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Data 6 settembre 2017

IL DOLORE OSTEOARTICOLARE – 1

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           IL DOLORE OSTEOARTICOLARE – 1

 

DOLORE

Il dolore rappresenta il più comune segnale di alterata omeostasi: esso ci informa del rischio e si manifesta come risposta a un evento acuto, di cui è facile riconoscere la causa, o come espressione di una patologia profonda , spesso difficile da individuare nelle sue origini.

Come si misura il dolore: Scala VAS, Scala VDS, Scala NRS, Scala di Wong Baker HFPRS, Scala VNS, Scala VRS

 

 

Il sistema algico

 

Nel sistema algico si possono riconoscere quattro grandi fasi:

ricezione: riconosce stimoli lesivi o poten zialmente tali, dett i nocicettivi;

trasmissione: conduce gli impulsi nocicettivi dal recettore al cervello;

modu lazione: riduce o annu lla la poten za degli stimoli nocicettivi;

percezione: consiste nella presa di coscienza dello stimolo nocicettivo.

La terap ia del dolore pu ò essere diretta a modu lare una o più di queste fasi. A titolo di esempio: la ricezione può essere modu lata dall’acido acetilsalicilico o dai FA NS; la trasmissione dagli analgesici loco-regionali; la modu lazione dagli oppiacei e dagli analgesici centrali tipo  tramadolo; la percezione dagli psicofarmaci e dagli anticonvulsivanti.

 

 

Ricezione

Il nocicettore (da noxa e recettore) costituisce la term inazione istologica distale della fibra sensoriale primaria che ha la sua cellula di origine nel ganglio spinale.

Caratteristica comune dei nocicettori è l’elevato livello di soglia, logico finalisticamente , dato  che essi devono segnalare solo stimoli di poten za sufficiente a nuocere. I nocicettor i, oltre che  nell’intero manto cutaneo , sono presenti praticamente in ogni organo.

I nocicettor i si suddividono , a seconda dello stimolo in grado di eccitarli, in meccanocettori   (eccitabili solo da stimoli meccanici, appartenenti alle fibre A-delta) e in recettori polimodali (eccitabili da stimoli di varia origine e natura , appartenenti alle fibre C).

Non sempre lo stimolo algico origina dal nocicettore ; nel dolore da deafferenta zione, oppure nella nevralgia posterpet ica, può originare da focolai di lesione e irritazione che si formano all’interno dello stesso sistema nervoso deputato alla nocicezione.

 

 

Trasmissione

La trasmissione avviene lungo fibre nervose di piccolo calibro (C e delta). Il neurone primario afferente è costituito da fibre che si dipartono da cellule del ganglio spinale. Uscendo dal ganglio,  le fibre si suddividono in: a) un ramo efferente , che si porta alla periferia, sfioccando si nel  nocicettore ; b) un ramo afferente , che penetra nel midollo spinale posteriore (ma anche an teriore) , sfioccando si nelle varie lamine di Rexed. L’assone afferente primario riceve l’impulso dal  nocicettore e lo condu ce centr ipetamente (onda di depo larizzazione) a varia velocità (da 1 a 10  metri al secondo) fino al midollo spinale (corno posteriore) .

I fasci di fibre che conducono l’informa zione nocicettiva dal midollo spinale al talamo sono dett i fasci spino-talamici, il più importante dei quali è rappresentato dal gruppo di fibre che si portano controlateralmente e salgono verso la stazione talamica.

Dopo un tragitto ascendente , più o meno lungo, le fibre si suddividono in due fasci: uno mediale, paleospinotalamico, e uno più laterale, neospinotalamico. I prefissi paleo- e neo- si  riferiscono alla diversa comparsa nei mamm iferi durante il periodo evolutivo.

La via neospinotalamica raggiunge il talamo e proietta essenzialmente sui nuclei intra laminari e posteriori o sul nucleo ventro-postero-laterale e, in via secondaria, sui nuclei posteriori e intra laminari. La via paleospinotalamica, invece, proietta quasi unicamente sui nuclei intralaminari.

“Il talamo deve essere considerato come una entità costituita da un certo numero di parti funzionalmente dissimili, anche se non sono sempre noti  con precisione il loro ruolo funzionale e i loro collegamenti” .

