acute o in caso di insufficienza anticorpale.

 

 

LINFOCITI

 

I linfociti sono cellule del corpo umano deputate all’immunità acquisita. Con quest’ultimo termine si sottolinea la capacità del sistema immunitario di combattere selettivamente – tramite cellule iperspecializzate, chiamate appunto linfociti – ogni diverso antigene che lo aggredisca. Alla prima esposizione immunologica i tempi di risposta sono piuttosto lunghi, ma grazie alla conservazione di una “memoria” i successivi attacchi vengono debellati in maniera assai più rapida ed efficace. E’ su questo principio che si basano le vaccinazioni.

 

Soltanto il 5% del patrimonio linfocitario dell’organismo è presente nel circolo sanguigno; la quota preponderante di linfociti si trova invece nei tessuti linfatici (milza, timo, e soprattutto linfonodi). A questo livello, i linfociti hanno la possibilità di maturare ed agire prontamente contro gli antigeni penetrati nell’organismo attraverso mucose o soluzioni di continuo della cute. In presenza di una severa infezione, i linfociti si moltiplicano velocemente, aumentando – talvolta in misura considerevole – il volume dei linfonodi.

 

Esistono tre tipi di linfociti: i linfociti B, i linfociti T e le cellule natural Killer. Dei primi abbiamo già parlato nell’articolo dedicato alle immunoglobuline (anticorpi): i linfociti B possono essere paragonati a tante sentinelle, ognuna delle quali possiede un numero esiguo di cloni capaci di riconoscere un ben preciso antigene grazie alla presenza di recettori (anticorpi) sulla propria membrana esterna. Quando durante il lungo peregrinare nel sangue, un linfocita B incontra il proprio antigene, prolifera diverse volte dando origine a cellule figlie dette cloni; una parte della popolazione clonale si attiva in plasmacellule, che sintetizzano in gran quantità gli anticorpi specifici presenti sulla membrana del loro precursore; la rimanente quota funge da serbatoio di memoria contro future infezioni, che verranno contrastate in maniera più rapida ed efficace. La produzione dei cloni linfocitari avviene sotto lo stimolo dei linfociti T helper (come vedremo in seguito). Gli anticorpi prodotti dalle plasmacellule, noti anche come immunoglobuline, si legano agli antigeni segnalandone la pericolosità alle cellule preposte alla loro distruzione.

 

Poiché l’immunità mediata dai linfociti B si giova degli anticorpi presenti nel sangue e negli altri umori dell’organismo viene chiamata immunità umorale.

 

Per quanto detto, gli anticorpi sono efficaci soltanto contro patogeni extracellulari, mentre se un antigene – ad esempio un virus – si trova confinato all’interno di una cellula, l’incontro con il linfocita B non può avvenire. Al posto delle immunoglobuline intervengono allora i linfociti T, capaci di riconoscere e distruggere le cellule infettate, prevenendo la riproduzione del patogeno e delle cellule impazzite (tumorali). Il modo in cui i linfociti T riconoscono le cellule anomale e risparmiano quelle sane è piuttosto complesso, delicato e tipico di ogni individuo (basti pensare al fenomeno del rigetto nei trapianti). Diciamo, brevemente, che il segnale è dato da marcatori, detti MHC (o complesso maggiore di istocompatibilità), che contengono frammenti di antigene riconosciuti come estranei dai recettori del linfocita T. La differenza con i recettori della linea B (detti anticorpi o immunoglobuline) è che mentre questi ultimi sono in grado di legarsi direttamente agli antigeni, le cellule T si legano soltanto ad altre cellule umane che presentano frammenti di antigene, vuoi perché infettate (MHC di classe I), vuoi perché deputate alla digestione dell’estraneo (MHC di classe II).

Nel primo caso, l’intervento dei linfociti T citotossici porta alla distruzione della cellula infettata, nel secondo l’intervento dei linfociti T helper aumenta la risposta immunitaria.

