I blog di Alessioempoli

Data 17 febbraio 2017

CAPITALISMO – 4°

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                     CAPITALISMO E   AMBIENTE

 

 

Le risorse del pianeta si stanno esaurendo

 

La Biosfera è il sistema che comprende tutti gli esseri viventi; l’aria, l’acqua e il suolo costituiscono l’habitat, ovvero il luogo, dove si sviluppa la vita. A partire dall’età del Medioevo l’uomo ha iniziato a esercitare una notevole influenza su di essa. Ogni sua attività genera modificazioni dell’intero ecosistema e tali alterazioni possono essere dannose per piante ed animali, incluso ovviamente l’uomo stesso. E’ importante capire quali tipi di inquinamento esistono, come viene causato e le sue conseguenze sull’ambiente e sugli esseri viventi. Come sempre solo le nostre scelte quotidiane possono fare la differenza in un mondo fondato sull’incuranza e il disinteresse.

 

“In natura tutto è collegato, e oggi stiamo pagando per i nostri errori del passato”.

 

C’è chi la chiama “impronta ecologica”. È un valore che indica quante risorse naturali l’uomo consuma tenendo conto della capacità del pianeta di rinnovare queste risorse. Secondo il WWF, calcolando l’impronta ecologica globale si nota che sin dagli anni ’80 l’uomo usa le risorse naturali del pianeta più in fretta di quanto queste riescano a ricostituirsi. Ma questo è solo uno dei tanti indicatori che fanno capire fino a che punto stiamo mettendo in crisi l’ambiente.

 

Un altro dato significativo è la condizione in cui versano gli ecosistemi. Per “ecosistema” si intende “l’insieme degli esseri viventi, dell’ambiente e delle condizioni fisico-chimiche che, in uno spazio delimitato, sono inseparabilmente legati tra loro, sviluppando interazioni reciproche”. Lo stato generale di salute di questi ecosistemi, indicato dal numero di specie che vivono nelle foreste, in fiumi e laghi e nei mari, costituisce quello che il WWF chiama “Indice del pianeta vivente”. Tra il 1970 e il 2000 questo indice è crollato del 37 per cento circa.

 

 

Ce n’è abbastanza per tutti?

 

Se abitate in un paese occidentale in cui gli scaffali dei negozi sono pieni di ogni ben di Dio ed è possibile fare shopping 24 ore su 24, è difficile immaginare che nel prossimo futuro le risorse naturali possano scarseggiare? Comunque sia, solo una piccola parte degli abitanti della terra vive nell’agiatezza. La maggioranza deve lottare ogni giorno per sopravvivere. Si calcola, ad esempio, che più di 2 miliardi di persone vivono con 3 dollari al giorno o meno, e che 2 miliardi di persone non hanno la possibilità di usufruire dell’energia elettrica.

 

C’è chi dà la colpa della povertà dei paesi in via di sviluppo alle pratiche commerciali dei paesi ricchi. Il rapporto Vital Signs 2003 afferma: “Sotto moltissimi aspetti l’economia mondiale va contro gli interessi dei poveri”. Man mano che aumenta il numero di coloro che lottano per accaparrarsi una fetta della “torta” delle risorse ambientali, una fetta che diventa sempre più piccola e costosa, chi è economicamente debole non può permettersi di competere per ottenere la parte che gli spetterebbe. Il risultato è che una maggior quantità di risorse naturali va a chi se le può permettere, ovvero ai ricchi.

 

 

Foreste in diminuzione

 

Si calcola che in Africa l’80 per cento della popolazione usi fuoco di legna per cucinare. Inoltre, secondo la rivista sudafricana Getaway, ‘l’Africa ha il tasso di incremento demografico e il tasso di incremento della popolazione urbana più alti del mondo’. Di conseguenza, intorno ad alcune grandi città del Sahel (l’ampia fascia semiarida a sud del deserto del Sahara) sono stati abbattuti tutti gli alberi nel raggio di oltre 100 chilometri. Quegli alberi non sono stati abbattuti per capriccio. Il prof. Samuel Nana-Sinkam afferma: ‘La stragrande maggioranza degli africani distrugge il proprio ambiente solo per sopravvivere’.

 

Ben diversa è la situazione in Sudamerica. In Brasile, ad esempio, nella foresta pluviale operano con regolare licenza quasi 7.600 società per lo sfruttamento del legname, molte delle quali appartengono a ricche multinazionali. A una di queste società un albero di mogano frutta circa 25 euro. Quello stesso albero, però, prima di finire nelle vetrine di qualche negozio di mobili, può acquistare un valore di oltre 110.000 euro a motivo delle speculazioni di intermediari, commercianti e produttori di mobili. Non è strano che il mogano sia stato definito l’“oro verde”.

 

Sulla distruzione della foresta pluviale brasiliana sono state pubblicate un’infinità di informazioni. Le immagini riprese dai satelliti indicano che in Brasile, tra il 1995 e il 2000, sono stati distrutti ogni anno più di 20.000 chilometri quadrati di foresta. “È un dato spaventoso: ogni otto secondi è scomparso un pezzo di foresta grande quanto un campo di calcio”, scrive il periodico brasiliano Veja. Fatto interessante, nel 2000 soltanto gli Stati Uniti hanno importato più del 70 per cento del mogano brasiliano.

 

Anche in altre parti del mondo la situazione per quanto riguarda la deforestazione è analoga. Ad esempio, negli ultimi 50 anni sono scomparse metà delle foreste del Messico. Nelle Filippine la perdita del patrimonio forestale è stata ancora più marcata. Lì ogni anno scompaiono circa 100.000 ettari di foresta; nel 1999 si calcolò che, a un ritmo del genere, nel giro di un decennio sarebbero sparite quasi due terzi delle foreste.