 

 Modulazione

La difesa dal dolore comprende tutto un insieme di reazioni neuronali, motorie, vegetat ive, e di espressione neuro chimica aventi l’obiettivo di proteggere l’individuo dal danno fisico e psicologico del dolore. Infatti, per un eccesso di dolore si può impazzire o addirittura morire, e la tortura ne rappresenta un tragico esempio. La prima reazione allo stimolo doloroso è la reazione motoria di fuga, che ha lo scopo di allontanare la zona colpita dallo stimolo algico.

Nel 1965 Ronald Melzack e Patr ick Wall descrissero l’esistenza, a livello del corno posteriore del midollo spinale, di un circuito locale che opera riduzione di potenza degli stimoli nocicettivi che pervengono dalla periferia. A esso venne assegnato il suggestivo e indicativo nome di ‘teoria del cancello’ o anche, in riferimento alla funzione di controllo, di ‘modulazione all’ingresso’. Il mec- canismo spinale di controllo del dolore è metamerico e si estende per tutta la lunghezza del midollo spinale: dal midollo cervicale (terr itorio del trigemino) fino al midollo sacrale.

 

Percezione

La percezione è la fase più complessa, meno nota e, a tutt’oggi, meno esplorata . Grand i possibilità di ricerca sono state aperte dall’impiego delle tecniche di immagine mediante PET, SPECT e RM. La percezione è il risultato dell’integrazione delle afferenze nocicettive talamiche nelle aree cerebrali della sensibilità, della cognizione, dell’emotività. Il dolore è quindi un fenomeno mentale complesso evocato dalla nocicezione: compare quando il soggetto prende coscienza di un evento noci- cettivo, cioè quando l’informazione nocicettiva talamica accede ai circuiti cerebrali della coscienza: sensazione, cognizione, emozione; viceversa il dolore non compare quando l’informazione nocicettiva non può essere integrata nei circuiti della coscienza.

L’intensità del dolore è modulata, anche in modo considerevole, da fattori psicologici, socioculturali,   religiosi, etnici, antropologici.

Distraendo l’attenzione dall’evento nocicettivo, si verifica aumento della soglia algica fino ad arrivare a situazioni di ipoalgesia o di analgesia. Un classico esempio è il soldato in battaglia che non percepisce dolore dalle ferite. Questi eventi si raggruppano sotto il termine di ‘analgesia da stress’ (stress induced analgesia), considerando come stressante l’evento che imped isce il passaggio da nocicezione a dolore.

Suggestionando il soggetto , come avviene con il placebo (suggestione terapeutica), si può ottenere in una elevata percentuale di soggetti analgesia completa. Con il placebo si crea una condizione per cui i circuiti della coscienza (sensibilità, cognitività e affettività) ‘rifiutano ’ l’informazione nocicettiva talamica e non si ha dolore. A questo proposito si ricorda la comprovata efficacia anta lgica dell’ipnosi, la più importante tecnica di induzione suggestiva.

Concentrando l’attenzione sul focolaio algogeno (come avviene di notte , quando vengono a mancare tutte le distrazioni del giorno e si resta soli con il proprio dolore), si giunge invece ad abbassamento della soglia per cui l’individuo si trova in condizioni di ipersensibilità al dolore.

 

Il dolore psicogeno o somatoforme

È noto che emozioni impro vvise e violente possono scatenare nevralgie e cefalee. In soggetti che presentino disturb i nevrotici e della personalità (stati ansiosi, personalità nevrotiche, intro versione) o affetti da patologie psichiatriche (depre ssione, psicosi, stati delirant i) possono compar ire dolori cronici inten si genera lizzati alla muscolatura o alla faccia, senza che sia evidenziabile alcuna causa fisica che possa essere ritenuta responsabile. Per la conferma diagnostica possono essere somministrati al paziente test psicometrici quali il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI) o altri. Ogniqualvolta un paziente presenta dolori intrattabili con gli analgesici e il dolore resiste anche alla morfina, è doveroso orientarsi sul dolore psicogeno e procedere a tutt i gli accertament i diagnostici: test psicometr ici e imaging dell’attività corticale (P ET, SPECT e RM).