 

La popolazione linfocitaria T non è omogenea, ma conta diverse sottopopolazioni:

 

# linfociti Tc (citotossici o T killer): lisano le cellule bersaglio portandole a morte e favoriscono l’azione dei fagociti (macrofagi);

# linfociti Th (T helper, T4 o CD4): stimolano e sostengono l’azione di riconosci-mento e quella di risposta dei linfociti T e B (favorendone la differenziazione in plasmacellule e la produzione di anticorpi); costituiscono il bersaglio elettivo del virus dell’AIDS (HIV);

# linfociti Ts (T suppressor): bloccano l’attività dei linfociti T helper e citotossici;

# linfociti T DHT (T Delayed Type Hypersensitivity): sono mediatori dei fenomeni infiamamtori ed in particolare della ipersensibilità ritardata.

Al contrario dei linfociti B, la cui vita media è di pochi giorni (fatta eccezione per le “cellule della memoria”), i linfociti T sopravvivono per diversi mesi o anni.

 

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I linfociti Natural Killer intervengono nella risposta immunitaria precoce. Il loro nome ne lascia chiaramente trasparire la funzione biologica: i linfociti natural killer, infatti, inducono al suicidio la cellula bersaglio (in particolare quelle tumorali infettate da virus). Allo stesso tempo secernono varie citochine antivirali, che inducono le cellule non ancora infettate ad attuare meccanismi in grado di inibire la replicazione dei virus.

 

 

MCV

 

Il volume cellulare medioMCV – definisce il volume medio dei globuli rossi. Pertanto, questo indice di laboratorio ci informa sulla grandezza dei globuli rossi esaminati, indicando se sono normali, troppo grandi oppure troppo piccoli.

L’MCV è il parametro ematochimico più utile per classificare un eventuale anemia in normocitica, microcitica o macrocitica, a seconda della morfologia dei globuli rossi.

 

Cos’è

MCV è l’acronimo di “Mean Cell Volume” o “Mean Corpuscular Volume”. Tradotta in italiano, questa sigla indica il volume corpuscolare medio, vale a dire il volume medio dei globuli rossi.

In sostanza, l’MCV permette di sapere se i globuli rossi sono troppo piccoli, troppo grandi o – semplicemente – normali.

 

MCV e anemia

Affinché possano svolgere al meglio la propria funzione, gli eritrociti devono avere una forma a disco biconcavo, con nucleo schiacciato e dimensioni adeguate. Non a caso, i vari tipi di anemia possono essere classificati anche in base al volume cellulare medio degli eritrociti:

 

anemie microcitiche (MCV < 80 fl*)

anemie normocitiche (MCV = 80-95 fl)

anemie macrocitiche (MCV > 95 fl)

*fl (femtolitri) è l’unità di misura del volume cellulare medio ed equivale a 0,000001 miliardesimi di litro (0,000000000000001 litri); l’MCV può essere espresso anche in micrometri cubi o µm3. Ricordiamo infatti che un litro equivale ad un decimetro cubo, un millilitro a un centimetro cubo, un microlitro a un millimetro cubo e così via.

 

Perché si Misura

L’analisi dell’MCV permette di conoscere la “qualità” dei globuli rossi del sangue.

Dal punto di vista clinico, questo valore è significativo, poiché un suo valore anomalo segnala un’inefficienza a livello della produzione di eritrociti.

Il test dell’MCV può essere prescritto dal medico di base nell’ambito di esami del sangue di routine, soprattutto quando si desidera caratterizzare una sospetta anemia.

 

Valori normali

Volume cellulare medio (adulti) = 80 – 95 fl*

* tale valore può variare leggermente da laboratorio a laboratorio; si ottiene dividendo l’ematocrito per il numero di globuli rossi.

