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Data 7 febbraio 2020

GRAMMATICA ITALIANA – 16

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Errori grammaticali più comuni

 

LETTERA A

 

–  preposizione, quando è usata come prefisso per comporre parole, richiede il raddoppiamento della consonante: esempio a-lato, allato; a-canto, accanto; a-torno, attorno; a-fondo, affondo; a-dosso, addosso; a-posizione, apposizione, ecc.

 

– Nelle locuzioni avverbiali  a mano a mano, a poco a poco, a passo a passo, a corpo a corpo, a spalla a spalla, a tre a tre, a goccia a goccia e simili, la preposizione a deve essere ripetuta per ogni parola; non è raro, però, incontrare locuzioni con una sola a, secondo l’uso francese: gomito a gomito, faccia a faccia, poco a poco, uno a uno, mano a mano, ecc.

 

– Altre espressioni entrate ormai nell’uso sono: spaghetti al sugo, uova al burro, bistecca ai ferri o alla gratella, gelato alla crema, che rientrano nel complemento di mezzo; perciò si dovrebbe dire più correttamente: spaghetti col sugo, uova col burro, bistecca sui ferri o sulla gratella, gelato di crema.

 

– Altri modi errati sono: a mezzo di (è più corretto dire: per mezzo di), a nome di (in nome di), a nome Giulio (di nome Giulio), insieme a (insieme con).

 

accènto  »  nella nostra lingua l’accento si segna soltanto nei seguenti casi:

 

Nelle parole polisillabe:

a) quando l’accento cade sull’ultima sillaba (parole tronche): ad esempio, virtù, bontà;

b) quando varia il significato della parola, secondo la sillaba su cui cade l’accento: esempio àncora, ancóra; bàlia, balìa;

c) quando varia il significato della parola secondo che l’accento sia grave o acuto: ad esempio, fóro (buco), fòro (piazza); ésca (nutrimento), èsca (imperativo del verbo uscire), ecc.

 

Nelle parole monosillabe:

a) quando terminano in dittongo e potrebbero sembrare due sillabe: ciò, può, già, più, Però qui, qua non si accentano mai, poiché la u è parte integrale del suono della q;

b) quando si debbano distinguere da altri: ché (perché) diverso da che congiunzione; (verbo) diverso da da preposizione; (avverbio) da la articolo; ecc.

 

Ecco un elenco di parole, delle quali più comunemente si sbaglia la pronuncia

1-

 

àcre  »  ha il superlativo irregolare: acerrimo. La forma acrissimo non è più usata.

adempíre  »  (o adémpiere meno comune) è verbo transitivo e quindi è errato usarlo intransitivamente, con la preposizione a: adempiere ai propri doveri. Si dovrebbe dire adempiere i propri doveri.

adìre  »  propriamente significa “andare verso un luogo”, ma solo in senso figurato. Il participio passato è “adìto”. Poiché il verbo è transitivo, bisogna dire “ho adito le vie legali” e non “ho adito alle vie legali”.

aèreo, nell’uso corrente è spesso sostituito da aero: aeroporto invece di aereoporto, aeroplano invece di aereoplano. Mai, però, bisognerebbe dire “areoplano”, che è un errore non raro.

affinché e acciocché  » sono congiunzioni che introducono proposizioni finali. Reggono sempre il congiuntivo: te lo dico affinché tu possa provvedere.

affittare, è errato scrivere “Affittasi case per l’estate”; la forma corretta è “Affittansi case per l’estate”.

aggettívo  »  concorda in genere e numero con il nome a cui si riferisce.

–  Però, quando i nomi sono di genere diverso, l’aggettivo va al maschile se si tratta di nomi di persona: Marco e Luisa sono bravi.