 

 

Via del dolore

 

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DOLORE OSTEOARTICOLARE

Il dolore di cui parleremo riguarda le seguenti patologie:

 

– cervicalgia

– cervicobrachialgia

– dorsalgia

– lombalgia

– lombosciatalgia

– sacrococcigodinia

– metatarsalgia

– pubalgia

– articolazioni zigoapofisarie

– ernie,degenerazioni discali

– spondilosi

– listesi

– artrosi del ginocchio

– artrosi dell’anca

– artrosi della spalla

– osteoporosi

– periartrite scapolo omerale

– dolore miofasciale

– fascite plantare

– sindrome del tunnel carpale

– epicondilite

-epitrocleite

– artrite reumatoide

– mialgie

– contratture muscolari

– borsiti

– stiloidite radiale e ulnare

– distorsione legamentosa

– contusione

– dolore radicolare

 

 

 

 

CERVICALGIA – CERVICOBRACHIALGIA

Il termine cervicalgia definisce un generico dolore al collo che si protrae per un periodo di tempo variabile (mesi/anni). Si tratta di un disturbo muscolo-scheletrico estremamente diffuso tra la popolazione.

 

CAUSE

sedentarietà,

 colpi di freddo,

 postura scorretta,

 colpi di frusta,

 ernie cervicali,

 ipercifosi dorsale,

 iperlordosi lombare,

 osteofiti,

 spondilosi,

 sport di potenza (Bodybuilding),

 contrattura dei muscoli cervicali e delle spalle,

 lesioni traumatiche pregresse,

materasso troppo morbido,

 cuscino non adeguato,

 posizione scorretta durante la guida,

stress,

scoliosi

 

Artrosi cervicale o cervicartrosi o spondilosi cervicale

– è una patologia degenerativa del rachide cervicale e dei dischi intervertebrali

– inizia verso i 50-60 anni

deformazioni ipertrofiche delle vertebrecervicali

restringimento del canale midollare

compressione dei nervi

riduzione della motilità della colonna

dolore locale

perdita della cartilagine

usura dell’osso

– processi di ossificazioni

osteofiti anche detti becchi o speroni

diminuzione del diametro dei forami vertebrali

– sindrome compressiva con radicolite

mielopatia spondilitica per stenosi del canale spinale

– moderata tetraparesi

ipostenia

deficit sensitivi (parestesie ,dolori) da lievi a gravi

 

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Uncoartrosi

Osteofiti, sono calcificazioni sulla cartilagine che creano dei veri becchi,chiamati appunto Becchi osteofitari

 

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Inversione della curva fisiologica cervicale

La colonna Vertebrale presenta delle curve fisiologiche (Normali), il cui scopo è quello di funzionare come una molla, e ammortizzare i traumatismi verticali. A causa di problematiche posturali, incidenti, colpi di frusta, ecc, può verificarsi che la contrattura muscolare determini un raddrizzamento della curva lordotica cervicale, con conseguenza di malfunzionamento dell’intera colonna vertebrale.

 

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Riduzione dello spazio intersomatico

Come già accennato nella breve analisi sopra descritta, è presente un disco intervertebrale tra ogni vertebra della colonna. Tale spazio, in una colonna sana è più o meno uguale per ogni segmento preso in esame. In una colonna con dei problemi, capita di vedere uno spazio diminuito (nelle lastre i tessuti molli non si vedono), e presumibilmente in quel tratto, ci sarà un problema, di natura discale. Di solito si richiede l’affiancamento dell’esame rx con una risonanza per studiare meglio il comportamento del disco ed eventualmente i suoi rapporti con le strutture adiacenti come il midollo o le radici nervose, che possono essere compresse e dare vita a sintomatologia neurologica quale cervicobrachialgia.

 

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Compressione di una radice nervosa

 

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Quando operare? Intervento chirurgico per la cervicobrachialgia

 

Nei casi più gravi, che fortunatamente non capitano quasi mai, se la cervicobrachialgia non passa dopo alcuni mesi si può considerare l’operazione chirurgica.

Il neurochirurgo è lo specialista che esegue l’intervento chirurgico.

Esistono tre tecniche diverse, la più recente consiste nell’inserire un disco artificiale (protesi cervicale di Bryan) ed ha il vantaggio di non ridurre la mobilità del collo.