 

Un albero da cui si ricava legno duro può impiegare dai 60 ai 100 anni prima di raggiungere la piena maturità, ma per abbatterlo può bastare una manciata di minuti. Non c’è da sorprendersi, quindi, che le foreste non riescano a tenere il passo con lo sfruttamento che ne viene fatto!

 

Già dal Medioevo, per soddisfare le necessità della popolazione in aumento, si cominciarono a distruggere boschi per far spazio ai pascoli destinati agli allevamenti intensivi, si iniziò a dar fuoco alle foreste per ottenere terre da coltivare e sfruttare, incuranti dei danni che questi comportamenti avrebbero provocato a lungo andare. Oggigiorno, con l’esplosione demografica (attualmente sulla Terra siamo 6,7 miliardi di persone), il disboscamento intensivo per far posto a case, pascoli, terreni agricoli, e per produrre carta provoca delle gravissime conseguenza sulla biosfera ormai evidentissime:

 

– Modificazioni climatiche

– Aumento della desertificazione e delle zone aride

– Diminuzione dell’ossigeno nell’atmosfera

– Estinzione di molte specie animali

– Aumento delle frane e dei disastri geologici

 

 

Degrado del suolo

 

Quando si elimina la vegetazione, lo strato superficiale del terreno ben presto si inaridisce e viene eroso dal vento o dall’acqua.

L’erosione è un fenomeno naturale e di solito non causa grossi problemi, a meno che l’uomo non l’acceleri attraverso una gestione sbagliata del territorio. Ad esempio, la rivista China Today afferma che le tempeste di sabbia, unite ad altri fattori come la deforestazione e lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, “hanno accelerato l’espansione” delle aree desertiche. In anni recenti, a motivo delle condizioni climatiche insolitamente aride, le province occidentali e nord-occidentali della Cina sono rimaste maggiormente esposte alle raffiche dei freddi venti siberiani. Milioni di tonnellate di sabbia e polvere gialla sono stati sollevati e trasportati fino in Corea e in Giappone. Oggi circa il 25 per cento della Cina continentale è desertica.

 

In Africa il degrado del suolo ha cause analoghe. “Eliminando le foreste per piantare cereali”, spiega Africa Geographic, “gli agricoltori hanno destabilizzato irrimediabilmente il sottile strato di terreno”. Si calcola che i terreni da cui si eliminano gli arbusti perdono fino al 50 per cento della loro fertilità nel giro di tre anni. Questa rivista, perciò, prosegue dicendo: “Milioni di ettari sono ormai irrecuperabili, e altri milioni lo diventeranno in quanto la produttività agricola di certe regioni cala anno dopo anno”.

 

Si dice che a causa dell’erosione il Brasile perda ogni anno 500 milioni di tonnellate di terreno. In Messico il Dipartimento dell’Ambiente e delle Risorse Naturali afferma che il degrado del suolo interessa il 53 per cento della boscaglia, il 59 per cento delle foreste e il 72 per cento delle zone boschive. A conti fatti, afferma un rapporto dell’UNDP (Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite), “qualcosa come due terzi dei terreni agricoli del mondo risentono del degrado del suolo. Di conseguenza la produttività agricola è in forte declino, mentre il numero delle bocche da sfamare continua ad aumentare”.

 

 

Acqua: una risorsa inestimabile

 

Un uomo può resistere circa un mese senza mangiare, ma senz’acqua muore nel giro di una settimana circa. Per questo motivo gli esperti sostengono che nei prossimi anni la carenza d’acqua porterà a tensioni sempre maggiori. Nel 2002 la rivista Time scriveva che a livello mondiale più di un miliardo di persone non ha facilmente accesso ad acqua potabile.

 

I motivi per cui l’acqua scarseggia sono molteplici. In Francia un problema sempre più preoccupante è l’inquinamento. “Lo stato di salute dei fiumi francesi è pessimo”, dice Le Figaro. Secondo gli scienziati la causa del problema è l’alta concentrazione di nitrati nelle acque di deflusso superficiali, dovuta principalmente ai fertilizzanti. “Nel 1999 i fiumi francesi hanno riversato nell’Atlantico 375.000 tonnellate di nitrati, quasi il doppio rispetto al 1985”, afferma il quotidiano.

 

In Giappone la situazione non è molto diversa. Yutaka Une, il responsabile di un’organizzazione non-profit che si occupa della sicurezza nel settore agricolo, dice che per soddisfare il fabbisogno alimentare del paese “gli agricoltori sono stati costretti a ricorrere a fertilizzanti e pesticidi chimici”. Questo ha portato all’inquinamento delle acque di falda, che l’IHT Asahi Shimbun di Tokyo definisce “un grosso problema che interessa tutto il Giappone”.

 

In Messico il 35 per cento delle malattie “è dovuto a fattori ambientali”, scrive il quotidiano Reforma. Inoltre, da un’indagine condotta dal ministro della Sanità risulta che “un quarto dei messicani non hanno fogne, più di otto milioni attingono l’acqua da pozzi, fiumi, laghi o ruscelli, e più di un milione la ottengono dalle autobotti”. Non è strano che in Messico il 90 per cento dei casi di diarrea sia attribuito all’acqua contaminata.