 Se si tratta di cose o nomi astratti, allora si deve cercare di disporre l’aggettivo in modo che concordi col nome più vicino: il giglio e la rosa odorosa, prati e selve vastissime, vastissimi prati e selve; la virtù e il gènio italiano, oppure si può adoperare il plurale maschile (ad esempio, lo sguardo e la fàccia stravolti, Manzoni).

– Se l’aggettivo forma parte del verbo, esso si dovrà mettere al maschile plurale quando è riferito a nomi di diverso genere, anche se inanimati: il giglio e la rosa sono odorosi.

Riguardo alla collocazione dell’aggettivo, è bene tener presente alcune osservazioni di carattere generale.

– L’aggettivo si antepone al nome quando ha senso generico o esprime qualità essenziale del nome stesso: il biondo Tevere, gli ottimi vini, le ricche vesti.

Si pospone al nome quando, invece, indica qualità che lo distingua da altri nomi dello stesso genere: vino spumante, tavola rotonda; o quando l’aggettivo sia accompagnato da complementi: uomo illustre per molti meriti.

– Taluni aggettivi assumono sfumature di significato diverso secondo la posizione in cui sono collocati. Si noti: un uomo povero e un povero uomo; un bravo figliolo e un figliolo bravo; un gentiluomo e un uomo gentile; un uomo galante e un galantuomo.

 

aggettívo sostantivato  »  l’aggettivo può essere impiegato anche come nome; in questo caso, si chiama aggettivo sostantivato. Per sostantivare un aggettivo, basta farlo precedere dall’articolo e usarlo senza l’accompagnamento del nome.

La sostantivazione dell’aggettivo può avvenire in due casi diversi:

 

a) quando si può facilmente sottintendere il nome a cui si riferisce : ad esempio, l’Addolorata (si sottintende Madonna); i giovani (si sottintende uomini); il primo della classe (si sottintende scolaro); la Serenissima (si sottitende Repubblica veneta);

b) quando l’aggettivo è usato come nome astratto: ad esempio, il vero, il falso, il bello, il brutto, che significano la verità, la falsità, la bellezza, la bruttezza, ecc..

È da notare inoltre che gli aggettivi dimostrativi, possessivi, indefiniti, quando non sono accompagnati da un nome, non vanno considerati come nomi, ma come pronomi; perciò, si chiamano aggettivi pronominali.

all’infuori di  »  modo considerato erroneo .Sarebbe da evitare l’uso di all’infuori di, al posto di: fuorché, eccetto, ad eccezione e simili.

àmpio  »  ha il superlativo assoluto irregolare: amplissimo.

andare, si va ad incominciare (più correttamente si dovrebbe dire: si sta per cominciare)

appèllo  »  erroneo dire appello nominale, in quanto l’aggiunta nominale è inutile, non potendosi chiamare una persona senza nominarla.

appéna  »  è un avverbio di tempo per indicare azione già compiuta e quindi non va mai usato con un futuro semplice; potrà essere usato con un futuro anteriore: appena avrà finito (e non: finirà), esamineremo il suo lavoro .

appòsto  »  è il participio passato del verbo “apporre”. È purtroppo frequente leggere “apposto” per intendere “a posto” (Ora è tutto a posto). È un grave errore, da evitare assolutamente.

arbitràggio  »  erroneo nel senso di giudizio di arbitri, fuori del campo sportivo; è corretto dire arbitrato.

artícolo  »

–  si omette davanti ai nomi propri di persona (Carlo è buono);

–  però, nell’uso popolare e familiare, spesso i nomi femminili si fanno precedere dall’articolo (la Lucia, la Giuditta).

–  Va ricordato che col possessivo l’articolo si può omettere davanti ai nomi di parentela, ma solo al singolare, e purché non siano accompagnati da altro aggettivo: mio padre, mia madre; ma sempre i miei fratelli, il mio caro nonno o la mia vecchia nonna, o che il possessivo segua il nome: il padre mio. Col nome mamma o babbo unito al possessivo, si deve mettere sempre l’articolo: la mia mamma, il mio babbo.