Un’altra opzione è la microdiscectomia in cui si rimuove la parte di disco erniata, possibile solo se il disco non è degenerato.

Si può eseguire anche l’unione delle vertebre, questo tipo di operazione però ha conseguenze importanti, infatti la colonna vertebrale cervicale perde parte della sua mobilità.

 

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1) Cervico-brachialgia

 

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Esercizi per il dolore cervicale

 

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LA SINDROME VERTIGINOSA

 

= artrosi cervicale

i becchi osteofitici dei corpi vertebrali cervicali possono comprimere l’a.vertebrale nel suo decorso entro i fori trasversi da C6 a C2 ,specialmente in determinate posizioni del collo.

 

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Insufficienza vertebro – basilare

 

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– le CAROTIDI irrorano circa 2/3 del CERVELLO

– le ARTERIE  VERTEBRALI CIRCA 1/3 POSTERIORE

 

Quando manca questo apporto posteriore si instaura una INSUFFICIENZA VERTEBRO-BASILARE.

Le cause possono essere lesioni intrinseche arteriosclerotiche delle carotidi o delle vertebrali o anche lesioni estrinseche di tali arterie, cioè una compressione dall’esterno.

La diagnosi non è semplice perchè il quadro dell’insufficienza posteriore è un quadro che va molto spesso in mano a vari specialisti: internista,otorino,neurologo.

In seguito ad un colpo di frusta cervicale si possono bloccare le vertebre del tratto alto della colonna .

I tubi rossi sono delle ARTERIE VERTEBRALI   che passano attraverso i FORAMI DI CONIUGAZIONE,i quali fanno passare del sangue arterioso  che va a confluire in un SIFONE importantissimo e cioè nel SIFONE DELL’ARTERIA BASILARE che raccoglie ben il 40% del sangue che andrà all’ENCEFALO.

 

Ebbene se c’è un blocco della cervicale,un trauma o un colpo di frusta,un osteofita ,possono determinare uno spostamento di queste vertebre o una sublussazione e quindi rallentare il flusso per compressione dell’arteria.

Allora arriverà meno sangue all’encefalo e si può determinare una diminuita perfusione dell’ARTERIA AURICOLARE INTERNA,con acufeni,ronzii auricolari,vertigini,mosche nel campo visivo,tutto ciò determina la SINDROME VERTEBRO-BASILARE.

 

Quando ci sottoponiamo ad una RISONANZA bisogna richiedere non solo il tratto LOMBARE,ma anche quello DORSALE e CERVICALE,perchè la colonna vertebrale è un tutt’uno funzionale.

 

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L’interessamento del TRATTO CERVICALE potrebbe determinare: dolore,formicolio alla punta delle dita,perchè quando si bloccano le vertebre cervicali  i fili giallastri che si vedono e che rappresentano i nervi sensitivi e motori,portano la sensibilità ed il movimento agli arti superiori e se vengono compressi,il primo sintomo è il formicolio alle dita .

 

Inoltre occorre stare attenti alle diagnosi un po’ troppo facili di “sindrome del tunnel carpale”,cioè quel dolore lacerante,acuto che compare nel polso e che spesso viene affrontato da alcuni chirurghi con la proposta di un intervento locale per decomprimere il nervo nel canale attraverso il quale transita.

 

Ebbene,quando questa sintomatologia è bilaterale,bisogna sempre studiare il tratto cervicale,possibilmente anche con una elettromiografia per studiare l’impulso nervoso e la sua velocità di trasmissione e quindi non si deve passare subito alla terapia chirurgica del tunnel carpale,ma è fondamentale valutare prima il TRATTO CERVICALE.

 

ARTERIE VERTEBRALI

 

Le arterie VERTEBRALI ,a differenza delle carotidi,passano all’interno dei FORAMI VERTEBRALI  CERVICALI di coniugazione fino alle terza vertebra,a questo punto effettuano una curva a livello di 2° vertebra cervicale (EPISTROFEO)  e 1° vertebra cervicale (ATLANTE) per riunirsi attraverso il forame occipitale alla controlaterale .