 

“Le spiagge di Rio de Janeiro non offrono soltanto sole, sabbia bianca e mare azzurro”, afferma la rivista brasiliana Veja. “Vi si trovano anche alti livelli di coliformi fecali e ogni tanto qualche chiazza di petrolio”. Questo perché più del 50 per cento delle acque di scolo del Brasile finiscono direttamente nei fiumi, nei laghi e nel mare senza essere trattate. Ne risulta una perenne carenza di acqua potabile. Nei dintorni di San Paolo, la più grande città del Brasile, i fiumi sono così inquinati che ora la città fa arrivare l’acqua potabile da 100 chilometri di distanza.

 

Dall’altra parte del mondo, in Australia, l’acqua scarseggia soprattutto a motivo del fenomeno della salinizzazione. Per decenni i proprietari terrieri furono incoraggiati a disboscare i terreni per coltivarli. Essendoci meno alberi e arbusti ad assorbire le acque freatiche, il livello delle falde acquifere cominciò a salire, portando verso la superficie migliaia di tonnellate di sale. “La salinizzazione ha già colpito circa 2 milioni e mezzo di ettari di terreno”, afferma un ente di ricerca australiano (CSIRO). “Spesso si tratta dei terreni agricoli più produttivi dell’Australia”.

 

C’è chi dice che se i legislatori australiani non avessero messo i profitti al di sopra del pubblico interesse il problema della salinizzazione si sarebbe potuto evitare. “Fin dal 1917 era stato detto ai governi che i terreni della zona del grano erano particolarmente soggetti alla salinizzazione”, afferma Hugo Bekle, della Edith Cowan University di Perth, in Australia. “Le conseguenze del disboscamento sulla salinità dei corsi d’acqua furono rese note negli anni ’20, e negli anni ’30 il Dipartimento dell’Agricoltura riconobbe gli effetti che questo avrebbe avuto sull’innalzamento delle falde acquifere. Nel 1950 il CSIRO effettuò uno studio approfondito commissionato dal Governo, . . . ciò nonostante i vari governi hanno sempre ignorato questi avvertimenti, con la scusa che gli scienziati non erano obiettivi”.

 

 

La nostra esistenza è minacciata

 

Non c’è dubbio che in molti casi gli uomini hanno agito mossi dalle migliori intenzioni. Molto spesso, però, l’uomo non conosce l’ambiente abbastanza da riuscire a prevedere con precisione le conseguenze delle sue azioni. I risultati sono stati tragici. “Abbiamo sconvolto a tal punto gli equilibri ecologici della regione che mettiamo in pericolo il suolo stesso che ci sostiene, e di conseguenza la nostra stessa sopravvivenza”, dice Tim Flannery, direttore del Museo dell’Australia Meridionale.

 

Qual è la soluzione? L’uomo imparerà mai a vivere in armonia con l’ambiente? Il nostro pianeta si potrà salvare?

 

 

Controllare il consumo dell’acqua

 

– Si calcola, ad esempio, che nel 1999 lo squilibrio ha raggiunto il 20 per cento. In altre parole, in quei 12 mesi l’uomo ha usato tante risorse naturali che per ricostituirle ci sarebbero voluti più di 14 mesi.

 

Bastano pochi accorgimenti per risparmiare litri e litri d’acqua.

 

–  Riparate i rubinetti che perdono.

–  Fate docce veloci.

–  Non lasciate scorrere l’acqua inutilmente mentre vi fate la barba o vi lavate i denti.

–  Utilizzate due o tre volte gli asciugamani da bagno prima di lavarli.

–  Usate la lavatrice solo a pieno carico. (Lo stesso dicasi per la lavastoviglie)

 

Il risparmio è il primo guadagno

 

–  Nonostante l’Australia sia il continente più arido, secondo il Canberra Times più del 90 per cento dell’irrigazione “avviene semplicemente per sommersione e per infiltrazione laterale a solchi”, “la tecnica che si utilizzava ancora quando i faraoni costruivano le piramidi”.

 

–  A livello mondiale, l’utilizzo medio di acqua pro capite (tenendo conto anche dell’acqua usata per scopi agricoli e industriali) è di circa 550.000 litri all’anno. Il nordamericano medio, però, ne usa quasi 1.600.000 litri all’anno. Il più alto consumo pro capite si registra in un’ex repubblica sovietica: più di 5.300.000 litri ogni anno.

 

–  Stando alla rivista Africa Geographic, per produrre quello che ciascun sudafricano consuma in un anno ci vogliono in media 4 ettari di terreno agricolo, ma nel paese sono disponibili solo 2,4 ettari di terreno a testa.

 

 

Inquinamento atmosferico

 

L’aria è uno degli elementi base per ogni essere vivente. Essa è composta principalmente da gas quali azoto, presente in maggior percentuale, ossigeno, anidride carbonica e altri gas in percentuale minore. Si parla di “aria inquinata” quando vi è la presenza di una sostanza estranea alla normale composizione atmosferica, o quando si ha una variazione nella proporzione dei gas che la compongono, da cui possono derivare effetti e disturbi riconosciuti dannosi alla luce delle attuali conoscenze scientifiche. Le maggiori fonti di inquinamento atmosferico sono date da processi industriali, combustioni domestiche e industriali e veicoli a motore. Queste fonti immettono nell’atmosfera sostanze molto dannose di cui ne riportiamo le principali:

 

Biossido di carbonio (comunemente chiamato anidride carbonica): prodotto dai processi di combustione per produrre energia, e dal riscaldamento domestico. Questo gas è responsabile del ben noto effetto serra, ovvero del:

 

–  surriscaldamento globale della Terra che causa

–  cambi climatici,

–  scioglimento dei ghiacciai e

–  innalzamento dei livelli del mare. Alcuni effetti previsti come conseguenza saranno – fiumi in piena,

–  aumento di inondazioni e

–  precipitazioni,

–  riduzione della disponibilità di acqua dolce,

–  centri urbani assediati dall’afa,

–  montagne senza neve,

– epidemie di colera e malaria.