– Col superlativo relativo è un grave errore ripetere l’articolo quando il nome a cui l’aggettivo si riferisce precede l’aggettivo e abbia già l’articolo: la nazione più gloriosa (e non la nazione la più gloriosa); tuttavia,

–  l’articolo si deve ripetere quando davanti al nome c’è l‘articolo indeterminativo (un’alunna la più brava della classe) oppure quando l’aggettivo, anziché essere unito al nome come attributo, svolge la funzione di predicato (il tuo bambino è il più bello del palazzo).

L’articolo determinativo si usa:

a) davanti ai soprannomi e agli appellativi di patria: il Botticelli, il Tintoretto, il Veronese, l’Astigiano;

b) con i cognomi di personaggi famosi: il Manzoni, la Deledda (al femminile e al plurale con tutti i cognomi: la Rossi, i Renzi);

c) con i nomi geografici.

Si omette:

a) con i nomi di città e piccole isole: Roma è eterna, Malta è nel Mediterraneo (ma Il Cairo, La Mecca, L’Aquila, La Spezia, ). Se però il nome è accompagnato da un aggettivo o da una specificazione o non indica la persona o la città, allora richiede l’articolo: la Roma dei papi, la grande Roma, la Roma (= la squadra di calcio);

b) per dare rapidità e concisione al discorso: notte e giorno, prendi carta e penna;

c) nelle esclamazioni, nelle invocazioni e nelle indicazioni: Forza, ragazzi!, Biblioteca.

articolo partitivo  »  è usato erroneamente con cose che, essendo solamente due, quando sono utilizzate al plurale non possono essere più prese in parte, ma sono indicate necessariamente tutte: quella signora ha degli occhi bellissimi. Si deve dire semplicemente ha occhi bellissimi. Se ne avesse più di due, si potrebbe usare il partitivo; ma, avendone due soli, quando si dice ha occhi bellissimi, li si indica già tutt’e due.

àspro  »  ha il superlativo assoluto irregolare: asperrimo.

assísa  »  (tribunale) fa al plurale assise e non assisi (che è la città di San Francesco).

associàre  »  è sconsigliato dire associarsi al dolore, all’opinione di alcuno, invece di partecipare al suo dolore, essere della sua stessa opinione.

ausiliàre  »

–  i verbi transitivi attivi vogliono sempre l’ausiliare avere.

–  L’ausiliare essere si usa per tutti i tempi della forma passiva (io sono abbandonato),

– per i tempi composti della forma riflessiva (noi ci siamo aiutati) o pronominale (tu ti duoli).

– Si usa altresì con i verbi impersonali (era nevicato, si è combattuto) e nei tempi composti della forma attiva di numerosi verbi intransitivi (siamo venuti, si è recato dalla mamma).

– Con i verbi indicanti fenomeni atmosferici si trova anche l’ausiliare avere, specie per indicare un’azione continuata (Aveva diluviato tutta la notte; Ha nevicato tutto il giorno).

– I verbi servili (volere, potere, dovere e sapere nel senso di potere) hanno sempre l’ausiliare avere quando siano usati in modo assoluto: io ho voluto, potuto, dovuto; quando invece siano seguiti da un verbo all’infinito, prendono l’ausiliare essere o avere, secondo che voglia l’uno o l’altro il verbo che li accompagna: sono voluto andare; ho voluto mangiare.

 

LETTERA B

 

bàbbo  »  quando è unito a un aggettivo possessivo vuole sempre l’articolo: il mio babbo; è un errore dire mio babbo. Invece, si potrà dire mio padre.