 

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Per stabilire con maggior precisione il significato patologico di un’alterazione dell’MCV, è utile incrociare tale valore con altri parametri, come il numero dei globuli rossi (RBC), il contenuto medio di emoglobina per ciascun globulo rosso (MCH) e la concentrazione media dell’emoglobina all’interno di un globulo rosso (MCHC, dato apparentemente simile al precedente, ma importantissimo perché ci dà un’indicazione del rapporto tra il volume del globulo rosso e il suo contenuto in emoglobina).

 

MCV  Alto – Cause

 

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MCV  Basso – Cause

Un valore basso di MCV (Microcitosi) può dipendere da:

 

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Come si misura

Per effettuare l’analisi dell’MCV, il paziente si deve sottoporre a un semplice prelievo di sangue.

L’MCV è un indice corpuscolare, spesso misurato insieme ad altri due valori: l’MCHC (concentrazione cellulare media di emoglobina) e l’MCH (contenuto cellulare medio di emoglobina). Questi parametri sono importantissimi per effettuare una diagnosi di anemia e possono essere dosati insieme all’emoglobina, al numero di globuli rossi ed all’RDW (ampiezza della distribuzione degli eritrociti) nell’ambito di un esame emocromocitometrico completo.

 

Preparazione

Il prelievo di sangue venoso si esegue in genere al mattino.

Prima di sottoporsi all’esame, il paziente deve osservare un digiuno di almeno 8 ore.

 

Interpretazione dei Risultati

Il valore di MCV consente di stabilire il tipo di anemia di cui si soffre:

 

# Se il valore di MCV è basso si parla di anemia microcitica, termine che indica che le cellule del sangue hanno una dimensione più piccola rispetto alla normalità.

# Se il valore di MCV è alto si parla di anemia macrocitica, per indicare che i globuli rossi hanno dimensioni maggiori rispetto alla norma.

# Se il valore di MCV è normale e il contenuto medio di emoglobina per cellula è basso, siamo dinanzi a una condizione di anemia che prende il nome di normocitica. Questa è chiamata così poiché il midollo osseo non ha ancora reagito a una variazione di volume delle cellule per sopperire alla mancanza di emoglobina. Tale condizione può manifestarsi in presenza di una riduzione significativa del numero di globuli rossi, a causa di una perdita copiosa di sangue oppure emolisi.

 

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Il valore di MCV ha importanza clinica quando interpretato alla luce di un altro parametro del sangue: l’RDW. Quest’ultimo fornisce informazioni sulla distribuzione dei globuli rossi e permette, tra l’altro, la distinzione tra anemia ipoproliferativa (caratterizzata dalla presenza di reticolociti, cioè eritrociti immaturi) e l’anemia emolitica (dovuta a un aumento della distruzione dei globuli rossi).

 

 

MONOCITI

 

I MONOCITI sono un tipo di globuli bianchi (o leucociti) che svolgono più ruoli nell’ambito delle nostre difese immunitarie. Tra questi compiti spicca la capacità fagocitaria, i cui processi di attivazione non sono solamente implicati nella classica difesa da patogeni (infezioni), ma anche nella regolazione di altre attività fisiologiche (coagulazione) e/o patologiche (aterosclerosi).

 

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I monociti hanno origine nel midollo osseo e viaggiano attraverso il flusso sanguigno verso i tessuti di tutto l’organismo, dove maturano e si differenziano in MACROFAGI. Inoltre, i monociti e i macrofagi stimolano altre cellule del sistema immunitario rilasciando enzimi, proteine del complemento e altri fattori regolatori.

I monociti possono essere valutati con la formula leucocitaria, un esame del sangue che quantifica il numero di globuli bianchi in un millimetro cubo di sangue, esprimendo anche il rapporto quantitativo e percentuale dei vari tipi di leucociti.

 

Cosa sono

I monociti sono degli “spazzini” straordinariamente efficaci, in grado di inglobare e digerire sostanze e microorganismi che potrebbero arrecare danno all’organismo.