 

Ossido di carbonio: prodotto dalle industrie, dalle raffinerie e dalle vetture. Inalato può essere mortale perché si lega irreversibilmente all’emoglobina, riducendo drasticamente la quantità di ossigeno presente nella circolazione sanguigna.

 

Biossido di zolfo (comunemente chiamato anidride solforosa): prodotto dal fumo delle centrali elettriche, dalle fabbriche e dalle automobili, provoca:

 

–  lesioni all’apparato respiratorio, ed è la causa principale

–  delle piogge acide, le quali

 abbassando il ph sia dell’acqua che dei terreni provocano gravissimi danni alla salute di piante ed animali, fino alla morte di gran parte di essi.

 

Ossido di azoto: prodotto da aerei, forni, dagli inceneritori e dai fertilizzanti. È la causa dello smog e delle bronchiti.

 

Particolato: particelle solide (o polveri sottili) prodotte dalle industrie e dai veicoli (soprattutto i diesel). Causano gravi disturbi dell’apparato respiratorio.

 

Composti organici volatili: tossici e cancerogeni.

 

Biossido di azoto: prodotto dai veicoli, in combinazione con in raggi UV dà origine allozono che, in questo caso, essendo troppo vicino al suolo, ha un effetto dannoso sulle vie aeree.

 

Clorofluorocarburi (CFC): composti organici che si trovano nelle bombolette spray, nelle vernici e negli aerosol, provocano l‘assottigliamento dell’ozono “buono” (ovvero quello che si trova nella stratosfera) che protegge la Terra dai dannosi raggi UV.

 

 

Inquinamento delle acque e del suolo

 

L’acqua è un altro elemento essenziale per la nascita e lo sviluppo della vita. Il grado di inquinamento delle acque si stabilisce misurando la domanda biochimica di ossigeno. Essa rappresenta la quantità di ossigeno necessario nel processo di degradazione delle sostanze organiche. Scarichi industriali, domestici ed agricoli aumentano la concentrazione di sostanze inquinanti, che biodegradandosi esauriscono l’ossigeno disciolto nell’acqua, provocando così l‘asfissia degli animali acquatici che non hanno più ossigeno a disposizione per il loro metabolismo.

 

Al fine di combattere questa pericolosissima forma di inquinamento se ne riportano di seguito i principali agenti:

 

Fosfati e nitrati

provengono dai fertilizzanti chimici usati in agricoltura per far crescere le piante. Se scaricati nelle acque possono dare origine al fenomeno di eutrofizzazione delle stesse, ovvero ad un eccessivo sviluppo delle alghe che porta a un consumo eccessivo di ossigeno disciolto, causando così la moria di pesci, molluschi e crostacei.

 

Mercurio

prodotti dai combustibili fossili, dalle raffinerie e dalla preparazione della carta. E’ velenoso e contamina molti alimenti provenienti dal mare.

 

Piombo

prodotto dalle industrie chimiche, attacca gli enzimi ed altera il metabolismo cellulare.

 

Petrolio

è prodotto dall’estrazione di fronte alle coste, inquina l’acqua durante la raffinazione e sempre più spesso a causa di fuoriuscite negli impianti e negli incidenti di navi petrolifere. Distrugge il fitoplacton (impedendone la fotosintesi), il placton, gli uccelli marini e causa la moria di molti pesci perché si deposita consumando tutto l’ossigeno.

 

pesticidi e insetticidi

usati soprattutto in agricoltura. Una volta immessi nell’ambiente attraversano il suolo inquinandolo, e poi finiscono nelle acque superficiali e in quelle sotterranee contaminandole e causando la morte degli animali acquatici.

 

Rifiuti domestici

rimanendo a lungo nello stesso posto, favoriscono l’insorgenza di insetti, roditori, focolai infettivi che possono contaminare le acque superficiali e quelle sotterranee.

 

 

Cosa possiamo fare noi?

 

L’azione comune della distruzione delle foreste e dell‘inquinamento pone in pericolo la sopravvivenza di 280 specie di mammiferi, di 350 specie di uccelli, e di circa 20.000 specie vegetali. Molti ecosistemi sono minacciati e corrono il rischio, in tempi molto brevi, di essere totalmente distrutti in modo irreversibile.

 

 Se continuerà l’aumento dei consumi, dell’inquinamento e dell’esaurimento delle materie prime, si arriverà ad una situazione insostenibile, caratterizzata dalla saturazione umana del pianeta, dall’impoverimento dell’ambiente, da alti indici di tossicità dell’atmosfera e delle acque. E il mondo verde e azzurro che conosciamo si trasformerà in una terra grigia e spenta.

 

Come consumatori abbiamo il grande potere di adottare sistemi e metodi alternativi per la salvaguardia dell’ambiente. Di seguito vengono riportate alcune pratiche che se adottate in massa possono fare la differenza:

 

1)  Distruzione foreste e boschi

 

– Preferite i tovaglioli di stoffa a quelli carta.

– Favorite i prodotti con imballaggi minimi (magari riciclati) o con vuoto a rendere.

– Preferite carta riciclata, con cui si possono fare anche tovaglioli e carta igienica.