Oggi, però, per influsso dei costrutti di padre e madre e di vari dialetti, è frequente dire: mamma è malata, tuo babbo arriva tra poco, ecc.

barbàrie  »  nome femminile che resta invariato nel plurale: le barbarie.

bèlga  »  al plurale fa irregolarmente belgi; ma il femminile è regolare, belghe.

bello > al plurale: begli davanti a vocale, s impura, z, gn, ps; bei davanti alle altre consonanti , begli occhi, begli scherzi, begli zaini; bei cavalli, bei sandali;

Notiamo infine le locuzioni con o senza apostrofo: bell’e fritto o bello e fritto

bell’e spacciato o bello e spacciato ,bell’e buono o bello e buono.

benché  »  congiunzione che introduce una proposizione concessiva. Preferisce il verbo al congiuntivo, salvo rare eccezioni in poesia: benché tu sia stanco, ora devi partire; dimagriva sempre, benché mangiasse molto.

bene, secondo le regole del troncamento ben non richiede mai l’apostrofo: ben amato, ben amata.

Spesso ben si unisce alla parola alla quale si accompagna formando un solo vocabolo: benvoluto, benarrivato, ecc. (ma anche ben voluto, ben arrivato, ecc.).

Una particolare forma di troncamento in vocale con apostrofo è be’ (= bene, ebbene, dunque), usata come avverbio di valore concessivo, conclusivo o interrogativo: be’, andiamo!; be’, cosa vuoi?

Nelle parole composte comincianti per p la n di ben non si muta in m, come vorrebbe la regola, perché i componenti si avvertono ancora come ben distinti. Si dice, pertanto: benpensante, benportante, ecc. Rare le forme bempensante, bemportante, ecc.

 

benedíre  »  è erroneo nell’imperfetto indicativo benedivo; invece, si dovrebbe dire benedicevo, perché il verbo è un composto di dire che fa dicevo nell’imperfetto indicativo. Stesso errore si riscontra nel passato remoto benedii usato al posto di benedissi e nell’imperfetto congiuntivo benedissi al posto di benedicessi.

benèfico  »  ha il superlativo assoluto irregolare: beneficentissimo.

bòia  »  è uno dei pochi nomi maschili terminanti in a. Resta invariato al plurale: i boia.

bongustàio  »  è sconsigliato scrivere buongustaio, anche se il vocabolo è di uso comune; è più corretto scrivere buon gustaio.

bonsènso  »  è sconsigliato scrivere buonsènso; è più corretto dire buon senso, con due parole separate.

bontempóne  »  è sconsigliato scrivere buontempone; è più corretto dire buon tempone, con due parole separate.

bonuscíta  »  è sconsigliabile scrivere buonuscita; è preferibile dire buona uscita, con due parole separate.

budèllo  »  sostantivo maschile che indica: intestino, usato soprattutto al plurale per indicare l’intestino dell’uomo, raramente degli animali. Al plurale ha due forme: le budella per il senso proprio, i budelli per quello figurato. Esempi: Dal ventre squarciato uscivano le budella; Avevano i budelli di gomma delle nostre ruote.

 

LETTERA C

 

camìcia  »  è un sostantivo che indica un indumento e che al plurale diventa camicie. E’ ammessa anche la forma senza la “i” (camice), benché sconsigliata.

canocchiàle  »  nome composto da canna e occhiale. È errata la grafia canocchiale (con una sola n); bisogna dire cannocchiàle (con due n).

carta da bollo  »  locuzione scorretta; è meglio dire: carta bollata.

 

ce  »  è erroneo dire – come avviene in certi dialetti ce lo dissi, ce lo diedi, per intendere glielo dissi, glielo diedi; le particelle ci, ce, che propriamente significano a noi, non hanno mai il senso di a lui, a lei, a loro.

centra, forma errata Non centra nulla; forma corretta Non c’entra nulla

che, per indicare circostanza temporale: nell’anno che (= in cui) nascesti tu;

quando è usato in senso neutro, significando cioè la qual cosa, con riferimento a tutta la proposizione precedente o a un intero concetto; nel qual caso prende di solito l’articolo: Tu non studi, del che io mi dolgo; Ti sei messo a lavorare: il che è giusto; Hai vinto il concorso: del che mi rallegro.