I monociti vengono prodotti dal midollo osseo e immessi nel circolo sanguigno, dove rimangono soltanto per qualche ora, prima di migrare nei tessuti in cui è richiesta la loro azione. A questo livello, aumentano di dimensioni, si arricchiscono di lisosomi e si differenziano diventando macrofagi.

Al pari dei granulociti neutrofili, i macrofagi appartengono alla categoria dei fagociti; rispetto a questi ultimi, hanno una maggiore capacità di inglobare e digerire le particelle grandi o pesanti. Macrofagi altamente specializzati sono presenti in vari tessuti, dove assumono nomi particolari, come istiociti (cute), cellule del Kupffer (fegato), osteoclasti (ossa), microglia (cervello) e cellule reticolo-endoteliali (milza).

I monociti si distinguono dagli altri globuli bianchi per le elevate dimensioni e per il nucleo ovale o reniforme.

Nel corso della vita, i macrofagi sono in grado di fagocitare e uccidere per digestione più di 100 batteri; riescono inoltre a rimuovere cellule di dimensioni maggiori (come globuli rossi invecchiati e neutrofili necrotici) e particelle indesiderate, tra cui quelle di carbone ed asbesto.

I macrofagi non sono in grado di riconoscere immediatamente tutte le sostanze estranee, alcune delle quali vengono attaccate soltanto dopo che gli anticorpi si sono legati ad esse, evidenziandone la pericolosità.

I macrofagi fanno parte di una categoria di leucociti detta MHC di classe II (cellule che presentano l’antigene); in pratica, dopo aver digerito gli elementi estranei, ne elaborano dei frammenti molecolari inserendoli sulla propria membrana cellulare. Tali complessi proteici di superficie vengono riconosciuti da particolari globuli bianchi, detti linfociti T helper, che recepiscono il pericolo e aumentano la risposta immunitaria dell’organismo.

 

Funzioni dei monociti – macrofagi

 

# Fagocitosi e uccisione di numerosi agenti patogeni.

# Fagocitosi e rimozione di frammenti cellulari o cellule morte.

# Collaborazione con i linfociti T Helper nel promuovere la risposta immunitaria.

# Sintesi di numerose proteine, tra cui fattori del complemento e della coagulazione, interferone, CSA, transferrina.

 

Perché si Misurano

Il conteggio e l’analisi morfologica dei monociti-macrofagi consente di fare lo screening o la diagnosi di alcune patologie che possono colpire questi tipi di globuli bianchi, come infezioni, infiammazioni o condizioni che ne influenzano la produzione e la sopravvivenza.

La determinazione dei monociti permette, inoltre, di monitorare la progressione di patologie specifiche e di controllare la risposta dell’organismo a vari trattamenti (efficacia, conservata o alterata funzione del midollo osseo, eventuali effetti collaterali di tali terapie ecc.).

 

Valori normali

In condizioni di normalità, i monociti costituiscono l’1-6% delle cellule nucleate del sangue periferico (circa 200-600 monociti per microlitro di sangue).

 

Valori che si dovessero trovare al di fuori del range devono essere considerati anomali e indirizzare il medico verso indagini più approfondite. Queste devono necessariamente portare a stabilire la natura della patologia, allo scopo di intervenire a supporto del sistema immunitario il prima possibile.

 

Monociti Alti – Cause

Per i ridotti tempi di permanenza (circa otto ore), i monociti non sono molto abbondanti nel sangue, dove rappresentano circa l’1-6% di tutti i globuli bianchi. Decisamente più duratura, invece, risulta la permanenza dei macrofagi a livello tissutale, dove possono sopravvivere per mesi o addirittura anni.

L’aumento patologico della concentrazione ematica di monociti viene definito monocitosi e caratterizza una lunga serie di malattie.

 

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Monociti Bassi – Cause

La riduzione del numero di monociti è una condizione abbastanza infrequente; le cause determinanti possono essere infezioni acute, leucemie acute e ridotta funzionalità del midollo osseo (aplasie midollari, farmaci mielotossici ecc.).