– Preferite carta prodotta con canapa. Un ettaro di canapa può produrre tanta carta quanto 4 ettari di foresta, diminuisce l’inquinamento ambientale da 4 a 7 volte in quanto per separare la lignina degli alberi dalla cellulosa sono necessari prodotti chimici. La canapa inoltre non richiede trattamento con cloro (che distrugge l’ozono) per rendere la carta bianca ma solo un trattamento con acqua ossigenata.

– Comprate prodotti locali, eviterete la distruzione di foreste per far spazio a piantagioni intensive.

Evitate i fast food, la carne e l’olio usato in alcune note catene vengono prodotti distruggendo le foreste amazzoniche per far spazio a piantagioni e allevamenti intensivi, causando enormi danni anche agli animali ed alle tribù locali che ci vivono.

Mangiate poca carne sostituendola con legumi, oltre a guadagnarci in salute eviterete la distruzione di boschi e foreste per far spazio agli allevamenti e alle coltivazioni destinate ad essi.

 

2) Inquinamento atmosferico

 

– Spostatevi più possibile con la bici o a piedi, ci guadagnate anche in salute, o in alternativa utilizzate i mezzi pubblici.

– Se proprio dovete usare la macchina cercate di unirvi a persone che fanno il vostro stesso percorso.

Non mandate su di giri il motore.

– Evitate l’uso di bombolette spray.

– Comprate cose con meno imballaggi possibili (gli imballaggi occupano spazio e i tir sono costretti a fare più di un viaggio per consegnare tutta la merce).

– Comprate prodotti a Km 0, magari attraverso gruppi d’acquisto.

Non aprite le finestre con i riscaldamenti accessi.

– Evitate di accendere i riscaldamenti rimanendo vestiti leggeri in casa, se non fa tanto freddo è preferibile tenerli spenti e coprirsi di più, anche la vostra bolletta sarà meno cara.

– Se avete qualche soldo da investire fatelo nella coibentazione della vostra casa, in vetri isolanti e in termocamino o pannelli solari per l’acqua calda. I consumi energetici saranno nulli o ridottissimi e nel tempo risparmierete molti più soldi di quanti ne avete spesi, in più l’ambiente ve ne sarà grato.

 

3) Inquinamento delle acque

 

– Preferite i prodotti biologici, coltivati senza fertilizzanti chimici e pesticidi.

– Se avete un pezzetto di terra o un cortile o anche un balcone datevi all‘autoproduzione di frutta e verdura. Saranno più buone, genuine e non inquinerete.

– Se avete della terra, un cortile o un balcone fate il compost, riusando così i prodotti di scarto alimentare per concimare le vostre piante.

– Usate prodotti ecologici nella pulizia della casa. Aceto, bicarbonato, acido citrico sono tutti prodotti ottimi per la pulizia, costano poco e non inquinano.

Autoproducetevi detersivi per piatti, lavatrice, pavimenti, sanitari…

 

 

Il capitalismo è la causa del problema ambientale

 

Per quanto riguarda le fonti dell’inquinamento atmosferico, esse – a dispetto di una leggenda metropolitana che sta affermandosi in questi ultimi anni – sono localizzate prevalentemente nei paesi sviluppati. Per intenderlo è sufficiente considerare tre aspetti:

 1) motivi di ordine storico

2) la diversa densità della popolazione (effettuando un calcolo pro capite, oggi un cinese emette 5 t di Co2/anno, uno statunitense 23,5)

 3) molte imprese occidentali lavorano in paesi emergenti ma vendono le loro merci nei paesi sviluppati.

 

il capitalismo è la causa del problema ambientale.  Il cambiamento climatico non è genericamente “antropico”: nelle economie da caccia-raccolta o da agricoltura, le devastazioni ambientali derivavano dalla tendenza alla sottoproduzione; “nel mondo contemporaneo, invece, l’ambiente è messo a rischio soprattutto dalla tendenza alla sovrapproduzione di merci (e al sovraconsumo che ne consegue)”. E infatti il riscaldamento del globo data da 200 anni, ossia da quando il modo di produzione capitalistico ha cominciato ad estendersi sul pianeta. La “bulimia energetica del sistema” proviene infatti dalla concorrenza di capitali in lotta tra loro, dalla corsa al profitto e dalla logica di accumulazione illimitata proprie del capitalismo.

 

La soluzione?

 

Decisioni democratiche, forti investimenti pubblici e pianificazione economica.

 

Non c’è, insomma, soluzione possibile del problema ambientale senza socialismo.

 

Ma vale anche il reciproco: “non esiste più alcun progetto di emancipazione che tenga senza prendere atto dei limiti e delle costrizioni naturali. Sfide sociali e ambientali sono ormai inscindibili”.

 

In ogni caso, oggi, “di fronte alla sfida climatica, esistono solo due logiche, contrapposte:

 

1)  quella di una transizione pilotata alla cieca dal profitto, che ci porta dritti a sbattere;

2)  e quella di una transizione pianificata consapevolmente e democraticamente in funzione dei bisogni sociali, indipendentemente dai costi, che regoli con razionalità e prudenza il ricambio organico con la natura”.

 

Ma questo percorso alternativo, può essere intrapreso soltanto dai “produttori associati” a cui pensava Marx.

 

1) Il territorio e l’ambiente nello scontro di classe

 

Pare opportuno richiamare, seppur brevemente, alcuni elementi della storia della lotta di classe che mettono in evidenza come “la questione territoriale ed ambientale” emerga periodicamente nella fasi dello scontro di interessi tra proletariato e classe egemone.