 

In questa porzione al di fuori dei forami,l’arteria è ricoperta dai muscoli propri della nuca,muscoli di tipo tonico posturale,che hanno lo scopo di inibire i muscoli cefalogiri (deputati alla rotazione della testa).

Sono pertanto dei muscoli fisiologicamente preposti alla protezione dell’arteria VERTEBRALE ed a garantirne la portata in tutti i movimenti che richiederebbero di lederla nelle curve che precedono la sua entrata nel FORAME OCCIPITALE.

Un blocco della escursione articolare di C1 o di C2 comporta una contrattura di questi muscoli con DEFICIT VASCOLARE.

La ROTAZIONE DEL CAPO inoltre varia il flusso delle due VERTEBRALI ,per cui la vertebrale che rimane dalla parte della  TORSIONE conduce più dell’altra,per cui vi è una variazione anche dal punto di vista emodinamico e se vi è una compressione muscolare il deficit si accentua.

 

LABIRINTO

 

– Il LABIRINTO è irrorato esclusivamente dal sistema VERTEBRO-BASILARE  senza alcuna possibilità di un circolo collaterale ed è caratterizzato da un altissimo metabolismo,superiore fino a 5 volte rispetto ad altre strutture cerebrali ed ha delle connessioni  estremamente importanti e numerose con tutte le strutture cerebrali  posteriori (cervelletto,tronco ecc.) anch’esse irrorate dal sistema vertebro-basilare; tutte queste strutture possono essere facilmente colpite da ipossie transitorie.

 

–  si ipotizza che un deficit cronico su base vascolare a carico del labirinto posteriore possa facilitare il distacco otolitico e la comparsa di una vera vertigine parossistica.

 

– La vertigine da Insufficienza vertebro-basilare è caratterizzata da un esordio brusco e da una brusca risoluzione, da una durata abbastanza breve, vertigine rotatoria ricorrente della durata di qualche minuto, in genere senza che residuino esiti neurologici, a meno che non vi sia un vero ictus labirintico o di qualche altra struttura.

 

– I pazienti con insufficienza vertebro basilare non descrivono mai delle vertigini identiche  ma con caratteristiche sempre diverse.

 

 

POSIZIONE  DELL’ATLANTE

 

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A volte l’atlante può perdere il suo allineamento rispetto al cranio o facendo uno spostamento in senso laterale oppure facendo una leggera rotazione sul proprio asse.

 

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Questo disallineamento può essere causato da varie situazioni,come:

 

– colpi di frusta

– incidenti d’auto

– cadute da bambino che magari erano passate inosservate

– traumi sportivi o sul lavoro

– parto difficile

 

Una volta perduta la posizione corretta,i muscoli sub-occipitali si induriscono in questa posizione,unito al fatto che i legamenti che uniscono l’atlante al cranio sono estremamente rigidi e la vertebra rimane disallineata in modo permanente.

Questo disallineamento col tempo può innescare tutta una serie di disturbi a catena.

 

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A lato delle vertebre passa l’arteria vertebrale che si inserisce nel foro dell’atlante e gli gira intorno prima di entrare nella parte posteriore del cranio.

 

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Subito davanti all’atlante passa un’altra arteria molto importante: la carotide interna che entra nel cranio attraverso il forame giugulare.

 

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Una leggera rotazione dell’atlante può causare uno stiramento eccessivo della arteria vertebrale con conseguente riduzione del flusso sanguigno del cervelletto.

 

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Un leggero spostamento in avanti può invece provocare la compressione della carotide,causando un rallentamento del flusso sanguigno verso il cervello.

 

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Oltre alla circolazione del sangue,anche il sistema nervoso  paga le conseguenze del disallineamento dell’atlante.

Subito davanti all’atlante passa il NERVO VAGO,uno dei nervi più importanti del sistema nervoso autonomo, che è responsabile di molte funzioni del nostro organismo.

 

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Se l’atlante premesse sul nervo vago,potrebbe causare una moltitudine di disturbi fra i quali:

 

– vertigini

– giramenti di testa

– perdita di equilibrio

– sbandamenti

– svenimenti improvvisi

 

– nausea

– acidità di stomaco

– rossori in viso

– tachicardia

– dolore e rigidità del collo

– mal di testa

– pallore

– sudorazione fredda

– salivazione ridotta

– vomito

 

Spesso la conseguenza di tali sintomi è il collasso,durante questa fase la pressione sanguigna scende di colpo,il collasso dura in media 2-3 minuti. La pressione sanguigna può essere ripristinata facendo distendere l’ individuo  con le gambe leggermente alzate e la testa alla stessa altezza  del corpo o leggermente più bassa.