Un basso numero di monociti nel sangue (monocitopenia) si può verificare anche per il rilascio nel sangue di tossine da parte di alcuni batteri (endotossinemia), oltre che nei soggetti che effettuano chemioterapia.

 

Come si misurano

Per stabilire il valore dei monociti, è sufficiente sottoporsi a un esame emocromocitometrico (emocromo), completo di formula leucocitaria, Al paziente viene prelevato un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino ed a digiuno.

Il conteggio può essere effettuato automaticamente dai contatori elettronici o mediante l’osservazione al microscopio ottico (striscio di sangue).

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue utile per la valutazione dei monociti o dei macrofagi, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

Il medico di base che prescrive le analisi potrà comunque fornire le informazioni utili al caso.

 

Interpretazione dei Risultati

# Le malattie che possono indurre un incremento o una riduzione dei valori dei monociti sono moltissime. Per questo, nel caso in cui le analisi del sangue restituiscano dei valori anomali di monociti nel sangue, è consigliabile rivolgersi immediatamente al proprio medico; costui è in grado di individuare la possibile causa dell’alterazione e stabilire il percorso terapeutico più corretto.

# L’aumento del numero dei monociti nel sangue (MONOCITOSI) segnala generalmente la presenza di una patologia di natura infettiva in corso.

La presenza di monociti in misura superiore rispetto alla norma si manifesta anche nelle malattie autoimmuni, nelle malattie ematologiche e in alcuni tipi di tumori. La proliferazione dei macrofagi nei tessuti si verifica in risposta alle infezioni, nella sarcoidosi e nell’istiocitosi a cellule di Langerhans.

# Un basso numero di monociti nel sangue (MONOCITOPENIA) si può riscontrare in corso di infezioni acute, leucemie acute e ridotta funzionalità del midollo osseo (aplasie midollari, chemioterapia ecc.).

 

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NEUTROFILI

 

I neutrofili sono i più numerosi globuli bianchi riscontrabili nel sangue circolante. Queste cellule proteggono l’organismo da agenti estranei, soprattutto infettivi, esercitando azioni diverse in difesa dell’organismo. Tali interventi sono concatenati e perfettamente integrati con quelli del sistema monocito-macrofagico e dei linfociti.

Per procedere alla rimozione dei microrganismi patogeni, i neutrofili:

 

# Raggiungono il luogo d’infezione con movimenti attivi (chemiotassi);

# Prendono contatto ed ingeriscono l’agente estraneo (fagocitosi);

# Procedono alla digestione di quanto fagocitato (attività microbicida).

 

Queste attività sono possibili ai neutrofili grazie:

 

# agli enzimi contenuti nei loro granuli primari e secondari,

# alla particolare struttura della membrana citoplasmatica

# alla presenza di recettori per le immunoglobuline G (anticorpi IgG) e per le proteine del complemento.

 

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In condizioni normali, i neutrofili maturi migrano nel flusso ematico, dove rimangono per un tempo piuttosto breve (6-12 ore), in rapporto a varie esigenze dell’organismo (febbre, stress, infezioni ecc.). Trascorso tale periodo, questi globuli bianchi vanno a confinarsi nei tessuti, dove permangono per qualche giorno, prima di morire.

Le alterazioni dei neutrofili possono comportare modificazioni numeriche in eccesso o in difetto e possono essere primitive o acquisite.

 

# Le forme primitive possono risultare da mutazioni genetiche che determinano un difetto nella produzione, distribuzione o funzionalità dei neutrofili.

# Le forme acquisite o secondarie possono essere conseguenti a infezioni, parassitosi, necrosi e danno di tessuti, manifestazioni allergiche ed assunzione di certi farmaci.

 

Cosa sono

I neutrofili sono i globuli bianchi più abbondanti del sangue. La loro principale caratteristica è la forma segmentata del nucleo, costituito da tre – cinque lobi, uniti da sottili ponti di materiale nucleico (vedi figura).