 

Si vedano le affermazioni di Bakunin, Kropotkin, Marx, ecc. circa il ruolo delle risorse territoriali, ambientali e dello scontro di interessi che si è storicamente innestato per il loro utilizzo.

 

Le lotte dei braccianti e dei contadini per la redistribuzione della terra e la finalizzazione ad usi collettivi delle risorse ambientali contro la privatizzazione, sono elementi fortemente presenti nello scontro di classe non solamente alla fine dell’800 ma anche nel secondo dopoguerra.

 

Lo sviluppo industriale pone in modo pesante la questione

–  dell’ambiente in fabbrica

–  delle abitazioni

– del diritto alla casa fino al problema del

– controllo della città

– della gestione dei trasporti collettivi, ecc.

 

La questione dell’uso capitalistico del territorio e dello sfruttamento delle risorse ai fini del profitto sono contenuti che pervadono non solamente il movimento sindacale ma anche le lotte proletarie sul territorio.

 

“…così nel modo sociale, che del resto deve essere considerato come l’ultimo grado del modo naturale, lo sviluppo delle questioni materiali ed economiche fu sempre e continuerà ad essere la base determinante di ogni sviluppo religioso, filosofico, politico e sociale” (M. Bakunin – Risposta di un internazionalista a Mazzini, Opere Complete, Catania 1976 vol. I pag.300)

 

Concetti quali la storia degli uomini, dei loro bisogni, delle loro miserie e delle loro ricchezze, coinvolgono e mettono in gioco la biosfera, gli equilibri ecologici, la sopravvivenza del pianeta finiscono per individuare esclusivamente o comunque prevalentemente nei “comportamenti umani” (e perciò in categorie sociologiche aclassiste) le cause della distruzione dell’ambiente. Quale “filo” lega allora la distruzione delle foreste dall’epoca della costruzione della flotta romana con l’attuale dramma dell’Amazzonia? Quello dei comportamenti degli uomini in senso generico? Crediamo di no poiché lo sviluppo del capitalismo, il suo affermarsi, nonché la sua evoluzione ha sempre prodotto disuguaglianze sociali e quote più o meno consistenti di devastazione, che, storicamente, si configurano come caratteristiche dei rapporti di produzione: non si è in presenza di un progresso frutto della sommatoria di generici comportamenti umani, ma di un fenomeno storico in evoluzione costituito dalla società capitalista.

 

L‘inquinamento e la devastazione dell’ambiente si configurano quindi come stato oggettivo dell’attuale modello di sviluppo, un fenomeno drammatico complementare all’estrazione di profitto.

 

 

2) I caratteri della fase attuale

 

L’accrescersi dello sfruttamento capitalistico del territorio e delle risorse ambientali che si è sviluppato a livello mondiale, da alcuni decenni, ha cominciato a provocare diversi evidenti disastri che mettono a nudo la barbarie capitalistica privata contraria agli interessi della collettività.

 

Vediamo alcune contraddizioni emerse:

 

– L‘inquinamento del territorio ha ormai raggiunto livelli planetari pregiudicando la qualità delle risorse naturali e delle antropizzazioni prodotte da millenni di opera umana. Tale fenomeno ha cominciato ad innescare delle diseconomie esterne che danneggiano lo stesso processo di accumulazione capitalistico. L’aumento dei costi delle risorse, dei disinquinanti, delle rigidità sociali innescate, hanno prodotto contraddizioni che danneggiano settori stessi del capitalismo. La distruzione dei mari, dei fiumi, sono ormai fenomeni evidenti che determinano prese di coscienza di massa dei danni derivati da questo modello di sviluppo.

 

– La crescita delle morti da tumore che raggiungono oltre il 40% dei casi di decesso è solamente uno degli indicatori di decadimento della qualità della vita ed in particolare della salute. Ciò tocca tutti gli strati sociali con particolare concentrazione nei gruppi più esposti alle fonti di inquinamento. Questo disastro sociale, non ancora esploso in tutta la sua drammaticità, sarà certamente uno dei drammi futuri che provocherà rigidità sociale.

 

– Il disastro del sistema delle comunicazioni e dei trasporti risulta essere un altro indicatore delle contraddizioni intercapitalistiche che difficilmente sarà risolvibile nel prossimo futuro.

 

– Il problema della casa e degli sfratti ritorna ad essere una questione dirompente. Nei prossimi anni verranno effettuati “gradualmente” migliaia di sfratti.

 

L’esplosione di questa serie di contraddizioni, assieme a molte altre, caratterizza questa fase di sviluppo capitalistico e determina la riorganizzazione di molti comportamenti sia intercapitalistici che nello scontro sociale.

 

 

3) Gli effetti politici dell’esplosione delle contraddizioni

 

Uno dei principali effetti politici derivati dall’esplosione di tali contraddizioni territoriali ed ambientali è la nascita di movimenti eterogenei come quello antinucleare, ambientalista, verde, ecc. caratterizzati da un progetto mirato su alcuni obiettivi diretti e solo in seconda istanza vengono richiamate finalità riformiste o radicali. Questi movimenti riescono ad inserirsi in un contesto sociale diversificato da dove emerge una domanda di nuova qualità della vita territoriale-ambientale che l‘attuale fase capitalistica non sa garantire.

 

Il movimento sindacale si trova “al carro” sia sulla questione nucleare che in quella ambientale in quanto non riesce a risolvere la contraddizione di essere soggetto riformista del ciclo produttivo e contemporaneamente momento storico di rivendicazione delle qualità della vita sia sul posto di lavoro che sul territorio.