 

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 CHIRURGIA della colonna

 

Decompressione midollare per mielopatia cervicale

Cos’è e a cosa serve

La decompressione cervicale per via posteriore serve ad allargare il canale vertebrale, che accoglie e protegge il midollo. Si deve eseguire quando questo canale, per fenomeni artrosici, si è ridotto di diametro e causa compressione e danno sul midollo spinale (mielopatia).

Esistono diverse tecniche per ottenere il risultato. La più antica ed usata è la laminectomia, cioè l’asportazione completa della lamina. Una sua evoluzione si ebbe negli anni ottanta, con l’avvento delle tecniche di “laminoplastica open door”. In questo caso non si asporta osso, ma lo si spezza e lo si piega per ottenere piu spazio. La tecnica più  usata è principalemente la emilaminectomia monolaterale con decompressione sottospinosa bilaterale, che non danneggia gran parte delle strutture articolari delle vertebre cervicali.

 

Cosa si fa durante l’intervento

L’intervento viene condotto sempre in anestesia generale. Attraverso un’incisione lineare, eseguita nella porzione posteriore del collo, si raggiungono le vertebre. Si procede quindi a creare una fenestrazione ed un assottigliamento dell’osso, mediante delle microfrese, sino a quando il midollo non ottiene lo spazio necessario.

 

I tempi: intervento, in ospedale, a casa

L’intervento ha una durata variabile dai sessanta ai centoventi minuti. Il post-operatorio è gravato da un dolore abbastanza intenso, per cui il paziente rimane ricoverato tre o quattro giorni per la gestione del dolore. La persona operata si alza il giorno dopo l’intervento portando un collarino cervicale morbido, che dovrà indossare per un paio di settimane. I sintomi che erano presenti prima dell’intervento, soprattutto i disturbi nel camminare, sono di solito presenti anche nell’immediato post-operatorio, e migliorano dopo qualche settimana. L’intervento blocca l’avanzata della malattia, cioè la progressiva paralisi verso la quale il paziente sta andando, ma non tutti i disturbi migliorano.

 

Rischio della procedura e tasso di successo

E’ una procedura a medio-alto rischio di complicanze, legate all’età media del paziente che spesso è elevata e alla delicatezza del midollo spinale che viene decompresso. Si può avere, dopo l’intervento, una paralisi al sollevamento del braccio (3%), sostenuta da uno stiramento di un nervo. Più raro, ma temibile, è un danno al midollo che porta a paresi piu o meno marcata, con un tasso di 0,7%.

 

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Foraminotomia cervicale posteriore per radicolopatia

 

Cos’è e a cosa serve

E’ un intervento eseguito per curare la brachialgia da stenosi cervicale, quando questa non comprime il midollo, ma solo uno o due nervi diretti al braccio. I sintomi del paziente non saranno quindi una paresi agli arti inferiori quanto un dolore brachiale. Viene eseguita in alternativa alla discectomia cervicale per via anteriore, in situazioni particolari.

 

Cosa si fa durante l’intervento

L’obiettivo dell’intervento è decomprimere la radice di un nervo cervicale, compressa o da un’ernia cervicale o da un restringimento artrosico del forame (tunnel osseo all’interno del quale la radice passa).

La tecnica prevede l’utilizzo del microscopio chirurgico, per limitare le possibilità di danno alle strutture neurologiche.

Si esegue mediante una incisione cutanea posteriore, a livello del collo, di solito di quattro-sei centimetri.

 

Anestesia

L’anestesia è sempre generale.

 

I tempi: intervento, decorso e convalescenza

La durata dell’intervento è di solito tra i sessanta e i novanta minuti. Il giorno dopo il paziente è alzato e gli viene fatto indossare un collarino cervicale. Viene dimesso due giorni dopo l’intervento. La convalescenza è di un mese

 

Rischi della procedura e tasso di successo

Il tasso di successo è intorno al 90%. Subito dopo l’intervento il paziente non accusa più il dolore brachiale. Permangono delle parestesie, che scompaiono dopo due-tre settimane. Se erano presenti deficit di forza, questi migliorano dopo circa un mese.