 

Il numero dei lobi aumenta con l’età della cellula: appena immessa nel sangue possiede soltanto due lobi, che possono arrivare a cinque nella vecchiaia. A causa di questa particolare conformazione nucleare, i neutrofili sono detti leucociti polimorfonucleati.

Prodotti nel midollo osseo come tutte le altre cellule ematiche, i neutrofili sono dotati di una notevole attività fagica, che gli permette di inglobare e uccidere da cinque a venti batteri nel corso della vita (che mediamente dura uno o due giorni).

Tale azione, simile a quella dei macrofagi tissutali, si espleta soprattutto a livello ematico; nel caso si presenti la necessità, i neutrofili sono comunque in grado di migrare nei siti extravascolari danneggiati o colpiti da un’infezione.

La digestione degli antigeni cellulari o molecolari avviene tramite il rilascio degli enzimi litici contenuti nei loro granuli. Non è dunque un caso che i principali globuli bianchi in disfacimento riscontrabili nel pus siano proprio i neutrofili.

Oltre a inglobare e digerire microorganismi, detriti e cellule senescenti, infettate o trasformate, i neutrofili rilasciano particolari sostanze chimiche, tra cui pirogeni (responsabili della febbre) e mediatori chimici della risposta infiammatoria.

Gli stessi neutrofili, grazie alla loro spiccata attività ameboide, vengono attratti da una serie di fattori chemotattici nel sito di infiammazione.

 

Perché si Misurano

L’analisi dei neutrofili è parte dell’emocromo con formula leucocitaria, eseguito nell’ambito degli esami di routine per valutare lo stato di salute del paziente.

Il conteggio e l’analisi morfologica dei neutrofili forniscono un supporto nella diagnosi di alcuni tipi di condizioni e patologie, che possono colpire questo tipo di globuli bianchi, come:

 

Infezioni causate da batteri, virus, funghi o parassiti;

Infiammazioni;

– Allergie;

– Neoplasie;

– Condizioni che ne influenzano la produzione e la sopravvivenza (disordini immunitari, malattie autoimmuni, intossicazioni da farmaci o da sostanze chimiche ecc.).

La valutazione dei neutrofili permette, inoltre, di:

 

Monitorare la progressione di patologie specifiche;

Controllare la risposta dell’organismo a vari trattamenti, specie se il protocollo terapeutico (come la radioterapia e la chemioterapia) tende a danneggiare i globuli bianchi e/o compromette la funzione del midollo osseo.

 

Valori normali

In condizioni di normalità, i neutrofili costituiscono il 40-75% delle cellule nucleate del sangue periferico.

Valori che si dovessero trovare al di fuori del range – compreso tra 1.500 e 7.000 per millimetro cubo (mm3) – devono essere considerati anomali.

Nota: i valori di riferimento relativi ai neutrofili possono cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i range riportati direttamente sul referto. Occorre ricordare, inoltre, che i risultati delle analisi devono essere valutati nell’insieme dal medico di base che conosce il quadro anamnestico del proprio paziente.

 

Neutrofili Alti – Cause

Il numero di neutrofili circolanti varia considerevolmente nella popolazione e si attesta intorno alle 4.000 cellule per mm3 di sangue (il range di normalità è compreso tra 1.500 e 7.000 per mm3).

Si parla di NEUTROFILIA quando il numero di neutrofili circolanti supera gli 8-9.000 per mm3; tale condizione si riscontra in una grande varietà di situazioni (vedi tabella).

 

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Neutrofili Bassi – Cause

In presenza di un ridotto numero di neutrofili nel sangue si parla di NEUTROPENIA. La causa può essere una malattia genetica o acquisita, come l’anemia aplastica o alcune infezioni (tifo, paratifo e brucellosi). La neutropenia può anche essere l’effetto collaterale di alcuni farmaci, in particolare dei chemioterapici antitumorali.

In generale, il problema può essere a monte (ridotta o alterata sintesi a livello del midollo osseo) o a valle (aumentata degenerazione).