 

Un terzo significativo aspetto derivante dall’effetto delle contraddizioni intercapitalistiche è l’internazionalizzazione dei fenomeni di contraddizione e la conseguente internazionalizzazione dei movimenti di contestazione.

 

La novità di questa fase politica è rappresentata perciò dalla presenza di movimenti di contestazione “potenzialmente” anticapitalistici che toccano trasversalmente diversi strati sociali e che pesano politicamente non tanto per le rappresentanze parlamentari ma soprattutto in termini di fronti di lotta locali.

 

Il punto critico rimane la trasformazione del movimento ambientalista da potenziale a reale forza antagonista.

 

Un approccio materialista al problema ambientale, teso ad individuare le cause negli attuali rapporti di produzione capitalistici, è oggi patrimonio di un nucleo ristretto di attivisti. Inoltre occorre ricordare che i movimenti di massa non nascono né si espandono su questo genere di consapevolezze e la loro caratterizzazione più marcatamente politica, se avviene, si realizza attraverso un processo che si snoda tra le diversificate componenti sociali che tali movimenti esprimono.

 

Esiste quindi un nesso profondo tra componenti sociali dei movimenti di massa e bisogni che ne determina lo sviluppo.Non a caso la crescita dei movimenti verde è coincisa con l’espansione del movimento antinucleare e con una fase dove la sinistra anticapitalista era in forte crisi (l’abbaglio brigatista, l’auto-ghettizzazione dell’Autonomia, ecc.).

 

Il cemento che unifica il movimento ecologista e ne consente lo sviluppo, risiede proprio nelle qualità dei bisogni che esso esprime: essi trascendono l’attuale divisione in classi della società, perché la necessità di vivere in un ambiente sano è una esigenza che riguarda tutti gli esseri umani. E’ su questi bisogni che si costituisce quell’eclettismo sociale che caratterizza il movimento. Siamo allora in presenza di una realtà con connotati profondamente diversi rispetto a quelli della classe dei lavoratori dipendenti, e che si afferma parallelamente alle sconfitte di quest’ultima, senza però ereditarne il ruolo storico. Porre allora il movimento ecologista quale perno di una nuova aggregazione sociale è grave errore strategico perché esso non si sviluppa dall’interno dei processi di produzione ma è originato dalle conseguenze di questi.

 

 Il movimento ecologista non può presentare da solo un progetto alternativo strutturale del capitalismo in quanto riesce solo in parte ad intervenire sui meccanismi che regolano il processo di accumulazione capitalista.

 

Le sue caratteristiche di movimento di opinione gli conferiscono una certa capacità di controllare le sue azioni (politiche, di lotta, giuridiche,ecc.), gli aspetti più devastanti dell’attuale modello di sviluppo. Questo ruolo di controllo, confermato peraltro da una serie importante di vittorie, si sviluppa però parallelamente ad un fenomeno che conferma il progressivo rafforzarsi dei meccanismi di accumulazione su scala mondiale.

 

Analizzando poi più precisamente le componenti del movimento ambientalista, in prima istanza, occorre osservare la presenza di una miriade di collettivi, gruppi ed associazioni di carattere locale che rappresentano un movimento di opposizione segmentato in quanto spesso si attestano su progetti singoli senza uscire dal proprio “orto”.

 

Queste realtà sono comunque un grosso potenziale di opposizione qualora si riuscisse ad innescare progetti di uscita dal localismo.

 

Sopra queste situazioni cercano di piazzarsi le grandi associazioni ambientaliste come il WWF, Italia Nostra, Lega Ambiente, Amici della Terra, ecc. che con le loro capacità finanziarie (di diversa provenienza) riescono a propagandarsi. La loro funzione politica principale è comunque quella di accaparrarsi una quota notevole di voti da trasferire, durante le elezioni, ai propri candidati ed in ultima analisi a questo o a quel partito. Ciò evidenzia il ruolo di “fiancheggiamento” e subalternità che hanno tali aggregazioni.

 

In reazione a questo sono nate le liste Verdi che pur non definendosi “partito” di fatto si comportano come tali ed oggettivamente si collocano sempre di più nella battaglia politica come struttura di mediazione interpartitica. I casi emblematici delle giunte comunali, provinciali e regionali dove i Verdi hanno “condiviso il potere” hanno sufficientemente dimostrato il fiato corto di queste strutture politiche.

 

La prospettiva, dopo i consensi elettorali, è sempre più quella di essere partito anziché movimento di contestazione con la conseguente graduale perdita di ruolo.

 

4) L’azione capitalista per il recupero delle contraddizioni

 

In particolare possiamo notare che il capitale è orientato alla riconversione del proprio apparato produttivo, attraverso poderosi processi di ristrutturazione che si basano anche sullo sfruttamento del “nuovo affare”, cioè sull‘industria del disinquinamento, rilanciando contemporaneamente i nuovi piani qualità.

 

Lo Stato ed i partiti promuovono una grande operazione di “restauro d’immagine” per consentire il recupero politico e la spartizione della grande torta pubblica dell’ambiente, contemporaneamente sostenendo che lo stato attuale è il risultato della somma delle scelte individuali di tutta la collettività e non delle responsabilità di questo sviluppo capitalistico.

 

Questo tentativo di recupero non è ancora riuscito a tamponare l’esplosione delle contraddizioni. Ha avuto invece un qualche effetto nel “governare” il movimento di contestazione su posizioni “aclassiste” che non mettono in discussione il sistema capitalistico in quanto tale.