La procedura viene considerata a rischio medio-basso. Il rischio principale (3%) è rappresentato da un deficit neurologico al nervo che si vuole andare a liberare.

 

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Discectomia cervicale anteriore

 

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ERNIA DEL DISCO CERVICALE

 

– è una patologia relativamente frequente,specialmente in alcune fasce di età e può essere molto disabilitante,

– molte ernie del disco rispondono bene a trattamenti non chirurgici,ma alcune necessitano del trattamento chirurgico quando fanno dei danni neurologici importanti

– una volta si sostituiva l’ernia del disco,dopo la rimozione con un trapianto osseo che bloccava quindi le due vertebre vicine, oppure lo spazio discale veniva lasciato completamente libero cosa che prima o poi portava ad un collasso dello spazio stesso,

 

– da non molto tempo c’è la disponibilità di applicare al posto del disco rimosso, delle protesi, allo scopo di ottenere anche il ripristino della funzione,che consente un movimento normale nello spazio operato

– la tecnica di impianto della protesi è una tecnica miniinvasiva  perchè le incisioni sono veramente limitate.

– possiamo vedere rappresentato in uno schema il punto di ingresso più comunemente usato,in questo caso l’ernia viene asportata partendo dal davanti,

 

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– una volta incisa la pelle e divaricati i muscoli sottostanti,si arriva a visualizzare la colonna vertebrale con i dischi separatori,nell’immagine sono rappresentati i divaricatori che servono per lavorare al meglio

 

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– in questa immagine chirurgica possiamo vedere in fondo il bianco del colore del disco, questa parte del disco non è quella che sporge verso il midollo,ma quella che sporge dalla parte anteriore,

– prima di essere asportato il disco deve essere isolato rispetto all’osso della vertebra,cosa che facciamo tramite il bisturi

– una volta isolato il disco deve essere asportato con delle apposite pinze e ciò può avvenire o in frammenti,o a volte anche in un blocco unico,

– il disco viene rimosso fino in profondità dove si trova il midollo e le radici nervose compresse dal disco stesso,per cui la rimozione del disco ha l’effetto di decomprimere il midollo e le radici nervose,

– una volta tolto il disco,si presenta davanti una cavità,delimitata dalla vertebra sopra e sottostante,

 

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– una volta l’intervento poteva anche finire qui,ma successivamente si poteva avere il collasso dei corpi vertebrali,

– adesso invece mettiamo nello spazio vuoto una protesi,

 

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– questo primo strumento serve a posizionare  la protesi al centro del disco, affinchè possa funzionare correttamente,

– tutte le sequenze dell’intervento vengono monitorate con delle immagini radiografiche,

 

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– vediamo che lo strumento è posizionato correttamente fra le due vertebre,questo strumento serve anche a darci un’idea sulle dimensioni della protesi da applicare e sulla sua profondità,

– successivamente usiamo altri strumenti che hanno tutti lo scopo di posizionare la protesi al centro del disco,

 

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– la protesi dovrà essere posizionata in maniera millimetrica nella sua sede,

– alla fine si ha una conservazione del movimento che è una cosa importantissima,già pochi giorni dopo l’intervento chirurgico,il paziente può cominciara a muovere il collo,diversamente da altre tecniche dove invece è necessario portare un collare per alcune settimane a tutela della parte operata,

– dopo pochi giorni sono possibili tutti i movimenti del collo in tutte le direzioni,il movimento è completo,senza dolore,

– purtroppo ci sono ancora alcuni aspetti che devono essere definiti in maniera più precisa,come ad esempio la durata nel tempo,in queste protesi non c’è un’esperienza di decine di anni come su altre protesi,quindi al momento risposte definitive non ne possiamo dare,comunque ad oggi, grossi problemi di usura di queste protesi non ce ne sono stati, per cui si può fare una previsione di lunga durata nel tempo.

6 Risposte a “IL DOLORE OSTEOARTICOLARE – 1”

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