Quando i neutrofili sono bassi, l’organismo è più suscettibile alle infezioni, in particolare a quelle batteriche.

Leucopenia e granulocitopenia sono spesso usati come sinonimi di neutropenia, ma a rigore non sono proprio equivalenti. Leucopenia significa infatti diminuzione dei globuli bianchi e come tale può essere dovuta anche a deficit di altri tipi di leucociti, in particolare dei linfociti; i granulociti, invece, comprendono – oltre ai neutrofili – anche eosinofili e basofili, anche se il loro contributo alla conta totale è modesto.

 

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Come si misurano

Per stabilire il valore dei neutrofili, è sufficiente sottoporsi a un esame emocromocitometrico (emocromo), completo di formula leucocitaria. Al paziente viene prelevato, quindi, un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino e a digiuno.

Il conteggio può essere effettuato automaticamente dai contatori elettronici o mediante l’osservazione al microscopio ottico (striscio di sangue).

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue utile per la valutazione dei neutrofili, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore. Il medico di base che prescrive le analisi potrà comunque fornire le informazioni utili al caso.

 

Interpretazione dei Risultati

# La neutrofilia è la forma più frequente di leucocitosi. L’aumento del numero dei neutrofili circolanti può dipendere da alterazioni primitive (causate da mutazioni genetiche, come nel caso, ad esempio, delle patologie mieloproliferative) e secondarie. Le principali cause acquisite di neutrofilia sono rappresentate dalle infezioni batteriche. Un valore alto dei neutrofili si può riscontrare anche in corso di necrosi e danno tissutale (ustioni, traumi ecc.), intossicazioni e post-interventi chirurgici.

# La neutropenia può dipendere da molteplici cause, quali, ad esempio, malattie del sangue, carenze vitaminiche, esposizione ad agenti tossici, uso di alcuni farmaci e reazioni immunitarie. Esistono anche forme a carattere familiare (associate ad alterazioni genetiche) e idiopatiche (di cui non si conosce la causa).

 

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PDW

 

PDW è l’acronimo di Platelet Distribution Width, italianizzabile in “ampiezza di distribuzione piastrinica“. Questo parametro di laboratorio esprime il grado di variabilità delle dimensioni piastriniche; di conseguenza, alti valori di PDW indicano una grossa discrepanza tra i volumi di queste “cellule”, mentre quando PDW è basso significa che le piastrine hanno dimensioni uniformi.

Considerato questo suo significato clinico, PDW è noto come indice di anisocitosi piastrinica; l’anisocitosi, infatti, si riferisce alla presenza nel sangue di globuli rossi di diversa dimensione.

 

Alti valori di PDW si registrano nelle sindromi mieloproliferative, ma anche in presenza di anemia megaloblastica e anemia refrattaria. Questo perché la trombopoiesi, cioè la sintesi di nuove piastrine, è associata alla produzione di piastrine giovani, caratterizzate da un volume medio aumentato (> MPV) rispetto a quelle anziane.

Il significato clinico del PDW dev’essere necessariamente valutato insieme agli altri indici piastrinici, come il numero totale (PLT), il volume medio (MPV) e la concentrazione ematica delle piastrine (PCT).

I valori di PDW possono essere considerati un indice di attivazione piastrinica, dato che il volume delle piastrine tende ad aumentare per l’emissione di pseudopodi durante l’attivazione dei processi di coagulazione.

 

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Cos’è

Le piastrine (o trombociti) sono piccoli elementi del sangue, con forma discoidale e diametro compreso tra i 2 e i 3 µm, fondamentali per la normale coagulazione.

Le piastrine sono prodotte dal midollo osseo e vengono rilasciate nel circolo sanguigno; qui, sopravvivono in circolo circa 8-10 giorni, pertanto il midollo osseo deve produrre continuamente nuovi elementi per rimpiazzare quelli degradati, consumati e/o persi durante il sanguinamento.