 

5) Elementi per individuare gli scenari della prossima fase

 

I problemi territoriali ed ambientali tenderanno ad acuirsi in quanto i processi di riconversione non sono ancora in grado di incidere significativamente sull’accumulo del degrado operato negli ultimi decenni.

 

La coscienza del degrado e le esigenze di riqualificare la qualità della vita e dell’ambiente aumentano in relazione alla crescita delle contraddizioni. Si tratterà di capire come ciò si esprimerà all’interno delle classi e dei gruppi sociali.

 

La capacità di recupero capitalista continuerà anche se le risorse che lo Stato potrà mettere a disposizione dei padroni saranno ridotte rispetto a quelle degli anni ’60 e ’70. Ciò innescherà ulteriori lotte intercapitalistiche per la redistribuzione del reddito.

 

I movimenti di opposizione, dopo la prima fase di “maturazione” saranno costretti a fare un salto di qualità affrontando i problemi non solamente in termini limitati ma complessivi rispetto allo sviluppo capitalistico. Ciò porterà certamente delle novità nel quadro politico e in relazione a ciò l’organizzazione troverà degli spazi di azione.

 

Il movimento sindacale si troverà maggiormente coinvolto in questa battaglia sia per le questioni legate alla ristrutturazione sia per il soggettivo coinvolgimento dei lavoratori nelle contraddizioni ambientali.

 

6) La strategia dei comunisti anarchici

 

La necessità di legare le tematiche ambientali al mondo della produzione, quale risposta ai processi di ristrutturazione in atto, deve orientare l’azione dei militanti comunisti anarchici nella realtà dello scontro di classe.

 

Occorre spostare la coscienza ambientalista verso una concezione più complessiva del risanamento ambientale che individui nello sviluppo di una opposizione sociale anticapitalistica le premesse per il superamento dell’attuale modello di sviluppo basato sul profitto, sullo sfruttamento del lavoro e sulla divisione di classe, quale unica via per sanare e difendere l’ambiente nell’interesse di tutte le specie viventi.

 

Con una simile consapevolezza dobbiamo tendere a legare laddove è utile, opportuno e necessario le nostre esperienze di intervento sindacale, sociale e politico, che sempre più trascendono i luoghi di produzione per stabilire nessi profondi col territorio con tutti quei movimenti che difendono l’ambiente dallo sfruttamento capitalistico del territorio.

 

La necessaria agitazione, l’attività politica dovrà tendere a:

 

fare chiarezza sulle responsabilità del modo di produzione capitalistico nel determinare le cause del disastro e nelle barbarie attuali;

elevare lo scontro sui temi del territorio-ambiente al pari dello scontro sugli interessi di classe;

 

liberare l’umanità dall’oppressione capitalistica e dalla sua nocività tramite il cambiamento del modello di produzione e di organizzazione sociale.

 

I fronti di lotta da sviluppare possono essere:

 

la difesa (ed il restauro) del territorio dall’aggressione capitalistica per il ripristino delle qualità ambientali (centri storici, periferie, antinquinamento);

la qualità della vita nel sociale con particolare riferimento ai servizi sociali;

questione energetica.

 

7) I Movimenti, la ristrutturazione globale e le strategia organizzative

 

La caratteristica fondamentale dei movimenti è costituita dalla loro eterogeneità sociale. Nonostante che essi siano in grado di esprimere alcune consapevolezze quali l’anticapitalismo, antirazzismo e l’opposizione alla guerra, ciò non è sufficiente a costituire un valido punto di riferimento attorno al quale costruire alleanze sociali anticapitalistiche, in quanto non è il grado di opposizione al sistema a conferire simili discriminante, bensì la collocazione dei rapporti di produzione.

 

I movimenti hanno caratteristiche transitorie; essi esprimono idee ed istanze ed il loro caratteristico trasversalismo sociale li colloca distanti dalla contraddizione capitale/lavoro che caratterizza la società capitalistica.

 

Non possono quindi esprimere alcuna autonomia reale e durata: le consapevolezze anticapitalistiche che in essi emergono devono trovare un saldo aggancio con la classe lavoratrice, con le sue lotte ed il suo ruolo antagonista.

 

L’attuale fase di ristrutturazione travalica gli ambiti meramente produttivi, espandendosi fino ad invadere tutto il vivere sociale. I lavoratori si trovano a fronteggiare l’attacco capitalistico anche fuori dal loro ambiente di lavoro: la lotta sindacale appare sempre più un terreno di scontro essenziale, ma al tempo stesso limitato perché gli interessi immediati e storici dei lavoratori non si difendono più con la sola lotta di fabbrica. Ciò riguarda anche gli organismi storici tramite i quali i lavoratori hanno costituito la propria rappresentanza di classe, cioè i Consigli.

 

Questi ultimi non sono superati, così come le concezioni riformiste affermano, al contrario essi costituiscono un insostituibile strumento per affermare la rappresentatività dei lavoratori. E’ però lo sviluppo dello scontro di classe che accresce le esigenze di unità, ed a imporre il superamento di una concezione statica e riformista che vede i Consigli isolati tra loro e dalle tematiche territoriali nelle quali sono inseriti. Questo oggettivo arretramento consente al capitalismo di vincere sui luoghi di lavoro e fuori di essi, proprio perché l’opposizione di classe non possiede adeguate strutture per esprimersi. E’ perciò necessaria una proposta, ampia ed unitaria, che partendo dai luoghi di lavoro riesca a saldare tra loro i Consigli aprendoli al territorio, laddove, pure si sviluppa l’attacco padronale.

5 Risposte a “CAPITALISMO – 4°”

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