che bello!, è anche considerato erroneo dire, nelle interrogazioni dirette o indirette, cosa fai?, gli chiese cosa facesse, invece di che cosa fai? o che fai?, gli chiese che cosa facesse, gli chiese che facesse

chiúnque  »  è pronome indefinito ma anche relativo; perciò, secondo i puristi della lingua italiana, è un errore usarlo in modo assoluto, senza cioè che stia a congiungere due proposizioni: ad esempio, lo dirò a chiunque. In questo caso, bisognerebbe dire lo dirò a chicchessia. Invece, esso è usato correttamente nella frase lo dirò a chiunque vorrà sentirmi.

cia  »  i nomi femminili terminanti al singolare in cia (senza l’accento sull’ i) hanno il plurale in cie quando la c è preceduta da vocale (audacia, audacie; fiducia, fiducie; socia, socie); in ce, quando la c è preceduta da consonante (faccia, facce; guancia, guance; quercia, querce).

cíglio  »  nome sovrabbondante o eteroclito. Ha due desinenze al plurale: i cigli (per l’uso figurato: i cigli della strada, di un fosso; fermarsi sul ciglio del burrone) e le ciglia (per l’uso proprio: le ciglia dell’occhio).

cínta  »  errato usarlo per intendere cintura.

circúito  »  è un errore pronunziare circúito quando lo si usa come participio passato di circuìre, circondato; bisogna dire circuìto.

circúito: circuito elettronico

collo, e similmente colla, cogli, colle sono forme errate di preposizioni articolate, , è più corretto scrivere separatamente con lo, con la, con gli, con le.

cólpa  »  errato dire perdette l’impiego, colpa la sua negligenza, invece di per colpa della sua negligenza; o colpa della sua negligenza.

continuare  »  verbo della prima coniugazione, usato intransitivamente si coniuga con l’ausiliare avere quando il soggetto è una persona: Il ferito ha continuato a respirare per molte ore.

Quando il soggetto è una cosa, si usa essere se il verbo è usato assolutamente: La pioggia è continuata per tutta la notte, avere quando è costruito con a e l’infinito di un altro verbo: La pioggia ha continuato a cadere.

Si usa indifferentemente essere e avere quando è usato impersonalmente: Ha continuato a nevicare; È continuato a nevicare.

cosa  »  sconsigliato, perché eccessivamente familiare, usare cosa senza farlo precedere dal che nelle interrogazioni dirette o indirette; secondo i puristi, è sbagliato scrivere cosa dici? voleva sapere cosa facessi di bello, al posto di che cosa dici? voleva sapere che cosa facessi di bello.

 

 

LETTERA D

 

daccàpo  »  è un avverbio che significa “di nuovo”, “da principio”. Si può scrivere in due modi: “daccapo“, oppure “da capo, entrambi corretti.

dàre  »  erroneo dire dassi, dasti, dammo, daste, invece delle forme corrette dessi, desti, demmo, deste

deficiente, è errato scrivere deficente (senza la i), poiché il vocabolo deriva dal latino deficiens.

derogàre  »  è erroneo dire derogare da, poiché il verbo si costruisce con la preposizione a. Bisogna scrivere: Non ha derogato alle leggi; In quella occasione si derogò al regolamento

dinànzi  »  è errato scrivere dinnanzi, poiché la voce è composta dalla preposizione di che non richiede raddoppiamento e da nanzi; di solito si raddoppia per analogia con innanzi, ma quest’ultima voce è composta da in e nanzi e perciò a ragione si scrive con n doppia.

disegnamo  »  è errato scrivere disegnamo (senza la i), invece di disegniamo, poiché la desinenza del presente indicativo 1^ persona plurale della 1^ coniugazione è -iamo e non -amo: amiamo, cantiamo.

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