L’ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) è un parametro che indica quanto le piastrine siano uniformi nella grandezza. Di solito, le cellule più grandi sono relativamente giovani e più recentemente rilasciate dal midollo osseo, mentre quelle piccole possono essere più vecchie e rimanere in circolo ancora per pochi giorni.

 

Quando i valori di PDW sono alti, significa che c’è una grossa differenza tra i volumi delle piastrine, mentre, quando il PDW è basso, significa che le piastrine hanno dimensioni uniformi.

 

Perché si Misura

Nelle analisi del sangue, l’indice PDW corrisponde al grado di variabilità della dimensione delle piastrine. In altre parole, il parametro esprime l’uniformità o la discrepanza nella grandezza di queste cellule.

PDW può essere riportato con l’emocromo e viene considerato dal medico per ottenere informazioni addizionali circa le piastrine e/o la causa di una conta bassa o alta.

L’ampiezza della distribuzione delle piastrine (PDW) contribuisce a diagnosticare e/o monitorare patologie in cui queste cellule ematologiche non sono uniformi nella grandezza, come disordini dell’emostasi e sindromi mieloproliferative.

 

Esami associati

La misura dell’indice PDW dev’essere effettuata insieme a conta, volume medio (MPV), uno o più test di funzionalità piastrinica e/o ad altre analisi per la valutazione della coagulazione, come PT (Tempo di protrombina) e PTT (Tempo di Tromboplastina Parziale). Ad esempio, un alto numero di piastrine di grandi dimensioni in una persona con una piastrinopenia suggerisce che il midollo osseo sta producendo queste cellule e le rilascia in circolo molto rapidamente.

 

Valori normali

Un PDW normale indica che le piastrine sono tutte più o meno grandi uguali.

L’intervallo di riferimento varia da 9 a 14 fl (femtolitro, ossia un milionesimo di miliardesimo di litro).

Tuttavia, occorre sempre considerare che questo range può cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso nel laboratorio analisi. Per questo motivo, è preferibile consultare i valori associati a normalità riportati direttamente sul referto.

 

PDW  – Alto – Cause

 

Un alto PDW indica che le piastrine sono abbastanza difformi tra loro. Ciò può segnalare la presenza di una patologia che coinvolge queste cellule del sangue.

Alti valori di PDW possono dipendere, ad esempio, da:

 

– Sindromi mieloproliferative;

– Anemia megaloblastica;

– Anemia refrattaria

 

PDW  Basso – Cause

Quando il PDW è basso, significa che le piastrine hanno dimensioni uniformi. Ridotti valori non sono associati, quindi, a problemi di tipo medico e/o a conseguenze patologiche.

 

Come si misura

L’ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) è un calcolo effettuato da uno strumento automatizzato per l’analisi emocitometrica. Al paziente viene prelevato un campione di sangue da una vena del braccio, in genere al mattino e a digiuno, che verrà poi analizzato dallo strumento.

In alcune patologie, le piastrine possono ammassarsi tra loro e apparire falsamente basse nel numero e/o di elevata grandezza, perciò è necessario uno striscio di sangue per esaminare direttamente le piastrine al microscopio.

 

Preparazione

Per sottoposi al prelievo di sangue, è necessario astenersi da cibi e bevande per almeno 8-10 ore.

 

Interpretazione dei Risultati

L’ampiezza di distribuzione dei volumi piastrinici (PDW) indica la variazione della grandezza delle piastrine.

 

# Un PDW normale indica che le piastrine sono tutte più o meno grandi uguali;

# Un PDW basso è correlato all’elevata uniformità della grandezza delle piastrine;

# Un PDW alto segnala una certa discrepanza delle dimensioni delle piastrine

 

Spesso, risultati anomali richiedono ulteriori accertamenti.

Il PDW è un parametro particolarmente utile  per distinguere tra la trombocitosi reattiva e quella associata a un disturbo mieloproliferativo.

Una replica a “IL SANGUE – 2”

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